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Full text of "La Rivista Illustrata del Popolo d’Italia, 1932 Vol. 1"

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LUSTRATA DEL Popolo d'Italia 


NO X-N.1-GENNAIO 1932 PREZZO L. 10 - C.C.P. 











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Capitale 2.000:(000#000 di réi 








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Fandatori: ABRHALDO MUSSOLINI - MANLIO MORGAGNI i 
Direttore: MANLIO MORGAGNI 4 "i 


ILLUSTRATA DEL 


REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE MILANO via Lovamio, 10. 


Anno X e N. 1 Gennaio 193» - LA RIVISTA cice ogni mese 
ABBONAMENTO per i iS L.109 » Estera L'R - SUMERO SEPARATO LL. 10 


Palilizio  Coscasalosina raclbaalea Uabane Pobbliciàà Mialbana S.A. = I dritti di ripradensani è db iradatiene sasa Feriali port iti | pamil 


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ARNALDO 


Navigavo sull'"Esperia” in crociera verso Bolama, 
ove il generale Balbo ed i suoi si recavano a com- 
pre una simpatica ed alta affermazione di italianità. 
“ra il coronamento di un magnifico ardite, consacrato 
nella memoria degli Eroi, caduti perché l'audace pro- 
getto potesse essere compiuto a dimostrare quali spi- 
riti ammino gli vomini nuowi dell'Italia fascista, Il mare 
era dolce, if cielo pieno di sole: tutto era serenità 
all'intorno ed a bordo la vita si svolgeva cordiale e 
lieta. D'improvviso la radio lanciò un segnale orrendo: 
ARNALDO MUSSOLINI E' MORTO! 

Fu come uno schianto. Non si voleva credere, non si 
poteri credere, vorrei dire quasi che non sì dasesa cre- 

ere. Arnaldo Mussolini morto? Ma come? Ma per- 

ché? La ragione si ributava di ammettere una così 
atroce notizia e cercava di secondare il desiderio del 
cuore accampando errori di trasmissione, difetti di 
recezione o improprietà di espressioni... 

Arnaldo Mussolini non poteva essere morto, ab- 
battuto così improvvisamente, come una quercia po- 
derosa infranta da una subita bufera. Arnaldo Mus: 
solini era troppo vivo nel mio cuore e presente alla 
mia anima perché io non dovessi prolungare la mia 
dolorosa illusione con Lutti i fili della speranza... 

Ma le conferme si susseguivano implacabili nel 
cielo lanciate da ogni parte ad annunciare al mondo 
che veramente l'Uomo buono, giusto, benefico e fedele 
aveva abbandonato la vita. Nessun dubbio poteva 
ormai più alimentare, né sostenere le accarezzate 
speranze; la sciagura appariva in tutta la sua tragica, 
ineluttabile realtà. ; 

Così violento fu il colpo per il mio cuore fraterno 
e devoto di amico, che ne rimasi sbigottito e sgomento. 
Lo strazio che mi assalse divenne alepananicne per la 
impossibilità di poter volare vicino al caro Perduto, per 
imprimergli l'ultimo bacio, per rivedere le sembianze 
fraterne e serene e comporlo con le mie mani nell'ul- 
timo sonno. Ma ogni possibilità di ritorno mi era pre- 
elusa e la nave continuava la sua rotta nell'Oceano, 
con il suo triste carico di cordoglio e di rimpianto. 

Mi chiusi nei miei affetti e nei miei ricordi, solo 
con il mio dolore, reso ancor più cupo dalla lonta- 
nanza, dalla brevità ed incertezza delle notizie sus- 
seguite e sopratutto dalla impossibilità di ritornare 
con non importa qual mezzo. Il volto sereno è sorri- 
dente di Arnaldo, i suoi occhi buoni dietro le grandi 
lenti, il suono della sua calda voce, erano dinanzi ai 
mici occhi e mi pareva ch'egli ancora mi parlasse e 





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TEL. N. 6451 PES 
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sorridesse, e mi dicesse quelle allabili sue parole che 
mi cmpivano sempre il cuore di bontà e di dolcezza. 
E non lo avrei più riveduto! Più! Lo sbalordimento 
del primo ferale annunzio ini aveva gettato in una 
profonda costernazione cd io non sentivo che la forza 
egoistica del mio dolore che non aveva conforio. Ma 
dopo questo primo subitanco tumulto ili sentimenti è 
di rimpianti per la perdita dell'Amico caro ed infini- 
tamente amato, nel mio spirito sopravvenne più pau- 
rosa la sensazione della grande perdita che l'Italia 
aveva subito. 

Era il Duce che veniva colpito nei suoi affetti più 
riposti e più santi; era al Duce che il cieco ed as- 
surdo fato rapiva il più nobile dei fratelli © il più 
fedele e devoto dei discepoli, Sentivo quale poteva 
essere l'angoscia di Lui nel terribile frangente è sen- 
tivo che nessuno avrebbe potuto lenirgli lo strazio 
per l'irreparabile perdita. E colpita nuovamente e con 
più aspra crudezza era tutta la Famiglia del Duce, e 
con essa il Paese che in Arnaldo riconosceva il più 
vicino e sagace interprete del pensiero è del cuore 
del suo grande Fratello. 

Chi mai avrebbe potuto colmarlo questo immane 
vuoto lasciato da Arnaldo nel Paese, nel Fascismo, 
nel giornalismo? E quali ne sarebbero state le con- 
seguenze? Egli, con il suo carattere adamantino, con 
la sua limpida onestà, con il suo nobilissimo spirito, 
con la affabile dolcezza dei modi, aveva avwinto i 
cuori e l'amore e la stima per Lui erano umversali, 
Egli era per tutti, grandi e piccoli, potenti ed umili, 
Arnalda, il grande cuore che comprendeva e compa- 
tiva, che confortava e spronava, che sapeva correg- 
gere con bontà ed incitare con efficacia, e verso cui 
tutti si dirigevano sicuri di essere sentiti è compresi. 
Arnaldo era l'anima eletta il cui fascino si effondeva 
su tulti è conquideva. Era l'Uomo cui si riconosceva 
l'autorità che proviene dalle virtù effettive, cui si am- 
metteva come naturale diritto la potestà del comando, 
e da cui si dipendeva con spontanea volontà perché 
investito appunto da questo enerale ed unanime fa» 
vore, Intorno a Lu era l'umversale consenso degli 
spiriti; © che indubbiamente così fosse hanno dimo- 
strato le imponenti e commoventi manifestazioni di 
dolore che la sua perdita ha suscitato in tutto il po- 
polo non solo di Milano, ma dell'Italia intera. 

La profondità del dolore e l'intensità del rimpianto 
possono recare qualche conforto, ma il vuoto rimane 
con tutta la implacabilità delle sue conseguenze. 


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Arnaldo Mussolini era l'uomo della Rivoluzione è 
la sua vita resta e resterà il più luminoso esempio 
di quelli che dovrebbero essere gli uomini nuovi, va- 
luti da Benito Mussolini per l'avvenire e la prospe- 
rità del Paese è per la conservazione della civiltà 
fascista. Gli Italiani, che incominciarono veramente è 
più intimamente a conoscerlo. — e per molti fu-una 
potente rivelazione — quando il Duce, assumendo il 
governo Fascista gli commise la direzione del suo "Po- 

lo d'Italia", lo amarono non solamente perché era 
il fratello del Duce, ma sopratutto per il suo aposto- 
lato di bontà, per il suo spirito superiore, per l'equi- 
librio di ogni sua azione, per la sua modesta sentita, 
e per l'alto senso di giustizia che inspirò e resse ogni 
suo atto. La sua opera giornalistica dagli inizii andò 
sempre giganteggiando col progredire del tempo, di- 
mostrando di quale tempra fosse il suo intelletto e di 
quale vigoria fossero i suoi sentimenti. 

Egli divenne per forza propria e nel breve volgere 
adi pochi anni il Maestro del giornalismo italiano, cui 
diede esemplari prove di probità e di dirittura, che 
conosciute nel più vasto mondo, gli accrebbero le fer- 
vorose simpatie e le inalienabili devozioni. 

Era, dunque, amato per sé, perché continuatore 
sagace ced instancabile dell'opera del suo grande Fra- 
tello, perché assertore sapiente e tenace della dot- 
irina fascista, consigliere avveduto e pronto nei pro» 
blemi più ardui della vita nazionale ed equilibratore 
cordiale e convincente nelle inevitabili controversie 
della sita politica locale. Egli portava il suo grande 
nome con nobilissima serenità, e dalla responsabilità 
che gliene proveniva tracva la forza perla sua quo- 
tidiana opera di bene. Per questo, intorno a Lui era 
la concordia degli animi ed egli appariva come il se- 
gnacolo intorno a cui si stringevano le diverse aspi- 
razioni e le divergenti tendenze. Era l'irradiatore degli 
affetti più puri, un carattere integro, una coscienza 
senza ombre, che aveva un senso religioso del dovere, 
e queste sue doti, palesi anche se la naturale mode- 
stia avesse tentato di velarle, gli accattivavano quella 
devozione affettuosa del popolo italiano che non da» 
veva smentirsi mai e doveva assurgere ad una impo- 
nenza mai registrata negli annali della storia nazio- 
nale verso la personalità di nessuno dei nostri più 
celebri uomini politici. 

E non era vana popolarità, ma sentimento nutrito 
di lealtà e di fede, generato dalla gratitudine è dal- 
l‘'amore, s orgato dall'impulso sano è genuino del no- 
stro popolo che vede, che comprende, che giudica e 
che ben raramente s'inganna nei suoi giudizi, che sono 
poi quelli della storia. 

Arnaldo Mussolini, fratello minore del Duce, era 
nato a Dovia di Predappio l'ii gennaio 1885 da A- 
lessandro e da Rosa Maltoni, la gentile e dolce edu- 
catrice. Studioso tenace è fervente sino dai suoi teneri 
anni, coltivò con particolare amore le discipline esatte, 
pina osi prima in agrimensura, poi ottenendo l'a- 
bilitazione all'insegnamento elementare ed in seguito 
la patente di Segretario Comunale. Vita di lavoro e 
di sacrificio, di studio e di rinuncia. Tirocinio non 
facile per la preparazione alla vita, che doveva, tut- 
tavia, sino da quei tempi indicare quale sarebbe stata 
la riuscita del giovane i cui atti erano regolati da 
così volitiva tenacia. 

Però, nonostante quegli studi regolari, egli fu un 
autodidatta nel senso più vero e più vasto, perché il 
suo spirito non si accontentò mai delle conquiste fatte, 
ma fu sempre tormentato dall'ansia della ricerca e 
dell'analisi, spinto da un insaziabile ed irrequieto 
amore del sapere. Fu maestro, ec bravo maestro, a 
testimonianza di chi ancora lo ricorda nella sua mis- 
sione educativa, e fu segretario comunale, ammini 
stratore esperto e stimato che lasciò nei comumi del 
Friuli, ove svolse la sua attività amministrativa, il 


iù amorevole dei ricordi. Durante la guerra e do 
‘infausto Caporetto, combattè come ufficiale nelle 
tormentate linee del Piave, e compi bravamente-il suo 
dovere di soldato. Ma a pace conclusa egli non ri» 
tornò alle sue fatiche comunali ed ai verbali delle 
sedute del Consiglio. Benito Mussolini aveva bandita 
la nuova crociata contro i negatori della Patria e i 
traditori dei vèri interessi del popolo cdl egli fu, anima 
e corpo, spirito e volontà, con il Fratello, rischiando 
con lui agni sbaraglio, pronto a iutto osare e a tuilto 
dare perchè la nuova dottrina di vita nazionale, va» 
ticinata dal Duce, trionfasse e si attunsse. 

Da allora egli fu sempre vicino al suo maggiore Fra- 
tello, al suo Usi che teneramente amava, che cir. 
condava di una adorazione fatta di infinite tenerezze, 
di attento amore è di fedeltà senza limiti, Silenzioso, 
appartato quasi, studia e risolve i problemi che più 
da vicino aderiscono all'azienda giornalistica del ‘Po. 
polo d'Italia" e li risolve con bontà di metodo « con 
sicurezza di esito, sviluppando l'organismo esistente, 
allargandone e solidificandone le basi. Le difficoltà 
non lo arrestarono, gli infusero anzi una lena maggiore, 
gli alimentarono la volontà di superarle, di wincerle 
e di aumentarle, e wi riesci dimostrando ancora e più 
sicuramente quali e quanti fossero le doti orgamizza- 
tive e di iniziativa che si nascondevano sotto quella 
sua scorza che appariva a volte burbera e scontrosa, 
ma che custodiva il cuore. più nobile e l'anima più 
generosa. Benito Mussolini al cui ecchio acuto nulla 
poteva sfuggire, aveva notato con quanto fuoco di 
passione e con quanta competenza il fratello minore 
assolvesse il suo compito gravoso, È quando egli con- 
dusse a Roma le sue legioni vittoriose e assunse nelle 
mani, che non ebbero mai tremiti, la ruota del timone, 
a nessun altro che a suo fratello poteva affidare la 
direzione del suo giornale ch'era il labaro della nuova 
civiltà ch'egli andava instaurando. 

Io ricordo ancora con quale perplessità Arnaldo 
obbedisse ed accettasse la pesante eredità. Si trattava 
di sostituire il Fratello, giornalista nato e di razza, 
princi e articolista, polemista senza uguali nel pensiero, 
nella forma, nella potenza dell'argomentazione. È c'era 
di che temere e per la vicinanza dei confronti, e per 
il peso del nome è per l'aureola che circondava già 
di luce leggendaria gli scritti e l'opera di Benito, "i " 
pure, Arnaldo, obbediente, senza discussioni, senza 
patteggiamenti, con l'obbedienza cieca, volonterosa e 
era che proviene dal grande amore, accettò il non 
acile compito. 

E il “Popolo d'Italia” che conservava sempre l'im- 
pronta animatrice e vivificatrice del suo Fondatore, 
si trasfuse nell'animo di Arnaldo e ne divenne la ef- 
ficace palestra in servizio del Duce, del Regime è del 
Fascismo, 

Arnaldo Mussolini, con l'esperienza del quotidiano 
èsercizio, con la viva e sicura intuizione de le situa- 
zioni e delle soluzioni, con la profondità della inda- 
gine è la chiarezza del suo patalice: imprimeva il 
pro rio carattere al giornale ella sua battaglia. Bat- 
faglia senza tregue, senza armistizi, tra mille insidie 
di avversari e di fiancheggiatori, di famelici e di delusi, 
tra un mondo che si rinnova, in mezzo a problemi di 
ogm ordine e di ogni importanza che attendono di 
essere considerati e con urgenza risolti per il prestigio 
della causa e dei suoi assertori, per una viva ed ef- 
ficace collaborazione agli sforzi sovrumani del Capo. 

Ed ceco che la direzione del “Popolo d'Italia” n 
rimane più e solamente quella di un quotidiano di par- 
tito con le sue lotte, le sue polemiche, i suoi attacchi 
e le sue difese; con il fervore dell'opera di penctra- 
zione è di divulgazione delle idee; ma diviene il centro 
vivo da cui promana e si diffonde la luce che guida 
il cammino, da cui esce e si propaga la norma di vita 
che regola idee ed azioni, la Fattiva € costruttiva of- 


Fa 


i caratteri 


licia in cui si preparano le coscienze ed 
perché la nuova civiltà fascista apporti al popolo il 
promesso beneficio dell'atteso ordine nuovo. 


Nella sua missione giornalistica, che egli svolse come 
un sacerdozio e come un apostolato, effonde tutta la 
sua fede forte è senza ambagi, e il giornale diviene 
per lui tribuna e trincea, sulla quale combattendo 
cadrà un giorno come il soldato di fronte al nemico, 
fedele alla consegna e con il volto verso la vittoria! 

Nessun problema del divenire fascista dell'Italia 
gli è lontano. Lo assilla innanzi a tutti quello dei 
giovani. Io ricordo con quanta fraterna e trepida sol. 
lecitudine Egli segui 1 primi imzi del movimento fascista 
tra l'infanzia e la gioventù. 

Erano i momenti dell'azione più viva e il problema 
dei giovani non richiamava ancora l'attenzione fervida 
dei nostri dirigenti. Gi guardava ni nostri ragazzi im 
camicia nera con dolcezza di sentimenti, ma con tanta 
indifferenza, così come si guarda il bambino che a 
mano della mamma passeggia per le strade amman- 
tato in unà smagliante divisa militare, 

Lo si riteneva un gioco, quasi, e per di più super- 
fino, Ed io non ho dimenticato come si tollerasse, 
molte volte anche malvolentieri, il piccolo gruppo gio- 
vanile che veniva costituendosi di fianco ai Fasci. 
Ma Arnaldo fu sempre largo di aiuto e di consigli 
ài primi organizzatori degli Avanguardisti e dei Balilla, 
non mancando mai, per quanto fossero gravi i suoi 
impegni, alle riunioni delle ristrette formarioni iniziali 
della gioventù, nelle quali, sc mon wi era il fasto 
delle GHierna cerimonie, bsibbara però in tutto il suo 
bagliore, la purissima fede nell'idea è nel suo imman- 
cabile? elle fac 

Egli fu peri giovani il padre spirituale che sapeva 
parlare con convinzione al loro cuore, che sapeva 
tarli vibrare di generosi impulsi e, nel medesimo tempo, 


che “ihpeva contenerlì nella più perfetta È saggia di 
sciplina. A Lui rivolgeranno i giovani il loro spirito 
grato poichè da Lui ebbero l'esempio di virtù spiri- 
tuali e civiche, famigliari è pub itche è nom certa- 
mente comuni e i suoi ammacestramenti lasciati nella 
raccolta dei suoi scritti è dei suoi discorsi varranno 
in ogni tempo di guida spirituale e di breviario di vita 
per tutti colora che vogliono veramente divenire fa- 
scisti degni, ed uomini preparati a formare la classe 
diri ente del prossimo Lseni 

siccome alla mente sana va sempre congiunta 
la sanità e la vigoria del corpo, così egli fu largo è 
magnifico patrono di ogni manifestazione sportiva della 
gioventà fascista, coi non lesinò, oltre gli aiuti di ogni 
cenere, lo spazio del “ Popolo" per stimolare l'emu- 
arione, premiare i meriti reali ed incitare ed animare 
a nuovi e a sempre più benefici cimenti. Era lo spi- 
rito dell'educatore, che si manifestava con sentita 
nostalgia, e dell'educatore fascista che solo nella pre- 
parazione dei giovani, e specialmente in essa, fondava 
la sicurezza della continuazione nel tempo della dot- 
trina mussoliniana. 

Ma Egli si sentiva spinto verso i giovani dal suo 
grande cuore che si interessava di tutto quanto fosse 
vivo, fresco, operante è genuino. Così amò la terra 
di un amore singolare, materiato di sapienza e di 
soavità, amò il bosco e il fiore, le foreste ricche è 
misteriose ed i giardini olezzanti di mille profumi. 

Questo suo amore alla terra sembrava innato in 
Lui; lo proverebbe la sua giovanile inclinazione che 
la portò agli studi dell'agrimensura. Ma la sua com- 
petenza si formò con gli anni, con la osservazione 
diuturna dello svolgersi dei lavori agricoli nelle cam» 
pagne in cui ebbe ad abitare prima della sun venuta 
a Milano, con la esperienza andata maturandosi se- 
guendo lo sviluppo della vita e del lavoro dei conta- 





DIALIOTECA 










dini, della coltura delle terre e delle piante; in una 
parola con la sua costante passione per tutto quanto 
potesse redimere la terra ed i suoi coltivatori e ren- 
dere l'Italin ancora il giardino fiorito ed opulento 
d'Europa. I contadini sapevano d'avere in Lui un 
naturale protettore, così come Egli érà un maestra 
cui la laurca decretatagli per onore non dava lustro 
ma ne riceveva 0 chiarissimo, 

gricoltura, foreste, strade, comunicazioni, pisci 
cultura, caccia, pesca, avicultura e apicultura avevano 
presi sulla sua anima squisitamente virgiliana, ed il 
suo intelletto ricercatore è posato trovava in questi 
studi una palestra gradita e Econda Ma di ogni altro 
problema egli si interessava con aAcume appassionato 
e con una sorprendente giustezza di osservazione € 
di comprensione, 

Credo di poter affermare che ogni questione che 
abbia riguardato una branca sia pure modesta o su- 
blime del nostro consorzio nazionale lo ha sempre inte- 
ressato, | suoi articoli trattavano di ragioni di alta 
politica interna ed esterna, e di questioni riflettenti 
il mostro sistema economico e finanziario. Con pari 
competenza egli dissertò di alta cultura e di proble mi 
universitari, così come di programmi di scuole pri- 
marie e di provvidenze e di metodi per la educazione 
della più piccola e delicata infanzia. Il suo pensiero 
penetrò nei regni dello spirito e si occupò di peculiari 
regolamenti di vita cittadina. A tutto Egli giunse con 
il suo fervore divulgativo, e in nove anni di diretto» 
rato del “Popolo d'Italia” ebbe campo di trattare è 
di discutere di tutti i più ardui e più impellenti ar- 
omenti della vita nazionale con tale una quadratura 

‘idee, una chiara concezione delle cose e una tale 
conoscenza dei mezzi, da giungere a conclusioni che 
ben spesso servirono di base ad immediati provvedi- 
menti legislativi. 

Eppure la sua azione già così complessa, già così 
varia e sotto ogni aspetto gravosa non era limitata 
allo studio ed alla trattazione dei problemi attuali è 
delle più importanti materie costituenti la vita sociale 
dello Stato e della Nazione, del Regime e del Partito. 
Egli trovava ancora tempo per profondersi nella atti- 
vità della vita politica cittadina e anche nazionale, 
nella quale il suo intervento era salutato con mani- 
festazioni non equivocabili di sincero compiacimento. 
E quanto bene ha Egli operato in questo campo, cor- 
reggendo impressioni, raddrizzando giodizi, chiarendo 
equivoci, difendendo in ogni momento e in faccia n 
chiunque la giustizia e la verità! 

E' storia di ieri cd è presente a tutti noi, ma 
io sento, e sono profondamente convinto di non andare 
errato, che lo storico futuro, ricostruendo i fatti e gli 
avvenimenti che noi abbiamo vissuti e dei quali fummo 
spesse volte attori, sarà guidato nelle sue conclusioni 
da ir luce limpida e perenne: la luce che emana dal 
ricordo dell'azione di Arnaldo Mussolini nel periodo 
storico che va dal 1922 al giorno della sua morte. 

La sua morte! (duale triste ironia in queste ter- 
ribile parole! 

Ma contra la orribile verità indarno si ribella il 
cuore e si oppone la ragione, Egli, che meritava di 
vivere ancora nel vigore della sua virile età, è stato 
rapito all'amore di tutti noi con fulminea violenza, 
mentre il popolo italiano, i fascisti ed il paese atten- 
devanòo ancora. tanto da Lui! 

Forse Sandrino nuo: il figliolo adorato, che par- 
tendo s'era portato il coore Sal babbo amata, lo xalle 
con sè senr'altra attesa perché avesse un premio che 
la vita non può dare. Forse Sandro lo chiamò con più 
insistente Carezza... Ed Egli parti, così come si parte 
per un viaggio a lungo atteso, sicuro che in porto lo 
attendeva il premiu della lunga dispe rata aspettazione. 

Ma noi che qui rimaniamo soli, senza di Lui, senza 
pai il conforto del suo sguardo e della sun parola, 


senza la sua guida sicura e senza la sua scintilla ani- 
matrice, noi privi di Lui, pensando al dolore del Duce, 
al dolore della suaùa Augusta e dei Suoi, al cordoglio 
cd al rimpianto di tutta la Nazione, non possiamo 
non imprecare al destino ed alla sua cieca ed ingiu» 
sta distruzione. 


La realtà è immutabile è non valgono le tante 
espressioni ili cordoglio e le sentite partecipazioni a 
lenirne la fatale portata. 

Arnaldo non lo vedrò mai più! 

Questa è la verità contro cui non reggono gli argo. 
menti delle filosofie 6 la considerazione cinica della 
vito. L'Uomo che ho amato, l'Uomo con cui ebbi 
così intima consuetudine di travagli, di pensieri e di 
lavoro per un comune ideale ed in servizio di un unico 
Capo, è stato strappato con crudissima violenza al 
mio affetto, alla mia dedizione e per sempre. 

Figli della medesima Terra, ci avevano nutrito gli 
stessi ieali di bontà. A suo padre, uomo di forte 
coscienza è di franca parola, mi legava comunanza di 
aspirazioni, e ricordo con reverente animo il soave e 
gentile volto della mamma sua santa. 

Era al “Popolo d'Italia” fondato can magnifica 
audacia da Benito Mussolini, che io dovevo conoscere 
il cuore singolare di Arnaldo, sentirne la forza del- 
l'ingegno, apprezzarne le qualità ed amarlo di una 
infinita devozione. 

Partito soldato, non eran più tornato ze non n 
guerra finita, Era allora definitivamente entrato nella 
consuetudine un po' sbarazzina della vita giornalistica, 
vi si era ambientato con sollecita naturalezza, com- 
pagno nostro affetiuoso nella preoccupazione e nella 
fatica, con noi lieto è ridente nei momenti di sosta, 
e viveva la nostra pur tormentata esistenza come se 
quella fosse sempre stata la sua maniera di vivere 
e di operare. 

Egli sino da quei primi momenti manifestava la sua 
tempra ferma e volitiva di osservatore e di espositore 
che doveva fare di Lui un principe del giornalismo. 

L'irrompere di tutte le più fosche passioni nella 
vita nazionale dell'immediato dopo guerra e la dotirina 
di Benito Mussolini bandita nella storica giornata di 
Ss. ale ricci alimentarono la famma del sacro fuoco 
che doveva distruggere il passato perché sulle sue 
ceneri si costruisse l'avvenire. E la lotta fu aspra, 
Arnaldo, che ne aveva assunto l'amministrazione, visse 
con il giornale tutta la fervida epopea. Sul pilastri 
di base gettati solidi, pur tra mezzo a diflicoltà di 
ogni sorta, egli intese ad elevare l'edificio, a fortifi. 
carlo da ogni lato, a renderlo capace di resistere ad 

mi scossa e ad ogni evento. Dalla tsenda passò 
al palazzo è ve lo condusse Arnaldo che nelle parole 
del Duce, il giorno della inaugurazione della nuova 
sede, senti d'avere ben meritato della casa. Egli visse 
allora per il giornale e la prosperità dell'azienda era 
il solo premio, dopo l'approvazione del Capo, cui ago- 
gnasse. Ma il destino gli riservava ben altra e più 
alta missione, E come Egli l'abbia assolta dirigendo 
politicamente per nove anni il giornale non vi è chi 
non sappia. 

Nessuno degli scrittori fascisti e dei polemisti 
odierni ha potuto uguagliarlo. Egli aveva un suo stile 
inconfondibile, profondo e chiaro. Egli padroneggiava 
la materia che trattava con sorprendente competenza 
e con penetrazione acuta affermandosi scrittore tipi- 
camente personale. Nelle funzioni direttive, nei tà pe 
parti con la redazione e con le maestranze, alla fer- 
mezza del dovere univa una vasta comprensione delle 
azioni degli vemini, per cui cera tratto al giudizio be- 
nevola cd alla espressione della più squisita bontà. 
Così era adorato — e non vi è ombra di esagerazione 
in questa mia parola — era adorato da tutti i suoi 
dipendenti, dal redattore capo, per cui era quasi fra- 


di id ma cb Cit di «l PI aldo Alu ull solin i 


fi Scallori Emilio Faotini J 


Alllagsto alla “Birba Iliitata dell Papala dalia" da, Laglio» 








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ba Salma di Amaldo Muesolini vegliata al ‘Popolo # Italia" nell'ufficio ebe vide la Sun luminosa opera di Direttore. 


tello, al priù umile dei faltorini. Ed ognunò sarchle 
stato felice di dimostrargli con qualsiasi sacrificio 
quanto vero e profondo fosse l'affetto e la devozione 
di chi gli viveva vicino. 

Nel proposito e nell'intendimento di servire il Duce 
e la Patria, Egli non mai ebbe a risparmiarsi, esempio 
a tutti di attività e di dedizione. Egli fu l'animatore 
di tutte le energie; ne scopri spesso di sopite, di na- 
scoste e tutte volse ad un ini: servire il Paese attra- 
verso le pagine del giornale e giovare per o ni dove 
al trionfo della causa e della Rivoluzione Fascista. 

E non posso non ricordare, qui, con iccornta no» 
stalgia, come Egli abbia accolto con slancio generoso 
la proposta di dar vita a questa “Rivista” intesa a 
dare al nostro “popolo gione ed inipaziente di maggiori 
fortune, la coscienza di quello che caso vale e di quello 
che cnre è, in casa, fneri di cora, davanti alla «ua pas- 
sla cielltà e dovanti alla civiltà celle altre geali”. 

Una rivista di vita, così come mestamente ricor- 
davo gli insegnamenti del mio povero fratello Tullo 
intorno alla missione di una rassegna illustrata. Ed 
Arnaldo, cui sorrideva l'idea di far uscire dalla fucina 
del “Popolo d'Italia" anche una pubblicazione ricca, 
bella, varia e armonica ‘ehe rappresenti un lentalivo 
di convegliare — sono sue parole — lo apirito novlro in- 
yuielo verso le forme pure e serene della bellezza", volle 
che la proposta avesse immediata attuazione, sicuro 
che non si sarebbe mancato al nuovo compito. 

Questa "Rivista" che senti in sé sempre lo spirito 
suo vivificatore, che ebbe Arnaldo maestro e guida, ora 
appare orba di Lu e della sua forza spirituale e vi- 
vificatrice, Ma Egli è con noi; perché il suo spirito 
non può aver abbandonato questa sua creatura che 
nella potenza dei ricordi e nella volontà di non esserne 
mai immeritevole, continuerà la via che ci aveva con 
tanto amore è con tanta fede tracciata. 

Era di esempio a tutti, e con l'esempio trascinava, 
Bastava fissarlo nel volto per sentirsi presi dalla sua 
bontà, per comprenderlo, per seguirlo. Ed un suo sor- 


so era premio ambito. La sua vita pubblica e pri- 
vata era specchiata e pura, lo si sentiva, ed avvici- 
nandolo si era presi da commossa teneresza. Che va- 
leva la fatica pur di essergli grati? Ché il sacrificio? 
Vicino a Lui ci si trovava più buoni, più solerti, più 
fiductosi nella vita. Far del bene sempre! Questa la 
sua norma costante. Me lo disse un giorno: “ Mor- 
gagni, facciamo del bene anche a chi non lo merita. 


E aiutami tu pure!” E a quante, e a quali sue azioni 
culi bene sono testimoni gli amici che lo avvicinavano. 


Nessuno afflitto ricorreva a Lui senza partirne con- 
solato. Aveva il dono di saper consolare, con una 
parola, con uno sguardo, con una carezza. Quanti 
che entravano nella sua sala di lavoro, forse con pro- 
positi di odio verso l'ingiustizia degli nomini, ne usci- 
vano pacati e tranquillati per la voce che avewano 
udito. E nulla l'offendeva più dell'ingiustizia. Allora 
la sua voce si elevava in tono di sdegno e non era 
chieto se non quando l'ingiustizia aveva segnalata 
perchè xi si riparasse. E non restava se non vi si era 
effettivamente riparato. 

Alcuni di questi suoi benefici interventi ebbero 
clamorose rivalutazioni. Pareva che Egli avesse rac- 
colto in sè tutte le secolari esperienze della nostra razza 
ed avesse saputo riplasmarne pensieri, idee e parole 
per essere il consigliere, l'animatore è lo spirito pro» 
tettore. Era un benefattore dell'umanità e non avrebbe 
mai dovuto soffrire. Invece quali dolori è per quanta 
lunga teoria di tempo egli dovette chiudere in sé la 
ambascia perché la Sposa eletta e i cari suoi della 
Famiglia, non avessero a soffrire il suo strazio. Il suo 
Sandrino era condannato senza remissione, ed Egli lo 
sapeva c contava angosciosamente 1 giorni che pare- 
vano secoli e pur fuggivano rapidamente veloci verso 
la tragica fine. 

Gli fui accanto nelle ore desolate, nella lacerante ri. 
cerca di un bagliore di speranza, più per sorreggere gli 
altri che per ingannare la sua certezza. ÉE so quanto 
quella lunga agonia gli abbia minato le fibra. La morte 






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del figlio segnò per il suo povero cuore paterno l'ul- 
timo limite cui poteva giungere il battere vertiginoso. 

E da allora, forse, quel cuore non ebbe più i ritmi 
regolari. Ma gli rimase la forza per scrivere il ca- 
polavoro del dolore umano è della bontà. L'inno del 
suo straziato amore paterno ed il cantico delle sue 
future certezze. In quelle pagine inconsucte anche 
nella letteratura più celebrata, ferve l'ansimo di una 
anima colpita nella sua sorgente di vita e il dolore 
del padre e del sangue si innalza nella esaltazione di 
tutte le bontà, nel più orribile dei dolori. 

Nessuno che abbia l'anima in pena non può *cCorrere 
il suo inno alla rinuncia ed alla speranza senza averne 
l'anima invasa di una consolazione che non perisce. 

Questo é l'uomo superiore che ci è stato strappato, 
ed io penso che nessun omaggio potrà riuscire più 


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Iba folla di Milano sfila dinanzi alla vede del “Popolo FIlalia"” per rendere l'astrentòo omaggio alla Salma. 


accetto alla sua memoria se non il proponimento fermo 
di rendersi meritevoli di Lui con il seguirne, in ogni 
manifestazione della vita, l'esempio sublime. 

Solo in tal modo la influenza animatrice di bene 
che si espande dal suo ricordo vivrà fra gli uomini 
della sua patria e si tramanderà sino ai nipoti più 
lontani. Ciascuno di noi deve sentire questa volontà 
di abnegazione, questa gioia di prodigarsi per un sogno 
di vita migliore che inspirò il pensiero e l'opera del 
nostro Scomparso. Imitandolo'nelte-stee civiche virtà è 
nella soavità delle sue doti di uomo, di padre, di fra- 
tello, di amico, noi sentiremo di essergli ancora vicini 
nell'unico tributo di omaggio che gli riuscirebbe sopra 
ogni altro gradito: lo sforzo costante di tutti verso 
il perfezionamento morale perché la patria possa poter 
contare sempre ed ovunque sui figli suoi degni. 

MANLIO MORGAGNI 


IT Duse, il figlio Vito e i familiari seguono fa bara. Sopra: il feretro, portato a spalla dai redattori del Popolo d'Italia”, 
r'incammina per Fia Moscova, 


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Sulla veglia della Chiesa di S Marco ave vi celebrò l'afficio funebre. 





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Il carpe finta liscia do Piassella di an Abanco fennla sgombra da nemarnti dell'Esercito e della Milizia, 





L'ultimo grandisso omaggio alla Salma sulla soglia della Stazione Centrale, - A destra, dall'alto: di ceri 





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dinanzi alla vecchia biazione, « lullima sosta - ha bara issalta s00 lreno funebre. - L'esliemo saluto dei redattori. 





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di'arrivo a forli. La Salma, preceduta dal Segretario del Parlilo, esce dalla siazione. ll merlo corleo allraversa la citià, 


accompagnato in dolente silenzio Fall'affelluoso compianto della Romagna, 


La luce nella sventura 


fEIisegno di Mario Sironi) 


Atlagato alla “Rininia Ilbastraia dal Popolo d'italia” n. 1- Cromalo MR a KI 











Bi r. Pia 
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“rp Fr A vieni PE: ua 
"er prove , 4 1] gi i 


Sopra: La camera ardente alla Casa del Fascio di Forli. Sotto: il Duce è la famiglia lasciano la Chiesa 
di Mercalo Saraceno, ove riposa lemporaneamente la Salma. Poi. Zali 





12 


L'OPERA DI ARNALDO MUSSOLINI 
PER I GIOVANISSIMI 


vuando il telefono ci ha ortalo, con ln tragica 
rapidità delle notizie dolorose, l'annuncio della improv- 
risa marte di Arnaldo MOLE ci è venuto spon» 
taneo il ricordarlo nel suo atteggiamento che ci era 
più familiare. 

Lo abbiamo rivisto al suò tavolo, nella direzione 
del Popolo talia, sempre sereno, sempre bonario, 
eppur acuto nelle domande e perspicace nelle indagini. 

E lo abbiamo pensato quando rasciugava pater- 
namente, con il consiglio e con l'incitamento, le nostre 
lacrime, per le porere piccole wicende che Egli, sola, 
non disdegnava di ascoltare; e lo abbiamo riudito a 
pronunciare le parole della fede: è lo abbiamo ricor. 
dato daleemente commosto per la nostra riconoscenza. 

Allora come adesso non ci è parsa possibile la Sun 
dipartita perchè il Suo spirito si era identificato in 
comunione indissolubile col nostro, in tanti anni di 
alterne vicende, sicché al solo pensare di non rive» 
derlo più ci pare di avere un gran vuoto nell'anima. 

Né, quando la bara scese Îa scalen del giornale 
antesignano, pensammo che Egli non sarebbe più ri- 
tornato al suo sacrario per dirigere, niutare, spronare, 
nella perfetta umiltà di cui aveva fatto per sé stesso 
una serena disciplina. Eppure più il tempo passa è 
più la realtà è certa nella sua crudezza. 

Altri, con dottrina e passione, ne hanno svisce- 
aa papera 

ande Fratello, solo, ha raccolto nello strazio 
sali di suo severo dolore la grande eredità spiri- 
tuale che il suo interprete più fedele gli ha lasciato 
quale viatico che dà la certezza del futuro. 

Ma a noi, al di fuori dell'impeto primo di rico- 
noòscenza personale che gli dovevamo, Arnaldo è ap 
parso il buon consigliere dei tempi lontani che ha 
aiutato una fatica cha oggi ha dato al Regime la più 
salda fortezza: l'organizzazione giovanile. 

Su queste colonne ci siam fatto voto di guardare 
solo verso l'avvenire dimenticando le cose, e tristi e 
liete, che hanno accompagnato la nostra ormai più che 


decennale fatica. Ma ad Arnaldo dobbiamo questo tri. 
buto d'amore e di riconoscenza che, Egli vivo, non gli 
potemmo mai rendere per la sua energica ritrosia. 

Un giorno... 

Ma ceco che al cominciare ci si fa nodo alla gola, 
e velo agli ccchi, e non ci pare d'essere qui ad un 
tavolo a ricordare, ma di riparlarne con Lui, come 
accadeva ad ogni incontro, quando rifiorivan gli aned- 
doti semplici di quattro, cinque, sei anni prima! 

Aneddoti semplici, abbiam detto. 

Coloro che seguono con simpatia l'accorato e no- 
stalgico sentimento che ci guida nel rievocare, non 
aspettino alcunchè di sensazionale nei nostri ricordì. 
Ma “se il mondo sapesse il cor ch' Egli ebbe" per 
compiere la sua azione di sostegno alla organizzazione 
avanguardista, se si immaginasse anche lontanamente 
quale dovette essere la sua azione ferma e guardinga 
per raggiungere lo scopo senza offendere suscettibilità 
pericolose alla causa patrocinata, per persuadere con 
la logica e con la passione e per non dare la sensa: 
zione del comando che avrebbe soltanto momentanea- 
mente raggiunto la scopo, si condividerebbe appieno, 
anche per questo scorcio della Sua attività, la nostra 
riconoscenza di fascisti, di italiani, 

Un giorno, dunque, nel fervoroso cantiere delle 
Avanguardie squillà il telefono, Il Direttore del Fa. 
pole "Ialia ci chiamava. Andammo al colloquio con 
ualche trepidazione che l'accoglienza dissipò subito. 

ortese e rapido Arnaldo Mussolini ci stupi per la 
conoscenza delle nostre questioni vitali ed anche di 
problemi di minore importanza inerenti alle Awan- 
guardie Fasciste. 

Nessuno allora ne parlava è la nostra azione si 
dibatteva in un gran mare di difficoltà e di misco- 
noscimenti. Son passati ormai tanti anni e pur lo rive- 
diamo, il Direttore, analizzare i nostri punti di vista, 
sollecitati, discussi, modificati ed accolti. Ci congedò 
comandandoci di tenerlo molto spesso informato e di 
fornirgli i dati per una sua azione in nostro favore. 





Arnaldo Mussolini presenzia alla I Leva Fascista organizzata nel 1913 Gall'Avangquarcdia Milanese, 


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Arnaldo Mussolini assiste al primo Campionato alletico delle Avanguardie da Lui patrocinato nei 192,4 


E, senza aspettare la nostra risposta riconoscente, 
tolse da un cassetto una sua nota autografa da pas- 
sare in tipografia: il primo invito del Fapolo e'/falia 
ai corrispondenti acché si interessassero della orga- 
nizzazione giovanile e ne spronassero gli sviluppi. 

Non è a dirsi quanto apparve tempestiva in quel 
momento l'azione di Arnaldo Mussolini, che portando 
alla ribalta i nostri problemi ne avviò rapidamente il 
processo risolutivo, 

ualche tempo dopo una grande assemblea di un 
grande Fascio ascoltava la relazione di un Segretario 
sulle varie attività. 

ome al solito, delle organizzazioni giovanili nean- 
che una parola. 

Arnaldo Mussolini, che aveva ascoltato senza bat- 
ter ciglio, poco prima di passare alla approvazione 
chiese la parola e, tra il consentimento un poco pentito 
di tutti, parlò lungamente dell'avvenire del Partito e 
dell'Italia e dei giovani che andavano preparati ai 
grandi compiti segnati dal Duce. 

Come risultato pratico, subito dopo venivano niselti 
diversi problemi da tempo pendenti che permettevano 
alle Legioni Avanguardiste di svilupparsi superba: 
mente nella città e provincia. 

Per ben due volte ci volle dare tutti i premi ed i soldi 
par organizzare il primo grande Concorso atletico tra 
e Avanguardie Italiane. E non si contenlò di questo, 
ma fu attivissimo nel seguire la organizzazione e nel 
sopperire alle esigenze che si manifestavano man mano. 

Un'altra volta si trattava di fondare, in un rione 
ancora refrattario di Milano, il gruppo rionale delle 
Avanguardie. Alla manifestazione, profondamente si- 
gnilicativa ed opportuna, ma modesta, nello svolgimento 
preordinato, fino allo squallore, tutte le autorità man- 
darono qualche riga di adesione generica. 

Edotto di ciò, Arnaldo Mussolini saltò la cena e 
venne a prenderci al Comando per recarsi alla ma- 
nifestazione dove pochi ragazzetti di buona volontà 


avevano bisogno, per procedere, di una parola buona 
e di un efficace incitamento. 

Mon vogliamo fare una cronistoria di episodi del 
genere, ma ne avremmo a centinaia. 

E col passare degli anni la battaglia da Lui no» 
bilmente secondata fu vinta; ma mai Egli cessò di 
interessarsi dei giovanissimi, di spronare, di consigliare. 
Non appena l'età lo permise volle che il suo Sandrino 
appartenesse alla Avanguardia e ne frequentasse at- 
tivamente le riunioni ancorchè fosse cagionevole di 
salute, Nel manipolo sciatori della “Sciesa"” il Figlio 
diletto non mancò mai ad affermare con silenziosa 
modestia la propria passione e la volontà di Arnaldo. 
Dopo la scomparsa di Sandro Italico l'amore di Ar- 
naldo per coloro che gli erano stati compagni nella 
grande famiglia della gioventù fascista non tardò ad 
assumere un carattere gelosamente paterno. E per 
loro furono tutte le sue manifestazioni più notevoli 
degli ullimi mesi. 

Chiuso in una serena nltesa mistica Egli ci ha 
lasciato troppo presto, perché molto avevamo ancora 
da apprendere da Lui. 

Quel suo dar lezioni da gran signore, quella sua 
umiltà sentita, quel parlare pacato e preciso, quel- 
l'agire silenzioso ed efficace, quello spendere energie 
per una causa anche modesta ma di cui si intravve- 
devano gli sviluppi utili al Regime, han posto Arnaldo 
Mussolini quale figura di primo piano tra gli Scom- 
parsi che hanno forgiato l'Italia nuova. 

E' bene, pensiamo, che all'inno di riconoscenza è 
di amore che la patria ha tributato alla Sua memoria 
si sia aggiunta questa rimembranza di umili che sarà 
grata al Suo spirito. 

E siam certi che tutti i giovani d'allora, ormai 
uomini fatti, hanno condiviso, all'annuncio tristissimo, 
il nostro dolore ed il nostro ricordo: l'uno e l'altro 
leniti dal rig glioso trionfare di quelle forze del po- 
pelo cui Egli consacrò la nobilissima vita. 

LUIGI CRASSINI 





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LAT: dan 


La conferenza dell'alta Banca americana a Wasbiagion per Siscutere intorno ai debiti di guerra. N Segretario di 
«lato, Stimsoan, espene i criteri della moratoria Hove per la Germania. Sopra: di famoso banchiere Gitto Kaka 
vi diebiara favorecale alla cancellazione di bulli i debiti politici. Fos, F. Salemea. 


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dì. 


ll mando in disordine. Alla Borsa del Grano di Chicago la febbre per i presti cel frumento eccedente; nelle vie di 
Rollerdam in (Nanda, uno dei Paesi più ricchi d'Europa, le dimostrazioni dei disoccupati. 





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di conflitto cino-giapponest. Sopra: Truppe cel Giappone che salrano a Tuilvibar dopo fa cilioria sui Nenai. 
Sotto: La coso di valcalari cinesi adunati a Sbangbal. 


Organizzazioni femminili in Balandia, L'annicerario della “ Lollo Svard" celebeola a Helvingfore con ant Afessa 
al Campo e colla deposizione di una corona al Montmento delle donne cadite nel igrì contro fa Ruesia. 





Ji Segretario del Partito a Milano. Nell'adunata alla Scala per il discorso di S. E. Starace, il console Brusa gli 
rivolge l'omaggio del Fascino milanese, Sopra: La rivinta della Milizia Universitaria al Parco. 





TR, Ò T nt n 
* A. "I A si Si) 
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La Befana Fascista organizzata dalla Federazione dell'Urbe, a Roma. Ii Segretario del Partito, &. E. Starace, 
presenzia alla cerimonia, è distribuisce doni ai bambini del popolo. 





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Sopra: L'amnicersanio della morte di Kiltorio Emanuele Il celebrato a Milano con una cerimenta dinanzi al Monumento. 
Sotto: La Inidizionale inaugurazione dell'anno giuridico a Milano. 


All'er Preside della Provincia di Milano, Sileno Fabbri, citné offerta a nome dei dipendenti una medaglia d'oro 
dal Segretario provinciale, Paola Buzzi, alla presenza del nuovo Preside, Jenner Mataloni (a sinistra). 
Sotto: fa deflana dei bambini milanesi all' Umanitaria 





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LE BENEFICHE OPERE DEL REGIME 


IL REGIO ISTITUTO NAZIONALE PER I CIECHI 
A FIRENZE E LA SUA NUOVA SEDE 


Il nuora grande edificio del Regio Istituto Nazio- 
nale per i ciechi "Vittorio Emanuele" inauguratosi il 
13 Dicembre a Firenze alla presenza di S. E. Balbino 
Giuliano in rappresentanza del Duce, dell'on. Deleroix 
e del fondatore dott. cap. Aurelio Nicoladi = valoroso 
cieco di guerra e benemerito assertore dei diritti dei 
ciechi — è nato dalla fusione dei due Istituti fioren- 
tini: Vittorio Emanuele Il per i fanciulli ciechi e 
l'Istituto Nazionale per i ciechi adulti, 

Il primo, istituito nel 18r0 per lo slancio di um 
tiflofilo generoso, l'avvo- 
cato Federico Walsini, 
ebbe dalla magnanimità 
del Re Galantuomo, dal 
cui nome trasse il pro- 
prio appellativo, la pri» 
ma cospicua elargizione, 
e sotto le direttive e 
l'appassionata abnega- 
zione del suo fondatore 
potè nel 1880 erigersi in 
Qpera Pia. 

La grandiosa libera- 
lità del Conte Bastogi 
prima, e la sagace peri» 
zia del prof. Spargetti 
poi, che s1 susseguirono 
nella Direzione dell'Ente, 
lo resero degno di reg- 
gere il confronto coi mi- 
gliori d'Italia, fino a che, 
sopravvenuta là guerra, 
nuovi uomini e nuove 
idee, impersonati nei 
Presidenti effettivo ed 
onorario dell'U.ILC. Au- 
relio Micolodi e Carlo 
Deleroix, operarono, an- 
che nel campo tiflofilo, 
riforme e rivolgimenti. | 
più importanti a cui sono 
direttamente connesse le 
vicende dell'Istituto, 
provtedono dai seguenti 
principi: 

Che le cariche diret- 
tive ed in specie di un 
Istituto per ciechi, non 
siano incompatibili con 
la cecità, ma che anzi 
questa contribuisca, nel 


Dall'alto in basso: 


L'interno della chiesa del- 
l'Irtitato Vitt. Emannele. 





mondo tillofila, un titolo di preferenza, nessuno più di 
un cieco essendo in condizione di compencirarsi delle 
complesse e delicate esigenze di una missione educa» 
trice volta a formare il carattere di creature cui è 
negato, col senso più importante, l'immediato con- 
tatio con la realtà. 

Assimilando l'esperienza della casa di lavoro per 
ciechi di guerra, l'Istituto Nazionale per i ciechi adulti 
tende al perfezionamento dei criteri e dei metodi già 
vittoriosamente sperimentati nella rieducazione deli 
gloriosi martiri, 

Contemporaneamente 
l'Istituto, con la sua 
Stamperia Nazionale 
Braille, che oggi vania 
al suo attivo una pro 
duzione di ben 299 opere 
per un complesso di vo. 
lumi 64219 e può stare 
al pari della più ricca e 
perfetta del monilo, an- 
dava radicalmente risol. 
vendo la secolare que- 
stione culturale dei 
ciechi. 

E nondimeno questa 
Istituzione così comples- 
sn e poderosa, se pure 
poteva apparire comple- 
ta all'occhio dei profani, 
celava tultavia uno gra- 
ve lacuna, non compren- 
demlo nella propria ope- 
ra le cieche, che difli. 
coltà di carattere sopra 
tutto etico hanno in pro- 
porzione assai minore che 
per i maschi, rese par- 
tecipi dei benefici di una 
educazione adatta. 

Tale lacuna che, nella 
vecchia Sede sarebbe 
stato comunque impossi. 
bile colmare, determinò 
Aurelio Nicolodi alla più 
ardinentosa delle sue 
opere, a fondare cioè la 
nuova, macslosa sede di 
San Gervasio, da lui 
stesso ideata in ogni mi- 
nimo particolare e che 


Particolare del Qqiardine 
che circonda l'istituto, - 
L'elegante sala del lealro. 


bi] 





Ml nuovo palazzo dell'Istituto Nazionale per i Ciechi a Firenze, 


l'ing. Malvolti, coadiuvato per la parte artistica dal 
prof. Alessandro Ulivi, si occupò di tradurre in fe- 
dele realtà. Direttore dell'Istituto è il cieco di guerra 
cav. Daffra altro benemerito dell'idea di rieducazione 
dei ciechi. 

Sorgente in uno dei quartieri più salubri della 
città, dentro un'area di mq. 25.000 recinti da can- 
cellata, l'edificio, atto ad accogliere Too allievi, copre 
un'estensione di mq. Soco, 
Costruito solidamente, ma 
senza lussi inutili nè sprechi 
ed in maniera da corrispon- 
dere nel modo più semplice 
e meno gravoso alle com- 
plesse esigenze dei suoi nu- 
merosi servizi, esso è archi= 
tettonicamente sobrio ed 
&Armoniazà, 

Sul fronte del piano ter- 
reno è disposta la grandio- 
sa Stamperia Nazionale 
Braille che provvede di li. 
bri tutti gli Istituti del Re- 
gno, e che, oltre ai libri di 
musica e di cultura gene- 
rale, stampa itre periodici: 
li Corriere dei Ciechi, organo 
mensile di collegamento, in- 
formazione e discussione ti- 
flofila: / Progresso, rivista 


mensile di letteratura è 


L'esterno della chiesa 
aantiza all' Ieliluto. 





ncienne i dl (Gennorizllo, per i piccoli, originale fondazia- 
ne del comm. Oreste Foggiolini, Presidente della Fe- 
derazione delle Istituzioni pro ciechi e membro auto. 
revole della Commissione Reale dell'Istituto. 

Sui fanchi e sul retro del piano terreno, i labo- 
ratori e tuth i servizi generali {cucina a vapore, 
dispensa, riscaldamento, bagni, lavanderia). Al primo 
piano sul fronte, la portineria, gli uffici, fra cui degno 
di particolare nota quello 
di Assistenza, lavoro e pro- 
paganda, che esercita una 
specie di alto patronato su- 
gli allievi diplomati nell'Isti- 
tuto, sostenendoli e diri. 
gendali in tutte le contin- 
genze in cui occorra loro 
appoggio, consiglio ed aiu- 
to, nonchè interessandosi 
della più efficiente esplica» 
zione delle loro attività ed 
alla loro sistemazione. 

Au lati del primo piano 
e nel retro, le scuole, la 
biblioteca, il museo è i la- 
boratori femminili, Nel cen- 
tro la cappella, il teatro è 
i quattro refettori. Al se- 
condo piano sul fronte, il 
salone del Consiglio, le aule 
per il doposcuola, lateral- 
mente le camerate e sul re- 


Folografie Locchi 
è Fiorenza, Firenze. 





71 


anale at rn, 


I{ i 
È 
ine 








tro le infermerie, le stanze d'isolamento, 
i gabinetti di medicazione e le camere per 
il personale di assistenza, oltre all'asilo 
dei fedeli amici dell'uomo: i cani-guida 
che verranno particolarmente addestrati 
alla mansione e il loro affetto disinte- 
ressato lenirà e conforterà gli infelici a 
cui manca il supremo dono della luce. 

Tutte le pareti, ad altezza d'uomo, 
sono parte in marmo bianco, parte in 
smalto lucido, i servizi igienici in maio- 
lica, il riscaldamento a termosifone è 
l'intero edificio, munito di bocche da in 
cendio, è collegato da una rete telefonica. 

Ridente nella grazia italiana del suo 
giardino e nella libera vastità del suo 
piazzale e della sua grande palestra, nei 
suoi luminosi ed amplissimi ricreatori, 
refettori e sale di studio, la nuova Sede, 
destinata ad ospitare la più numerosa 
accolta di allievi ciechi che Istituto ab» 
bia mai radunato, attesta non soltanto 
l'ardimento del suo Fondatore, ma al: 
tresì l'attento e vigile amore con cui ha 
voluto farlo corrispondere nel modo più 
razionale e moderno, alle finalità che gli 
incombono. 

Sorto per un miracolo di fede, grame 
ai generosi contributi del Comune, del 
Ministero dell'Educazione Nazionale è 


Dall'alto: Ca fafonatonio. - fa stamperia 
Braille. » La cucina, - Il refettorio. 


Il Artituto, 





dei Lavori Pubblici, l'Istituto Nazionale 
dei Ciechi Vittorio Emanuele Il, sotto 
la presidenza appassionata e benemerita 
di un patrizio Fiorentino, il marchese 
Migliore Torrigiani, che per oltre dodici 
anni copri la presidenza dell'Istituto Na- 
zionale dei Ciechi Adulti, documenta la 
generosa e feconda liberalità, l'altissimo 
civismo di Firenze. 

Mettendosi all'avanguardia anche nel- 
l'assistenza dei ciechi, con quel senso 
sano e positivo di equilibrio, che è sin- 
tesi, comprensione a una vità ampia è 
feconda in ogni campo, dall'arte — di 
cui è maestra — all'opere benefiche, ha 
attuato il concetto del Regime del minor 
sforzo col massimo risultato, La. gran- 
diosa sede di S. Gervasio, nella sua chiara 
mole, al cospetto delle colline fiesolane 
che videro gli ardimenti di Leonardo è 
la documentazione di questa sua attività. 

La città di Dante si è dimostrata 
conseguente alle direttive propugnate 
dalle maggiori organizzazioni nazionali 
dei ciechi che qui ebbero origine ed hanno 
fiorente sviluppo: ha offerto di sé l'e. 
sempio mirabile di fede e di volontà, al 
di sopra di ogni ambizione e particolare 
interesse ma pel bene di tutti e nel nome 
grande d'Italia. 


RODOLFO M. MORETTI 


Dall'alto: Altro labaraforio. - Macchine per 
la stampa Braille, - Ilavabi, - na camerata. 





mali Gini i i Si i de din 


alii de 


“DOMENICA AL MARE” DI ORIO VERGANI 


Orio Vergani mi disse: — Leggi fl commendatore, 

Io avevo letto Il' gatto e l'ultima novella che re. 
gala il titolo al volume {PDostenica a/ mare, edizioni 
Fratelli Treves - Milano-Roma), 

L'ultima novella mi era piaciuta molto: di gallo 
un po' meno. Lessi tutte le altre novelle d'un fiato: 
novelle, in gran parte, di bimbi e di malati, di treni 
e di sole è di tristi amori. 

Trovai Vergani tutto intero, il Vergani che pre- 
diligo, che sa essere preciso in ogni inatteso parti. 
colare della realtà più cruda senza distruggere, senza 
nemmeno incerinare quell'aura così suggestiva di sogno 
e di fiaba che è nelle sue pagine narrative: un 
Vergani che è diventato più svelto e più asciutto, 
più cauto e più probo, magnifico pittore di climi e 
di sensazioni, 

Pensavo: — Che cosa ci sarà di più è di meglio 
in quel racconto che l'autore predilige e che mi ha 
esortato a leggere trascurando tutto il resto? 

lo diffido delle lodi dei padri e conosco le loro 
cieche e benedette ingiustizie. 

Ho chiuso dunque il libro prima di leggere Al cam- 
mendolore, sognando nell'afa quieta e pur tragica di 
quella domenica al mare, dentro la quale risuona il 
“Wergognati!" di un poveromo tradito che non osa 
guardare in faccia la realtà; e nemmeno osa, come 
l'eroe galliniano della Famegia A snadolo, rivolgere il 
rimprovero alla moglie infedele, ma si sfoga con il 
piccolo figlio... con il piccolo figlio che è un po' bieco 
e irriverente, malato di una incoscienza crudele, e 
chiede con un piagnucolio che sogghigna: — Perché 
piechi me? 

"E vorrebbe, tra le braccia levate a riparo del 
volto, mostrare il riso cattivo”, 

Nell'afa tragica e pur quieta di questa giornata 
che muore ballonzola anche la scorza ridicola, il fan- 
toccio accartocciato, la spoglia negra e inerte di co- 
lui che vive come un morto, punito per il vizio della 
sua meschina vanità, bestia da frustate, povera è igno- 
bile bestia da soma: ballonzola, come la pelle di un 
ciuco che aspetta di indurirsi per mutare al sole il 
proprio destino e diventar scricchiolio di scarpe o 
rullo di tamboro “sulla ringhiera, legati con due cor- 
dicelle, il costume da bagno del papà... nero e po- 
vero, come la macchia nera dei corvi inchiodati per 
la malia sulle porte. Il vento fa tremare contro il 
ferro di una sbarra la madreperla dei bottoni. Un 
rumore lieve lieve, come di denti che battono appena...” 

Orio Vergani ama molto queste vignette, queste 
caricature simboliche è macabre, che mi ricordano i 
disegni a bianco e nero del Martini per le novelle di 
Edgardo Poe, e delle quali è pieno il volume. 

“Nella sua mano tesa come quella di un povero 
la luna deponeva la moneta d'argento della sua ele- 
mosina, senza rumore..." 

Altro sciagurato questo eroe di Chiaro si fuma. Al 
tro disperato solitario che fatica correndo sui treni 
e che si concede il lusso del tradimento soltanto ascol- 
tando nel buio della povera stanzetta d'albergo, di 
là, lo stroscio d'acqua di due ragazze, forse di due 


avventuriere travedute nell'ascensore, che si lavano, 
e immaginando il loro corpo nudo. 

“La porta sulla scala si & aperta. Si è chiusa. Il 
papà è venuto. Gira per le stanze. I suoi passi sono brevi 
e sordi sulla guida dei corridoi. Le porte lasciate an- 
dare gli si chiudono dietro alle spalle. La cameriera 
comincia a portare i piatti. I rumori della strada sono 
più rari. Marcella pensa di non dir nulla della mamma 
al papà, se non verrà interrogata. Possibile che il 
papà non sappia? Certo che non sa: non immagina: 
non gli passa nemmeno per la testa. Gira tranquillo 
per la casa. Adesso é tornato alla sua camera. Lo 
si sente chiudere i cassetti. La pendola ha suonato 
senza che Marcella la sentisse. Alza gli occhi per 
vedere l'ora. Le tre è trentacinque. Dave sarà adesso, 
la mamma? A casa del signor Penna? Non sa dove 
sia questa casa. È scoppia a ridere..." 

Questa s'intitola // galla ed é una novella mor- 
bida e terribile, nella quale il tradimento striscia sul 
velluto ed ha un suo felino modo di avviluppare cares: 
zando e strangolando l'adolescenza di Marcella che 
il misterioso peccato della madre adultera corrompe 
ed esalta. 

Ma lui, il poveromo miope dagli oéchi stanchi, è 
ancora lui, ed assomiglia a quest'altro che è nel Mare, 
che viaggia con due prostitute nel cuore della notte. 
e dorme: “Il mento gli si è abbassato un po" sul petto, 
e il labbro superiore ha scoperto i denti, denti da fu- 
matore, Sotto questa luce azzurra il viaggiatore ha 
un colorito da malato povero. La mano è ancora contro 
la sun gamba, e traverso il vestito, ne sente il som- 
messo tepore. Ora il piccolo inquieto desiderio lo ha 
abbandonato, forse. Respira piano piano. L'altra mano, 
sul piccolo bianco cuscino da viaggio, sembra sporca 
e li per li marcire. Una scossa più forte del treno 
che va da matto nel buio pare dovrebbe poter sfa- 
sciarlo tutto dentro il vestito. Chissà cosa sogna, 
Guarda tutte e due le mani. Non ha l'anello. Non 
è sposato..." 

Tutte queste novelle hanno una loro azione nel 
particolare. Perciò la ricerca dei particolari è con- 
tinua, ossessionante, talvolta estenuante. Talvolta l'i- 
stinto di osservazione dello scrittore ci fa sgranare 
gli occhi per la sorpresa. "Ma come ha potuto ve- 
dere questo?". 

E’ l'istinto, l'abitudine del giornalista? No: è sem- 
pre il poeta, che, a furia di accumulare minuzie, ci 
prepara la sorpresa improvvisa di una ridda, di un 
formicolio, di un alone chè ci stordisce è che ci regala 
la precisa sensazione di un vasto panorama non visto. 

Avete mai provato a ricercar le scagliette ad a 
seguir con l'occhio attento le piccole venature di una 
grande pietra battuta dal sole? D'un tratto sale su 
per il volto una vampa, le pupille ballano, tutto si 
confonde e rotea e ronza... ed un'allucinazione prende 
la forma indefinibile del nostro tedio, del nostro ran- 
core, della nostra nostalgia o del nostro dolore. 

Tale # il Vergani più noto. O, se più vi piace, 
un lavoratore di mosaici, che wi fa assistere al pae 
ziente e minuzioso gioco d'incastro delle sue pietruzze; 


EL, 





Orie Fergani 


e, poi, vi trascina di colpo lontano, sull'ala di un'im- 
magine veloce, e wi dice: — Guardate là, laggiù, quel 
mio vasto disegno che non si sospettava, che io stesso 
ho voluto che per tante lunghe pagine non si sospettasse» 


Ma di commendatore è un'altra cosa. Adesso l'ho 
letto. Capisco perchè l'autore predilige questa sua 
novella. C'è la "trovata". 

Quel paralitico che va a spasso con la sua guida 
e sente parlare di un altro paralitico che con la stessa 
guida, in ore diverse, si muove lungo la sua strada, 
e interroga, e scruta, e non vede ma sa... Ed è ge- 
loso e curioso, e capisce che la sua vita, l'ultima re- 
sistenza della sua grama vita, attraverso le parole e 
il contatto di un estraneo, è legata ad un ignoto... 


quel paralitico è l'eroe di una “travata” non soltanto 
verbale, ma sostanziale, e quasi teatrale. 

Orio Vergani nel mazzo delle sue squisite, ele- 
ganti novelle create da un'ombra, da un soffio, da un 
tocco, ha posto questo piccolo capolavoro di color di- 
verso che basterebbe a rendere benemerita tutta l'at- 
tività lunga di un fantasioso novelliere. 

E la guarda compiaciuto, e se ne ricorda con una 
certa commossa e commovente tenerezza. 

=— Leggi Il commendatore. 

Caro Vergani, l'ho letto. L'ho letto due volte è 
lo rileggerò ancora. E non lo dimenticherò, come non 
lo dimenticheranno tutti coloro che amano l'opera tua 
ed ai quali regali la nuova gioia di questo nitido è 
prezioso ultimo tuo libro. 

GINO ROCCA 


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I LIBRI DEL MESE 


I OPA MITI DELLA GVEBSA Cki apre il libra fuma di 
Antonia ltramelli, Novelle Sella 
guerra LA. Mondadori, editore) non 
può mon sonare ponscao dinanzi 
alle brevi parole, alfetiuose e vi- 
branti, che per quiito libro serie 
Arnalda Mussolini. 

Nessun omaggio, nessuna inter 
pretazione dell'autore di Anna Pe 
renna potrebbe apparirci oggi più 
alia e più profonda di quella che 
ci lascio in mesio retaggio, attra» 
verso poche frasi di rimpianto è 
di ricerda, il nostra indimentica» 
bile Diireitore, 

Ascoltiamolo ancora: e l'iafinita 
malinconia che non pub dissociarii dal pensiero della Sua scam 
parsa renderà più accorata la reverenza per questo scrittore 
della sua ierra, “sempre amico e fratello d'anima”. 

" Beliramelli ha saputo rasero — scriveva Arnaldo Mus 
solini — came il suo grande fratello spirituale, Alfredo Oriani, 
ariigia © politico ad un tempo. Ha data l'imempio vuggealiva 
di uno scrittore che considera l'arte come milizia e tiene la 
penna come si tiene La spada. Queato tsempio rimane. per la 
gloria della sua Lerma € per la nobiltà della nostra fede Enacinta"”. 
- Non ci sentiamo coraggio di aggiungere aliro. Ma incitiamo 
il lettore a tornare al Beliramelli come si torna alle fonti pure: 
sono pagine magnifiche d'intarpretazione dell'anima popolare 
che ci fanno sentire spiritualmente più elewati e più fonti, 


PRIGIONIERI! Mn pa 
si un a Lazio Iqua lil; 
dvnini vi dA più toriurante di tutte, che si chia: 
mb Mauthavsen o Komaron a Na- 
megrer, 
R UR sic serbitore, Enrico An: 
nani, racconta in Priglamienti! » s0as 
sioni di guerra (Casa editrice (Gia- 
como Agnelli - Milano) la sua triste 
odissea, E non ha bisogno di ricor 
rere agli artifici o alle amplificazioni 
della letteratara: gli basta narrare, 
con schiettezza, con semplicità, per: 
cli la pagina sia interessante e la 
commozione scalurisca spanianca. 
Ferito in un attacco a Monte 
Piana, l'Aanoni fu raccolto sul campo degli avatriaci è si ra 
irovo, più morto che viva, in una caserma di Kaiser-jigor a 
Innsbruck: e là, presto, venne l'ordine di partenza per la 
cata iddestimazione: Mauvthaiienh. "Una pacie sénià #ilàa: una 
vita senz'anima; un campo come di morti, da cui ancora si 
elevino alcune soci”. LA comincia la "malattia del fil di ferro": 
tutto le aspirazioni si concentrano in un sola termentoso aule 
lante pensiero: la fuga. Ed ecco giorni sempre più tenebrosi; 
giorni, misi, anni: e finalmente l'orazione dal campo di Nagy- 
megyer, la libertà raggianta attraverso la Romania devastata... 





Anche il volume di Paolo Zappa La legione sintaiera (Edi 
zioni Corbaccio - Milano. Collana “I secoli") reca sulla cor 
pertina la figura di un saldato. Ma non si tratia di soldati 

regolari e non si iraita di guerra: 

bensi di quella guerriglia che la 

PAOLO DAPPÀ Francia conduce da tempo nelle 

LA LEGIONE regioni più ribelli dell'interno del 

Marceco, affidandala a legionari as 

soldati un po' fra tutte le nazionalità. 

1) Tablalei & il focolaio più rie 

coloso della dissidenza marocchina, 

Paola Zappa, per seguire la legione, 

si arruolò come. Sarman del vivane 

diere. E il suo libro, oltre che rag: 

isagliarci sialla cuilinala rrilatenza 

Segli stbleb, penetra efficacemente il 

carattere dei legionari, sciagurati e 

coraggiosi, e riesce percio rioco di 
interesse e di curiosità. 





Uitratia ET CRAODI 


Leggiamo il nome di Salvator 
Gotta su una copertina dei ‘Libri 
d'Acciaio”: f Atsisbiai dal clala, ro 
mano sportivo {Walentino Home: 
piani, editore - Milano] 

diamo dunque di fronte ad una 
ioni mania dll'aoira def Vola? 
Mo, Salvator Gotta ha semplice 
mente scritto un libro per ragazzi: 
si è lasciato attrarre da questo ge- 
mere, che ireppi wulori irnscurano, 
cche è iutt'altro che facile; e. por 
tandosi is us campo di pura fan: 
fasia e di ardimentose imprese, ha 
ertalo un racconto avvincente, che 
s'adatta perfcitamente alla menta: 
liik dei suoi giovani lettori. Imaginate: sul quieto «pecchio 
d'acqua del Golfo Tigullio, nell'insenatura di Portofino, ame 
mara un giorno un idroplano, pilotato da un cerio conte Ga- 
limberti, Il conte sbarca al passe, l'idrovolante viene atiraccato 
al molo nel piccolo porta... È in una bella notte serena e tran: 
quilla avriene il miracolo: l'idrovalante è partito, il pilota è 
il motarisia mon lo trovano più. Che coma è avvenuto? L'iunna s 
rapilo quattro ragarzi, quattro monelli quindicenni, che hanno 
conerpito un'impretà sbalorditiva: emulare Lindbergh, volare 
nientedimeno da Poriolino... a New York. 

L'impresa, allraverso avventure d'ogni genere, riesce. | bi- 
richini del cielo irtanfano; e il gloriosa Baciccia, che nel rei? ha 
perduto una gamba, diverrà poi un valoroso giornalista sportivo. 





Huoro al mondo della lettere 
{per quanto non del iuito ignoto ai «ili 
leitori siae Ilerilo È caio 
de he # {Capello « Hoati - E PARO TE 
Milano): Enzo Grazzini, un giova: LE PARALLELE 
nissimo. Ma si presenta così iranca seni 
© sicuro, coil padrone di una ma: 
niera tutta sua di narrare, intima 
e raccolta, scevra di verbosità « 
pur cena d'espressione, rapida DL 
pur esperta di indugi. analitica © 
insieme ricca di significato umano, 
che nel segnalarlo al pubblico par 
già superfluo aggiungere i soliti in 
tcoraggiamenti: * piuttosto, per la 
simpatia che l'arte sua ci ispira, si 
ha quasi paura di tanta maturità. — Novelle: e in ognuna, con 
pochi tratti essenziali, è racchiuse ua piccolo dramma: annun- 
ziato, presentito, fatto scaturire dall'atmosfera creata: mai detto 
è compiutamente svelato dalle parole. Dial particolare il Grazzini 
pr le versa il generale; Lal ballisoltà la pena che egli descrive, 
la passione, la rinonzia, il dolore che egli sfiora sono colti con 
tì intenta penetrazione che acquistano un tono di universalità. 

Leggete Aia sorella, e non dimenticherete più quella figura 
di Stella che tutto dona senza sulla chiedere mai, Ma legge: 
tele tutte: e vi accadrà, anche, di piangere. 


Un aliro romanzo coloniale, Ce l'alfre Enrico Cappelliaa, 
raccontandoci la sioria di Trrgai, la dansatrice del Tiget (ILL. Cape 
pelli. editore - Bologna}, storia d'amore e d'odio, alla “le 
la cornice coloniale dà soltanto un 
riliera più tipico © più acceso, 

La scona è in Eritrea. La bel» Li 
lisaima Tregai ba visto un giorno 
partire per l'Italia il ano bianco 
seta, ed è rimasta sola e mesia: 
ma ceco un forie capo indigeno, 
Hagos Ueldehanna, viene a rapirla 
e & farla sua sposa. La felicità 
rinasce, Ma il nuoro imore è insi- 
diato dalla rivalità di Tiedrea Ses 
Tela che insinua nell'anima di Uel- 
debanma il Hispania n i bandatuici Mani 
Taegai: e la vendetta le è fatale, pra "=" 

i ica vicenda, che ha pa- HEM 


PELLIDIA 






gine efficaci e colorito, 


-———————_—_-_m—6—— ao... 


ET Ire FA | I giovani « il popolo prediligomo 


b brit 


VITTORIO 
BOTFEGO 
I 


(MET Valtiyt al «ili 


forse, fra tutti i libri, quelli che par 
lano di viaggi avventurosi. Il fascino 
dell'orotica, del lontano, dell'ignoto, 
è ancora il più forte. E ben se ne 
intende il perché; le ragioni di que- 
sta predilezione sono pur oggi le 
stesse di quelle che crearono la for 
tuna e la gloria de “L'Eneide’ e de 
"L'dinscàa”. 

Molto opportunamente dunque 
la Casa Paravia dedica usa colle 
zione popolare ai “Grandi viaggi di 
ciplorazione": fra i quali irova un 
degno posto il volume di R. De Be 
nedeiti, Wittorio Boliogo e l'Euplona- 
sione del Ginsa, Quando alla cariosità per un viaggio in terre 
lantane a'aggiunga quella di concicere un'arditizzima esplora: 
zione che doveva condurre alla conquista d'una nuova colonia 
alla Pairia, l'intercaie È raddoppiato. E ae twiti sano che il 
capitano Vittorio Bottego fu un pioniere e un eroe, pochi sanno 
come le sue a izioni furano organiseale e conailolte a temmine. 

Il De Benedetti (attingendo in gran parte le notizie dal: 
l'opera dello stesso Bittego Ji Giaba evplonalo) ha ricostruito le 
esplorazioni con chiara eflcacia: più diffusamente la prima che 
da Berbera condusse a Imi, risali VUeb e il Ganala è per Lugh 
raggiunse il Giuba c il mare: con rapida sintesi la seconda che 
avellò il mistero del fiume Cho, e nella quale il B&itego morì 
da erce accerchiato da un gruppo soverchiante di abinsini, 





UM PAULO bhemani E poiché siamo in campo colo» 
niale. citiamo volontieri un'ampia e 
bella trattazione di un appassionato 
dei problemi agrari: Tra i colonio 
Sileri in Tripolitania dell'ing. Paolo 
Bignami (Nicola Zanichelli, editore 
- Bologna), Il volume, che si pre 
senta in bella veste editoriale, com 
redato di numerate e interessanti 
fotografie, è opera di un tecnico. 
L'ing. Bignami si recò in Tripoli 
tania nel igio, visitò in lungo e in 
largo tutta la zona settenirionale 
particolarmente adaita allo sfrutta» 
mento agricole è ne tornò ammirato 
di quanta i nostri tenaci colonizza- 
tari, validamente appoggiati dal Governo Faiciaia, hanno saputo 
fare laggiù, superando dificoltà che parevano insormontabili. 

Quanto egli vide, osservò, controllò, è ciposto nei vari ca- 
pitali, che aoas dunque strariochi di notizie e di dati; di ogni 
toncessione visitata troviamo ilescritia la capacità produttiva, 
l'estensione, la particolare valorizzazione agraria: è aliri im- 
portanti paragrafi sono dedicati all'indemaniamento delle terre 
coltivabili, all'Iatituto Sperimentale Agrario di Sidi Meari. 
Il panorama è completo: e sarà di utile consultazione per i 
tecnici, altre che di conforto per il pubblico, 





Una parentesi di teatro: ma di teatro che può veramente 
chiamarsi — per l'inpisazione dei temi © par la dignità dalla 
forma — teatro di poesia, Vincenzo Spinelli riunisce due deammi, 
He Afala e Mame in ssilio sotto il 
titolo; “Il diutico del nume che ae 
gna (Vallecchi, editore « Firenzo), 

I soggeiti appartengono al mito. 
Re Mida + il famoso Re di Frigia, 
che. avido di ricchesre, ottenne da 
Bacco di cambiare in oro tutto quello 
che teccava:; ma chbe a pentirsene, 
perchè, mutamdoai in ero gli stessi 
cibi, corse rischio di morire allamato. 
Momo è il dio dei buffani, figlia del 
sanno e della Motte. L'autore lo 
raffigura vecchio e pentito: e la rap- 
presentazione, come per il dramma 
di Mida, È scenicamente acuta è 
poeticamente elevata. 


TILCEATE SPUNTARE 


RE MIDA 
MOMO IX EsiLio 


CISSE AI 





I centenari, spesso, sono vera: 


mente utili, Quello di Ippolito Nie CASSE 
ro, celebratosi alla fine dell'anno 
corso, ha servito alla rivendicazione Due Manzaniani 


d'una fama letteraria che era ingru 
alaminto caduta in oblio. A iale ri- 
vendicazione contribuisce Annibale 
Priante, unendo il mome del porta E 
venzio a quello di un romanziere È 
milancat apparienente alla atessa 
scuola, col'‘suo volume dui Maa- 
soniant: Î Nimvo - E. De Maorcdi 
(Edizioni CELL. W.I.- Triome). 
Per quanto l'accosiamento, che 
il Pesante fa nella prefazione, del 
Kiewo al Manzoni, possa peccare 
di esagerato fervore verso il veneto, certo è che il nome di 
Ippolito Nievo è degno di figurare in primissimo piano nel 
quadro del nostro Risorgimento, Porta è ioldato, artista è 
pensatore, eroe garibaldino, il Nievo ebbe una vita breve, ma 
operonissima nel campo palriotiico © letterario, tutta rivolta 
all'ideale altissimo della libertà + della unificazione d'Italia, 
Dopo aver mesto in rilievo l'alto signilicato morale che emana 
dal suo capolavoro, Le confessioni di na ottuagenarie, VA. paria 
a colebrare la figura di Emilio De Marchi: l'austero scrittore 
milamese, maestro di siilistica all'Accademia, autore di Drmelrio 
Piandlii, E anche per il De Marchi le derivazioni e gli inilusai 
manroniani sono studianii con acume, menire i caratteri precipui 
del letterato sono valorizzati da un'accoria analiai critica, 


L Miano » E Da Marchi 


Arnone si La mi frati 


L'accenno manzoniano c'induce 
a parlare qui di un'altra grande € 
purissima figura che il Manzoni rac- 
comandi alla atoria, disegnandola 
con arto impareggiabile nei " Pro 
messi Sposi: il Cardinale Federico. 

Ecco un bel libro che i aggionge 
alle ottime biografie del Ripamonti 
e del Rivola. è cho idtto molti 
aspeiti le integra, portando auova 
luce sull'esivienza del preclaro Ar 
civescovwo di Milano: Si (iediaote 
Federico Barromia di Carlo (Canti 


glioni {Società Editrice Internazio- 


FEDERICO 
malo = Torino), 


di 
SEI 
Mon si può non ricordare il Man- 


zoni; ‘Fu il Barrameo unò degli iwomini rari, iù qualunque 
tempo, che abbiamo impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi 
di una grande opulenza, tutti i vantaggi di una condizione pri 
vilegiata, un intento continuo nella ricerca e nell'esercizio del 
meglio”, Nominato Cardinale a soli ventitre anni da Sisto V, 
nel 1587, salito sulla Cattedra episcopale di Milano nel 15396. 
Egli si mostrò degno successore della gloria di suo cugino 
Carlo. Il suo nome è legato ad infinite opere: fra tutte basta 
ricordare l'Ambroaiana, E il Castiglioni ci narra di Lai con atile 
piano ed efficace, sicché il libro é veramente degno del tema. 





Casi CAS TEGALAOSI 
iL CARIMNALE 


Finalmente, un volume che per il aus soggetto, che ai È 
prestato ad infinito discussioni, è certo destinato a suscitare la 
più viva curiosità: Spinitimmo moderno del dott. Gino Treapiali 
(Ulrico Hoepli, editore - Milano). 

E° l'ultrafania una dottrina wera- 
manto scientibica 7 Ci formace le prove 
che anaicaamente, da tanto tempo, 
ricerchiamo? L'A, espone le opinioni 
e le ipotesi di illustri acienziati che si 
interessarono alla ricerca del miste: 
rioso fenomeno; e, dopo averle vagliate 
© diictusse, conclude proclamando la 
sopravvivenza dell'anima, fondandovi 
sa argomenti razionali e su fatti reali 
e controllabili. 

E un libro che non pretendo di 
convincere; ma, senza dubbio, ape 
patiiona è induce a meditare ser 
riamente sull’'inquietante problema. 











La grande raccolta delle carte strategiche. 


NAPOLEONE BIBLIOFILO 


Un antiquario berlinese, Martin Breslauer, ha fatto 
una delle più sensazionali scoperte di questi ultimi 
anni. Egli si è imbattuto, si ignora il come, nella Bi- 
blioteca di Napoleone. Non si pretende che questa 
sia tutta la vasta raccolta di libri e di carte del 
grande Corso, ma la maggior parte certamente ed il 
Breslauer è convinto d'aver trovato il nucleo centrale 
della ricchissima biblioteca messa insieme da Bona- 
parte e dalla sua seconda moglie Maria Luisa, di cui 
da rio anni si erà perduta ogni traccia. Come Na: 
polcone fosse un appassionato bibliofilo tutti sanno di 
già, ma questi 12.000 volumi ora trovati, dei quali 
3900 rilegati in completo marocchino, valgono non poco 
per ricostruirne il gusto, le tendenze, la dottrina, per 
illuminare di nuova luce la figura dell'Uomo. Lo Stato 
prussiano, gli orgam dell'istruzione e del culto, lo 
stesso Breslauer forse si illudono troppo, con l'espo- 
sizione da essi organizzata in Berlino, di questa col- 
lezione, di poter trovare un compratore unico, giacchè 
la biblioteca, così come si presenta, vale al mimmo 
un milione di marchi; si finirà probabilmente col ven- 
dere volume per volume e la storica raccolta finirà con 
l'esser disseminata come è già avvenuto in simili casi. 

Questa biblioteca privata aiuta a seguire con la 
precisione stessa di un documento storico le tappe 
dell'ascensione di Napoleone, In mezzo a queste carte 
e libri si è fatta la storia dei primi due decenni del 
secolo scorso, L'imperatore si fece seguire in quasi 
tutte le spedizioni da questa collezione di rarità che 
portavano e portano ancora il marchio del grande do. 


minatore: “Cabinet de S. M. l'Empereur et Roi" è 
le armi di famiglia. Fino ad oggi capitò di vedere sol. 
tanto rari esemplari di volumi recanti queste insegne 
e diciture. A Parigi nella prima asta Rahir ne furono 
venduti due per So.000 franchi ciascuno. 

Napoleone era un raffinato, come lo dimostra il 
fatto ch'egli si servi dei più famosi rilegatori del tempo, 
Bizovard, Bozerian, giovine, Lefebre, Deforge, Rosa, 
Simier, Tessier, Vogel e Gaudreau. Sfogliando alcuni 
fra i libri della biblioteca sono state trovate fra le 
pagine delle quietanze come, ad esempio, per i due 
volumi della “"Antiquité de France” di Clérisseau che 
furono pagati da Napoleone 1020 franchi, 

Napoleone e Maria Luisa ebbero uno speciale 
trasporto per le opere di scienza naturale: anche 
questa è una conclusione ricavata dall'esame della 
preziosa raccolta scoperta dal Breslauer. Un cechio 
della testa devono esser loro costati i due grossi va- 
lumi rilegati con estrema cleganza e stampati comple- 
tamente in caratteri d'oro dell'“OQiseaux d'aiscava " 
di Audebert e Viellot è gli otto marocchini contenenti 
54yo magnifici acquerelli rappresentanti il mondo degli 
animali e delle piante. Quest'ultimo è un lavoro del 
pittore Nicola Robert, della Corte del Duca Gastone 
d'Orleans e di Luigi XIV, 

Ma il grande Corso traeva ispirazione sopratutto 
dalla classicità e l'opera preferita da lui, la quale fa 
maggior figura nella collezione, sono le Storie di Tito 
Livio, mentre per il gusto femmineo di Maria Luisa 
bastava l'altra, notevole pure per eleganza e ricchezza 


4 





n ni 


L'ingresso solenne di Fernando l e Maria Carolina Pia a Milano (siampa cel Sanguirico nella raccolta napoleonica). 


della rilegatura, “Les Monuments de Paris”, che fu 
un dono di nozze di Bonaparte fatto alla consorte. 
Napoleone ordinò per quest'opera illustrativa su Pa- 
rigi al pittore V. ]. Nicolle cinquanta acquerelli. Egli 
ebbe care altresi due cose di questa sua biblioteca, 
“L'iconografia greca" del Visconti e "La descrizione 
dell'Egitto": implorò persino gli inglesi che gli lascias- 
sero portare con sè nell'esilio di 5. Elena queste opere 
che l'esaltavano al sommo grado. 

Naturalmente non poteva mancare di essere rap- 
presentata nella biblioteca privata dell' Imperatore 
l'arte bodoniana e difatti vi si trova, apprezzata al 
valore di So.000 marchi, una delle più costose stampe 
di questo genere, il *Cimelio tipografico” del Bo- 
doni stesso, che fu regalato alla coppia imperiale 
nel giorno della nascita del Re di Roma. 

LE CARTE 
STRATEGICHE 

Il berlinese Breslaner ha 
scoperto dell'altro ancora 
più interessante, Egli è riu- 
scito a por le mani per il 
primo dopo tanti anni sulla 
raccolta di carte da guerra del 
vittorioso generale. Il valore 
di questa raccolta è incalco- 
labile e l'aiuto che essa può 
dare agli studi e ricostruzioni 
storiche pure è enorme. Qui 
abbiamo tutto Napoleone stra- 
tega, le carte su cui egli pensò 
le grandi avventure belliche è 
le battaglie da lui vinte o per= 
dute, le annotazioni a margine 
fatte di suo proprio pugno, i 
segni della febbre da cui era 
posseduto quando meditava 
sulle conquiste suggerite dal 
suo spirito irrequieto. Molti 





generali vorrebbero oggi avere davanti a loro così 
rari documenti della scienza militare. Anche qui noi 
vediamo il segno del leone: l'insegna napoleonica è 
l'intestazione imperiale come sui libri, ma qui ess 
hanno uno speciale significato simbolico. Sono 1200 
cassette metalliche contenenti gruppi di carte topo 
grafiche in mezzo cuoio e pergamena, ricche di fregi 
e decorazioni, Le carte sono oltre Good, quaranta rap- 
presentano la sola Russia, che fu il più duro campo 
di battaglia per Napoleone, a5o l'Italia, afi l'Austria, 
156 la Germania, 256 la Francia. Esse testimoniano 
la gloria e la tragedia. 

(Questa collezione di cui prima d'ora non si aveva 
notizia, contiene una eccezionale rarità: il rapporto 
della battaglia di Marengo che il maresciallo Berthier 
inviò all'Imperatore, illustrata in grosso formato, nel 
quinto giorno della famosa 
battaglia. Vi è un magnifico 
acquerello annesso il quale 
rappresenta Berthier mentre 
spiega n Napoleone il piano 
della battaglia. 

La passione di Napoleo- 
ne per i libri fin da quando 
era giovane è descritta in mol- 
Le biografie. In una di queste 
si narra come egli leggesse 
molto anche in viaggio e quan- 
do un libro non gli piaceva, 
egli lo buttava dal finestrino 
della sua berlina e toccava ai 
suoi accompagnatori di racco- 
glierlo per istrada onde non 
andasse perduto, Sulla sorte 
delle collezioni librarie fatte 
da Napoleone scrive il Mou. 
ravit: “Di tutti i volomi da 
lu posseduti quanti rimango» 
no? Le grandi biblioteche di 
stato da lui istituite, le sue 


Un frontespizio dell'opera di Storia Naturale, 


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Frontespizio di un rapporio militare cel Maresciallo Berthier all'Imperatore. 


raccolte private alle Tuilleris o nei wari altri castelli 
imperiali, la sua biblioteca di viaggio, tutto è finito 
nell'abisso sconosciuto dell'oceano di libr sparsi... 
Una parte della biblioteca da lui portata a San- 
t'Elena col permesso degli inglesi, fu da questi stessi, 
dopo la sua morte, restituita alla Francia e conservata 
al Louvre, ma poi fini in cenere assieme al catalogo în 
una drammatica notte di maggio del 1851, durante la 
Comune «Sei casse dei libr d'esilio furono lasciate da 


Napoleone al suo fedele servitore Saint Denis con 
l'incarico di consegnarle al figlio, il Re di Roma, nel 
giorno del suo sedicesimo compleanno. Dove sono 
andate a finire? 

Il Re di Roma non ricevette il prezioso lascito, 
Questa raccolta ora trovata dall'antiquario berlinese 
è forse la prima omogenea e sostanziale per aiutarci 
a comprendere fino a che punto giungesse la biblio- 
mania del grande Conquistatore. 

FILIPPO BOJANO 


———_—————-—_—_———11112}7+——3<P P—+———<ETTRz=-=-=T—T==11111=1À=À=È_n 


Ji ponte di Rialto a Venezia 


('Fotegrafia di Ackille Bologna - Torino] 








REALTA eo IRCEALTA) 


TERZA VITA 


Ancora da fanciullo ho sempre sognato. 

Ho sognato ad occhi aperti, ho sognato ad occhi 
chiusi. Potrei quasi affermare di aver vissuto e di 
vivere una vita tripla. 

Vita materiale di tutti i giorni: mangiare, vestire, 
lavorare, fare e disfare. Vita ideale dell'artista: di. 
segnare, dipingere, progettare quadri ed opere pla. 
stiche. Fantasticare, scrivere, tracciare opere liriche, 
creare nuove teorie, affrontare nuovi problemi, risol- 
verlì, difenderli, polemizzare fino alla vittoria. 

In terzo tempo vivo intensamente la vita dei miei 
sogni notturni. 

Niente affatto assurdi, per nulla impalpabili. ma 
vivamente goduti, in una atmosfera limpida o neb- 
biata ma chiaramente respirabile. 

Una realtà diversa da quella abituale, una realtà 
di sembianze e parvenze, di abitazioni trasparenti, di 
treni fantasmi, di strade soffici e vaporose, popolata 
da fore, faune ed oggetti d'incanto. 

Ogni solidità scomparsa, ogni senso di tempera- 
tura svanito. Si vaga nello spazio con membrane tat- 
tili e velocità fulmnee. 

La misurazione del tempo e delle proporzioni abo- 
lita. Il senso della vita e della morte sconosciuto, il 
senso del contorno e del finito non esiste. 

Tutto + sconfinato, indefinibile, etereo. 

La conversazione con una sembianza nota ed af 
fezionata incomincia in una data abitazione, prosegue 


4 





- nr 
ven SOUNO 


rapidamente attraverso paesi e città che appaiono 
sotto i nostri piedi o sopra il capo quali panorami 
proiettati. 

La conversazione alle volte finisce su di una vet- 
ta altissima, alle volte sull'orlo di un precipizio ed 
altre ancora nel baratro profondo di un abisso. 

Viaggi senza fatica, senza veicoli, con l'unica ve- 


locità inaudita dello spirito. 
MIA MADRE NON È MORTA 


Ad un dato momento mi trovo seduto su di una 
sedia immaginaria, poggiato ad un tavolo impalpabile. 

Sotto al mio sguardo una forma rotonda, bianca, 
che assomiglia ad un piatto. Su di esso una palla 
arancia, che potrebbe essere un frutto, una sfera ma- 
gica, una palla di colore. 

Essa emana profumo d'arancio, profumo vellutato 
di pesca, odore di capelli conosciuti. 

La strana sfera si lascia facilmente sbucciare, ma 
miracolosamente essa si muove, diventa elastica, assu- 
me parvenze di viso umano e finalmente si delinea 
bella, riconoscibile, vivo, il viso di mia madre. 

La chiamo, la bacio, l'accarezzo. Le accomodo i 
capelli argentati dietro le orecchie, le infilo qualche 
forcinella che perde, le inumidisco le sopraciglia, le 
ribacio la fronte e le gote. 

Ella non è affatto un'apparizione, è di carne ed 
ossa, ma di carne che non muore, di ossa consistenti 
e diafani. 

E° un ritratto parlante ultraterreno. Mi dicono 





che sia morta da diciotto anni, ma io non vi credo. 

Molte volte la incontro nei miei sogni fresca ed 
espressiva, vivace ed amorosa. 

Medici e psichiatri dicono che il sognare non è 
salute. Ma ringraziando Iddio ed i mici genitori sono 
sano come un pesce. La mia ginnastica corporale e 
spirituale procede con ritmo e metodo gagliardamente. 

Vivo la vita dei sogni volando come un esperto 


pilota. 
A BRACCETTO DI UN ABITO 
Ad un altro indefinito momento (nei sogni il senso 
dell'ora non esiste) mi trovo su di un dato viale, 
Cammino a braccio di una ignota fanciulla. Le di- 
chiaro ogni sorta di complimenti, manifestandole la 
mia ammirazione per il velluto delle sue gote, velluto 
che desidererci possedere in grande quantità per fab- 
bricare saporosi cuscini. Ammiro la rugiada delle sue 
pupille con la quale mi vorrei rinirescare ogni mat: 


tina il viso; ammiro il tramonto che arde attorno alla 
sua chioma di rame, tramonto che non finisce mai. 

Continuo la mia passeggiata, serrandomi sempre 
più vicino a lei, ma ad un tratto mi accorgo che il 
suo corpo è svanito e col braccio non reggo che un 
semplice, elegante, ben confezionato e ben stirato abito 
femminile. 

Nessuna meraviglia. Tranquillamente la mia pas- 
seggiata procede, la conversazione riprende e conti. 
nua ininterrotta. 

Però la mia ammirazione ora è per il taglio ed 
il colore dell'abito, impeccabilmente armonici. 

Un amico, poco distante, mi vede e mi viene rapi- 
damente incontro. Lo saluto e gli presento l'abito con 
serietà assoluta, come fosse un'abituale convenzione. 

Spiego a lui di averlo comperato da poco tempo, 
che anzitutto desidero portarlo un po' a passeggio 
per quindi fare un bel presente. 


Lo saluto e proseguo la mia passeggiata con l'a- 
mico di seta, stretto alle sue maniche svolazzanti, 
abito vivo, mobile, come fosse veramente abitato. 

Il viale 31 fa lentamente oscuro è ci perdiamo nel 
buio pesto. 

ILLUSTRAZIONI MAGICHE 

Il sogno è pregno di meraviglie e di sorprese. 

Sto attraversando una via di città, una delle tante 
ignote città del sogno. 

E' affollata ed animata, traffico di veicoli veloci 
e moltitudine frettolosa. 

Incontro un professore che durante i miei studi 
giovanili mi fu simpatico ed indulgente. Mi saluta e 
mi informa che il suo nuovo romanzo è finito, 

Da sotto il braccio tira fuori un grosso volume 
ed incomincia a sfogliarlo. 

Ogni dieci pagine vi è una illustrazione. Ma essa 
non è disegnata nè dipinta, Essn è costruita e mobile, 
animata e ruotante. E" una specie di sezione di macchi» 
na, una orologeria di figure che si muovono e passano. 

Il professore dopo aver sfogliate alcune pagine si 
ferma e con gli occhi vividi di gioia mi afferra la 
mano stringendola fortemente e con voce emozionata 
mi dice: 

"VWede, questo è un paesaggio fisico che presenta 
e riassume tutte le luci del giorno. 

“Il sole si alza dietro i piccoli e lontani abeti. La 
luce dorata dei primi raggi imporpora i viali, le gebbe 
delle colline, le rocce sfaccettate, i prati convessi, sui 
quali pascolano esseri minuscoli e neri con le ali. 

“Girando questa piccola manovella il sole si spo- 
sta e si pone in alto e nel mezzo della pagina. 

“Le ombre si accorciano, si espande un calore 
luminoso, siamo in pieno mezzogiorno. 

“Poi, basta caricare questa invisibile chiavetta in 


4 


margine e lei si accorgerà come il sole lentamente 
cala a destra, sviando la direzione delle ombre”. 

Breve pausa, quindi il romanziere mi ristringe la 
mano con nuovo impulso e poi prosegue: 

"Quando il sole alla fine è sceso in basso, si na- 
sconde dietro queste catene di punte acute e tutta 
la pagina diventa celeste. 

“Accosti pure il suo viso senza timore è sentirà che 
aria fredda che emana la pagina è se lei tenderà mag- 
giormente l'udito, sentirà lontano fruscio di frasche”. 

Breve pausa e poi ripresa: 

" Prema ora questo bottone avvitato in alto {posto 
dove abitualmente vi è stampato il numero della pagi- 
na) ed osservi attentamente il fenomeno che avverrà”. 

Piccoli velati scenam di oscurità coprono lenta- 
mente il paesaggio, piccole fugaci ombre di womini e 
di bestiole rapidamente aprono rettangoli di luce è 
scompaiono. 

Fili sottilissimi di metallo scendono obliqui e lucci- 
canti. Un improvviso bagliore seguito da on rombo 
mi fa allontanare il viso di scatto, colpito e sorpreso 
dallo scrosciante temporale in miniatura inserito nel 
magico libro. 

“Caro professore, permettete che vi abbracci, con 
simili creazioni c'é da abbagliare il mondo, da oscu- 
rare gli astri della letteratura universale. 

"Woi siete il mago che ha saputo fondere i mira- 
coli della scienza con i voli della fantasia del poeta. 

“Auguri vivissimi ed arrivederci presto, ogni pa- 
gina nuova che illustrerete informatemi, che voglio 
goderla in vostra compagnia". 

Ancora qualche segno di vita per la via, quindi 
oscuro, buio e poi sveglia. 

Il sogno è una terza vita. Vale la pena di pren» 
derla sul serio, con scrupolosa attenzione. 

FORTUNATO DEPERO 





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Capodiriria: La facciata della Cattedrale (NF secolo). 


LE IMPRONTE MERAVIGLIOSE 
DI UNA FEDELTÀ MILLENARIA 


Grande maestà in un millennio di storia; maggiore 
ancora quando questa siasi tramandata col ricordo di 
fatti gloriosi, coll'impronta d'una meravigliosa civiltà! 
L'Istria celebra quest'anno il millenario della sua 
amicizia e della conseguente sua unione a Venezia: 
la piccola penisola cuoriforme che chiude ad oriente 
il Bel Paese, vuole ricordato l'avvenimento che fu des 
cisivo per il suo avvenire, onde ebbe quel carattere 
sì gentile, di cui sono testimonianze fulgide l'aspetto 
delle sue cittadine, l'armonioso dialetto della sua gente, 
il tenore di vita che le è caratteristico, E Capodistria, 
l'antica Aegido, detta più tardi Jastiaspelià in onore 


d'un monarca bizantino, è la città che riassume nella 
sua tutta la storia veneto-istriana, dal giorno della 
prima alleanza con Venezia fino alla caduta della 
Serenissima (1707). 

Data dunque di mille anni la fedeltà istriana a 
Wenezia. Infatti nel 932, quando i pirati infestavano 
l'Adriatico e le cittadine dell'Istria ne soggiacevano 
al terrore, Capodistria, per prima, vide che per de- 
bellarli, data l'esiguità delle forze istriane, era neces- 
sario l'appoggio d'una ciltà potente per mare, la 
quale condividesse l'interesse dell'impresa: Venezia. 


E fu con questa quindi che Capodistria trattò, otte- 


47 





li Palazza Comunale di Capodistria. 


nendone l'amicizia e la protezione, impegnandosi  ziati, artisti e eroi, Chi può non ricordare quel Biagio 
ad un annuo tributo di prodotti del suo suolo. Le Zuliani che nel 1634 alla Canéa, precorrendo di secoli 
altre città dell'Istria seguirono a distanza di pochi il gesto — quanto a fama più fortunato — di Fietro 
anni l'esempio della consorella, per modo che l'ala Micca, fece saltare il forte di San Teodoro, pur di non 


maestosa del Leone marciano 
distendeva rapido sull’ Istria 
il maestoso suo vola, 

Le dedizioni complete delle 
singole città istriane a Vene- 
sia sono più tarde, ma è dal 
gIa che Yenezia domina di fat- 
to sulla provincia dell'Istria; 
èd è tradizionale, proverbiale 
ormai la fedeltà che questa 
mantenne sinceramente alla 
Repubblica Veneta, la quale 
la chiamava la magie «tevota 
provincia. Favori reciproci an- 
davano legando intanto Vene- 
zia è l'Istria, e questa condi- 
rise con la prima le gioie delle 
più grandi vittorie, ma anche 
i più erudi dolori, special. 
mente quando, nel 1350, al 
tempo della guerra di Chiog- 
Ela, soldataglie genovesi la mi- 
sero tutta a sacco. 

A Venezia l'Istria diede in- 
signi letterari, scrittori, scien» 


La palazzina "“ Lassé pur dir" 
a Pirano. 





cederlo ai Turchi, sprezzando 
la vita propria, dei suoi e dei 
pochi comandati alla difesa 
della polveriera, per la gloria 
della Regina dei Mari? 

E quando il mercato di 
Campoformio si avvicinava e 
il destino della gloriosa Re- 
pubblica era già stato segna- 
to, l'Istria trovavasi oramai 
legata da wincoli spirituali è 
materiali solidissimi a Vene- 
zia, Sollevazioni e torbidi tur- 
barono la caratteristica pace 
istriana; a Capodistria il po- 
polo incolpava i nobili di tra- 
dimento e li scovava dalle case 
e il vescovo Da Fonte fu co- 
stretto a pontilicare a mezza- 
notte nel Duomo, dove il conte 
Carlî, sospetto, fu portato in 
veste da camera e obbligato a 
giurare, assieme a tutto il po- 
polo, davanti all'altare, fe- 
deltà al governo già estinto! 


Fotografia Pizzarilio. 


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fiattente in bronzo del Palazzo Tacco a Capodistria, 


Seguirono anni più tristi. La dominazione straniera 
però non riusci a spegnere la fiamma viva della fede 
nella riscossa che il Combi è il Bennati tenacemente 
propugnavano, e che, uscita dal segreto dei cuori 
brillava è lieta s'espandeva per le aure istriane nova- 
mente libere, ma che non furono mai non italiane, 
nel novembre 1918. 

Un millennio di storia, che a volerla seguire tutta 
anno per anno, giorno per giorno, svelerebbe nobiltà 


magnifica di sentimenti, fatti notevoli ed altamente 
significativi] Un millennio di storia che ha lasciato 
schiette e solenni tracce d'una meravigliosa civiltà 
e d'una fedeltà senza uguali. Che ci dice quel gioiello 
d'architettura veneziana quattrocentesca ch'è la Piazza 
del Duomo di Capodistria? Che ci dice la struttura 
a calli e a campielli di tutte le cittadine istriane? Non 
parlano un linguaggio chiaro e commovente per atte- 
stare gloria e devozione ad un tempo? Ed è vera» 


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Cima da Conegliano: La Madonna col figlio e i Santi. (Chiesa di &. Anna a Capodistria). 


mente da deplorare che svariati motivi abbiano tenuto 
lungi dalla generale conoscenza il patrimonio artistico 
dell'Istria, dove figurano i nomi dei più fastosi arte- 
fici veneti, dal Vivarini al Carpaccio, da Tiziano al 
Tintoretto, da Cima al Santacroce, da Palma al 
Bassano e così vial Nomi insigni, ma che non ocecor- 
rerebbero a dimostrare l'impronta veneta nell'Istria, 
dove la pittoricità dell'ambiente, il profumo dei giar- 
dini, il ritmo dell'onda, l'aria stessa parlano un unico 


linguaggio, per dire soltanto di Venezia. È la popo- 
lazione non è diversa: il ciarlio vivace delle donne 
intorno alla fontana, il sorriso saputo dell'uomo, la 
tendenza alla critica qualche volta anche maliziosa e 
salace, sono caratteri squisitamente veneziani, 

Il motto che sta scritto sotto allo stemma d'una 
famiglia di Pirano tutti li riassume e collo sfondo 
archiacuto della palazzina pittorescamente li com- 
menta; loss pur dir... FA fi 


i i. ww” r..i 6_A "“ li:i\elf{( zen "n 





50 


CARCASSONA “LA 


In Francia Carcassona deve avere là stessa fama 
che ha da noi San Gimignano, se debbo giudicare dalla 
pubblicità che si fa a questo antico castello e da 
quello che gli amici tolosani mi hanno detto per in- 
durmi a visitarla. 

Tutti chiamano Carcassona “la ville du passé " 
per antonomasia, e difatti non è facile imbattersi, dal 
Reno all'Atlantico, in ruderi tanto vetusti e respirare 
un'atmosfera così adatta a ricondurre lo spirito nei 
tempi passati, e ad eccitare la nostra fantasia. 


L'atmosfera di Carcassona e le leggende che vi 
nacquero, sono forse più importanti dei ruderi, in 
quanto questi sono stati abilmente menomati con ri- 
costruzioni pressochè fedeli, fatte per suggestionare 
una certa categoria di turisti sprovvista di quel par 
ticolare dono di Dio che permette di ricreare spiri= 
tualmente quelle rovine è quello che il tempo, e spesso 
la mesuizia degli uomini, hanno devastato. 

A noi italiani, abituati a volare con la fantasia in 
tutte le epoche della storia attraverso mille docu- 
menti della granderza degli ewi passati, la ricostru- 
zione turistica di Carcassona provoca una certa smor- 
fia di disappunto, poichè pensiamo subito a ciò che 
di grande e di bello ci avrebbero narrato, senza tanti 
ritocchi e tanti rifacimenti, le cinquantadue torri, il 
moro interno di oltre un chilometro e il muro esterno 
di un chilometro e mezzo, i ruderi dell'antica citta- 
della « della porta Narbonese o di quella dell'Aude, 
e delle numerose opere di difesa che la circondavano. 

Non si può immaginare questa famosa Cif così az- 
rimata in ogni particolare architettonico, dopo la fun- 
zione da essa assolta durante l'epoca romana come 
scolta vigile della Porta Aquitana, dopo le vicende 
patite durante l'occupazione dei Visigoti dell'VIII 


VILLE DU PASSE” 


secolo è durante quella araba, nel susseguirsi delle 
dinastie comitali fino al secolo XIII nel periodo 
comunale e in quello della conquista da parte dei 
Crociati, che la rendeva capitale degli stati di Si- 
mone di Monforte; nel volgere delle dominazioni 
dei re di Francia e sotto il domimo di Raimondo 
Trencavel II 

Ma se ci avviciniamo a quello che la speculazione 
turistica non ha potuto riorganizzare, vorremmo quasi 
dire menomare a buon fine, e ci abbandoniamo per 
un momento alla contemplazione del paesaggio circo- 
stante e ascoltiamo la gran voce dei secoli che si 
esprime nell'alto silenzio che circonda la Cité, allora 
ringraziamo col pensiero chi ci ha condotti quassù è 
ci sentiamo moltiplicare la vita, come se d'improvviso 
acquistassimo la capacità di abbracciare ed intendere 
un più vasto orizzonte di eventi storici ed um più 
largo respiro di umanità. 

Ecco che una voce ci addita attraverso i merli è le 
feritoie la fontana di Carlo Magno. Il grande impera- 
tore sostà dunque alle pendici di Carcassona ? Noi 
sappiamo soltanto che verso il 760 Carcassona cadeva 
nelle mani di Pipino. Ma non ci serve sapere di più... 


La leggenda dell'Imperatore è legata a questa 
fonte che ci viene indicata. 

Carlo Magno assediava Carcassona e il suo eser- 
cito si decimava sotto il potente sole di luglio, ché 
l'acqua dei fossi dell'Aude era stata avvelenata. Allora 
l'imperatore brandi la sua buona spada yoyense e fece 
un taglio profondo nel macigno. L'onda miracolosa 
scaturi abbondante e i guerrieri poterono così soddi. 
sfare la loro sete. 

L'assedio continuava e il castello appariva sempre 
imprendibile all'imperatore; ma Dame Carcas, la fiera 





Una veduta generale di Carcassonne presa del hanro. 


SI 





castellana della leggenda, vedeva trapassare col ter- 

rore nell'anima i suoi ultimi è fedeli vassalli. 
Aveva un bel prodigarsi a vigilare dappertutto la 

difesa delle mura, ormai l'ora della resa era vicina. 


Che fare? Prese il suo ul: 
timo porco affamato dai lun- 
ghi digiuni, lo portò davanti 
all'ultimo sacco di mi- 
glio e lasciò che si empisse 
fino alla gola. Poi, con le sue 
mani che sapevano maneg- 
giare saldamente lo stocco, 
gettà questo suo ultimo com- 
pagno dai merli della rocca. 
Il porco rotolò fino ai piedi 
di Carlo Magno che stava 
ispezionando le difese, e il ven» 
tre della bestia si apri pro- 
prio all'imperial cospetto, 
spandendo il miglio di cui era 
strapieno. à 

Dinanzi a questo segno di 
abbondanza Carlo, disperan- 
do ormai di vincere, ordinò 
di suonare la ritirata. 

Il famoso condottiero che 
aveva sottomesso alla sua 


La Torre della Gimstizia 
da un accenro del Castello. 





legge mezza Europa si allontanava melanconicamente 
dalla città imprendibile. 

La sua armatura d'oro scintillava come un sole 
caduto nella pianura. La torre Pinte si inchinò per 


un supremo saluto, e da quel 
tempo ! suoi muri strapiom- 
bano sulla sua base massiccia. 
Carlo Magno cavalcava in si- 
lenzio verso il Nord, tra i suoi 
prodi ammutoliti anch'essi. 

Guardando indietro gli 
alti pioppi dell'Aude si intrav»= 
vedevano appena e la Cilé si 
era perduta nella caligine 
della sera... 


Appena si discende nella 
cità bassa, l'incantesimo della 
leggenda dispare, chè le lun- 
ghe vie regolari fiancheggiate 
da platani e da tigli sono 
tutte un fermento di vita, 
come raramente accade di 
vedere nelle città francesi di 
provincia. 

Le insegne luminose già 
trapungono l'aria o sagomano 


Sopra: La porta dell'Aude 
colle sue chi fee, 


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53 


gli edifici pubblici: richiami sonori mescolati alle grida 
dei banditori cinematografici, allo scampanellare dei 
tram, allo strombettare delle auto, sovrastano il brusio 
della folla cittadina che già inizia galamente il ri- 
poso serale. 

E si sente perciò il bisogno di continuare l'illu- 
sione fuori della città moderna, lontani dall'ombra 
delle case, all'aperto, lungo l'Aude, per godere ancora 
qualche minuto i colori del tramonto, con lo scenario 
lontano dei Pirenei, tra i filari degli olivi grigio-ar- 
gento, i casolari circondati di siepi, avvolti dall'odore 
della campagna cui spesso si mescola quello delle alghe 
portate dal vento marino. 

All'aperto, per abbandonarsi a quell'ebrezza di 
eternità che solo la natura sa donare avvicinando 
l'anima a Dio, FRANCO CIARLANTINI 


A sinistra: Carcassonne. La porta dell'Aude coi «vuoi 
grandiosi muraglioni. Sotto: La Tome dell'Ingquisizione. 
» Ca allro lato delle mura colla Torre d'Angiò. 





la RS 


| ANTICHE CASE DELLA 


Dall'alto in basso: Edificio contruito nel itig: a Hamelin 
sul Weser(Mannoser, - Casa manicipale nella stessa ciltà 
| d (itio). - Cortile d'una casa a Friburgo in Arlegovia. 


# i “My house is my castle": la mia casa è il mio 
castello. Questo detto proverbiale degli inglesi vale 
per quasi tutti i popoli dell'Europa settentrionale, 
ma specialmente peri tedeschi. Per essi, la casa non 
; È celtanto l'abitazione, ma + la difesa e il riparo 
p_———_—_—__—- contro nemici esterni ed interni, è la custode dei loro 
ko! migliori sentimenti, il loro orgoglio; e nella casa iden- 
Tai re tificano quasi la famiglia unendola a questa nei loro 
n affetti migliori. Tutte le case borghesi tedesche, co- 
hl struite in qualsiasi epoca e in qualsiasi stile, hanno 
j i, ud L fa] in comune la loro qualità di essere "gemutlich”: pa- 
deo gr E Fonii rola intraducibile che vuol significare armonia, benes- 
; Deb LR LEE LN das sere, tepore piacevole, è che può simboleggiare la 
pile MILES - “casa nostra". 
PA La nostra epoca, con le sue esigenze di costruire 
| i grandi caseggiati in comune, ci allontana dall'idea 
della casa borghese. Oggi, o meglio da cinquant'anni 
a questa parte, solo il ricco può pensare a costruirsi 
la “sua” casa secondo suo gusto e capriccio; o almeno 
questa restrizione riguarda le grandi e medie città, 
mentre nei paesi c'é, anche per la media borghesia, 
la possibilità economica di soddisfare questo desiderio 
è questo orgoglio. 

Ma in passato, quando le condizioni economiche € 
le condizioni di vita erano differenti, non solo il ricco, 
ma anche il borghese poteva costruirsi a suo piacere 
una casa grande e comoda, nei paesi come nelle città. 
E il borghese tedesco, più d'ogni altro, fu quello che 
approfittò di queste favorevoli condizioni. 

Esaminando la costruzione delle antiche case della 
borghesia tedesca, vediamo che una delle maggiori 
caratteristiche era data da certe finestre sporgenti 
(Erker) che in alcune parti della Germania vengono 
chiamate "piccolo coro” (Chtrlein) perchè anticamente 
servivano da cappelle con piccoli altari. L'“Erker"”, 
col suo gradevole raccoglimento e con la bella veduta 
sulla strada, era il posto prediletto della famiglia. 
Un bell'esempio di questo tipo di costruzioni lo ab- 
biamo nella “Leipnite-haus"” ad Hannover. 

Altra caratteristica era quella delle “Lauben", è 
cioè dei portici o arcate sotto ai quali si aprivano le 
botteghe. Questa architettura era, veramente, di ori- 
gine meridionale, dove si usava per ragioni pratiche, 
e cio per riparare le botteghe dal sole e dalla polvere. 
Ma l'usanza venne adottata molto largamente in tutta 
la Germania, dove, specialmente nelle regioni setten- 
trionali, 1 portici servivano per i giorni di mercato. 

| piano e la costruzione della casa borghese te- 
desca durarono fino alla fine del Medio Evo senza 
mutamenti sostanziali. A differenza della casa antica, 
la casa del Medio Evo si apri verso strada: il cor. 
tile, che nell'antichità era il centro della vita dome- 
stica, divenne una parte secondaria, che servi per lo 
più al governo della casa o a dar luce agli ambienti 
interni. Nella costruzione della casa si procurò di 
significare anche all'esterno i vari usi peri quali era 









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s; costruita: talora ci furono due o più entrate, delle 
quali una dava accesso alla bottega o all'officina, 

dd un'altra alla scala a chiocciola, e qualche volta por- 
i tava in un apposito corpo di fabbrica, dal quale si 


saliva poi agli appartamenti. Nelle regioni vinicole, 
Titta =» : anche la cantina aveva la sua porta all'esterno. 

| L'addensarsi della lazione in arca ristretta, 
obbligò gli abitanti delle città ad erigere case dli pa- 
recchi piani; le strade strette richiedevano molte è 


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BORGHESIA TEDESCA 


Dall'alto in basso: Cart d'una comunità a Miderbelm 
(Hannover) nel 1529- Dettaglio di intarsi in legno nella stessa 
cara - Frontone d'un edificio a Greifinvalà în Pomerania. 


fitte paee come si può vedere dalla “Casa sul 
mercato lu "di Danzica è da quella detta "Casa 
di Rotschild" a Francoforte sul Meno di cui pubbli. 
chiamo le fotografie. Di solito la casa, più alta che 
larga, veniva divisa in due corpi: uno verso strada 
e l'altro verso corte; un alto frontone dominava la 
facciata, nella quale le finestre erano distribuite od 


aggruppate in maniera molto pittoresca, come si vede A «lag "BI fan 
| esempio nelle due case di cui pubblichiamo la fo» Di, 

tografia: quella detta “Casa del cacciatore di topi” 

ad Hameln sul Weser, costruita nel 1643, e quella 
di Herford in Westfalia, ti 

Anche nelle modeste casette borghesi, tipo che si = ha ea 
venne facendo sempre più raro, appare una certa so- 
miglianza nel piano, in paesi fra loro assai lontani, 
tanto che sembrano appartenere ad una stessa famiglia. 
Il i paaonoa occupato dalla bottega e retrobottega 

zzino, e il piano superiore formato da due 
camere ed una cucina, alle quali si accede per una 
scala ridotta al minimo spazio, costituivano un tipo 
di casa che si trova particolarmente a Lubecca eda 
Colmar, ma anche in tutto il resto della Germania. 

Il piano della modesta casa borghese era sempre 
questo: una 0 due camere, la cucina, l'andito, la scala 
con pianerottolo, il cortile e un locale posteriore. 
Nella Germania meridionale il vano della scala non 
occupava mai due piani. Un tipo caratteristico è 
quello che consta di tre parti: l'anteriore, il poste- 
riore, e, nel mexzo, il cortile. Mai migliori “i del- 
l'architettura privata tedesca sono i cortili, nei quali 
i motivi degli archi aperti, delle colonne, dei para- 
petti, sono adoperati in modo da ottenere sempre un 
cpl effetto di raccoglimento, come si può vedere 

alle due fotografie che pubblichiamo: quella del cor- 
tile di una casa commerciale a Friburgo in Brisgovia e 
quella della cosidetta “Corte vecchia"a Braunschweig. 

Per le costruzioni di casi civili — com'è noto — 
il mattone £ un materiale molto comodo: come tale, 
fu adoperato in modo eccellente nella Germania set- 
tentrionale, dove di tali costruzioni rimangono molti 
e bellissimi esempi. Nella Pomerania, nel Meclemburgo, 
nelle città anseatiche, le case dei ricchi borghesi si 
distinguevano dalle altre per la ricchesza dell'ornato 
policromo e per il frontone acuminato che sorpassa 
il culmine del tetto, Ciò si può vedere benissimo nelle 
fotografie delle due case di Greifswald in Pomerania 
& in quelle di Braunschweig e di Hildesheim. 

In generale, le forme dell'architettura sacra furono 
applicate spontaneamente, in quanto era possibile, 
anche alle costruzioni civili in mattoni, Le cornici di 
mattoni sagomati intorno alle porte e alle finestre, le 
fasce alternate di intonaco bianco e di mattoni ver- 
niciati, 1 fregi a balaustrini e trafori, producevano 
una bella varietà di forme e di colori, com effetti ta- 
lora veramente notevoli. 

Anche la casa a telai di legno rimase uno dei tipi 
principali dell'abitazione borghese tedesca negli ultimi 
tempi. del Medio Evo, In Germania, di regola, i piani 
superiori aggettano sopra gli inferiori, e ciò avviene 
sia per ragioni costruttive, perchè l'aggetto delle travi 
verso l'esterno agisce in senso opposto all'ineguale 
ap rsi delle travi intermedie ed alla deforma- 
zione delle stesse, sia perchè il far sopravanzare i piani 
superiori è stata ed è tuttora usanza comune, I vani 
fra i montanti erano riempiti con mattoni, che si pre- 








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diatico Lubeccn: Così di una comunità di bareniali. 


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Da destra: Za com Leipailz a Han- 
nover, uno dei più insigni stomumenti 
dell'architettura Borghese tedesca - La 
cara Rolrebil a Francoforte sul Mena.- 
Le ricebe decorazioni d'una casa di 


Braunschweig (NVII sec.) 


stavano all'ornato policromo; nelle te» 
state delle travi maestre, nella super- 
ficie esterna dei correnti orizzontali è 
nelle imposte, l'ornato d'intaglio era 
cosa che veniva da st. Così la casa 
a telai assunse un aspetto grazioso 
allegro, che spesso non lasciava scor- 
re affatto la povertà del materiale. 
on mancano esempi di siffatte co- 
struzioni che hanno del monumentale 
e re una notevole leggiadria. 
ratteri particolari alle costru» 

zioni a telai nella Germania setten- 
trionale sono le molte finestre che oc- 
cupano la maggior parte della facciata, 
e la decorazione arieggiante quella 
delle costruzioni di pietra, ma limitata 
alle testate delle travi maestre, alle 
facce esterne delle travi orizzontali ed 
ai collegamenti. All'incontro dei cor- 
renti e dei montanti venivano a plicate 
cò lina poligone o mensole, talora in 
forma di maschere o di piccole caria- 
tidi, che sorreggevano la cornice sulla 
quale poggia il piano superiore od il 
tetto, cornice che talora sporge come 
baldacchino; la superficie era avvivata 
anche dal risalto delle pareti in mu- 
ratura. Le testate delle travi erano 
ornate di mascheroni; nelle cornici 
orizzontali talora erano intagliati ani- 
mali fantastici e simbolici, ma più co- 
mune era il fregio a scala, motivo di 
facile applicazione. Tuito ciò si può 
vedere dalla fotografia di un partico. 
lare d'intarsio in legno d'una casa di 
Hildsheim, come pure da quella del. 
l'Albergo del Cavaliere a Heidelberg 





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Da sinistra: Casa «ul “Mercato Lua- 
ea Danzica. « Un interessante edificio 
del AF secolo a Braunschweig. - Va 
noto albergo di Erfurt, nel quale l'im- 
pronta Rinascimento italiano è pare 
evidente. 


e da quella nella Reihenstrasse a 
Braunschweig. 

Nelle costruzioni in legno della 
Germania meridionale abbondano gli 
Accessori, come corpi sporgenti, veroni 
a cappelletta, torricelle angolari, ecc. 
Le case a telai erano ancora in uso 
nel secolo XVII, senza mutamenti s0- 
stanziali di forma, dopo l'innovazione 
avvenuta nel secolo XVI, di termi. 
nare la facciata con un frontone ad 
angolo acuto anziché con un tetto a 
saalatinne: 

Le città di Hildesheim, Braun- 
schweig, Hannover, Qsnarbrueck e la 
Westfalia posseggono veri tesori d'arte 
folkloristica. La più bella di queste 
costruzioni a telai di legno si trova 
nell'antica e graziosa cittadina di Din- 
kelsbuehl, che ancor oggi è cerchiata 
di mura e di antiche torri come nel 
Medio Evo, E' proprietà di un'antica 
famiglia bavarese, quella dei conti 
Drechsel Deufstetten, 

Anche il Rinascimento, venuto dal- 
l'Italia, ebbe la sun benefica influenza 
sulle costruzioni delle case borghesi 
tedesche. La forma gotica, simbolo 
della volontà ascendente, venne im- 
pregnata dalla tranquillità armoniosa 
e caratteristica del Rinascimento ita- 
liano, E dalla fustone di questi stili 
nacque il Rinascimento tedesco. Co- 
struzioni di quest'epoca si trovano in 
tutta la Germania, ma specialmente 
nota è quella dell'Albergo "zum breiten 
Herd" in Erfurt. 

CORRADO ROSSI 





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Can sul mercato a Greifinvalò ( Pomerania.) 





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57 


VINCENZO 


Non é un giovane musicista affacciatosi alla ri- 
balta della notorietà con qualche saggio di composi- 
zione più o meno applaudito. Non è una nuova recluta 
ili nessun pattuglione avanguardista che dia la scalata 
alla gloria con le catapulte di rumorosi programmi 
meno rivoluzionari che esibizionisti. Invano si cercherà 
il suo nome nei nostri dizionari musicali così indul- 
genti, *pesso, per la vanità e le speranze dei nuovi 
arrivati. 

Veramente, un accenno che lo riguarda si legge 
nelle note biografiche di Riccardo Zandonai, di cui 
fu il primo maestro; ma è accenno brevissimo e fu- 
gace, citazione informativa trascurabile, non certo 
esposta a titolo elogiativo di qualsiasi portata. À 
chi supera in rinomanza il proprio maestro non si 
mettono in conto i dati della sua prima formazione 
culturale se non come un fatto suppletorio o come 
un riempitivo pleonastico. Inversamente, infatti, av- 
viene di aurcolarsi della gloria soverchiante di chi à 
presieduto alla nostra educazione come per un diritto 
acquisito: un diritto, verrebbe detto, quasi di nascita, 

E' sempre così: si trascurano le nostre origini 
quando si riesce ad innalzarsi in qualche modo su di 
esse, ma non si obliano, invece, laddove possono co- 
stituire un titolo qualsiasi di superiorità e di nobiltà, 

Il rilievo & generico, e pel caso in discorso non è 
allusione di nessun intento offensivo. L'autore di 
Francesca da Riorini è dato più di una aperta prova, 
cospicua, anzi, è inaltera bile, della devozione (ui della 
riconoscenza che lo legano al Gianferrari. Se mai, si 
può dedurne un appunto pei compilatori dei repertori 
bibliografici della musica italiana. 

Il maestro Vincenzo Gianferrari non èé da nomi. 
narlo dal Nessuno omerico per esimersi di occuparsi 
di lui. Non è l'indiferentissimo anonimo che veglia 
alle sorti di una scoletta musicale, ancor più anonima, 
di un nostro trascurabile angolo di provincia. Se d 
vissuto e vive in ombra, non vuol dire che l'oculato 
sguardo di un paziente ed amoroso bibliografo non 
debba mai scoprirlo. Se attorno a st non À mai faito 
fare e non d anzi fatto quel chiasso moderno che pro- 
viene da certe strombazzature pubblicitarie e si esplica 
da compiacenti e sapienti esaltazioni di amici, uniti in 
società di mutuo incensamento, non è detto che il suò 
nome abbia da risuonare a vuoto. 

Un titolo, almeno, per la nostra passione musicale 
più carniteristica, pel nostro gusto melodrammatico, 
cioè, che resiste da secoli a tutte le prove, il maestro 
Gianferrari poteva esibire da tempo e ottenere una 
qualche considerazione, sia pure soltanto, come si dic 
pei diritti di cronaca. Una sua opera, Trecce preti 
uscita vittoriosa da uno dei famosi concorsi Sonzogno, 
quello del 1893, lo aveva posto all'ordine del giorno 
facendone brillare il nome come una nuova promessi 
del nostro teatro d'opera. 

I concorsi melodrammatici di quel lontano tempo 

devano di un credito che quelli dei nostri giorni 
ignorano, ahimé, quasi completamente. Erano gare la 
cui novità cullava ogni illusione. Senza dubbio, con 
esse si muoveva la ruota della fortuna, ma appunto 
per questo nessuno rinunciava a credere di non poterla 

rmare. La fortuna non è forse, per coloro che cre. 
dono alla eccellenza della loro opera — e c'è, fra gli 
artisti, chi non ci crede? — il diritto in atto: il di- 
ritto che segue il proprio corso naturale è si ferma 
nel suo punto di gravitazione automatica? Pochi anni 
prima, questo punto d'arresto non si chiamò Cavalleria 
ritsticana? Non favori e premiò un ignoto? Non ne 


GIANFERRARI 


propagò il nome nel mondo con una rapidità porten- 
tosa, con le acclamazioni altissime che gli entusiasmi 
iperbolici della sua opera provocavano? 

Trecce sere, è vero, non furoreggiò mai. Non s'af- 
facciò alla ribalta scenica con la predestinazione di 
un successo mirnbolante, taumaturgico, A rizentirla 
aggi non se ne avrebbe che il Ra profumo di un 
tempo trascorso: l'essenza un po' svanita di uno spi- 
rito artistico d'altri giorni, vivo, per altro, e come 
sublimatosi in opere che lo esprimono in totalità è 
perfeitamente: violinate d'aperta melodiosità, impeto 
ed enfasi drammatica. 

Ma il maestro Gianferrari non si fermò a questa 
prima tappa fortunata del suo cammino artistico. Il 
presentimento di una lunga esistenza che aveva davanti 
a sé, l'incontentabilità e l'inquietudine propria degli 
artisti che aspirano a sempre nuove conquiste della 
loro mente creativa, gli fecero pensare a questa sua 
wiltoria come ad una prova iniziale, a cui ne dovevano 
seguire ben altre per numero ed importanza. 

In verità, la vita del maestro (Ganferrari è stata 
un cammino in continua ascesa e in mirabile rispondenza 
di dirittura morale con quella artistica. La solitudine 
e il silenzio l'Anno sempre accompagnata per lasciare 
all'uomo ed all'artista la soddisfazione profonda di una 
sua interiore conquista, di un suo intimo orgoglio, nel- 
l'amarezza, però, e nel dubbio di una incomprensione 
e di un abbandono generale. 

La musica, prima d'altro, dev'essere una sua ne- 
cessità fisiologica. Egli ne compone da un cinquantennio. 
La insegna da quarant'anni, non meno. Nato a Reggi 
Emilia nel 1859, violinista e maestro compositore di. 
plomatosi a Bologna in quel celebre Liceo musicale, 
vagheggiò subito, sin dall'inizio della carriera, l'am- 
maliante sirena teatrale. Dall'ambiente in cui crebbe 
e si educò, assorbi la passione delle avvampanti espane 
sioni drammatiche infervorandosi di quel sentimento 
lirico che sboccia in rigogliose fioriture di melodiosità 
canora. Le fortune del teatro d'opera, il Porro di 
S. Patrizio della musica italiana, lo incantarono al 
miraggio dei successi melodrammatici. A Frecce nere, 

uindi, fece seguire ben presto altre opere: Filfia, 

Sergio, Eulalia, drammi di un romanticismo inequivo- 
cabile, azioni di vita comune, non svolte certo intorno 
a grandi personaggi storici e leggendari, melodrammi 
di quel verismo piccolo borghese, che trionfava, ap- 
punto, sulla fine del secolo scorso. 

Intanto, le necessità pratiche e materiali della vita 
urgevano. Il maestro Gianferrari poteva attendere 
fiducioso la propria ora e accumulare opere su opere; 
ma bisognava, allo stesso tempo, applicare altrimenti 
il proprio ingegno e realizzar gni se pur più 
modesti nell'intento, immediati, ad ogni o, € sicuri. 
Accetto, da prima, la direzione della Scuola musicale 
di Rovereto, accogliendovi dalla vicina e minuscola 
Sacco lo Zandonai, a cui aveva letto, di dentro, l'ani- 
ma d'artista innata, e tenne come sua missione di ap- 
prendergli, con le nozioni tecniche della musica, l'alto 
spirito degli ideali artistici più nobili e severi. Passò 
poi a Trento a costituirvi e a dirigervi quella Filar- 
monica, che tuttora lo à a capo. Qui, in piena maturità 
di mente, trovò sè stesso in più profonda e complessa 
unità spirituale: espresse di sè quanto l'uomo può 
dare di meglio a sé e ai suoi simili nel sentimento 
di amorosa solidarietà umana. Alla Scuola, infatica- 
bile, scrupoloso e sagace maestro, donò i generosi 
impulsi della sua attività intellettuale. Promosse e 
diresse concerti, orchestrali e da camera, che furono, 





Fincenzo 


per Trento, il fondamento della sua coltura musicale 
moderna e un segnacolo di italianità artistica, 

A fianco di questa attività, che si può chiamar 
sociale, altra ne svolse, intima: l'attività del rio 
fervore creativo, quella che traduce l'indicibile delle 
passioni umane in immagini di bellezza, in concrete 
espressioni artistiche. 

sua educazione musicale, che aveva ricevuto 
le solide fondamenta contrappuntistiche dalla scuola 
del Busi — l'ultimo geniale erede dei vecchi geniali 
maestri bolognesi — lo portò in un certo senso a ri- 
prendersi da essa: lo volse verso lo spirito musicale più 
genuino, quello che chiede alla musica se non di es- 
sere musica: una costruzione sonora a st stante, senza 
derivazioni e rispondenze letterarie. Si dedicò esclu- 
sivamente alla composizione istrumentale e vocale, con 
concetti di ispirazione classica. Scrisse Sinfonie, So- 
nate, Fughe, Poemi sinfonici e rbtetti. Avverti 
anch'egli, senza dubbio, la necessità di un nostro ri- 
torno alla musica pura, per la quale dettammo, da 
iniziatori, i canoni, divenendone maestri a tutto il 
mondo, e fu, anche in questo, anello ideale di congiun- 
zione italiana in terra irredenta. 


Gian ferrari L 


Non sfolgorano, queste sue musiche, per la più 
parte inedite, di luci abbaglianti di genialità. Non pro. 
manano essenze della più sottile raffinatezza espres- 
siva, né aprono abissi di drammaticità dantesche. 
Tutte, però, Anno un o di marcata distinzione: 
una dignità di scrittura che giunge, a volte, come nel 
GQrartelto edito dal Ricordi, al virtuosismo contrappun- 
tistico; una sostenutezza stilistica, come nei Tre prefudi 
orchestrali: sostenutezza, ossia, addirittura, nobiltà 
d'espressione, anche se in pieno abbandono romantico; 
una cura di ewitare il luogo comune, uno studio, si 
direbbe, di far proprie certe conquiste della tecnica 
moderna sino a raggiungere la vagherza coloristica, 
quale si riscontra nella Foéé si mole lunare. 

Anche a guardarlo in questa sua immagine foto» 
grafica, Vincenzo Gianferrari attesta un po’ l'arte sua: 
in un che di tenero e vaporoso e di maschia vigoria, 
insieme; in un'aria romantica di uomo d'altri tempi in 
vesti moderne; negli occhi sognanti, che conservano 
ancora riflessi di sentimentalità giovamili; nell'asciutto, 
smagrito e, direi, bruciato del volto: segni di una lun- 
ga, faticosa e ardente vita, tutta amore e dedizione 
artistica, ALCEO TONI 


ta 


do — ts rta, n] 


1 Lul 


TESTONI 


Benini talvolta pronunziava le parole a labbra 
schiuse e a denti stretti: era un suo modo di mordere 
e di ridere senza lasciarsi sfuggire di bocca il filo del 
discorso. Infilava i pollici nei gheroni del panciotto, 
gonfiava l'esile petto, torceva con uno sforzo le spalle 
malate all'indietro e fiutava l'aria con quelle sue na- 
rici mobili, trasparenti, diffidenti... 

Ricordo una serata solfice e stanca, snervata è 
slombata, dopo il fiasco. Il pubblico del Teatro Qlimpia 
aveva fischiato una commedia nuova di Alfredo Te- 
stoni: l'arte e il fascino di Ferruccio Benini non erano 
riusciti ad arginare una crescente ondata di mormorii 
che, raggiunto l'orlo massimo, s'era rovesciata sul palco 
con una cateratta di sibili. 

Testoni era disfatto: si allontanava da noi e ge- 
sticolava curiosamente; si avvicinava per aggrapparsi 
al braccio di Benini, e diceva: — Che ne pensi? Mi 
hanno seppellito per sempre... E° finita, è finita! 

Io, ragazzo, guardavo con occhi furtivi, quasi ver- 
gognandomi della mia placida e soave giovinezza, quel 
maturo ragazzo celebre e infelice che certamente, dopo 
di aver accompagnato l'attore fin sulla soglia di casa, 
se ne sarebbe andato a zonzo per la città tutta la notte 
solffiando, gemendo e rosicchiando le unghie; e pensavo 
che la tortura degli esami non finiva mai, anzi diven- 
tava più feroce col Miuire degli anni, e che nessuna 
tregua era concessa dal destino all'ansia di creare... 
Testoni sotto la fronte gonfia e l'ala del cappello nero 
aveva la luce di due piccoli occhi pesti, limacciosi, 
smarriti, che parevano due piccole porze di pioggia 
nella fanghiglia della strada, e le sue labbra argute 
si torcevano spasmodicamente. 

D'un tratto Benini ghermi lo sconvolto amico per 
un braccio, con un gesto così improvviso è nervoso, 
che mi parve quasi collerico, Sotto il lume di un faro i 
due si arrestarono per guardarsi fissamente negli occhi. 

— Non dimenticarti — smbilà l'attore schiudendo 
le labbra sui piccoli denti stretti, tenaci, mordenti — 
che ti chiami Testoni! 

— Me ne ero quasi dimenticato. 

— Non bisogna. E ricordati che gli applausi della 
prossima commedia avranno, anche per merito di questi 
ultimi fischi, un valore inestimabile. 


Testoni e il teatro erano una sola cosa. Anche i 
suoi sonetti sonò scene dialogate. ÎIl sonetto è il più 
teatrale dei componimenti poetici, per la sua struttura 
geometrica, per la sua sintesi inflessibile, per l'effetto 
della sua battuta finale. La signora Caterina esce dalle 
quinte ad ogni schiudersi di sonetto e rientra, dopo 
l'ultimo verso, fra le quinte di una vecchia Bologna 
gloriosa che resta ormai definitivamente affidata alla 
memoria di Alfredo Testoni. 

Le commedie sono innumerevoli. Sono tutte dia- 
lettali, nel senso più sereno, gagliardo, onesto è con- 
viviale della parola. Vive in esse la parlata pronta e 
arguta di quella borghesia che si stacca dal popolo 
soltanto per generare un contrasto ancor comico nelle 
aule e nei conversari di uno strato sociale superiore. 
Questa borghesia con i gomiti lustri o lo scialle sgar- 


giante, aristocrazia decaduta lentamente o plebe ra- 
pidamente ascesa ai fasti di una vita abbagliante, sta 
per scomparire. Il teatro di Testoni la raccoglie, la 
difende, la consacra in pagine che saranno il docu- 
mento sincero e vivace di una ricostruzione futura. 

Ghiotto e bonario, semplice ed astuto, amò la vita 
e glorifico il buon senso, Si compiaceva di osservare 
i cortei fastosi dal povero davanzale di un abbaino 
fra due vasi di gerani fioriti, e non dimenticava di 
mettere, prima di ritirarsi, una ciotoletta di latte fuor 
delle imposte perchè il micio innamorato trovasse, du- 
rante i vagabondaggi notturni sui tetti, un po'di ristoro, 
fedele alla profonda massima che l'amore e il chiaro 
di luna sono due bellissime cose, ma che la vita ha 
anche altre esigenze delle quali bisogna tener conto. 

Amava il teatro veneto e si sentiva autore veneto, 
pur non conoscendo quel dialetto, come Bertolazzi. 

Le ultime sue commedie infatti crearono i successi 
più ilari e festosi di Giachetti, di Cavalieri, di Ba- 
seggio e di Micheluzzi. 

Dopo la fortuna del Cardina/ Lambertini e del 
Nostro Prossime i preti frequentavano assiduamente le 
sue fantasie sceniche. Erano preti, che, pur suscitando 
risate per certi contrasti piccanti e per certe linee 
caricaturali, generavano un senso di commossa sim- 
patia e di umana solidarietà. Erano buoni preti di cam- 
pagna dalla santità miope è zoticona, erano dolci pre- 
lati dalla arguta e benedicente comprensione. L'indul- 
genza diventa in queste commedie la virtù canonica 
che sorpassa d'un cubito ogni altra salutare e bene- 
fica virtù. 

Gli amori, intorno, s'intrecciano giovani e sani: 
la vicenda non tenta di svignarsela mai per le viuzze 
buie ed equivoche di certo teatro che vuol parer di 
eccezione, ma che è soltanto di perdizione. I contorni 
dei personaggi sono nitidi. La vita è osservata in piena 
luce, con letizia d'intenti, con dovizia di umori salu- 
tari. Quando l'estro si decide ad aprir la porta, le 
persone che entrano devono essere tutte amiche. L'arte 
di Testoni è gioia. Non + bagliore futile, accecante, 
sibilante e sonante di fuoco d'artificio: + il colore e 
il calore accogliente e duraturo della vampa del ceppo. 

Un buon sapore di tradizione italica è in questa 
arte ruvida e sostanziosa. Forse è un sapore che man 
mano si attenua e che presto si sperderà... Per ciò 
diventa più prezioso in questo cumulo di buon ri- 
cordi che Alfredo Testoni, andandosene, ci lascia; 
e che sarebbe doveroso riordinar subito con intelletto, 
con venerazione © con amore. 

Ora il caro vecchietto con la fronte gonfia, il mento 
aguzzo, e i baffi di spillo, se ne è andato, Non so che 
vuoto sin rimasto a Bologna dopo le ultime esequie, 

Mi pare che sia rimasto lassù, nel cielo, e che ri. 
manga per sempre un piccolo abbaino con le imposte 
chiuse, con due vasi fioriti, con la ciotoletta colma 
per il ristoro del micio vagabondo è innamorato... 

La signora Caterina è vedova, non ci racconterà 
più le sue favole saporose e rimate: fra poco morirà. 
Il teatro non aspetterà più ogni anno le gaie sor- 
prese che questo tenace e fecondo innamorato sa- 


6l 





Alfredo Testoni 


peva regalare al suo pubblico fedele. Molte cose, 
troppe cose forse, è non soltanto a Bologna, muoiono 
con Alfredo Testoni. 

Ma non bisogna ripiegarsi con malinconia sul ri- 
cordo di una «ita che seppe essere lieta e serena, è 
di un'arte che seppe apparire ininterrottamente otti- 
mista e cordiale. 

Si sa che tutto finisce e tutto ricomincia quaggiù. 
La semplice filosofia conviviale di Testoni c'insegna 
a superare con rassegnazione anche il dolore di una 
morte sentita, di un lutto molto grave. Le pagine che 
restano sorridono sempre, c sanno sorridere anche al 
grigiore di un probabile ed umanissimo oblio, 

Ecco, cantava un moribondo pallido ma che sapeva 
pur sempre argutamente sorridere, ed era un dialet= 


tale spaesato, séco: la gilera: un corridoio basso, Ire 
certe, un canlerano dell'impero, la brutta effigie intoaratera.tt 
in nero, è, solte, il nome di Tangiato Taro. 

Par di udire la voce pacata di Alfredo Testoni 
commentare questi versi di Guido Gozzano con un 
motto definitivo: — Se non si può disgiungere il senso 
della gloria dal segno della morte, ebbene... abbasso 
anche la gloria | Evviva la vita! 

Ma la vita, quando sà diventare arte come nelle 
rime e come nelle scene di Alfredo Testoni, diventa 
gloria senza impallidire nel presagio della morte, è 
resta vita bella, generosa, robusta, onesta, sanguigna 
anche al cospetto dei tempi che mutano e si trasco- 
lorano, e delle nuove generazioni che irrompono can- 
tando il loro diritto crudele e sacrosanto al predominio! 


gi ri 


IL *“BAILE FLAMENCO” 


Prima che iò conosceni la Spagna guardandola sul lwaga, 
lungamente e con buone guide, non sapevo fino a qual punto 
il genere di danza detto ffiamenco, Fosse più mobile degli aliri 
perché rimasto popolare e in sulla contaminata 

Il Ermerne di ilaùzàa spagnuola più moto tn Europa li quella 
delle Laird e dei duetti rabescati a colpi di anche: esso 
però appartiene allo stile volgare, che da noi si chiama Um 
berto I, del iempo che i curidià si iniitolavano Alcazar e El 
dorada, mirencla an ande Auger i fiameeri apagnuali com la bella 
Quero è Tortaiada, ballerina che m'hanno dato le prime emo 
rioni spagnole da raganzino, (Questo * genere spagnuolo” di 
Eurepa è, dianque, di assoluta maniera. Le danze di saga del 
Gopa, Le snegaritilore castigliano, +ecchie ila ite galanti alle na 
chere. sono appunto quelle corrotte dal cala concerto dell'Qu: 
toceato; pur se restano, per il grosso pabblico, le caratteri: 
atiche dante iberiche. La vecchia Spagna, stereotipata da quella 
che inrentà Trafilà Gautiet, ha l'obbligo di nem diailludere gli 
americani che si recano a Siviglia per la Settimana Santa! 
Alîrimenti come marcia VAmerican Express? 

La sicssa pretean hanno gli impresari di emusic-hall. Se 
quanti +#tileisora un Vero Barile Aitina dlirebbena ch'e iamà 
danza gitana in embrione, trovando, forio, che non sa di niente, 
Per fortuna degli spagnoli il vero ffiamence è restato, in Spagna, 
puro. Le autentiche danze di questo genere si vedono rara: 
mente all'ritero; è *empre 10n0 un poco adaitate alle caigenze 
ibi grandi teatri; cioé sempre un poco snaturate, Ciò anche 
perchè, quando la ballerina va all'estero. fatalmente subisce 
l'iniluenra delle scuole straniere: donde è sorpresa e ammi» 
rata: al che ruale quasi nelilitarz, scie dal popolare e lar 
l'Arte. Contagi della porto accademica ! 

Fra tante ballerine, che in Europa trattano il genere spa: 
gnualo reiaventato a Parigi, ce ne sono alcune che, essendo 
grandi artiste, fan coso belle, acaoatante la contraffazione dei 
componimenti e la maniera preteià dal genere cosidetto ipa 
gnuala, Tra queste sono Maria del Villar, con le sue Fatae di 
Mavarra e Sardane di Catalogna; Lelita Qasorio figlia di 
un sivigliano e di un'araba, morbida e afficana; Laura di 
Santelmo famosa per le suo alfgrias, quello che ballava nello 
sirade di Siviglia accompagnata da un chitarrista, prima che 
fssse portata agli caori della scena: ma sopratutto la Argen: 
tina, vanta c granite ballerina ipagneola, che dai balli di Spagna 
È parita per inntare artisticamente ch che il proprio tempe: 
ramento le suggeriva, senza riguardi — fuori luogo d'alironde 
—- per le regioni soriche è folkloristiche. Essa ha calcato un 
poco le orme di Sergio di Diaghilef che, ricordate, compose 
mel ngi un Caodhe Flameace, 

a la Argentina # ana così grande artista che richiede- 
rebbe malio spazio per una degna illustrazione. Per questo 
rimandiamo il lettore a un cocellente libra EHI P Argentina 
serio da Andrè Levinson e pubblicato in superba edizione 
dl'arie da us editore italiano che lavora a Parigi, Gualtiero di 
Sant Laeento (Alione sberle dit gone, cinquantadiwe ri 
produzioni in fatotipia. a csemplani mumerati). 

Il portamento fiero e l'andatura saporosa di curve, del passo 
spagauolo. è. comunque, d'origine peratica, e possiede ausiera 
acbricià nel jffinmasco. Rare dansatrici > e prima fra inîte la 
À intima. i ricicona P.I conciliare sulla #iù imuiicale _ iù ritmo 
ali talloni e la nseraviglia melodica delle nacchere! — Poche 
riescono a somenere il genere originario con quello acquisito 
d'erigenza curopea. La cautità £ il pegno di qurata reca 
dell capreszione snivale, La vera danza ipagnuola è senza 
doppi fini, La carne vibra per sò, ingenuamente, La corre: 
gione comincia quando la ballerina vuole esercitare una influenza 
sulla plaica è penia agli spettatori, antiche restar rillenià 
sulle proprie intime vensazioni, Tale # il carattere del genere 
gitano curopeo, voluto dagli impresari, 

Il pubblico eurapro conosce dunque meglio il Aofen è il 
fimilamga. Più piocanti degli aliri generi. Infatti quest'ultimo 
ha fatto diro alla signora VWoiart che “il pudore e la delicatezza 
curopea debbono guardarsene, Nel firosango i ballerini non si 
ioccano stasche con uma mano, ma il modo di guardarsi, di cir 
culti, «li accoatarii © l'un l'altro insinuarai, il momento in cui 
la danzalrice, con un progressivo languore preannunzia la sua 
imminente disfatta, ma con uno scatto d'anguilla scivola e sfugge 
all'abbraccio del cavaliere, il senso in cui questi la rincorre. 
per finanziare, e come leila fegue e seduce per abbandonarlo, 
tetta «questa giulia corrida dei sonni spercita con gli sguardi i 


grsti e gli aticggiamenii una sedurione che, al di lì del palco 
scenico, intorbida la mente degli spettatori invasi di desiderio. 
Questo ballo è un po' la giostra dei piccioni in amore. 

il famssage ai fa derivare dalla Scica congolese, danza 
pertatà alle Antille dai negri. è in Europa dagli spagnvali. 
{Junta Scica pare ilasi mescolata a suo tempo con le danze 
dei Caraibi. che conosciamo dalla descrizione e dalle incisioni 
dei libri di viaggio secenieschi. Il fondamento dell'azione co- 
reica della Scica ce lo dice il signor Marceau, in un'opera 
intitolata ©“ Nodizia Coloniali" pabblicata nel 1789. Su un ritmo 
di tempo “marcato al sommo la danzatrice fa consistere la 
propria arte sopratutto ‘nell'agitare la parte inferiore delle 
renie nel conservare il resto del cargo prevsschi immabile”; 
In questo mentre il ballerino ‘precipitosamente a lei si slancia 
incontro © quasi a ioccarla a giumgere; retrocede, avanza no 
vellamente, @ scomgiuraria sembra di seco cedere”. Mon cè 
miulla di più woluliucio è lascia. "E' dibisò wma _apeeie alli 
latta nella quale tutto le astuzie dell'amore pangonti in campo 
e buiti i mezzi si adoperano” . “Timore. speme, sdegno, tene 
rerra, capriccio, ripulsa, piacere, delirio; fuga, chbrersa, anni» 
chilimento handò Lutti va linguaggio", 

Il Fofero, più sereno e sostenuto del famdange, non ha niente 

a che vedere coi generi cui abbiamo accennato. E° il Aalme 
wma danza di figure composite, come, per cscmpio, è la qua: 
diiglia, e si divide in SRI quadri: il paste, lo itiaicità, 
dove ni cambia dali posta, La sifrrencia, nia mulazione a cam» 
bio. la jinale, dove si torna ai primi posti e il Ala pars, 
dove alcune coppie danzano di fronte ad un'altra coppia che 
non dansa. Il enio amico Amleto Palermi m'ha costretto a 
ballare una sera, in casa di una bella attrice di cinema, una 
sirana quadriglia siciliana, comandata con balda sostenutezza 
ia dialetto palermitano, ed evidentemente miatàa di questo Falana 
che, vi dicevo, è danza da salone figurata d'egual genere. 
(Vedi i mim bbri di danza: Fcolfora ciente, Ed. Eroica; e 
dar faad, Ed, Corbaccio). 

Il vero (finmenso è troppo miatico è interiormente seminale 
per costituire allrarione corcogralica utile al music-hall. Esso 
è quasi immobile come una danza indiana: fatto di piocoli fre: 
miti, di brevi ondeggiamenti e d'un riservato ancheggiare sullo 
alesto pusto, che ci dice più l'inaidia sensuale subita, che la 
niidia icsà dalla ballerina agli spettatori, Mentre la srago 
del “varitte’ è appunto quest'ultimo: e cioè l'inverso. 

ll $aile famence si sviluppa verticalmente, invece che in 
pianta scenica; cd ha circoscrizione una piatà d'appena 
trenta centimetri. Le modulazioni plastiche di quel serpeoggiare 
sul posta, costituiscono il ceniro profondo del genere # il suo 
linguaggio squisita: 

E° come ae ile rotolagze su se afeaso, in batti i wersi, 
quasi fatto sfera. Le braccia lambiacono l'aria d'atiorna, è 
s'arrischiano a sfiorar più in alto, talvolta, ritraendori al tocco 
sleale, scivolose e schive, per tornare alla gionira attorno ai 
seni. segreli e pure lano presenti. I tacchiì ritmati aperzano 
la mollezza di questo languido gioco di curre sinuose, dando 
mervi in scatto alla carne dolente e inebriata, che si torce nel: 
l'eloquente silenzio plastico. Perché nel jfinmenco non erepitano 
nacchere. E, quesio, un ballo gitano d'origine araba. Ma, 
d'altronde, di quale danza apagnola non so dice che sia d'ori: 
gine araba? Perfino le «egu itilla Balena: secondo Carlo Blasis 
sarebbero maure, come if fandieyo secondo G. Desrai. 

Le arguit'iltvaà balera sono cca) dette perché danzate con 
la chitarra in mano. Sarebbero un bolara per coro di quattro, 
sti a cio persone, piuttosto vibrato, e per ipuesto utile ai 
quadri finali, Si danno infatti in Spagna commedie basate su 
un numero forte di lamento: canti e danze su chitarte, iiparati 
al wecchiò romanéere gilane. i questo gonere appartiene uma 
commedia ch'io ha veduto a Madrid. di Quintero e Guillen. 
El ala de la coplo. Gli assi canianti erano Guerrita © Pena 
figlio; "cantadora"” era l'Andaluzia; ballerino Acka Rowira. | 
Stocadore:” = quelli che toccano la chitarra — erano Martell 
e Roio, Tutti formidabili arvisii popolari. La cosa più interes: 
sante che ho +isto in Spagna © siato appunto il teairo Fuen- 
carral, dove mi ha condotto il mio amica duca ide laa Torroi che, 
pe. uanto Grande di Spagna. ama soltanto le cose popolari. 

Ma questi artisti del fianco unitisi a tanti alri amici artinii 
organizzarono per me di noie una festa “castira”, che non 
dimenticherò facilmente, in un curioro poato caralleriziico, cac- 


ciato nei vicoli della vecchia Madrid, Qui. dopo aver man- 





La Argentina, la famosa danzalrice «pagnola, viene Aecorata dal Prasidente Zamora. 


giato pesciolini fritti, ravanelli Li saline, dopo ATE levato malui 
bicchieretti di manzanilla, dopo aver rimangiato gamberetti, 
patatine fritte è alive è ribesuto altre diecine di bicchweeretti 
di manzanilla, veriò le sette del mattino arrivo il momento 
delle gare di jfiamence. Cantano uno alla volta, con apparso 
nata maliaccaia, cca modulazione lenta e accarata, terminando 
con una sorta di lamento melodico tutto d'un Gato, disperato, 
eterno, chè quella è la bravura. Chi conosce certe sfide cane 
tate ilai napoletani, [anche nella Festa a Monterergine di Wa 
viami) ha un'idea del canio Mime, 

la questa nottata memorabile, quello che cantò meglio di 
tutti, batteado i suoi propri interpreti, fu l'autore della com: 
media, fintonio Quintero, da non confenderii coi fratelli Quin- 
tero. Antonio è un tipo piccaletto, tutto fuoco, con una +#acc 
coil interiore che che gli salga dalle visceri, con scatti 
così Furenti e tragici da sembrare un siaicida che, per impegni 
di canto, abbia rimandato il momento di spaccarti il cuore con 
la rituale lama di Toledo. Alla fine del canio gli ascoltatori, 
protesi, ansiosi, coi nervi tirati da speszarli, © approvano 
quasi arrabbiatissimi, perchè piglian la cosa giustamente il 
serio. Conseatono drammatici è cupi: say bien! say bien |" 
Allora prendo a cantare un altro, dura sericio è di busro 
buono, sempre senza smancerie, perche in queste cose ognuno 
bi ura di sembrar midicolo e di Far Vattore. 

a le sirato maoto questo lamento, e malo me gala il 
balle, Ed ecco, infatti tra i canti, apparir pomposa, tutta pirzi 
e ‘’falbalas a tripli giri di ‘“volana” gonfi e ricciuti, la bailarina, 
quella cho in Spagna nulla ha a vedere con la darnzarina: la 
gitana che balla il . col suo ardore di razza, riposto 
e celato nel pudore dell'esmerino selvaggio. 

E le canzoni dicona: 

Tu men di chiami Maria ni Carmela mi Pilar: 
hi cblami ogni gione come li coglieno chimmar. 

E un'altra; 

Capelli biondi e ecobi neri, 
Gira be conlraddizione! 
Insitme è bisnda è bruna, 
Faoco e meee, luna a sele 


La danzatrice di quella notte era una giovinetta di cui 
noa condaco il nome, piccolina rotondetta e snella: orgogliosa 


fuori della danza e solitaria in fondo a un iavalo: poro loquace, 
ma con gli occhi ardenti, Non era una professionista, ma una 
ragazza gitama che ballava per at, ed erà già stata presentata 
a un pubblico speciale da un moderno "rigiiinur” madrileno, 
che è mio amico, seppaore nei generi siamo un poco lontani. 
Cipriano de Rivar Cherif, col sus nome mauritano, ben a'in- 
tende di ballerine gitane, La piocola ballerina artista comincia 
& ballare. Come di sotterfugio. Tutti tacquero: pareva che 
tenessero il respiro. Se la divoravan con gli occhi. Essa nuo- 
tava nella mistica lascivia del tua corpo ignaro, tutta incbriata 
d'amore spirituale, tesa a una dolce angoscia, spagnolissima- 
mente soipiroia è contenuta, ssplosiva e platonica. La danza 
spagnola è l'amore solitario; lo spasimo del deaiderio non 
placato, ma non represso: raffinatamente insoddisfatta, Sarebbe 
un delitto chetare ianto anelito, sedare questo tumulto anima: 
tore. Crallarebbe tutto il delizioio edifizio, artistico erotico 
sentimentale, dello “stato di danza” iberico, A una signora 
madrilena, con la quale io ascoltavo una canzone finmenca, 
disperata come un ullato, iò primitiramente caclamai: 

— Ma perché questi innamorati non risolvano poritiva» 
mente la laro aspirazione, se sono ambedue così lieramente 
appassionati | 

= Ma allora finirebbe tutto! — m'ha risposto, scandalie= 
zata e compassionerole, la mia amica. — (Oh, questi italiani 
praticoni! — avrà pensato, Si dice: Ciò in spagnuolo, (Ha in 
francese, Gili in italiano... col doppio senso. 

(Coal ci feci una pessima Égura. 

Per la nua natura, di contemplazione dell'orgasmo d'anima 
e corpo, la “creatura d'amore” danzante in Spagna, nda coli 
iuisce dunque uno spettacolo da gran sala. Chasadio tia va a 
fare il suo numero all'riterò dive, per questo, necessariamente 
inquinarsi di elementi estransi, sovrapposti allo atile spagnolo 
per grostolane esigenze teatrali. Lo stile ffinmenco è compo: 
stissimo e raccolta; quello teatrale è il contrario, per ragioni 
di visibilità dei grandi ambienti © di topografia nei palcosce- 
nici, Una ballerina che fa effetto a teatro “riempie anche da 
sola, la scena: mentre quella che rimane fissa su un punto, è 
facile capirlo, fa meno figura. Chiede d'essere guardata da vicino 
E' uno spettacolo da camera, analitico ed intimo. Quello, 
del resto, che meiiian leitare ai rifiuterebbe di studiare avendo, 
così a portata di mano, una gitanella tuita pepe. 

ANTON GIULIO BRAGAGLIA 


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ig Pda 


LA PAGINA 
DELLE SIGNORE 


fBisrgni di Bepi Fabiano), 


E' armpre difcile conciliare i diniideri di iutli: chi erede 
nei vantaggi di una sensata ecomomia, e chi la deplora come 
nemica del commercio. Chi tende a migliorare il bilancio co- 
munale e chi, al contrario, a sollevare le misere condizioni 
delle famiglie inmprò più tartaniate, 

Gli opposti intendimenti mi ricordano il problema di quel: 
l'antico sacerdote che aveva due bglie: l'una sposata ad un 
vasaro & l'altra ad un coltivatore. Venne un gionno la prima 
di case a pregare il padre: 

= Intercedì presso gli dei che facciano brillare oggi un cal: 
dinaimo scle ad awciagare i wai di Fresco temniti da mio marito. 

E già il sacerdote stava per accondiscendere ai desideri 
della figlia, quando l'alira venne a genulletterai davanti a lui, 
perché ottenvise la pioggia benelbta ad impedire che le colti 
vazioni dello sposo inaridissera. 

Cha padre imparziale, il degno sacerdote, allora, iciprae agni 
preghiera, lasciando che le cose andassero pel loro verità, ché, 
tanta, non avrebbe paluta Far paghe butto e diae le supplici figlie. 

I giornali francesi, meno saggi. pregano ogni alterno giorno, 
in apposti sensi: — Saggerra, ctonomia, guardarai dallo sperpe 
ra, badare al risparmio, non per una seîtimana ma per la vita — 
predicane da un canto. E dall'altro ai spaventano > Se losr 
guore, dicanò, segultanòà a ridurre le loro spese, il paese è 
rovinato, « non solamente nelle industrie dell'abbigliamento 
ma anche in tutti gli altri rami del commercio nazionale, Sono 
sempre fo quasi le donne che spendono. Raramente ua ma: 
rito ka il tempo a il desiderio di entrare nei negozi © dedi- 
carsi a laboriare nelezioni. Egli lavora, guadagna e se ha 
Gducia nella propria moglie, lascia a lei le iniziative diverse 
che alimentano la vita della casa. 

— Che le donne non abbasdosino dunque la loro eleganza 
personale, né le cure della tavola ila gastronomia è un aliro 
vanto francese) nè il benessere sempre meglio perferionalo del 
Facolare. Nan è questo il tempo buoaò pel rinparmio, poiché 
questo discutibile vantaggio vosiro si iradurrebbe in grave 
danno per il pacs. — E' un pe quello che preidicano da più 
di dun anni in America, Chi ha ragione? Il risparmiatore è 
lo sperperatore? Discussione inutile quando la maggioranza + 
costretta a docidero per il ruiparmio da mancanza amaluta di 
pecunia. Nel momento che il pane è la base del problema, 
il lui £ una parola inutile. 

E se il giornale predica per le fortune del commercio, il 
marito dal cante suo si apiega con chiarezza lacitiana, © taglia 
tutti i nodi; “MHon ho quattrini”. 

Può casere che iemienni sulle sue convinzioni, benché al 
biamo tale base ineluttabile, leggendo il resoconto di un pro- 
cesso discusse il quattro dicembre a Londra, dal giudice Mag 
Cardin, contro la signora del romanziere Gilbert Frankau. 
Ma quel vecchio scapolone di un giudice finirà per averlì 
tutti dalla nua. 

Mae Cardie non ha capito quello che i suoi colleghi di 
Francia sanno alla perfezione: che il vestito femminile può amur: 
gere all'importanza di una creazione di bellezza. Tanto è vero 
che pochi giorni or sono, a Parigi, è stata applicata una 
legge del ipgi, per difendere i modelli di Vionnet: legge pro: 
miulgata i piena rivoluzione, a proteggere le opere d'arte. 

Il magistrato francese d'oggi fa specialmente osservare che 
il vestito, essendo sempre la riproduzione di un disegno, appar: 
tiene, snnsa alcun dubbia alla categoria sopradilittà. Non # 
esso inolire destinato a correggere i difetti dell'umanità e a 





metterne in valore i pregi? Chpera estetica quant'alira mai, 
che mi fa pensare a quella milancaiazima modisia che parlando 
ton un pittore, suol diro; “Noi, artisti... 

Cesa che quel porero giudice inglese, rimasio alla mentalità 
dell'uomo delle caverne, avrebbe negato fino all'estremo sospiro. 

— La signora Framkau, non potendo pagare tuiti i westiti 
che ai è fatta fare, non avrebbe dovuto ardinarli — riflette 
Mac Cardie, 

— Nessuna dama, nella posizione sociale della signora — 
spiega con indulgenza la diftia, più ovaluta dell'accusa — vor: 
rebbe ricevere un'amica, indossando il vestito medesimo che 
portava andando a trovare l'amica stessa, in casa sua, 

— E perché no? — chiede il giudice sbalordito. 

= Perché — apiega l'illuminato dileniore — ella non può 
permettere che si pensi il suo guardaroba così poveramente 
riformita, @ la sua pratica mondana coi scarsa, da farle indoi: 
sare lo stesso abito in due distinte socasioni. 

Fia allora che il giudice dette la siura alla sua indignarione. 

= E così che la moda riesce ad irretire le donne e a rovi 
nare i patrimoni, facendo loro dimenticare che la ragione prima 
del vestito sta nell'unica neccaità di proteggerci dal fredda. 

Qui gli avvocati si guardarono. Davanti a tanta ingenuità, 
sarebbe itatò necciiaria un cono d'istruzione ab sed, 

Parli allora l'avvocato del marito spiegando che il suo 
chiente, da scrittore asssiato di catetica, aveva preicio sempre 
da sua moglie il massimo di bellezza che la sua apparenza 
potesse raggiongere. 

Îl giudice allora solamente capisce di non capire. a vuole 
maggiori precialoni. 

— Ditemi, allora — chiede — quando una donna tocca 
questo limite di venvata apparenza. 

Perpleato, l'avvocato risponde fra l'ilarità det presenti, che 
la cosa dipendeva dai vari punt di vista. E il giodice chiese 
un rinviò per maturare la sentenza. 

Mel frattempo mi pare di vederlo compiere dei veri sforzi 
per colmare la lacuna delle sue cognizioni, laterrogherà la 
cugina incartapecorita, la padrona della pensione dove mangia 
e persino la portinaia, per formarsi un'idea della mentalità fem 
manie. Ab! ne il giuito mezzo di tutte Le cone foase vegnato con 
una visibile linea di confine, come diventerebbe facile la vita! 


Il giudice ignorava, fra le altre elementari regole del buon 
matrimonio, che un uomo si attacca ad una denna iù proper 
zione di quello che gli costa in denaro e grattacapi. Ma le 
mie lettrici lo sanno, 

Ne ho intervistata una, passando per Roma. La chiame- 
remo Maria, per la chiarezza del racconto. Maria è vestità 
con una squisita semplicità che sa coincidere alla perfezione 
colle varie ore della giornata, Ella è per di più appassionata di 
tuiti gli accessori nuovi, che costano un occhio e non valgono 
niente, e, pur essendo ricca, ha un marito che sa fare i canti. 

Thate queste circostanze, le ho domandato come riuscisse 
ad ottenere con mezzi relativamente misurati un così notevole 
risultato. Ella ai è raccolta un momento, e poi ha spiegato: 

— ll primo segreto, per correre agilmente da una moda 
all'altra, comsiite nel non laaciarii ingombraro mai da un 
oggetto di grande valore, che fa sempre della donna che lo 
possiede una miserabile schiava per anni ed anni a venire, 
Una mia cugina orà maglie ierena, quando ebbe in dana 
dalla ava formidabile suocera; un mantello di visone. Da allora 
ella giace immobile, fossilizzata © priva di speranze, sotto 
quella cappa di ricchezza. Se dice timidamente al marito: 
" {Quest'anno àl inîà, per titmpio, um soprabito à vita di mor 
bida lana nera, con un mantelletto sulle spalle di agnellino 
di Persia nato prematuramente", si attirerà uno sguarda di 
incondizionata condanna. 

= Scusa, tu nom hai il visone? 

— Si — dovrà confessare l'infelize — ma per maitima il 
visone proprio non va. E' il mantello di gran parata. 

Vanà îperania la inaluce & parlare, perchè l'argomento, 
per buono che sia, non sempre tocca il segno, specialmente 
st l'avversario è in mala fede. 

Îl marito sarà capace di rinolvere la questione con; “Ebbene 
la mattina decupati della casa ed caci salamente di pomeriggio”. 

Dopo di che, la povera danna, stanca di vedersi così im 
placabilmente ammantellata, andrà a mettersi in gincechio 
davanti alla suocera imploranda: 

— Riprendi il iva dana nefasto, L'immobilità serve conta: 
mente per denne di um certo peso è di uma certisnzima età. 
lo voglio mutare continuamente il miù aspetto, e cogliere al 





67 


volo tutte le espressioni della moda per farle mie, e sostituire 
a cuor leggero la penultima trovata colla nuovisiima, per 
camminare spedita dieiro alla mutevole dea. Accetto anche il 
bruito, purchè sia nuoro; anche l'assurdo purché segni il came 
biamento. “Sempre pernice” dicono gli womiai per ben altri 
proponi, “può estero squisito, ma stucchevole”, 

E sempre visone? 

iudesso, per esempio, si fa di nuova avanti la lontra, che 
per anni era rimasta fra le quinte, come un greve ricordo. 

“Voglio una giacchettina di puledro è di vitellino mal venuto 
alla luce, con robusia cintura ed una sciarpa di lana a gai 
colori. Vaglio la gonna sportiva color della giacca, e un feltro 
concomitante, con qualche penna che ripreada i colori della 
sciarpa, E per il pomeriggio, la sciarpa annodata di iraverso, 
da ua lato del collo, sarà di velluto color mubina, è colar di 
cielo serale. Oppure sull'abito di maglia color di zafferano. 
mi alleita una giacca di velluto scozzese in cui lo zafferano 
predomini, pur essendo mescolato ad altri colori... Voglio..." 

Quante cose vuole la donna, menire guarda passare le 
svenevoli indossnirici di resti nuove, 0 quando va da una ve- 
rina all'alira della sua città, o nel leggere un resoconto di 
cleganie mondane. E sopratutto, quando la siagrone è abba- 
stanza inoltrata, quante cose non vuole più. Tutte quelle cho ha, 

E con che ansia nipettà, col primo sole primaverile, il 
segnale del cambiamento di guardia. 

Stanno èerlamente tramontando i cappellini aecondo Impero, 
pagando cos il fio di un favore esagerato che abbracciò tutti 
i presi e tutte le classi sociali. Yvonne Printempi li ha di 
chiarati antiestetizi, e prima di lei, e dopo di lei, altre belle 
doane. Il che è per siupire un poco, dato che il bel quadro 
non ha gran chè a temere dalla sua comice 

Si sussurra che la nostra generazione, avida di sport e di 
viaggi, vaglia un cappello più soliziamente piantato sulla testa 
e favorisca il ritorno del berretto basco, al quale sì darà un 
aliro “termine” come ai presidenti di repobblica, quando il 
popolo è contento di loro. 

E i vestiti cambiano linea, avriandovi verso l'Impero. Ma 
l'abito Impero non sarà mai un vestito di sportiva disinvoltura, 
per cui i suoi cappelli avranno il carattere relativo, Già anche 
i mobile Impero, modesta è regale che sia, si fa atrada insieme 
col tanto deprecato Luigi Filippo. Si capisco cho sopra una 
polirona a collo di cigno, vicino ad una tavola a afingi è zampe 
di leane, stia bene una signora colla vita corta di Giuseppina. 
La quale avendo, durante le orgie dircitoriali, castrato che il 
suo senò son più lermissimo, si avvantaggiava del sostegno di 
una cintura alta, tenne una fedeltà ferrea a quella moda del 
suo succesto. Ma per l'Impero è più necessaria che mai una 
figura sottile. anche se «li statura relativa. Questo pensavo 
guardando i pochi quadri rimasti al loro posto nella mirabile 
Reggia di Caserta, chiusa ora al pabblico per qualche restauro. 

Il capolavoro di grandiosità ed armonia raggiunto da Vanvi- 
telli, per Carlo di Borbone, è un poco menomata ora per arer 
accolto scuole mobilisime certa, ma meglio collocate altrove. 

Coni com'è, in ogni modo, è una giaia degli sacchi cha sem 
bra dare ali allo apirità, Si dice che il Borbone di Mapoli, 
facenalo costruire la mirabile Caverta (Casa Erta) avesio in 
animo di oscurare la gloria di Versailles. E' certo che la sobria 
armenia di questa architettura che lega reggia e giardini, viali, 
boschetti, specchi d'acqua e dovizia di chiare statue, rasenta 
il prodigio naturale. E questo è dire molto, poiché l'architetto 


- più grande del mondo è semprò itato il buon Dia. 


Rimangono ancora pochi mobili prezioni, nella Reggia mi 
rabile. e sono quasi tutti di atile Impero. Qualche mevocatore 
di antichi fasti pus cogliere nel Museo Napoleonico di Roma 
nuove falici ispirazioni, © qui, nelle sianze che appartennero 
anche a Gioacchino Murat, il re fanlarone. avventuriero è 
traditore che seppe ben morire, 

MANTICA BARZINI 


fi... «wo Wii JW ydi. mes e" 


= 


Mg di 


RIFLESSI | =: * a u 
DELLO SPORT È 
NELLA MODA | 
FEMMINILE 








































In contrasto con la classica 
linea delle toilettes da sera, 
che danno alla femminilità tut- 
Lo il risalto possibile, In moda 
d'oggi vuole che l'abito da 
giorno rispecchi evidentemen- 
te lo spirito e le abitudini 
della donna moderna, dedita 
a tutti gli sport e alla più feb- 
brile attività mondana quando 
pretenda di essere veramente 
elegante. Giacche corte dun- 
que, cappelli piccoli è strava- 
ganti, um insieme di dettagli 
che esprima indipendenza, ini- 
ziativa, ardimento; l'industria 
afirutta l'occasione è spinge su 
questa via, Occorre un gusto 
sicurissimo per non passare nl- 
l'eccesso; inagni modo la seve- 
ra, atmstocratica eleganza della 
sera ristabilisce l'equilibrio. 


Abito di cigogna nera con giacca 
corta e berrello di breitrcleane 
orlolo c'ermellino. 


Fotografie Lusgl Dian 


Sotto, da sinistra: (iiacca AI 
poulain nero. - Abito da passeg- 
gio ia lermio di lana nero. - 
Mantello di lana marrsa ros 
sirio con manicollo e collo di 
srtralcan grigio. 


Ritratto di Bambina 


(Fotagrafia Anna Bierotaan} 











ia 
ct ue. 


LINEA AUSTERA 

TINTE SEMPLICI 

PER L'ABITO 
DA SERA 


A destra: Abile Sa sera ia 
tinta marron chiaro, sfumanie 
in alto, con amantello della 
stessa dinto aut più sconî. » 
Toilette da ballo ln sussroalina 
di veda bleu nolle, con scialle 


di pagliurzze celesti. 


In basso, a destra: 
Collana di brillanti per vera. 


Faiagralo Latgi Dian 


Sotto: Completo da sera in 
«ela nera con giacca quarnita 
et pelo, - Un manlello di wel- 
lado aero con collo di renrd 





insgggore» 





67 





als ne a 





ll atonwotento ai Caduti della Crociera tranvatlantica inaugurato a Bolama. 


PELLEGRINAGGIO A BOLAMA 


Nell'isola di Bolama, sulla sponda volta verso 
l'Atlantico, sotto le palme grandiose è stato eretto il 
monumento in memoria dei Caduti dello storico volo. 
Mon per compiangerlì, ma per esaltarli nell’apoteosi 
della riconoscenza nazionale ci siamo portati nell'isola 
lontana ove fu compiuto il sacro rito d'amore. 

& E.il generale Italo Balbo ci conduceva verso 
il luogo del suo magnifico ardire, Con lui erano A 
generale Valle e tutti i volatori atlantici superstiti, 
le rappresentanze del Senato, della Camera dei dea 
tati, dell'Accademia d'Italia, del Partito Nazionale 
Fascista, del Regio Esercito, della Regia Marina, della 
Regia Aeronautica, della Milizia fascista, nonché quelle 
del Governatorato di Roma, del Comune di Milano. 
Partecipavano anche con i loro rappresentanti parec- 
chie provincie della Penisola, molti Aereo Clubs, al- 
cune Federazioni fasciste e Confederazioni sindacali, 
Non mancavano i rappresentanti della stampa, tra i 
quali il Presidente dell" Agenzia Stelani, 

Una folta schiera di gentili signore: Donna Ema- 
nuella Balbo-Florio, cui facevan corona nomi risplen» 
denti dell'aristocrazia italiana. 

Erano pure a bordo numerosi allievi della Regia 
Accademia Aeronautica, che portavano una nota assai 
simpatica di balda giovinezza. Essi erano neibiti al 
servizio d'onore nelle varie cerimonie ed erano stati 
scelti fra i più meritevoli. Così che il viaggio, oltre 
che un fattivo elemento d'istruzione, costitui per i 
prescelti un premio ambito ed atteso, 

Il piroscato Fsperit, destinato a portarci alla méta, 
salpò da Napoli il 16 dicembre, seguito dai fervidi 
saluti ed auguri delle Autorità e del pubblico conve- 
nuti a rendere cordiale omaggio al Ministro e ai suoi 
valorosi compagni di volo. 

La bella nave era comandata dal cav. ail Umberto 
Ferraro, che seppe far apprezzare la sua maestrevole 
perizia nel dirigere la non facile rotta durante tutto 


il lungo viaggio. 


Frà i numerosi erocieristi — superavano i trecento 
— andò subito formandosi un'atmosfera di cordialità, 
animata dalla presenza e dalla parola di Italo Balbo. 

La mattina del 19, dopo una magnifica traversata 
del Mediterraneo, che si era conservato in ottime 
condizioni, l'Evperia approdò a Casablanca, Sul molo 
«ra schierato un battaglione di tiratori marocchini con 
la banda degli zuavi e lo stendardo. Il controllore 
capo della regione, accompagnato dal generale co- 
mindante la divisione, dal console generale italiana, 
dal reggente il Fascio e da numeroso seguito, sali a 
bordo per portare il saluto del Presidente generale 
del Marocco al nostro Ministro dell'Aria. La ceri 
monia avvenne nel grande salone, mentre sul barca- 
rito il plotone degli allievi accademici rendeva gli 
onori militari. Il Presidente francese tributò una so» 
lenne accoglienza n Balbo ed ai suoi che, scesi dal- 
l'Esperia tra le salve dell'artiglieria è gli onori del- 
l'armi, s'erano recati al palazzo del Governo a resti» 
tuire la visita, 

Dopo la cerimonia ufficiale, riuscitissima per la 
cordialità delle manifestazioni, il Ministro è i crocie: 
risti visitarono le nostre floride scuole italiane, accolti 
dai canti dei nostri piccoli connazionali schierati in 
divisa, fiore rigoglioso di nostra razzi in terrà stra- 
niera. Nelle scuole attendeva la colonia italiana che 
non lesinò festose entusiastiche accoglienze agli ospiti, 
ed offri alle signore cerocleriste mazzi di rose legati 
con i nastri nazionali. Le parole incitatrici di Balbo, 
suscitando i ricordi della patria lontana, provocarono 
una fervorosn dimostrazione al Duce, 

Una colonna di automobili recò poi gli ospiti a 
Rabat, ove il Ministro e il seguito furono ricevuti 
con tolti i debiti onori dal Presidente generale del 
Marocco. Facevano pittoresca ala. per tutta la lun- 
ghezza dell' Ampio viale che conduce al palazzo, i fu- 
cilieri algerino e la guardia marocchina, mentre la 
banda della legione straniera squillava la marcia reale, 





Ii gruppo dei piloti allantici col loro glorioro gagliardelto. 


Il Presidente, che accolse con viva cordialità il nostro 
Ministro sulla soglia del palazzo, lo convitò ad un 

ranzo cui parteciparono tutte le autorità civili e mi- 
litari del Marocco. Il nostro Console generale, on. Me- 
riano, volle che tutti i crocieristi fossero nel pome. 
riggio suoi ospiti per un the, al quale intervenne anche 
il Presidente generale. 

Anche a Rabat il generale Balbo, col seguito, vi- 
sità le nostre scuole, s'intrattenne con la colonia ita- 
liana riunita e pronunciò parole incoraggianti al Fa- 
scismo, dando atto, fra entusiastici applausi, dell'opera 
instancabile di italianità costantemente svolta dal no- 
stro Console generale on. Meriano. 

Ritornati a Casablanca, risalimmo a bordo e sal- 
pammo verso Dakar. Vi giungemmo la mattina del 33 
dopo una traversata che sla momenti d'emozione per 
il rapido salvataggio di quattro naufraghi negri, da due 
giorni trasportati sopra una fragile ia barca gione dalle 
correnti marine. Ed anche nella capitale dell'Africa 
occidentale francese le accoglienze furono quanto mai 
liete e solenni. Schieramento di soldati indigeni e ca- 
valleria nelle caratteristiche uniformi, sparo di can- 
noni, entusiasmo di folle salutanti e spiccata cordialità 
di manifestazioni da parte delle autorità locali. La 
città era imbandierata e la folla indigena ed italiana 
acclamava al passaggio del nostro Ministro che visità 
il campo dell'aviazione ed 1 magnifici impianti e gli 
imponenti lavori del porto per i quali sono stanziati 
oltre (recento milioni di franchi. Altre festose acco- 
lienze il Ministro ed i suoi raccolsero alla Camera 

i Commercio italiana ed al Palazzo del Governo ove 
ebbe luogo una colazione ufficiale, durante la quale 
furono scambiati brindisi inneggianti alla fortuna ed 
all'avwenire delle nazioni sorelle. Nel pomeriggio si 
svolse una imponente manifestazione sportiva, orga: 
nizzata in onore della Crociera, cui parteciparono le 
truppe indigene, e assistette l'intera popolazione. 


E dopo una così fervida giornata, l'Evperia salpava 
la sera verso Bolama, ove nel tramonto del 234 di- 
cembre poteva gettare le ancore. 

Meravigliosa suggestione nella notte lunare, sulle 
acque memori, le luci dell'abitato, i proiettori delle 
due cannoniere portoghesi giunte ad onorare l'Ospite, 
la Stella d'Italia bianco-lucente sulle ciminiere del- 
l'Esperta, il Fascio Littorio risplendente sulla poppa ! 

Già in quel tramonto la cerimonia dell'ammaina 
bandiera, cui (per consuetudine voluta da S, E. Balbo) 
tutti indistintamente i passeggeri convenivano, aveva 
assunto una solennità speciale. 

Poi, a mezzanotte, il cappellano militare di bordo, 
alla presenza di S. E. Balbo, di tutti i crocieristi e 
del Governatore portoghese, accompagnato dai suoi 

iù alti ufficiali e funzionari, celebrò la triplice Santa 
essa di Natale. 

Là, sul ponte più clevato della nave, sotto alla 
volta splendente del firmamento, nella penombra av- 
vivata soltanto dalle famme dei ceri agitate dalla 
brezza, davanti all'altare ove alla immagine del Re 
dentore faceva da sfondo il nostro bel Tricolore, la 
Patria era presente e viva nel cuore e nel desiderio 
di ognuno. La suggestione dell'ora e del luogo si me- 
sceva negli animi al ricordo dell'Evento che si era 
venuti a commemorare, al sentimento religioso della 
Ricorrenza Divina, alla nostalgia della casa e degli 
affetti di ciascuno, all'orgoglio di sentirsi figli d'Italia, 
alla fierezza di essere messi del Duce del Fascismo, 
inviati, da Lui ad onorare i grandi Morti e 1 glo- 
riosi Viventi, 

All'alba seguente tutti i crocieristi sbarcarono; i 
militari colle loro grandi uniformi, i civili in camicia 
mera 0 in abito da cerimonia, le rappresentanze coi loro 
labari, le signore coi loro abbigliamenti più graziosi. 
Era come se tutta l'Italia, quella del popolo e quella 
del censo, della bellezza e della potente industria, quella 


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ufficiale e quella del cuore spontaneo, fosse riunita li 
davanti alle pietre scolpite dall'artista Ruggeri Fsotto 
le altissime palme ondeggianti, a testimoniare l'amore 
pei Caduti e ln fede pei Sopravissuti, a promettere 
che non ci arresteremo, e che se quella di Bolama è 
una pietra miliare, molte altre vorrà porne l'aviazione 
italiana con le sue vittorie sulle grandi strade aerce 
che il progresso ha solamente indicato ma non ancora 
stabilito nel mondo. 

Truppe portoghesi ed indigene rendevano gli onori, 
schierate in un grande quadrato esterno entro il quale 
si disposero i ranghi degli atlantici, degli altri ufficiali, 
delle rappresentanee, dei erocieristi è egli allievi della 
R. Accademia Aeronautica in plotone armato. 

AI discorso del Ministro Balbo, fervido d'italianità 
fascista, alato d'immagini, ferreo di pensieri e di pro- 
positi, fece seguito l'appello di ogni Caduto, salutato 
dalla salva d'onore sparata dai moschetti degli acca- 
demisti e dal grido: ‘ Presente!". 

Po il Governatore portoghese rispose nobilmente, 
ringraziando e prendendo in consegna il Monumento 
ni piedi del quale venne messa al posto d'onore la 
corona bronzea offerta dal Duce, e tutto intorno nu- 
merose altre corone. 








Feduta d'insieme del piazza 
Nello sfondo a destra si na 


In alta, a sinistra: 
di deenae della 
Guinea Portoghese 
Soones Zilbao pro- 
nuncia il sno discorso 


Faiagrafle Ufficio Siumpa 
Ainiitiro Assia erica 


i marinai portoghesi 
«séhierati davanti al 
monumento. 





sorge ll maestoro monumento. 


Gaperia"”, da nave sella crociena. 


In alto, a destra: 
$. E. Balbo, il Go- 


vernalore portoghese 
e le Autorità assi» 


storno alla cerimonia. 


Fatagralla Ufficio Stampa 
biaidara Asraaaoiiza 


La salca d'anore dei 
mostri asiolori allo 
«coprimenta, 


i 





Terminata la cerimonia, dimessi gli abiti di gala, 
tutti si sparsero verso la foresta in escursione: armati 
d'elmetti coloniali, di macchine fotografiche, di fucili 
express... nonchè d'un desiderio d'esplorazione è di 
caccia grossa, che solo qualche fortunato riusci in 
parle a soddisfare. 

Quando la marca lo permise il piroscafo rivolse 
la prora verso il ritorno; e questa seconda parte del 
wiaggio sarebbe stata la più gradevole e simpatica che 
si posso immaginare, tra i crocieristi ormai perfetta- 
mente affiatati nei parecchi giorni di vita a bordo, 
animati dal brio di alcuni capiscarichi, dalla grazia 
di tutte le signore, dal buon gusto incitatore e mode- 
ratore del generale Balbo, se non fosse venuta a porre 
tristezza negli animi la notizia della morte improvvisa 
di Arnaldo Mussolini, In suo onore venne celebrata 
una solenne messa cui assistettero commossi è sgomenti 
per l'inaspettata sciagura, tutti i crocieristi. 

Pur tuttavia la bellezza dei luoghi visitati, sopra- 
tutto delle isole di Tenerilia e di Madera, la festosità 
delle accoglienze a Lisbona, la cortesia squisita e so- 
lenne delle accoglienza francesi negli scali delle colonie 
mediterranee, dettero anche alla seconda parte della 
crociera un fascino particolare, 





uf: 





La visita al Presidente della Repubblica del Portogallo, gen. Carmona (fra $. E. Balbo e il Min. degli Esteri portoghese). 


Giunti a Tangeri, il gen. Balbo e i crocieristi seno 
accolti con evidente simpatia dalla popolazione che £ 
curiosa di vedere gli eroi di una così ardita impresa. 
Dietro la guida del nostro Console visitammo rapida- 
mente la città, sostando nella grandiosa scuola italiana, 

sede del sultano Mulai Hafid, ove il generale e 
il seguito furono salutati dai lieti evviva delle scola- 
resche schierate in divisa. 

Poi l'on. Balbo, accompagnato da una parte dei cro- 
cieristi, si portò in automobile a Tetuan, e al confine 
tra il territorio internazionale di Tangeri e il Marocco 
ricevette l'omaggio dal rappresentante del Governa- 
tore e dal comandante dell'aviazione spagnuola. Fu, 
di poi, visitata la regione del Rif, ben nota per la 
guerriglia, non priva di memorabili episodi d'ardimento 
e di valore, sostenuta contro Abd-el-Krim, Il generale 
Balbo ha valuto visitare con molta attenzione Amye- 
dida, il luogo ove fu combattuta nel 1919 un'aspra 
battaglia durata quat- 
tro giorni, fra le colonne 
spagnole ed i ribelli di 
El-Reisuli. Quindi ven- 
ne raggiunta la città di 
Tetuan; ove attirò le cu- 
riosità e l'ammirazione 
di tutta la cittadella mo- 
resca, dalla quale il Ge. 
nerale si diresse al Pa- 
lazzo del Governo, ri- 
cevutovi con tulti gli 
onori militari dalle trup- 
pe spaignuole schierate, 
mentre il cannone tuo- 
nava a salve. L'Alto 
Commissario Spagnolo 
del Marocco circondato da 
da funzionari civili € vl ar 
militari della Colonia e 4 


olfferse all'on. Balbo una 


cos 


ae 


7 





Ma. = i 298 H 


colazione cui intervennero anche tutte le rappresen- 
tanza # i giornalisti partecipanti alla crociera. 

L'Alto Commissario volle, poi, personalmente gui- 
dare il nostro Ministro e i suoi compagni a visitare la 
caserma della Legione straniera dove furono ammirati 
i magnifici impianti e gli alloggiamenti. Salutati dal 
rombo di aeroplani irzanti nel cielo si è ripresa la 
via per Cecta, La folla che gremiva la banchina di 
fronte all'Fsperia, accolse con una vibrante manifesta. 
zione di omaggio il Trasvolatore e i suoi eroici com- 
pagni, mentre le truppe, al rullo dei grossi tamburi ed 
al rombo delle artiglierie, rendevano gli onori militari. 

Sull'imbrunire di quel giorno movimentato l'Evperia 
riprendeva la rotta verso Algeri. 

Non senza entusiasmo furono le accoglienze pro- 
digateci dalla Colonia italiana è dalle autorità algerine 
al nostro atteso arrivo, Il nostro Console generale Ma 
gistrati accompagnò subito il generale Balbo alla Casa 
degli italiani ove la ma- 
nifestazione della nostra 
colonia commosse il Mi. 
nistro e il suo seguito. 
[l Reggente del Gover- 
no ha offerto al Casino 
Municipale un pranzo 
in onore del gen. Balbo, 

ranzo coi inlervennero 
tutte le autorità insieme 
a tutte le notabilità del- 
la nostra Colonia. Im» 
prontati a calda amici- 
zia furono i brindisi pro» 
nunciati dal nostro Mi- 
nistro e dal Reggente 
che ha in seguito resti. 
tuito le visite a bordo 
dell'Esperia. 

v k Con alla testa il no» 
A di — stro Capo, ci recammo 


Mi, 
LO 
n 


Le «harco î Lisbona, & E Aolba coll'imm. Cao Conlinba, 
malorore iravvelalere dell'Allandtico. 


de e i i a ce 


ve ‘fi e e A a e o vi de e ce 


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23 


LLP 
a ve * fi i, E, 
i 4 dui dra, ìifa % TAI ti kÉ i 


ii 


La afilata dei nostri aviatori davanti al monumento del Milite Ignoto a Lisbona. 


a deporre una corona di fiori al monumento dei Ca- 
duti, tra i quali il nostro orgoglio nazionale annovera 
Irecento compatrioti. Attesi dagli Spahis e dagli Zuavi 
nelle loro sgargianti divise che formavano sul declino 
verde del pendio un caratteristico quadro di colore, 
il Ministro è stato ricevuto dalle rappresentanze delle 
autorità dell'esercito francese, e delle associazioni fran- 
cesi ed italiane. Dopo un ricevimento al Circolo Mili- 
tare, S. E. Balbo ricevette a bordo le rappresentanze 
del Fascio, dei Combattenti e dei Mutilati. 

II Comandante del Corpo d'Armata dell'Algeria 
volle porgere, prima che l'Esperia levasse le ancore, 
1 suo salato al nostro valoroso Volatore, che rispose 
calorosamente. Ed eccoci volti verso Tunisi, La nave 
deve far scalo nel porto militare 
di Biserta per le pessime condi- 
zioni d'ancoraggio dovute alle re- 
centi mareggiate. E' un divario 
che interessa. Gli italiani di Tu- 
nisi hanno accolto il Ministro 
Balbo e i suoi compagni di cro- 
ciera con accoglienze veramente 
trionfali. : La imà im sione 
dello slancio fremente dei nostri 
connazionali versa l'Erve è i audi, 
la si ebbe allo sbarco di Biserta 
ove gli italiani erano ad atten- 
derci. Le banchine formicolavano 
di popolo venuto da tutte le parti 
della regione bisertina. Le asso- 
ciazioni italiane erano schierate 
lungo le rive ed una selva di ban- 
diere tricolori ondeggiava in alto 
sul popolo acclamante. Uno spet» 
tacolo indimenticabile. Autorità 
francesi, rappresentanti di orga” 
nizzazioni italiane, i bimbi delle 
nostre scuole, le compagnie mili- 





tari d'onore, il suonò delle bande, e mani plaudenti e 
voci gridanti l'evwiva. Il sole smagliante ha favorito 
lo svolgersi della nostra giornata tunisina, che fu di 
fervida propaganda di italianità. 

Folla ovunque e i cordoni militari la trattenevano a 
stento, I nostri connazionali sembravano deliranti ed 
il loro saluto romano non soffriva dei rattrappimenti. 

Le cerimonie si svolsero nella più viva delle cor- 
dialità. La visita al Residente, la restituzione della 
visita, il ricevimento al Consolato, ove si era riunito 
il fior fiore della Colonia è tutte le rappresentanze 
delle nostre organizzazioni, la imponente sfilata del po» 
polo che dopo lunghe ore di attesa ha potuto vedere è 
salutare gli Eroi, furono un susseguirsi dideliranti mani» 
festazioni di entusiastica ammira- 
zione. Sembrava che tutti volesse- 
ro personalmente urlare la dedi- 
zione al Duce e all'Italia fascista, 
commentandocon il canto le note 
di Giovinezza lanciate dalle musi. 
che. Il gen. Balbo si recò più tardi 
alla Sede delle Scuole Medie,visi- 
tà il cam] diaviazione di Anina e 
partecipò a un ricevimento offerto 
dalla Colonia a tutti i crocieristi. 

Venne poi ricevuto dal Bey 
di Tunisi che gli porse le insegne 
della sua più alta onorificenza e 
fra nuove esplosioni di entusia- 
smo, fra gli saluti avupurali dei 
connazionali animati dalla più 
pura e nostalgica fede d'Italia. 
l'Evperia salpava da Tunisi verso 
Napoli, degnamente suggellando 
in una apoteosi spontanea di po- 
polo italiano in terra straniera 
il superbo rito di italianità com- 
piutozi a Bolama. 


Il comandante dell'Esperia Umberto Ferrario 


e il commisario cap. Ciro Marinelli. 


74 


GIOCATTOLI VOLANTI 


Quest'argomento può dirsi d'attualità in un periodo 
dell'anno quando i bimbi ed i giovanetti manifestano 
in parte la loro indole, le loro tendenze e vocazioni 
con il desiderio e con la predilezione dell'uno o del- 
l'altro giocattolo. 

E non può dirsi argomento futile come non è 
futile ogni questione che concerna le generazioni iù» 
vanissime, dalle quali soltanto i propositi e le ambizioni 
dell'attuale generazione adulta potranno essere rea- 
lizzati, delle quali soltanto si può sperare la piena 
maturazione di quel concreto "italiano nuovo” che 
l'Animatore auspicò, volle e plasma, e verso le quali 
pertanto noi abbiamo indilazionabili doveri. 

"La nostra stirpe deve diventare stirpe di volatori 
come fu ed è stirpe di marinai”. 

Quest'auspicio dell'Aviatore Balbo può trovare 
la sun opera di realizzazione in ogni età del giovane 
italiano. Pei grandi col pilotaggio dei velivoli a_ mo- 
tore, pei giovanissimi col volo a vela, pei giovanetti e 
i fanciulli col giocattolo volante. 

Nessun pilota può fare a meno d'una cognizione 
completa della macchina che vola; ogni aviazione 
progredisce non solo in quanto possiede piloti provetti, 
ma sopratutto in quanto possiede tecnici esperti ed 
ingegneri geniali. 

I giocattolo volante prelude alla formazione del 
cervello e del cuore per gli uni e per gli altri; per 
coloro che sulle ampie strade del cielo compiranno 
audacie nuove, e per coloro che nel segreto d'un la- 
boratorio e nel fervore d'un' inà pi tteranno è 
realizzeranno il velivolo od il motore che farà fare 
un balzo in avanti a questo ramo dell'attività umana. 


MODELLI E GIOCATTOLI 

Un certo pudore di vomini adulti ha dato il nome 

di modelli anzichè di giocattoli a questi leggeri tralicci 
cli legni e di tele che spinti dalla forza d'un elastico 


rattorto od anche da altre minuscole energie, partono 
dalla mano trepida d'un fanciullo e fanno fiorire un 
sorriso sereno e meravigliato sulle labbra delle per- 
sone gravi che assistono. 

In realtà i giocattoli volanti non sono la copia in 
piccolo, non sono il modello dei velivoli veri. Si può 
affermare all'ingrosso che le pigmee copie dei grandi 
velivali sono destinate a non volare. 

Troppo la lero struttura risulta appesantita dalla 
riproduzione di ali, fusoliere, carrelli e code, troppo 
le resistenze che l'aria oppone si moltiplicano nell'urto 
contro elementi costruttivi che è impossibile ripro- 
durre in giusta scala, troppo esigua forza motrice è 

ssibile ottenere con peso tollerabile dal motorino, 

i qualsiasi genere esso sia, se ci si ostini a rispettare 
la somiglianza. 

Ciò che propriamente si chiama modella d'un veli. 
volo serve ad esperienze di laboratorio nelle gallerie 
del vento per lo studio delle sagome e delle forme, 
e ne parlammo qualche mese fa su queste colonne; 
ma si tratta di modelli fatti di legno massiccio è di 
metallo e non sono atti al volo, 

Pur tuttavia la forma generale dei giocattoli vo- 
lanti è simile a quella dei velivoli veri, le leggi che 
ne regolano il moto e l'equilibrio sono esattamente le 
stesse, gli organi di cui abbisognano sono analoghi, e 
molte constatazioni che i giocattoli permettono di fare 
sui fenomeni aerodinamici e sulla resistenza dei ma- 
teriali, sono applicabili anche alle costruzioni reali 
sebbene dissimili 

Questa cosa é tanto vera che i modellini prima 
di diventare giocattoli per fanciullo costituirono le 
prime materializzazioni degli intuiti dei pioneri del- 
l'aviazione, dettero ai primi costruttori l'ebbrezza del 
successo nel vedere librarsi nell'aria il piccolo ordigno 
e la luminosa promessa che, essi perseverando, il volo 
umano da sogno sarebbe divenuto realtà. 

Ma quelli di tali inventori che non seppero tra- 





he gare dei modelli volanti a Taliedo. Un concorrente lancia il vuo modello. 


7 di # IT 
» n AI 


bei 


per 





La numerosa schiera dei partecipanti al conconzo di Venezia, 


polare i risultati conseguiti nè applicare ai modelli 
tutte le modifiche necessarie per passare alla vera 
grandezza, pagarono con amare delusioni e talvolta 
con la vita l'eccessiva fiducia e l'insufficiente raziocinio. 
Diremo di più: ancora oggi alcuni tipi di macchine 
volanti, ali gli elicotteri, mentre sono stati realiz 
zati con meravigliosi risultati come modelli volanti, 
non sono stati realizzati, o lo sono stati senza risultato 
apprezzabile, in grandezza tale da poter sollevare un 
uomo. Il +alore informativo, culturale di questo gio- 
cattolo è molto grande se si pensi alla molteplicità 
delle leggi fisiche che vengono conosciute e assimilate 
dal fanciullo mentre si ‘diletta; se si pensi all'opera 
manuale di falegname, fabbro, saldatore che richiede 
al piccolo cana 

Ma assai più grande ed importante è il valore 
formativo ed educativo di questo passatempo, per 
l'emulazione cui incita, per 
la laboriosità cui obbliga, 
per la pazienza e la dili- 
genza cui induce, per la 
tolleranza e la resistenza 
che richiede di fronte agli 
intuccessi ed alle piccole 
disavventure, nonchè per 
la... moderazione che inse- 
gna nei successi molto spes» 
so ePfmeri. 


IL PREMIO DEL PIC- 
COLO INGEGNERE 


La costruzione dei gia- 
cattoli volanti, dopo aver 





dato al fanciullo operoso e intelligente tanta messe 

di intime soddisfazioni e di spirituali vantaggi, darà 

anche soddisfazioni palesi e pubbliche, nonchè rico. 

noscimenti e*premi che potremmo dire ufficiali e 

materiali, 

Ogni anno infatti per la munificenza di qualche 
privato, sotto il patronato del Ministero dell'Aero» 
nautica e per opera del Reale Aero Club d'Italia, si 
organizzano concorsi per modelli volanti, con regola» 
menti dettagliati, con giudici scelti tra piloti è ingegneri 
militari e civili, con eliminatorie svolte per cura degli 
Aero Clubs periferici sopra un campo di aviazione 
della Provincia e con gare finali, fra i migliori così 
selezionati, che si svolgono quasi sempre a Roma 
sull'aeroporto del Littorio. 

Si può riconoscere che per un giovanetto questo 
genere di soddisfazioni e di compensi sia sufficiente a 
apronare ogni più tenace è 
perseverante ingegnosità ed 
operosità. 

_ Ma d'altro vi sì ag- 
e davvero cospicuo 
rehé nell'anno corrente il 

mala nazionale, oltre ad 

awert per premi coppe € 
medaglie, aveva anche 
somme di danaro che an- 
davano da lire cinquecento 

a lire tremila. 

Questa gara si ripete 
ogni anno nell'intento di 
spronare l'amore e l'inie- 
ressamento per l'aviazione 
da parte dei giovanciti, e 


SE ZLI PE 


Piccoli apporecebi costruiti da Balilla e Acanguardisti. 





Ii gruppo dei concorrenti alla gara dell'Aero Club sul campo del Littorio. 


ad essa possono partecipare tutti i giovani dei due 
sessi, ciltadini italiani, e regolarmente inscritti in qual- 
siasi Istituto di istruzione di grado medio, del Regno. 

La Coppa offerta dal Conte Giovanni Bonmartini 
è un premio challenge che wiene assegnato ogni anno 
alla scuola presso la quale è inscritto l'alunno vincente. 

Esso rimarrà di proprietà della scuola i cui alunni 
avranno vinto il concorso due volte, sia pure non 
consecutive, entro cinque anni. 

Il regolamento precisa il tipo di modelli che pos- 
sone concorrere, la loro dimensione massima, le norme 
per le gare eliminatorie, la composizione della giuria 
e stabilisce che mentre le eliminatorie provinciali e 
regionali debbono terminare entro il Fi luglio, le gare 
finali si svolgono in settembre. 

I vincitori delle eliminatorie hanno il viaggio gra- 
tuito dalla loro residenza a Roma è ritorno. 


AVANTI BALILLA! 


ma l’'incitamento va pure agli Avanguardisti 
perchè ques LE gra richiedono capacità che non 
lilla 


sempre un può avere. 
Eine passato gli Aero Clubs di Trieste, di 


Venezia, di Varese, di Roma, di Terni, di Torino, ecc , 
raccolsero ciascuno parecchie decine di concorrenti 
(quello di Venezia giunse a settanta); alle gare fi- 
nali parteciparono ben cinquanta concorrenti. Si eb- 
bero, oltre diecimila lire remi di cui è dotata 
la Coppa Bonmartini, anche lire duemilatrecento di 
un Premio Littorio con molte medaglie d'oro e d'ar- 
gento annesse. 

Nelle eliminatorie si raggiunsero voli di 233 minuti 
secondi. Furono anche esibiti tre modelli d'idrovo» 
IRR: si ebbero modellini con motore ad aria compressa 

ca qu più numerosi ad elastico. 
i risultati finali più notevoli furono: 

pp minuti secondi di volo del concorrente Otello 
Mulinacci con idrovolante: 3635 minuti secondi di volo 
del concorrente Efre Nobili con velivolo mosso ad 
aria compressa; 218 minuti secondi di volo del con- 
corrente Umberto Frattini; 165 minuti secondi di 
volo del concorrente Valerio Ciampolini. 

Con ciò la Coppa Bonmartini, prima detenuta dal. 
l'Aero Club di Varese, è passata P0 pi Club di Pisn. 

Avanti Balilla! Anche i in tali piccole competizioni 
un uomo ancora piccolo può mostrare cuore e cer- 
vello grandi. AMEDEO MECOZZI 





Due vincitori: Varberto Frattini di Parere e Valerio Ciampolini di Pira. 


mr 





e I e a n 


Un ardito valo a vela di mezz'ora è «lato compiuto dal tenente svizzero Gerber nell'Oberianò bernese. 
i preparativi della partenza e una fase del volo, 





b'ilalia «portici. Una gara di regolarita ba riunito a Adlilano 1340 avolocielisti di 66 atolociaba, 
Sotto: di traguardo cella "Mora d'inverno” è, sopra, i concorrenli in arrivo al Parco, 





® Bd i ager * 


e ninni 





L'incincibile squadra di bockey dell'Ottawa al Palazzo del Ghiaccio di Milano. Sopra: Una fase del primo match 
Canadi» Milano, che di fronte all'insuperabile braeunt del conaderi ba mense in rilievo l'ottima classe dei giocatori milanesi, 


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= Litio fan.) A a ai dba Ra. 


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li tamzi ati at ran * 





= Contrasti della sport. Un torneo di bocce femminile, lipica espressione del costumi sportivi in Inghilterra 
} Sopra: Esercizi collettivi per celebrare an anniversario palriollico al nuovo stadio di Tokio, 











a 


lvatticità del cantieri italiani. I caro Sella motonace * Neplunia ” del Lloyd Triestino a Monfalcone, 
Fai. Gragiadri 





Modello in legno d'an naviglio con equipaggio del periodo eracicopolitano 
nell'Asbmolean Museum di Oxford, (da “The Art of Egypt", ER “The Studio”, Londra}, 


STORIA DEI GRANDI 


Un giocattolo è un sosia nano della verità! sosia 
nano della forma umana, dell'arredamento della casa, 
dello strumentario. 

esto amore per la verità ridotta, © una tipica 
caratteristica dell'uomo. In alcuni periodi diventa una 
mania che giunge a quelle curiose aberrazioni del 
seicento, a cagione delle quali in un nocciolo di noce 
si ee tutta la storia sacra incisa e rilevata! Altre 
volte mantiene confini più umani lavorando sulla na- 
tura per denarci ad esempio piante nane, animali 
nani e perfino uomini nani; oppure resta in più com- 
prensibili confini per produrre soltanto copie prive di 
vita della realtà maggiore, Il giocattolo è nato da 
gua tendenza, da questo umano desiderio di ripro» 
urre in piccolo, di imitare quanto si presenta agli occhi. 

- E' assai probabile che anche nei primi tempi della 
vita umana si creassero giocattoli. Alcune statuette 
di osso di renna o di corno di elefante dell'uomo 
primitivo, forse non sono altra cosa se non mozzi e 
modesti giuocattoli dell'uomo della caverna. La in 
terpretazione non è davvero facile per la mancanza 
di segni grafici rivelatori: ma chi bene osservi questa 
produzione, chi bene mediti alcuni di questi prodotti 
dell'arte primitiva, ha diritto di pensare che sostan- 
zialmente queste piccole opere plastiche null'altro 
fossero che giocattoli fatti dai grandi per i piccoli e ri- 
masti nel tempo a testimoniare per la civiltà dei grandi. 

Non è del rimanente tutta questa l'alternativa della 
vita? Il piccolo uomo imita con serietà il grande: il 
quale più tardi bamboleggierà con altrettanta serietà 
imitando i piccoli senza neppur saperlo. 

Nelle civiltà definite, che si aggirano tra il 3800 
prima di Cristo ed il periodo della Repubblica Ro- 
mana, questa tendenza all'imitazione minuscola delle 
forme (dalla quale tendenza è derivato il giocattolo) 
ha assunto forme sue definite, che in tutti i popoli 
hanno la loro manifestazione, 

Poco è giunto sino a noi. L'uomo che ha distrutto 
tutto le opere di coloro che credeva conquistare di- 
struggendo, non ha risparmiato neppure questi segni 
ingenui dell'arte. Anche quando l'amore per la cono- 
scenza aveva assunto forme nobili santificate da un 
più alto senso di amore umano, egli ha distrutto senza 
criterio e senza pietà le traccie del passato. 


NEGLI OGGETTI DEI PICCOLI 


Gli spagnuoli che conquistavano il Messico ed il 
Perù ad esempio, non si sono minimamente curati di 
salvare questi segni. Eppure gli Incas, ad esempio, 
avevano l'abitudine di costrurre bambole che soprav- 
vivono in scarsissimi esemplari è che documentano 
della immutabile tendenza umana alla costruzione 
del giocattolo. Così sono andati distrutti documenti 
di arte e di vita che awrebbero dato gioia ai nostri 
occhi ed al nostro pensiero, e che avrebbero permesso 
una maggior conoscenza di un lungo periodo di civiltà 
che noi abbiamo soffocato distruggendo perfino le ri- 
cordanze materiate, che in ogni caso dovevano parere 
manifestazioni di bellezza. 

La morte sidiletta di aiutare la vita anche attra- 
verso n quanto essa nasconde negli ipogei. E' dalla 
morte ancora una volta che sono derivati a noi in 
questo campo della rappresentazione artistica, i segni 
più nobili e più belli del tentativo umano di ripro- 

urre la vita. Già gli scavi di alcuni paesi apparte- 
nenti al passato avevano rivelato alcuni dei giuocattoli 
significativi, che a noi hanno permesso di vedere come 
si riproducevano per i piccoli le opere dei grandi. 

Pompei aveva dato ad esempio alcuni documenti 
in questa materia: e gli innamorati di quel meravi- 
glioso tempio del nostro passato che è il Museo Na- 
zionale di Napoli, conoscono questi segni illustrati da 
anni e diventati materia di comune coltura, 

Anche dagli scavi di Creta erano derivati alcuni 
documenti, e forse le statuette di Tanagra sono prima 
di tutto e sopra tutto dei tipi veri e propri di eleganti 
giocattoli giunti sino a noi come segni di un'arte ma- 
gnifica e di una sapienza non meno considerevole. 

Nan diversamente in Oriente quelle che sono le 
bambole cinesi e giapponesi non rappresentano altro 
che la continuazione di una tradizione sociale are 
tistica che risale a decine di secoli addietro, Perché 
in ogni tempo l'uomo, pur con mezzi e forze varie, è 
stato l'eterno fanciullo che si diletta delle imitazioni 
e le costruisce togliendo in parte alla vita ed in parte 
alla fantasia, gli elementi rappresentativi. 

Anche oggi nei popoli meno tocchi dalla civiltà la 
medesima tendenza si mostra manifesta; e i grandi 

vorano il legno ed il tessuto, creando piccoli fan. 
tocci che sono nati dall'istinto sotto tutte le latitudini 


e con tutti i climi. Alcune volte questa tendenza è 
così manifesta che il giocattolo resta una delle basali 
rappresentazioni artistiche delle primitive collettività. 
L'amore per i nati, il desiderio di porre tra le mani 
dei piccoli i segni della vita, spinge a queste tradu- 
zioni pratiche del senso artistico, creando talora espres- 
sioni mirabili di verità e di bellezza. 

Spettava agli i ipogei egizi dare a noi anche in questo 
campo la più nobile e più interessante rivelazione. 

La civiltà umana deve essere ben grata alla ten 
denza egizia di collocare il morto in luoghi protetti 
con tutto l'arsenale è lo strumentario della vita. Senza 
questa abitudine e senza questa credenza, oggi la vita 
eli quattro millenni di civiltà sarebbe un mistero 
insondabile, e la fantasia spazierebbe in campi nei 

uali potrebbe bensi creare fantasmi, senza la gioia 
li una tangibile verità, che resta superiore a distanze 
creme da tutte le vaporose ed indefinite crea- 
zioni dell'immaginazione. 

I trovamenti degli ultimi lustri hanno permesso 
di vedere sovra indimenticabili documenti con quale 
perfezione e con quale abilità si creassero in Egitto 
{in un periodo che risale almeno al dJoco prima di 
Cristo) i giocattoli peri ricchi. Anche allora i grandi 
costruivano bambole e Ffantocci per i piccoli, imitando 
tutto quanto è il segno reale de la vita. Anche allora 
l'artigiano amava riprodurre in scala minuscola i vi- 
venti e le scene della vita: 
e i giocattoli d'allora nulla 
di differente averano nel 
significato intimo ed wiìti- 
mo dai giocattoli moderni. 

Era per certo un ‘arte 
complessa che aveva i suoi 
cultori e i suoi innamorati; 
che aveva | suoi capola- 
vori e che certo trovava 
nel mondo dei piccoli i 
clienti desiderosi di queste 
minuscole rappresentazio» 
ni della vita. 

I saggi più notevoli di 
questa arte remota del 
giocattolo sono quelli pro- 
vementi da Beni Hasan 
oggi al museo di Oxford 

ef rp elli ancora più ricchi 
di Meketre raccolti al mi» 
rabile museo del Cairo, 

Anche È British Mu- 
seum possiede altri esem- 
plari fel genere: i quali 
debbono essere attribuiti 
a periodi varii, alcuni re- 
lativamente remoti (XI di- 
nastin), mentre altri ca- 
dono in epoche meno lon- 
tane da noi. Si tratta di 
veri è proprii giocattoli 
cherappresentano, coi ma- 
teriali che allora si offri. 
vano all'artista, figure u- 
mane e scene di vita. 

Assolutamente prezio- 
si per la conoscenza della 
tecnica egizio Uno ad 
esempio i giocattoli rap- 
presentanti le barche del 
Nilo: modelli che tra altro 
dimostrano comela tecnica 
navale copta di ben o 
differisca da quella delle 
dinastie medie faraoniche, 





Questi capolavori arcaici (almeno tali in relazione 
colla tecnica del giocattolo) sono costrutti in legno 
diversamente colorato. Il lavoro di incisione e di mo» 
dellatura & eseguito con una nobiltà che nulla muta 
per la osservanza rigida di quelli che formavano i ca- 
noni basali di tutta la plastica egizia. 

I soldatini di Asyut trovati nella tomba di Me- 
sekhti, ad esempio, non sono solamente i più antichi 
soldatini prodotti dall'uomo, ma sono anche tra i più 
nobili saggi di questa arte minore. La varietà degli 
atteggiamenti, la bellezza della esecuzione, l'armonia 
dei rapporti nelle diverse figurazioni, fanno di questi 
esemplari documenti senza pari. Edé veramente una 
fortuna che si usasse porre nella tomba del principe 
questi saggi rappresentativi della vita, senza dei quali 
malti dettagli dell’ "esistenza di quei periodi sfuggi» 
rebbero a noi, così come ci sfuggirebbe la conoscenza 
della bontà esecutiva dei primitivi artigiani, 

Oggi abbiamo tutta una raccolta di così fatti og- 
getti. Si discute se essi debbono interpretarsi come 
veri © proprii giocattoli 0 come ridotte rappresenta- 
zioni della vita, costrutte apposta per la tomba. Ma 
ripugna pensare che dal momento che artisti capaci 
esistevano ed abitudine alla ra ppresenta zione ridotta si 
aveva, non si usassero le piccole forme anche così come 
si usanò Oggi i giocattoli costrutti per i nostri piccini. 

Con ogni verosimiglianza gli egizi producevano 
veri e proprii giocattoli 
non solamente per deco- 
rare la tomba è per accom» 
pagnare il defunto, ma 
anche per la gioia dei vivi. 

Certo è che noi ab- 
biamo il diritto di inter- 
pretare questi prodotti di 
un'arte già ben evoluta e 
realmente matura, come 
veri e propri giocattoli 
appartenenti ad un tipo di 
tecnica abituale. 

Sono questi minuscoli 
saggi artistici costrutti 
forse anche per i vivi, che 
a distanza di quattro mila 
anni permettono al nostro 
pensiero di ricostrurre su 
documenti non fantastici 
la vita di quel periodo, La 
navigazione sul fiume sa- 
ero, ln pesca, una parte 
dell'agricoltara, la vita 
militare riprendono tutto 
l'aspetto della vita reale 
attraverso a questi mo- 
dellini gentili e suggestivi. 

Ancora una volta l'arte 
per i piccoli ha giovato alla 
condscenza dei grandi ed 
ha permesso di ricostrurre 
la"esistenza dei grandi. 

Non diversamente dai 
principi del 600 e del 7oo, 
i Faraoni dovevano amare 
questi prodotti che non 
$enzi una ragione accom: 
pagnavano l' estinto nel 
lungo sonno degli ipogei. 

Ed ecco come il giocat- 
tolo diventa improvvisa» 
mente vivo documento di 
storia e prezioso materiale 
di ricostruzione del pas- 
sato. E. BERTARELLI 


Giocaltoli egizii nel Britisb Museum e nel Cairo Museam 
(dalla citata pubblicazione). 


ti grattacieli della cieilit mecenaica nella lussureggiante cornice della California a San Iiego. 





“fgiue jo Me Lrodnpigu nord tag rabisifià Dijfiero Dj oMmposcali agi LA | raf ge ajuuert par dg jalt SLA rit aut 





di mondo dall'alto; dl bilanice lario dell'uomo in una zena industriale tedesca. Fransr Fhosa. 





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ILLUSTRATA 












Fondatori: 


NUOVE ISCRIZIONI 


Nella nostra «ita politica attuale assistiamo al 
prodursi di un fatto assai importante e causa di com- 
piacimento per le constatazioni che ne derivano e per 
gli smmaestramenti che né scaturiscono. 

Il nuovo Segretario del Partito, fra i primi suoi atti, 
applicando quanto deliberava il Gran Consiglio, ha 
stabilito di autorizzare l'iscrizione al Fascio di tutti 
i cittadini che, sentendosene è credendosene degni, ne 
facessero richiesta. 

In ogni città d'Italia, in ogni nostro paese le do- 
mande d'iscrizione affluirono e continuano ad affluire 
così numerose da superare di gran lunga anche quella 
che poteva parere la più rosea delle aspettazioni. 

Eppure, tutto questo potrebbe anche non esulare 
dalla ordinaria amministrazione della nostra compa- 
gine di partito se non si avverasse nelle condizioni 
e nel tempo che duramente traversiamo, La crisi eco- 
nhomica si aggrava ogni giorno più nel mondo e l'Italia 
ne subisce, non meno di ogni altra nazione, le conse. 

uenze. L'ottimismo aiuta a sperare è ad agire, ma 
a realtà è quella che é ed il disagio materiale è 
innegabile. 

Regime fronteggia con tenacia i non facili tempi 
€ per la volontà del Capo ela bontà della dottrina 
e delle provvidenze, riesce spesso ad attutire, se non 
ad annullare, i colpi di una sorte avversa, Il Partito 
fascista è l'organo intimo e basilare del Regime, l'ar- 
mata di manovra svelta è sicura, pronta negli spiriti 
ed attrezzata nei mezzi per gli sviluppi della Rivolu- 
zione fascista. Le molte adesioni che si esprimono oggi 
in modo concreto e con una manifestazione di fatto e 
non platonica, consistente nel richiedere l'ammissione 
al Partito, stanno a dimostrare che all'infuori ‘delle 
nostre forze fedeli di ogni ora, esiste nel nostro po- 
polo una ben netta e decisa volontà di collaborare 
per il bene della Patria e del Regime proprio nel 
Partito e col Partito che del Regime è il fulero è la 
difesa. E' il riconoscimento inequivocabile della vita- 
lità e della efficienza del Partito stesso se per correre 
a servire la Patria, che ne ha bisogno nella tristezza 
del momento che volge, non si trova di più giusto e 
di più desiderabile che di ottenere la tessera. Che 
se cosi non fosse, il popolo italiano, che in ogni dif- 
ficoltà della sua vita collettiva di nazione operante 
ed ascendente, ha sempre dimostrato sanità di pensiero 
ed infallibile intuito delle proprie necessità, non sa- 
rebbe accorso e non continuerebbe ad accorrere dopo 
tanti anni ancora, a serrarsi intorno al Littorio che 


LA Dir 


ARNALDO MUSSOLINI 
Direttore: MANLIO MORGAGNI 


aebAzIONnE amministrazione MILANO vira Lovanio, 10. reL 


Anna x . NM. a * Frbbraia ngia = 
di BBONAMENTO perl LETI L, b00: Esiora LI: USMERO SEPARATO L. 26 





* MANLIO MORGAGNI 









fi, tira) 


LA RIVISTA esce ogni mese | 


Palbblisial i Comprimere cifloaita Wasani Pabblivioà Baliaza RO A, — 1 diziin di sipradicicana # di sraedbialie dna sicairaii par veni | pari 





la mano di Benito Mussolini stringe ed innalza sulla" 
vita d'Italia ad affermazione ed a monito. 

Le benemerenze del Partito nel Paese sono innu- 
merevoli. Basterebbe accennare a quanto fu fatto in 
questi tempi nel campo della assistenza e della soli- 
darietà umana. La fratellanza non venne esaltata con 
le grosse parole che solleticavano gli orecchi dei nostri 
languidi professionisti della carità democratica, ma 
con salde opere che ristorano i corpi confortando gli 
animi, E queste opere il popolo italiano ha rilevato 
ed apprezzato così come quelle che si svolsero e stanno 
quotidianamente svolgendosi in ogni altro campo della 
attività nazionale. 

Il Partito è presente ovunque occorra l'impulso, 
l'esperienza e l'azione, solo preoccupato del bene del 
Paese e del suo prospero divenire. 

Ecco il segreto delle numerose richieste che vanno 
ora accumulandaosi in ogni angolo d'Italia per ottenere 
la tessera del Partito, ed ecco .l più ambito ricono. 
scimento di una infaticata ed infaticabile opera di ri- 
costruzione nazionale, 

Nè si supponga, né si creda che la ricerca di far 
parte del Fascio nasconda secondi fini, non confessati 
interessi, desideri di tornaconto personale o assicu- 
razione sul futuro. Non è il momento propizio per 
tali baratti. Le norme austere ed inflessibili stabilite 
per chi vuole entrare, contengono maggiori argomenti 
di perplessità che ragioni di allettamento. Chi chiede 
la tessera sa a quali procedure va incontro; sa che 
dovrà esporre la sua vita pubblica e privata sul ta- 
volo anatomico di commissioni non use a debolezze; 
sa che deve provare la illibatezza del suo costume e 
della sua azione politica e che solamente se reggerà 
alla prova egli sarà ammesso a far parte della sacra 
milizia. Milizia e mon circolo di chiacchiere è non 
adunata di disparati womini con diversi pensieri © 
con diverse tendenze: ma blocco granitico di corpi 
è di cuori che si muove in una disciplina ferrea, con 
molti doveri, con pochi diritti, con gravi responsa- 
bilità di ogni specie, con capi che non vacillano, con 
regolamenti che non lasciano adito ad arbitrarie inter- 
pretazioni, con pene per i trasgressori che imprimono 
un marchio non facilmente delebile. Non solo; ma 
a capo del Partito è oggi un uomo che ha a più ri- 
prese dimostrato di non scherzare, un'ex squadrista 
che ha vissuto le ore eroiche del Fascismo allo sba- 
raglio sulle piazze e sulle strade e non sdraiato nelle 
comode poltrone di ben guardati appartamenti, 


L'intransigenza consapevole del Segretario del 
Partito & a tutti nota come la rigidità delle sue de: 
cisioni. Le illusioni non possono, quindi, formarsi né 
sussistere e l'inganno svelato porterebbe a rapide è 
sewere sanzioni. Îl carattere politico di Achille Sta- 
race ne dà sicura garanzia. E' evidente, dunque, che 
l'ora non è adatta per la leggerezza degli atteggia- 
menti, I giorni facili delle tessere d'onore sono lon- 
tani, sé pur abbastanza vivi nel nostro ricordo. L'in- 
congruenza, per non chiamarla con altro nome, di 
dare la tessera con particolare nota d'onore e di 
plauso proprio a coloro che non avevano mai sentito 
sino allora il dovere di acquistarsela, è stata rilevata 
e la non lieta usanza è illanguidita è si è spenta nel 
crescere. 

Qegi si accede al Partito per la porta grande 
aperta c non per le socchiuse finestre di scorcio, e 
chi ha ottenuto l'onore di esservi ammesso vi entra 


col passo fermo e guarda ed è guardato negli occhi. 
(Chi entra compie un atto di amore e di fede, dimo» 
stra di non mancare di coraggio e di voler agire nel 
solo ed unico interesse del Regime e della Patria. E‘ 
un nuovo soldato che si arruola e volontariamente 
accetta 1 gravosi doveri in servizio e per il trionfo 
di una Idea, 

E tutto questo è sintomatico, è probativo, è de- 
finitivo, 

Il Fascismo ha trasformato le costumanze politiche, 
ha ravvivato le forze latenti, ha svegliato le sopite 
energie e ne ha suscitato di nuove assicurando al- 
l'Italia l'avvenire. 

Questa è la realtà e la verità. 

E il Popolo italiano, con l'innato è sano buon sensa, 
corre verso questa verità e questa sicurezza. Nelle 
schiere del Partito, che è energia e vita, il Popolo 
italiano procede fieramente in avanti. 


MANLIO MORGAGNI 


GLI AVVENIMENTI INTERNAZIONALI 


DEBITI RIPARAZIONI E DISARMO 


I due editoriali del Popolo # Nadia, “"Decidersi"” è 
" Discorso all'America", Ticss prospettato dinanzi 
alla opinione pubblica mondiale gli aspetti della crisi 
economica = licanziaria in relazione al problema dei 
debiti di scor e delle riparazioni. 

II mondo ha voluto riconoscere in quegli scritti 
la opinione di Benito Mussolini e li ha interpretati 
come la espressione del punto di vista del governo 
italiano. Effettivamente i due articoli. che potremmo 
definire storici, riflettono la volontà del Duce, ribat- 
tono e volgarizzano la proposta che il Duce aveva 
fatto a Londra fin dal 1922. 

A dieci anni di distanza le previsioni fatte allora 
da Mussolini hanno avuto conferma nella tragica e 
dolorosa realtà degli avvenimenti. Se gli uomini di 
gowerno inglesi, francesi cd americani, che nel 1933 
credettero opportuno lasciar cadere le proposte del 
Capo del governo italiano, avessero invece riflettuto 
al grave ammonimento contenoto nelle previsioni di 
Mussolini, forse al mondo sarebbe stata risparmiata 
una dolorosa e costosa esperienza ed a milioni di 
uomini non sarchbero state riservate sofferenze inau- 
dite e la più atroce delle miserie. 

Ma nel 1933 i creditori erano tutti tesi verso il 
desiderio e la ansietà di incassare, o meglio, erano 
presi dalla infantile illusione di EARL degli enormi 
sacrifici sostenuti dai popoli in guerra esigendo il 
saldo di una spettacolosa partita di dare e di avere 
aperta nel momento in cui le passioni ed i rancori 
erano tuttora esacerbati dai ricordi recenti della 
guerra c dalla esasperata esaltazione della wittoria. 

Per correre dietro al fantasma delle riparazioni 
tedesche e nella persistente illusione che fra impegni 
di sangue e Impegni finanziari fosse possibile stabilire 
una ripugnante cd illogica distinzione, si è riusciti a 
condurre la civiltà sull'orlo di un baratro pauroso, 
si & provocato il crollo di tutto il sistema economico 
moderno e si sono distrutte ricchezze che ogni calcolo 
è insufficiente a rappresentare ed a stabilire. 

I due articoli del Papale a'/befia, che la gpinione 
generale vuol far risalire alla penna del Duce, hanno 
richiamato il mondo alla realtà di una situazione che 
appare ormai come non più a lungo sostembile, A_dodici 
anni dalla firma dei trattati, dopo la dolorosa e di- 
sastrosa esperienza e dopo la ripetuta dimostrazione 
della incapacità della Germania ù sostenere il peso 
schiacciante degli impegni finanziari impostile a Ver- 


saglia, il mondo ora si ricrede e comincia a convincersi 
che solo con la chiusura della "tragica contabilità 
della guerra” sarà possibile ristabilire la fiducia e 
dare un riassetto alla sbandata economia mondiale. 

Gli articoli del Papale e'ialia hanno denunciato 
la esistenza di una crisi morale è politica — quasi 
una erisi di civiltà — che rende più penosamente 
difficile il risanamento della situazione economica. Ed 
in verità alla base della crisi economica sta un pro- 

o reale malessere politico che turba è falsa i 
rapporti fra i governi ed i popoli. Cancellare i debiti, 
rinunciare alle riparazioni, abbandonare il sistema 
odioso ed inutile dei tributi sarebbe già un segno 
tranquillante di rinsavimento morale che rivelerebbe di 

r_se stesso la presenza di elementi capaci di rista- 
bilie l'e nilibrio nella situazione politica dell'Europa. 
problemi sollevati dai due articoli di ispirà zione 
de hanno richiamato 1 governi ed hanno 
sospinto la opinione pubblica mondiale a considerare 
la urgenza e la necessità di affrontare il problema 
con la intenzione precisa e netta di risolverlo una 
volta per sempre. E' naturale che dinanzi a questa 
diffusa volontà di chiarificazione e di risoluzione si 
siano irrigidite le preesistenti ostilità e le opposizioni 
ad una liquidazione del problema debiti è mparazioni 
così come era stato prospettato nella tesi di Mussolimi 
e così come ora è accettata in Inghilterra e sotto 
molteplici aspetti anche in America. 

L'articolo “Discorso all'America” richiamava l'Eu- 
ropa al dovere di una concorde solidarietà continentale, 
prima di fronte alla Germania e quindi di fronte al- 
l'America. Ma il tentativo per ora è Fallito perchè 
l'Europa non ha superato ancora la profonda crisi 
politica e morale che la travaglia e che sta al centro 
di tutti i problemi europei e mondiali, perchè profon- 
damente differenti sono ancora dinanzi alla Germania 
le posizioni politiche e spirituali dei popoli che contro 
di essa furono già uniti e solidali in guerra. Questa 
solidarietà, rotta dai cattivi trattati di pace, poteva 
però essere ricostituita, non contro l'ex nemico, ma 
di fronte alla necessità grandiosa di risollevare l'Eu- 
ropa è di dare inizio alla ripresa dell'economia mondiale. 

La conferenza per le riparazioni che era stata con- 
wocata a Losanna per il 35 di gennaio, avrebbe dovuto 
appunto risolvere il quesito della solidarietà europea 
«li fronte a questo urgente e grave problema di portata 
mondiale, ma i preliminari del lavoro di preparazione 


La Delegazione Italiana a Cineora: 
Da sinistra, seduti: Acton, Sirianni, 
Balbo, Grandi, Graziani e Cavallero. 


hanno messo subito in rilievo la so- 
stanziale divergenza di vedute fra 
gli stessi creditori della Germania, 
ciò che rendeva inefficace ogni azione 
concorde verso l'America. 

Dopo un mese di nuove tratta- 
tive franco inglesi è stato possibile 
ottenere l'adesione dei governi inte- 
ressati all'idea di tenere la confe- 
renza annunciata per la fine di gen- 
naio nel prossimo mese di giugno, ma 
non è chiaro se l'accordo sulla ne- 
cessità di convocare la conferenza si 
estenda agli orientamenti, e alle di. 
rettive che i vari governi e special. 
mente la Francia, intendono di adot- 
tare di fronte al problema. La tesi 
italiana sulla necessità di passare il 
colpo di spugna e sui debiti e sulle 
fiparazioni va intanto guadagnando terreno in esten- 
sione ed in profondità. 

Siamo ancora in daga di ano degli aspetti più 
simtomatici e gravi Ila crisi politica che attraversa 
l'Europa. Tutti 1 governi cai AREE Stati creditori 
della Germania: Francia, hilterra ed Italia, sono 
concordi nel ritenere che A sita né oggi nè mai 
è in grado o sarà in grado di pagare le riparazioni 
secondo le cifre e le modalità del Piano Young; ma 
la divergenza comincia quando da questa constatazione 
di ordine economico, che è una realtà indistruttibile, 
si intendono trarre considerazioni di ordine politico. 

La Germania, secondo il concetto irriducibile del 
governo francese, dovrebbe comunque rimanere debi- 
Èrice per un tempo indefinito e scontare la carenza 
economica con l'adattarsi ad una situazione politica 
che la metterebbe in permanente stato di inferiorità 
è di impotenza di fronte al più forte e più esigente 
dei suoi creditori, Una tale forma di sachiavità larvata 
non può essere accettata da un popolo di settanta 
milioni di individui situato al centro dell'Europa, e 
senza la cui collaborazione leale è spontanea non sarà 
maifpossibile restituire, la tranquillità e il benessere 
al Continente. 

Le moratorie rinviano ma non risolvono i problemi, 





PA ail 





Lear cabiao 
=_ È L i 
ZIE ia on 
ha " ù n Esa È ge = 


mentre il mondo ha bisogno di un atto concreto e defi- 
mivo che chiuda per sempre una epoca di incertezze, 
di rancori e di paure. L'avwenire di un popolo non 
può essere ipotecato dalla scadenza sempre imminente 
di una cambiale per cifre astronomiche, In America, 
del resto, non sarebbe certo questa soluzione o com- 
licazione di ripiego speculativo che potrebbe vincere 
e ultime resistenze di quella parte di opinione pub- 
blica contraria alla cancellazione dei debiti: anche 
perché una tale soluzione non darebbe all'America 
alcuna di quelle garanzie di tranquillità sugli sviluppi 
avvenire della situazione politica ed economica alle 
quali invece gli americani tengono più che ai miliardi 
che attendono dai loro creditori europei, perchè le 
considerano come condizioni indispensabili alla ripresa 
degli affari e al ritorno della normalità negli scambi, 
al ristabilimento del rotto equilibrio fra i prezzi, la 
produzione e il consumo. 


Sotto questi auspici poco incoraggianti si è ape 
a Ginevra la Conferenza mondiale per la riduzione 
e la limitazione degli armamenti. 

Il problema del disarmo e degli armamenti è di 
una gravità pari a quella che hanno i debiti è le ripa» 
razioni, le posizioni pressoché identiche. Disarmo o 
armamenti? Cancellazione 0 esigenza 
dei debiti e delle riparazioni? 

Da questi interrogativi dipendono 
in eguale misura le sorti del mondo 
e della civiltà. Problema essenzial- 
mente politico anche quello del di- 
sarmo e degli armamenti; questione 
di valutazione della situazione poli- 
tica internazionale e questione di po- 
sizioni è di mentalità particolari nel 
giudicare e nel considerare i diritti, 
i doveri, le necessità dei popoli è 
delle nazioni. 

AI centro delle opposizioni al di- 
sarmo si trova sempre la Francia, il 
cui governo esamina e giudica i gran- 
di problemi che interessano la vita 
internazionale secondo un concetto 
egocentrico e con il disprezzo più 
solenne delle necessità di vita, di 


Una inantanea dell'anremblea curante 
il Slorso di Henderson. 





libertà, di sviluppo degli altri popoli. La Francia, 
armata più di qualunque altra nazione nel mondo, 
esige condizioni particolari di sicurezza per accedere 
al principio del disarmo non unilaterale e antepone 
queste sue illimitate e illegittime esigenze alle neces 
sità di ordine economico, politico e morale che sug: 
geriscono una riduzione ed una effettiva limitazione 
degli armamenti. 

La prima fase della Conferenza si è esaurita con 
la esposizione dei programmi è delle direttive dei go- 
werni delle maggiori Potenze: Francia, Inghilterra, 
Stati Uniti d'America, Italia, Russia, Giappone e 
Germania. 

Una vecchia tesi francese è stata rimessa a muovo 
è forse peggiorata dal sig. Tardicu, il quale, a nome 
del governo Francese, ha domandato la costituzione di 
una armata internazionale affidata alla Società delle 
Nazioni con l'incarico di vegliare alla conservazione 
dello «tale gue in Europa e nel mondo. I nuovi ar- 
mamenti, come le armited i mezzi di offesa proibiti, 
davrebbero essere destinati a formare il super-eser- 
cito del super-Stato di Ginevra; ma i singoli Stati 
continuerebbero a mantenere gli stessi sproporzionati 
ed ineguali armamenti che oggi posseggono. Dunque, 
nessona limitazione è riduzione degli armamenti nt- 
tuali, ma sibbene un nuovo aumento 
di armamenti. 

Il capo della delegazione italiana 
S. E. Grandi, ha opposto a questa 
concezione particolarista e negativa 
della Francia argomentazioni di ca- 
rattere universale. “ Qecorre ralfor- 
zare la giustizia e non già giustili- 
care la forza", egli ha detto. In 

uesto contrasto sta tutto il valore 

ella discussione che si è aperta a 
Ginevra sul disarmo e alla quale l"I- 
talia ha portato il contributo di pre- 
cise proposte per la limitazione degli 
attuali armamenti di terra, del mare 
e dell’aria. 

Sarebbe falso affermare che a 
Ginewra si ripeta ancora un episodio 
del contrasto italo-francese: non c'é 
una tesi italiana contro una tesi fran- 


La Delegazione degli Stati Uniti 
d'America alla Conferenza. 


S&S. E. Grandi pronuncia alla Conferenza 
di Gineora il suo impressionante ita 
sul disarmo. 


cese, ma c'è invece una concezione 
francese che urta gli interessi, i di- 
ritti, le aspirazioni, le necessità e gli 
ideali della grande maggioranza dei 
popoli e delle nazioni. 

Sul tumulto delle passioni, delle 
paure e degli egoismi domina la tre- 
menda realtà della situazione. 

Il mondo va alla rovina se l'Eu- 
ropa non si libera dall'incubo dei 
pagamenti di guerra; va alla rovma 
e alla guerra se la corsa agli arma» 
menti non subisce almeno un arresto 
che dia respiro alle finanze esauste 
degli Stati e tranquillizzi la turbata 
coscienza dei popoli. 


In tanto tumulto ed in tanta ce- 
citata ansietà s'è compiuto in Italia 
un avvenimento di alto significato morale e politico 
che consacra un Patto storico, ristabilisce definitiva. 
mente la pace fra tutti gli Italiani, chiarifica «i ar 
monizza le relazioni fra lo Stato italiano ed il Capo 
venerato di un potere spirituale verso il quale sono 
orientate le coscienze è gli spiriti di centinaia e cene 
tinaia di milioni di vomini. 

Il Capo del Governo italiano è Duce del Fascismo, 
Benito Mussolini, ha fatto visita nella Città del Vati. 
tano, la mattina dell'in febbraio, terzo anniversario 
della firma del Patto lateranense che poneva fine al 
grande dissidio storico fra l'Italia e il Papato, al 
Pontefice Pio XI. La solennità con la quale il Capo 
del Governo italiano è stato accolto nello Stato vati. 
cano e la inconsueta lunghezza della conversazione 
svoltasi fra Pio XI e Mussolini, hanno rivelato al 
mondo che la visita del Duce dell'Italia fascista al 
Capo di tutta la cristianità non era un puro atto 
di formalità protocollare. 

Il mondo, tormentato dalle angustie e dalle miserie, 
provocate in gran parte dalla sua stessa incapacità ad 
uscire dalla crisi non solo è non sopratutto economica 
che lo travaglia, deve avere guardato non tenza pro- 
fonda riflessione all'atto di pace che veniva consacrato 
in Roma fra due grandi Italiani... LIDO CAIANI 





e—_—r-—— 





‘*La giocoliera 


{Biregno di Damiano Damiani} 


La visita cel Capo del Governo a & & Pio NI nel terzo anniversario sella Conciliazione. hi corteo delle automobili 
in Piazza &. Pietro. Sopra: L'altesa dinanzi alla Barilica. 





‘soya go cure jo mia poor n) ddap opofoufopol ‘oppnfar one pod song ff «x - efér cinsggag ii 


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Un reparto del battaglione da «barco sdestinalo A Sciangai allracca all'increciatore "AIrenlo” nel porto di Goela. 


Foîegralla Braal, 





Il confluito cino-giappenese. Truppe in partenza da Tokio, accompagnate dall'entusiastico saluto della popolazione. 








Manconi fronersi sulle Alpi. Una afilata di lanka è, sopra, riparti sciatori a Briangon. 





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nl. gl. OI ha 
pe i - 


Nsi paesi dell'oro, deenî queticiane a Parigi: chsoccupati in altera di un rancio gratuito dall'iniziativa privata. 
Sopra: Na grande comizio di diroccmpati a Pittrburgb, negli Stati Maddi. | 


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Nella Spagna irreguieta. La polizia al lavoro contro i soeversivi in una cia di Bilbao, 





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L'imponente adunata cel Fascismo Torinese nell'anniversario della Milizia. N Segretario del Partito paria al Teatro 
Hegio; e, sopra, possa ln riviata reparti di sciatori dello Milizia è dello Legione Sabanda. 











li trigesimo della morte di Arnaldo Mussolini celebrato cvolennemente a Milano. L'albero piantolo ia Piazza 
Sant" Ambrogio, a fianco del Monumento ai Caduti. Sopra: Îl discorso di Arturo Marpicati al Teatro Lirico. 





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Pella morte di Micbele Biancbi celebrato con aielere ceriavonie a Roma. Un ciale della Capitale 
intitolato al Quadrumelre. Sopra: ba solenne messa funebre. 





GAETANO POLVERELLI 


Il giornalismo italiano, fiera dei suoi uomini mi- 
gliori, ha salutato con unanime calorosa affettuosità 
la scelta di Gaetano Polverelli a dirigere l'Ufficio 
Stampa del Capo del Governo. La di lui chiamata 
all'alto compito é un ambito riconoscimento di conì 
crete virtà, di sicuri walori spirituali è tecnici, coro» 
namento di una instancabile attività in servizio di un 
Capo e di una Idea. 

Ed il compiacimento del giornalismo italiano, in 
moda particolare dei giornalisti fascisti, & più che le- 
gittimo, porch di Gaetano Polverelli può bene alfers 
marsi che zia nata giornalista. La febbre deal giar- 
nale, che riplasma nel turbinio della rotativa la wita 
wissuta di ogni giorno e statulizce con la ceronnon i 
documenti della storia, lo assalze nasali giovane. 

[ suoi inizi furono come quelli li tanti altri, at- 
tratti dall'incanto della professione irrequieta, cui 
dinanzi sono aperte tutte le strade che conducono a 
tutti i successi; ma 
passi distinguersi per fervorozn passione, per intelli» 
gente operosità, per una insaziabile smania dii appren- 
dere e di approfondire le proprie cognizioni perche 
lo spirito fosse preparato e pronto a quanto l'avv: 
nire avrebbe potuto richiedere alla sun attività ed 
alla sua fede. Così, in un lavoro costante e consape» 
vole, temprò la mente, svelti la penna, allargò gli 
orizzonti alla sua capacità e si formò quella sicura 
competenza che doveva creargli linea e stile incon: 
fomdibili. 

Quando Benito Mussolini con la infallibile perce- 
zione dei destini d'Italia sfhdà l'impopolarità e lasciò 
sdegnoso ma altero gli antichi compagni che non lo 
capivano più, quantunque lo amassero ancora, e con 
un ardimento eroico fondò la fucina infocata del 
Popolo d'Italia, ad un tempo bandiera ed arma, fra i 
pochi che lo seguirono alla tenda nel deserto, in quel 
1914 che segna nella storia d'Italia una data basilare, 
fra quei pochi, spiritualmente, cera Gaetano Polverelli 
che fu tra i primi collaboratori del nuovo quotidiano. 
Vi portava l'entusiasmo di una coscienza solida e 
serena formata alle antiche tradizioni famigliari, alla 
fattiva austerità della gente marchigiana, da cui pro- 
viene, e all'esempio dell'avo che nel 1849, volontario 
con Garibaldi, combatteva nelle epiche giornate che 
rendono eterna nella gloria e nel ricordo la caduta 
della Repubblica Romana. Le naturali doti dell'in- 
telletto, aperto e vivido, egli nutri e corroborò di forti 
studi a Roma ed a Pavia ed una incitante passione 
lo spinse verso l'esame degli avvenimenti storici e la 
loro acuta indagine per conoscere le cause dei fatti 
ce imoventi delle azioni degli uomini, Da questa smania 
di investigazione doveva nascere quel suo Stadio ata 
rico su Giulia Cesare che si afferma essere opera am- 
mirevole di un ingegno colto è raffinato. 

Ma il giornalismo ebbe il sopravvento sulla pas 
sione dello studioso. La vita della Nazione tumultuante 
in una crisi fondamentale da cui poteva scaturire la 
rovina o la salute, richiamava le energie di coloro 
che amavano veramente l'Italia, perché il cuore del 
popolo non fosse più altre traviato e la guerra venisse 
finalmente decisa, Ed egli ascoltò la voce della KNa- 
zione che risuonava in quella ammonitrice di Benito 
Mussolini, e fu con Lui in devozione fedele, Incominciò 
a scrivere, come collaboratore, sul Parola Salta, 


egli seppe sin dai non facili primi 


Sono del novembre del 1914 i suoi primi articoli sul 
giornale rinnovatore. Vennero subito avvertiti per la 
sicurezza dell’intuito, per la lucidità nella compren 
sione delle situazioni, per la chiarezza e la limpidità 
della forma. Si occupava dei problemi interessanti la 
nostra politica estera e quella degli altri Stati. Trat- 
tava tali argomenti con competenza ed obiettività. 

Egli sentiva la politica estera e mne avverti: 
vil ogni sintomo e né segnava ogni movimento. La 
sua attenzione era richiamata anche dai programmi 
militari navali ed aerei delle nazioni europee, specie 
in riferimento a quelli del nostro paese. E spesso le 
conchiusioni cui arrivava dopo il SUD cosclenzioso 
esame, lasciavano prevedere le decisioni che sarebbero 
state in seguito adottate dagli òorgani competenti. Per 
questo Gaetano Polverelli rimase dal 1914 il redattore 
chi politica estera del Popolo Ialia e nel 1934 lo di- 
venne anche di questa mostra Rivista, 1 cu lettori 
apprezzarono sempre in lui la preparazione politica 
néi problemi esteri di cui fu diligente e convincente 
illustratore. 

Nel 1919 Benito Mussolini volle che Gaetano Pal: 
werelli assumesse la direzione dell'ufficio di corrispon= 
denza da Roma al Papato d'olio. 

Era un momento grave, pericoloso e delicato che 
la Nazione traversava in quel convulso dopoguerra 
ed occorreva alla Capitale un attento e capace os- 
servatore, Ed egli, che la scuola di Benito Mussolini 
aveva temprato ai più duri, ai più ardui cimenti, 
seppe corrispondere alle aspettazioni del Capo e ri- 
mase al posto assegnatogli come una vedetta in trincea, 
silenzioso, fedele, disciplinato e sempre pronto, dal 
1919 ad oggi. 

La sun attività non si limitò alla battaglia sulle 
colonne del giornale. Audacemente combattè i negatori 
dei diritti nazionali e contribuì efficacemente a costi. 
tuire il Fascio di Roma seguendone le più ardite ma- 
nifestazioni e partecipando alla sua gagliarda azione 
ricostruttice. Nel Fascio di Roma fu chiamato a posti 
di responsabilità che a più riprese sostenne con grande 
dignità ed efficacia. Ma va qui ricordato a sua lode 
tutta l'azione che vi svolse come segretario politico 
quando i becchini cantavano a morto e si illudevano, 
nei loro complotti, di ricostruire il caduto impero sulle 
rovine del Regime fascista. Ed in quella così tesa è 
grave situazione politica Gaetano Polverelli diede 
nuova prova della sua coscienza di italiano e di fa- 
scista, della sua serietà di responsabile e del suo co- 
raggio senza iattanze e senza ostentazioni, ma inlles- 
sibile nella difesa c nella esaltazione del Fascismo e 
del suo Duce, 

Fu addetto per la stampa alla Conferenza inter- 
nazionale di Losanna e nel 1974 entrò alla Camera 
per le Marche ed il mandato gli venne riconfermato 
nelle elezioni plebiscitarie del 1939. Gli furono affidati 
altri importanti incarichi: segretario dal 1938 del 
Sindacato dei giornalisti di Roma, delegato aggiunto 
per l'Italia all'Assemblea della Società delle Nazioni, 
rappresentante del Partito nella delegazione italiana 
in Ungheria. 

Nella nuova alta carica cui fu meritatamente chia- 
mato, egli — ne siamo certi — confermerà di essere 
veramente uno dei più degni usciti dalla scuola erea- 
trice di Benito Mussolini, 

MANLIO MORGAGNI 


L'ea. Giorlano Polverelli 


Capo Ufficio Slampa del Capo del Governo. 





L'ORIGINALITÀ DEL SISTE 


Il giudizio spontaneo sul metodo di educazione che 
il Fascismo ha applicato alle nuove generazioni è par: 
ticolarmente pregevole, come pietra di paragone, quando 
è formulato da individui che, appartenendo ad un'altra 
civiltà, giungono vergini di ogni preconcetto nella nostra 
Patria. Questa premessa è necessaria perchè mon ci 
si creda laudatori ed esaltatori ad ogni costo, proni 
è reverenti, di quanto possono dire di noi gli stra- 
nigri che vannò per la maggiore nel momento e che 
passano per il nostro paese, soffermandosi a consta- 
tare ce ad ammirare, Il parere del grand'uomo del 
momento ci lascia in genere freddi, 0, al massimo, 
generitamente compiaciuti per uh sincerità, pre» 

vole se si applica con intelligenza a cose italiane. 
Ma quando non si tratta di un curopeo, ma dell'e. 
sponente di un complesso di ragioni e di metodi di 
vita che differiscono essenzialmente da quelli degli 
occidentali, ci è grato soffermarci un poco con legit- 
tima soddisfazione ad esaminare il suo giudizio e le 
ragioni interiori che lo hanno ispirato. 

Il Gandhi è passato poco tempo fa in una fanta- 
smagoria di accoglienze, di omaggi, per mezza Europa, 
ammirato da pochi come espressione di una grande 
idea che si afferma ineluttabilmente, da molti con ildilet 
tantismo dei facili politici, da moltissimi per snobismo. 

Quest'uomo che porta con sè una 
somma di esperienze millenarie e che 
tenta in uno sforzo immane di fonderle 
con le esigenze dell'avvenire delsuo po- 
polo, non + stato cortese con l'Europa. 

Là civiltà meccamea lo fa sorri: 
dere di compatimento; le accoglienze 
dei potenti lo lasciano olimpicamente 
indifferente. 

Nella sua via di ritorno al carcere, 
è passato per l'Italia. Non si è sbrac- 
ciato, come han fatto moltissimi, in- 
diani e non, prima di lui, ad esprimere 
ameiirazione entusiasta per i nostri 
metodi politici. 

Ha risposto con misura & compo 
stesza alle cortesie con cortesie, ha 
guardato, ha constatato, ed è rimasto 
colpito in modo particolare da un solo 
fattore nell'ordine nazionale italiano: 
il nostro sistema di educazione delle 
generazioni che appaiono adesso alla 
vita sociale e che si allenano con fa» 
scistica celerità a darci l'ineluttatile 
cambio. 

Ed in questo campo Gandhi ha 
ammirato da conoscitore e da istintivo. 

Come conoscitore è rimasto sor: 
preso dall'ordine perfetto che in tutte 
le nostre organizzazioni giovanili, che 
radunano ed assommano nelle varie 
specialità tutti i bimbi d'Italia, forma 
la caratteristica esteriore più appari» 
scente; come istintivo ha presentito la 
grande forza latente che si svilupperà 
con certezza da queste masse educate 
con severità nai grandi compiti del 
domani. 


Gandbi nella vi civila n Moma, fmi 


tamburini e | marinarelti dell 0, N A 


Il Mahatma tornava da molti altri paesi dove gli 
clementi di disordine, a stento contenuti da misure 
repressive, tentano di esplodere in mille manifestazioni 
materiali e morali. 

Il dissolvimento politica, economico e spirituale di 
molti strati sociali dei “dominatori” deve averlo fatto 
gioire intimamente, con la ica del nemico della 
razza e dei sistemi di coloro che al suo popolo ap- 
paionò genericamente gli oppressori. 

Chi sa che nella sun anima raccolta egli non abbia 
tratto gli auspici della fine, da questa vecchiezza, da 
questa decadenza, dell' Europa superba?... 

Ma Gandhi, osservatore acuto, varcate le frontiere 
d'Italia si é trovato al contatto della risorgente € 
rinnovata civiltà mediterranea, romana, e ne ha visto 
le espressioni più sicure: le Legioni dell'Opera Balilla. 
Erà ed è questo l'elemento nuova che lo ha colpito, 
sicché egli deve essere partito da Brindisi col dubbio 
che qualcuno stia raccogliendo la eredità della vecchia 
Europa entro i suoi stessi confini. Una stirpe, per 
virtù di un Condottiero, sta raccogliendo vigorosamente 
le eredità di uma razza, ridonandole un Credo e se 
gnandole una via. 

La grande missione storica del Fascismo e di 
Mussolini, che si proietta già in impensati sviluppi, 





AA EDUCATIVO 


néi secoli futuri, è affidata proprio a quelle discipli- 
nate Legioni dinanzi a cui il Gandbi si è soffermato 
in perplessa ammirazione, 

gi non possiamo chiedere al capo indiano la 
comprensione rapida dei nostri metodi politici, né ci 
interessa di chiederla perché non hanno bisogno del- 
l'avallo di nessuno. Ci basta questo suo stupore, che 
nasce dal paragone silenzioso con quello che egli ha 
constatato in altre nazioni, per darci un grande mo- 
tivo di allegrezza in quanto ci offre una riprova della 
nostra potenza. 

Analoghe considerazioni possiamo farle desumendo 
le impressioni che, a contatto con le organizzazioni 
giovanili, ha provato un altro illustre visitatore di 
questi ultimi tempi: il Principe Ereditario di Etiopia. 

Per merito di Benito Mussolini il wecchio mondo 
sta ritrovando una strada; è nostra fede cieca che 
le attuali difficoltà economico» politiche saranno alla 
fine superate seguendo i concetti ragionevoli ed am- 
monitori che vengono da Roma. 

In ogni caso si salveranno i più sani ed i più 
iovani, seguendo una legge naturale che non ha mai 
fa lito nei millenni. 

Ne fanno garanzia le generazioni fasciste che Be- 
nito Mussolini educa con schietta originalità. 





FASCISTA 


Altrove la organizzazione giovanile non esiste af 
fatto o non esiste mai in senso totalitario, numerico 
o spirituale, come da noi. 

Qua e là organizzazioni confessionali radunano, 
con lo scopo istruttivo, masse più o meno vaste di 
giovani che, prescindendo dall'ordinario studio delle 
discipline e delle pratiche religiose, non hanno alcun 

nto comune. Cinscuno mantiene il proprio punto 
di vista politico, 

Insegni a questo proposito la Spagna, dove la orga- 
nizzazione giovanile era da secoli completamente nelle 
mani del clero; questo non ha impedito la proclama- 
zione della Repul blica antireligiosa. 

In altre nazioni di organizzazioni giovanili non ne esi 
stono, prescindendo da istituzioni di carattere culturale 
dove il massone ed il cattolico, il realista e l'anarcoide 
possono tranquillamente coesistere senza urtarsi. 

E" un poco quest'ultimo il quadro scontolante 
dell'Italia prefascista, 

In alcuni altri paesi esistono invece organizzazioni 
di giovani educati all'odio; organizzazioni ristrette 
di numero nelle quali la ragione d'essere si riduce ad 
una falle speranza di raggiungere, attraverso metodi 
barbarici, ir iungibili chimere. 

KHon a all di più immorale è ri nante di 
questa istillazione metodica di odio 
in anime che dovrebbero aprirsi al 
bello ed al giusto. Non c'è nulla di 
più terribile della responsabilità enor- 
me che, in senso spirituale, si assu- 
mono 1 tristi maestri verso la propria 
coscienza e verso Dio e che, in senso 
materiale, si assumono nei riguardi 
della società. 

Queste organizzazioni sono desti. 
nate, non avendo una base morale e 
mancando di base politica in Stati co- 
struiti con formule faticose è con stirpi 
differenti e contrastanti, a ruinare al 
primo attacco, 

Con l'odio non si costruisce; non 
crescon arbusti a quell'aure o dan 
frutti di cenere e di tosco, 

L'educazione italiana e fascista 
delle nuove generazioni si distingue e 
differenzia nettamente da ogni altra 
perchè gli elementi morali son tutti 
fra loro armonicamente contemperati, 
mentre con impianti modernissimi e con 
iniziative provvide si persegue siste» 
maticamente lo scopo di sviluppare i 
corpi in perfetta salute. Dalle vibranti 
adunate si alzano solo canti d'amore 
che, inneggiando alla Patria in un fer- 
vore mistico, ben promettono all'uma- 
nità tutta per la nobiltà dei senti- 
menti che esprimono. 

Il Duce additando le vie da se- 
guire agli educatori fascisti ha prepa- 
rato con romana fermezza e con in- 
telletto d'amore la salvezza di una ci- 
viltà dopo averci dato la sicurezza 
della Patria. LUIGI GRASSINI 


ll Principe Ereditorio d'Eliopia passa in 
rieislà i marinarelli e i réporli ciclisti. 


dé 





ln Sooralia: Le visite del Governatore Rava alla Colonia. fa grandiosa diga sul canale De Vecchi a Cenale 
Sopra: SE Rava volo le macslore palme dum otel ire Dana sul Malcarè, sul confine col Kenia el'Abisvinio. 
Fuù Piorial, 


n - P 


dh ini dl pini) 
ia n 
Fi i, : 


Fantasie di danne ai lramonfa in cnone al CGocernalore della Somalia a Uibia. Sopra : Nell'alto Webi Kcebeli 
SE, Rava ba sivitato le ribelle delle nostre bande armate di confine. Fei Pedrini. 





peli 


Uno speltacalore documento fotografico della nuarcia su Kuafra che ba vinticalmente cia 








fa pacificazione della C'inenaica. {Palla monografia “N ufira n edita dal Governo della Cirenaica), 


I LIBRI DEL MESE 


Ecco un libro che, a distanza di 
un anno dalla morte di un poeta, 
riunendo gli ultimi suei scritti cone 
imbuisco in modo mirabile a ricor 
siruire la dolce. schietta © pensosa 
imagine dello Scomparso: Î allanzio 
ali Faisito Maria Martini (A_ Mon- 
iladori, editare «= Milano). 

Mon sono novelle 0 racconti. A 
silizio, fa scimmia, Ciagme sere, 
benane, L'egpite, Una culle, e gli 
altri scritii del volume, per quanta 
iuîti siano più è meno legali al filo 
d'una sicomda ideale o reale: ma 
piuttosto capitoli di un libro di me 
morie. E giustamente alferma Ugo 
Opetti nella prefazione: "Nan so ancora staccare queste par 
gine da lui che le ha sertite, Ritrovo qui ad ogni riga il 
suo parlare sommesso. il suo sospirare è sperare, il suo com: 
fidarsi e ritirarsi. la sua fiducia è le sue perplessità... 

Ricerdì di Fanciallezza, dunque i Cri fantasie, rirvocazioni, 
nostalgie: pagine essenzialmente “ intimiste””. 

Ma quanta sincerità e quale evidenea d'arie nel ricordare. 
nell'analizzare il st stesso del temp passato! A ritravare 
dentro s8, a più «li quarant'anni, il fanciullo ch'egli fa, si sente 
che al porla so ne meraviglia come d'un prodigio, e di questa 
meraviglia fa insieme il suo allanno e il suo orgoglio. Ascol- 
tiamola: e all'ammirazione per l'artista pi unirà sempre più il 
rimpianto per quello che la Sua morie immatura ci ha tolto, 


TAL'EDIE MARA BERETTI 
IL SILENZIO 


no Piatto Lib ciao di rta 





Ln altro libro di guerra: scritto 
da un italiano. con schiebtezza, con 
vigore. con una notevole sensibilità 
cli asiervarione 2". fomanio di 
Giorgio Maria Sangiorgi (Lasa edi 
irice Agnelli - Milano). 

i" a, lutti lo sanno, è il calibro 
di un cannone d'artiglieria da cam- 
pagna:; il libro dunque è d'un arti 
gliere, dedicato agli artiglieri. Lo 
segnaliamo al camerali che furono 
veguaci di Santa Barbara, perché ri 
troveranno in queste pagine molto 
della lare si&ne e del lano orge 
glio. ricvacharanno l'emazione di star 
sui “pezzi” in batteria durante un 
attacco, saranno ripresi dalla mostalgia di certe cavalcate not 
turnee sulle diritte ateade del Veneto è ali cere prede alli por 
sizione accanto alla fanteria. quando più l'ora era grave e 
serabrava che solo dalla tempestività dei nosiri cannoncini 
dovesse dipendere il risuliato Gnale di un'azione. 

L'autore si arrwola a diciotto anni. Pero dope, confesserà 
orgoglioso: "Ho una stelletia d'argento sulla manica. un'amica 
che mi scrive ogni giorno, un cavallo che ai chiama © Udalli"... 
«non ho in me nemmeno più un briciolo di i borghesia” . E iutia 
il libro. ccal, ha il tono di un fresco e baldo diario, 


| mac Aaa ICI 





Anebe Millo da Milano s'impegna in un'opera di vaste 
proporzioni, ricca di pagine meditate e sofferte, com La seine 
dell'ineone; romano (Casa editrice Coschina - Milano) 

Non la guerra, ma la montagna, 

col mistero delle sue solitudini e dei 

Wiulm Fa umata suoi silenzi, ne è La vera protagonista. 

Il romanzo masce salle pendici alel 
Monte Rosa, La un giovine signore 
di grande casata. Antonio di Rocca- 
bruma, si rifugia per un profando bi- 


LA SEMINA 
DELL'AMORE 


anna i sogno di raccoglimento: e la vuole 
s il destino che egli s incontri con una 
donna che lo renderà ancora una 

i L ta s walta infelice. Alpigiana tè iclwaggpià, 
pae Silrana ebbe la vita segnata, no 
v dalla giovinezza, da una sorte ira- 
al gica. E l'amore con dinianio, vana 
Ut dia Illusione travolgente, non potrà por 


tare che nuovi tormenti, 


Ed ecco, una volta tanto, in mezzo 
a romanzi e a novelle, ua dramma. SERATA 
Ma de see AO IKa di Rina Alzaai 
{Fratelli Trova, editori » Milano) 
è opera che appartiene, oltre che al 
teatro, alla leiteratura: opera d'inda- 
gine e anche di polemica ilorita, ma 
sopra tulto opera di pensiero, 

Il conirasto fondamentale di que. Hp. 
ato «dinamma è anzitutto ali idee, di T 
iatiati storici e di fatalità sociali. | 
personaggi, Robespierre, Sain-]ust. puis 
Carlatia, Cornelia, non furono presi nica 
è prestito dall'autore per creare un 
lavoro verista, ma per sintetizzare 
— come lo stesso Alessi allerma — 

"alcuni aspetti puramente apirituali rintracciabili nell'ambiente, 
negli utmini © mol tempo di alire rivoluzioni politiche è reli: 
grose, non escluse anello più lontane da noi”. 

Perciù il lavoro, applaudito # discusso fervidamente a tealro, 
ha on inerte che apparirà anche più erwidente alla meditata 
amalisi del lettore. Notevole è l'interpretazione che l'autore dà 
della troppo spesso vituperaia figura di Robespierre. Contro i 
iletrattori dell'Incormattibile, VAlziùi muol rivemilicare il ainestà 
tormenta dell'aamo che sostitui alla "Dea Ragione” il principio 
dell'Essere Supremo”, all'arbitrio la legge. e ai tumulti di 
piazza un regime. Ma il Dia di Robespierre è posto su un 
worse ali Fusceo. Egli, raggiungemdlolo, ne ha le alli limuciato, per: 
ché Iddio punisce in lui la superbia e Pabuso del potere terreno. 


LA SETE DI Dio 


Mella collezione dedicata dall'e- 
slitore Valentino Bompiani (Milano, 
igiità) all'Umorismo, ecco un 
libro di fiaste Angeafine: umoriati 
argentini moderni, scelti è tradotti 
dla Raniero Nicolae Carlo Boselli, 

Enrique Mendes Calzada, trac- 
csiande una rapida storia dell'umo 
rima, ci insegna, tulle soglie del 
libro. come questa forma letteraria 
sia sopravvenita assai tardi in Ar 

«nina, perché fino a tempi 
aj vi imperava il pregiudizio che 
la letteratura debba essere “una 
coià seria”, sn un aeneo di gravità, 
spesso di noia... Ma il Micolai e il 
Boselli affermano che, oggi. in Argentina, l'umorismo lo si re 
spira nell'aria: csala dalla terra, anche là dove le strade pamre 
prane, annodandoni intorno a un mazzelto di caso, diventano 
mie di città: e tuttavia, al contrario di quanto avviene in Eu- 
ropa, è un prodotto passano al cinquanta per cesto: e per 
concacerlo a landa converrebbe afrondare la lirica talemporanma 
campagnola... A riprova di quanto essi alfermano, ecco pa 
gine dei migliori prosatori umoristi: da Eduardo Wilde al- 
l'Alvarez, dall'Estrella al Camcela. dal Gaehe al Lanza: 
scorrevoli, tipiche, piitoresche e tradotte son limpida efficacia. 





Una bel libro perzragazzi: L'anconieate di Renzia Poaraàni 
(Società Editrice Internazionale + Tarino), 

La sorte del protagonista è, questa volta, più dura del rome 
lntato che parta. E' givato che aià 
cosi, Pindechia è {iianneitino par 
sando attraverso la guerra. devono 
pur vestire il grigio-verde è imbrao: 
ciare il moschetto. E Carconienio, 
figlio di un contrabbandiere ere- 
sciuto sui mosti del vecchio confine 
irentino, han potrà accontentarsi di 
partare al pascolo le pecore. Verrà 
l'uragano del giò; fra Le sue valli 
arriverasno i soldati italiani a piane 
lar piazzuole... E il ragazza farà da 
guida in un'impresa ardita... Sarà 
ferito, avrà una medaglia... Poi ver 
rà la rinascita che lo troverà, Forte cdapi 
e iemprato, al suò porto di usma. 


ai mira 


LORCONTENTO 





Se la figura di Maiwimiliano Ra: 
bespierre ha ispirato non pochi scrit- 
tori © uomini di icatro, altrettanti, è 
forse in maggior numero sono smiati i 
biagrali, i commentatori e i dramma- 
tiratori dalla vita del suo famoso 
antagonista: Giorgio Danton. 

Si pub diro anche che l'oacilla» 
zione dei giudizi sui due rivoluzionari 
abbia dato luogo ad un fenomeno 
d'invariione particolarmente intenta» 
sante: se, infatti, la storia fa, per 
tutto il secolo decimonono, quasi seme 
pre ostile a Robespierre, © solo in 
tempi più recenti si volse a interpre- 
tarne la figura con maggior apirito di 
equanimità, Danian ebbe da tutte le cronache del secolo corro. 
si può dire. una magnifica "“siampa”: i francesi dell'aitocento 

reno in lui il precursore della grande oratoria democra: 
tica, il tribuno per eccellenza: è solianio oggi una critica sto 
rica più severa riduce il suo ricordo a più giuste proporzioni. 

Ecco una vasta biografia, vera “vita romanzata” del celebre 
agitatore, che l'inquadra nel tempo con chiarerza è con larga 
obiettività: Munari HormannW'endel.traduzione italiana uscita 
nella collana delle ‘Scie! dell'editore Mondadori. L'autore pe- 
netra nella vita del tribuno con accorto spirito analitico. "Noa 
è nè ian dio nt un diavolo — scrive =; è un vomo”, E il ra 
lume deriva il suo più alto interesse dal faito che, del grande ri- 
voluzionario, È sopra tutto messa in rilievo e compresa l'umanità. 





Dalla Francia della Rivoluzione 
passiamo alla Romania moderna con 
un attraente valume, ricco anche di 
numerose illustrazioni, di Paola Ter: 
marzi: La grande Romania {Casa edi- 
trice Alpes » Milano} 

L'autore ha vissuto a lungo nel 
pittorenco « dei Carpazi e del 
Danubio, ha abitato nelle sue prine 
cipali città, l'ha visitato per lungo 


© per largo, e puo DARE ACNE con 
competenza. dopo intelligenti inda: 
gini storsco-politiche. Non sempre è 
non tutto gli © stato dato di ammi 
rare, e fin da principio egli dichiara 
che il suo libro "non suol cssere 
uno dei valiti saggi apologetici, ove tutto è dipinto in azzurro 
@ in rosa; e cerca ili dire sempre la verità. anche la verità 
ipiacovole”, Eccellonto premessa, La Ramania, infalti, non ha 
bisogno di adulatori. ma di amici. E il Terruzzi, dopo averne 
recordare le lantane origine atoriche ce la diflicile forma- 
zione nazionale, attraverso tante lotte di razze e avversità di 
Stati confinanti, ai sofferma particolarmente a studiarne l'eco» 
nomia e l'agricoltura, la latteratura, lo arti, i rapporti con le 
minoranze ribelli. È illustra i suoi notevoli progressi, e crede 
fermamente alla aua proiperità aAvrenine. 


[PAOLO TERAUIZI. 





E poiche èla mò a viaggiare nel lempo e nello àpazio, por 
tiamoci a Madrid — sulla seconda metà del settecento = con 
questo denso volume di Giovanni Vincenti Mareri: [n dipl 
aulico all anale derimaltava (Cor 
baccio - Milano). 

Il diplomatico è il Cardinale lp- 
polito Antonio Vincenti Mareri, che, 
originario di una mobile famiglia di 
Hieti, fa per lunghi anni Nunzio a 
Madrid per passare poi alla Lega: 
sione di Bologna e terminare la sua 
marimentata contenza nmell'osilio di 
Parigi, nel 1810. L'autore ba riordi 
nato un vecchio archivio privato ed 
ha potuto così recar nuova luce sulla 
figura del Cardinale, che visse in 
un'apoca particolarmente citile alla 
Chiesa, sulla quale avevamo fino ad 
oggi notizie nelmilose è inicaalte. 





si 


Cra torniamo, per un momento, 
if casa mosita: fra le mira della 
possente città che vede la nosira 
diuturna fatica, e che, forse perché 
sempre a noi provente, abliamo me- 
no ssservalo è conosciamo mero di 
altre. Ci fa da guila im milamctat 
autentico, colto © studioso, Luigi 
Veniurini. E il suo libro ha per 
titolo: Afilinoo stentro della cerchio 
stica (Tip. del “ Popolo d'Italia") 

Aneora una volta, cgni nosilra 
fraso di presentazione è di come 
mento si trae in disparte dinanzi 
ad una prefazione che il nostro re 
nerato Direttore dettò poco prima 
della marte, "1l Veniurini — sono parole di Araldo Mus 
salini > unisce all'attività di docente quella di giornalista. 
Per questo, la disamina dei dati storici si rivela, attraverso 
le suc pagine, coscienziona e accurata, per un vigile senso della 
vita reale... Questo autore non ha il feticismo del passalo, ma 
considera inecce il Noire della vita della sua Milano atiraverio 
i secoli, dalla romanità al medioevo, dal Rinascimento fastoso 
alla dominazione spagnola immortalata dal Manzoni, dalla 
Milano romantica del Foscolo alla Milano d'oggi. ribrante di 
attività, illuminata dalla viva fode del Fascio primogenito”... 

Rivendicazione del passato, dunque, e oschio ben aperto e 
vigile sul presente. I milanesi {e noa essi soltanto) leggeranno 
volontieri questo bel libro denso di notizie e caldo d'amore, 





In elegante veste editoriale ap- 
pare un volume di Giuse Lar 
tella Gelardi intitolato ad «ietille 
diberti (Edie. l'impronta - Torino). 

E° un libro interamente dedicata 
ad un noto scultore, dai difficili 
inizi della carriera alle prime espo» 
sizioni î FT primi Rutccii, alla iIla- 
rida e operosa vecchiaia, È' l'omage 
gio di un amico è di un ammiratore 
ad un Maestro: e l'entusiasmo col 
quale è scritto invita alla lettura, 
anche perchi nulla © più interca- 
sante, per i suoi riflessi umani, della 
vita di un artista autentico, seme 

plico e schietto. Per parlaro di 
Achille Alberti e dei postulati sui quali si fonda la sua arte, 
autore ai MA dal Vasari e dal Canova, Scriveva il Vasari: 
“La scultura è un'arte che, levando il superfluo dalla materia 
suggetta, la riduce a quella forma di corpo che nell'idea del- 
l'artefice è disegnata”. E il Canova: “Noi abbiamo una par 
rola sola da dire, ma questa parola dev'essere chiara e col: 
pire subito, come un raggio di luce, gli occhi e la mente di 
chi guarda", 

(tocorre aggiungere altro, per lumeggiare l'artista cui tali 
impegmamenti furono di norma costante? 


(Qi sa Hoepli mon resta nella feconda sua opera ali alismull» 
gazione screntiica © sempre più arricchisce il patrimonio cul: 
turale librario per il quale è già tanio benemerita in lialia. 
{ra pubblica = (lia molti altra or 
lumi, e tutti assai pregevoli per la siro. RR 
eleganza ed il nitore dell'edizione — i at DE) 
di Libra del pifala arbilore di F, Bar- Pi Lera 
bieri, ricco di ammaestramenti teo» 
ricie pratici, che spiega chiaramente, ee — 
anche con il sussidio di centinaia di 
disegni e di illustrazioni originali. 
Qgni ce: tot Manovra del aiuti pae 
lotare. Altra interessantissima pube 
blicazione della stessa Casa editrice 
til volume dell'ing. Arturo Castel: 
lani: Taleckriame e nasioelaeas, con la 
detta guida del quale riesce meno 
arduo rendersi conto delle ricerche 
sulla faleredtectareee nel mondo, 





IL CENTENARIO DI 


In uno dei primi giorni di primavera — il 32 mar- 
zo del 1833 — serenamente V, Goethe moriva ottua- 
genario, proferendo le parole che riassumono tutto lo 
slancio e tutto l'ideale della sua vita. “Luce, ancora 
un po più di luce!" egli disse, e spirò senza una sol- 
ferenza, senza un dolore. 

Spirò come un dio che si allontana dalla terra, in 
un'ora di liberazione dal lungo e gioioso esilio che per 
lui fu un'esperienza feconda. S'allontanò dal mondo 
delle ombre, come si allontanano gli eroi trasfigurati 
e assunti all'etermità nei miti. Era passato fra gli 
uomini come un essere straordinario, una di quelle 
anime superiori che non conoscono le piccole passioni 
umane se non per esaltarle, purificate, nelle forme 
della bellezza. Come se a lui fosse cognito il culmine 
che egli poscia raggiunse con la tranquillità con cui 
le superbe welte dei monti raggiungono la zona della 
più alta atmosfera, e come se, dai primissimi anni del 
suo lavoro e della vigilia del suo intelletto, egli intrav- 
vedesse il suo termine gloriosa e il suo solare vertice, 
di dove nei giorni della olimpica vecchiezza doveva 
riguardare con chiara pupilla il mondo delle cose do- 
minate e degli uomini tumultuosi e della storia signo- 
reggiata ai suoi piedi, Goethe avanzò d'anno in anno 
è dd'ora in ora, nella soa strada segnata dal destino 
senza mai un solo istante di perplessità che l'arre- 
stassero a rimeditare, o lo sospingessero verso un 
altro sentiero e un'altra méta. 

E così operò con unn fede sicura che mai non cor 
nobbe incertezze; e nei suoi cinquanta anni di lavoro 
costrui quella mole stupefacente di proporzioni ciclo» 
piche che è la sua vasta, marmorea opera di pensa= 
tore e di poeta. 

Pensatore e poeta, Gocthe chiuse un'età letteraria 
ene aperse Una nuova. Venticinque anni dopo il 

“Messia” di Federico Klopstock, nel 1773, vedeva la 
luce il suo primo capolavoro, che, appena ventiquat- 
trenne, lo mise è capo della giovine letteratura tede- 
sca, il fioetz con Berlichingen, Il periodo augusto e 
buio della imitazione francese, dei calchi germanici 
del gran secolo della Francia borbonica, dell'arido 
classicismo accndemico vuoto d'ogni pensiero e Irrigi» 
dito nelle sue forze stercotipe senza un brivido di sen- 
timento e un sofho di passione fra i suoi morti tronchi, 
«rn finito. Se ne schiudeva uno nuovo con la sua 
mattutina freschezza e il suo luminoso splendore, il cui 
astro magnifico era appunto Volfango, questo spirito 
apollineo che rifoggiò il vecchio mondo, improntan® 
dolo dei segni eterni e dei segni del superbo avvenire. 

Mondo che prende nome, nella stona della cultura 
umana, di romantici. Mondo alla cui formazione 
geni di prima grandezza armonicamente concorsero, 
oltre a Goeihe: Emanvele Kant, Fichte, Schelling, 1 
grandissimi filosofi contemporanei del poeta: è Fede- 
rico Schlegel, | prima ancora quellHerder, iniziatore 
magnifico e maestro incomparabile della sua nazione, 
e sopra ogni altro il poeta pensatore, l'artefice squisito 
ed appassionato, lo storico pensoso Federico Schiller, 
che, con Goethe, rappresenta la diade stupenda, colmi- 
nante sul cielo della Germania all'alba del secolo XIX. 

Romanticismo; vale a dire. non soltanto pensiero 
— che è una forma dello spirito — ma tutto lo spi- 
rito con le sue sorgenti irrazionali, con i suoi tmpiti 
è furori di passione, con le sue febbri di volontà, 
con le sue armonie del segreto sogno, e con i suoi 
voli veementi verso l'infinito; questo cccano e que- 
sto porto a cui l'anima dei romantici si tende con 
tutte le sue ali, come alla propria patria che deve 
essere dall'uomo riconquistata. 


VOLFANGO GOETHE 


E, ciò non di meno, Goethe non fu romantico. Non 
fu romantico, né classico: ma l'una cosa è l'altra in- 
sieme. Ragione è irrazionalità, pensiero e passione, 
veemenzi & legge; norma. infrangibile e uasi musica 
che governa il supremo principio dell'ordine, del nu- 
mero. Fu vivente armonia, conciliazione degli oppo- 
sti, concorde stupefacente discordia dei contratti. Un 
giorno per liberarsi dal tormento di un amore che lo 
strazia e che gli disegna dinanzi agli occhi limpidi di 
giovinezza appena aperta l'immagine del suicidio, serive 
il IFertber Romanzo autobiografica, che rugge di do- 
lore contenuto e di angoscia traboccante entro forme 
perfette d'un'arte che è tutta norma, chiarezza, costru» 
zione, sapienza di calore è di linea. Ed ecco che, non 
appena terminato il romansa, quel Voalfango, già 
pronto a colpirsi di pugnale, è sanato: fatto libero 
da quella proiezione, in cui si è tutto studiato e obiet. 
tivato, nella sua luce d'arte-liberazione per l’arte; 
arte liberatrice, divina potenza allidaita dal Fato cren- 
tore agli wvomini di pieno intelletto! 

Ma, più tardi, viene in Italia — non ancora è con- 
cluso il sec. XYVIII=®=;e il Goethe romantico, il (Goethe 
wertheriano, dinanzi alle vestigia sublimi di Roma, 
termina in poche settimane di lavoro giocondo, quella 
“Ifgenia"”, che è modello insuperato di arte misurata 
e classica, dove pure ricircola, come nei grandi mo- 
delli di Sofocle è di Euripide, il sentimento sovrano che 
dà il tono, il tempo, l'armonia al melodioso devolversi 
degli eventi e al musicale succedersi dei grandi versi, 

E anche "Mignon", la dolcezza e la grazia del 
fiore melanconico, e il “Wilkelm Meister", il romanzo 
della misura, il trionfo della ragione, lo scherno ela 
beffa sopra i traviamenti di quella letteratura che 
egli stesso aveva iniziato; e il “Tasso” e le “Elegie 
Romane”, è il " Divano d'Oriente” ed il “Faust”... 

Duplicità che si risolve in unicità indissolubile. 
Come in minor misura Schiller, così Goethe. Entrambi 
perseguono questo ideale di conciliazione armoniosa, 
tra l'antico e il moderno, tra il romantico e il clas- 
sico, tra la Grecia dei miti e della grandissima arte 
e l'Europa pensosa dei più travolgenti problemi; tra 
il Partenone è Lutero, tra Fidia, Findaro, Eschilo, è 
Dante e Kant e lo spirito moderno, che è travagliato 
nell'intimo del dissidio tra essere e voler essere. 

Iniziano quell'umanesimo estetico che entrambi rie- 
scono a far trionfare nella Germania moderna, e di 
là in tutta l'Europa civile, Vagheggiano e vogliono 
non l'uomo-frammenta, lo scienziato da uma parte, il 
porta e l'artista dall'altra, il pensatore ad un polo, 
l'uomo pratico, l'uomo di azione all'altro polo; mise. 
rabile separazione operata dalla vita e dalla civiltà 
moderna: ma, come in Grecia l'uomo fu tutto l'uomo, 
come Eschilo fu poeta e combattente e guerriero e 
uomo politico, così oggi la Germania — essi pensano 
— e tutti gli eredi viventi della grande cimlià della 
Ellade debbono affaticarsi, ognuno per sé, a ricosti- 
tuire nel proprio spirito quella unità necessaria, che 
fa dell'uomo, l'uomo integrale, l'uomo totale, il verò, 
l'autentico “Uomo”. Sentire ed esperimentare passioni, 
raccogliere entro lo specchio nitido del pensiero, la 

sometria esatta d'ogni vero speculativo; osservare 
natura, esplorare lo spirito; pensare, sollrire, go- 
dere — senza dismisura apparente, senza mai perdere 
il segno della propria nobiltà — dominare per cono- 
scimento, più vasta zona di mondo che sia possibile, 
e, ad un tempo, agire, fare, produrre, assimilare le 
cose; improntare le cose di 

Viene in Italia; e a Palermo, e sulle Alpi studia 

la flora del Sud con l'entusiasmo di uno scienziato. 


33 





Un rilralto di Goelbe eseguilo da Karl Stieler nel 1838, 


La natura non è — come Fichte avevà affermato — 
una resistenza rude, un ostacolo necessario al farsi 
dell'fe creatore; la natura è vivente è incosciente 
spirito che anela alle forme ed alle espressioni della 
coscienza, spirito nella sua fase prenatale, lavoro pro- 
fondo dell'unico assoluto, che è pensiero consapevole 
dell'uomo, è inconsapevole pensiero nelle cose. Più 
che a Fichte, Goethe aderisce a Schelling, e — attra- 
verso questo — a Spinoza, il suo filosofo preferita, 
il filosofo di tutti 1 romantici. 

Onde alla natura egli si volge come a contemplare, 
scoperte che siano, le grandi leggi informatrici della 
vita e dell'essere. E queste leggi egli scopre, sia nel 
dominio dei vegetali, sià nel minio dell'anatomia 
comparata: le due grandi famiglie di viventi, piante 
e animali, lo seducono, lo attraggono, lo inchiodano 
a investigare, a speculare. Che cosa è il cervello? 


Fu Goethe primo a enunciarlo alla scienza, che poi 
ne trasse profitto. Esso + lo sviluppo del midollo spi- 
nale. L'occhio, questo organo che ci lega alle più 
favolose distanze, gli appare veramente una mirabile 
energia dello spirito, E l'occhio vede, discerne, separa, 
illumina, colora... Ecco la “Teoria dei Colori” che 
Goethe lascia in retaggio alla Fisica è all'Ottica; 
teoria che ancor oggi sopravvive. 

Non si limita, non si circoscrive, Non è il lette 
rato, il poeta, Volfango Goethe. E' l'uomo. Tutto 
l'uomo, col suo poderoso genio, che sì prospetta ad 
esempio di umanità superiore. Si capisce che da que- 
sto spirito universale dovesse nascere quella epopea 
moderna, in cui tutte le voci e tutti i pensieri riso- 
nano e si intrecciano — armonia filosohica e ad un 
tempo di altissima poesia — che è il “ Faust". 

Dante, Shakespeare, Goethe: tre mondi, tre mo- 


menti dello sviluppo storico dello spirito europeo. 
Dante® il poeta è il profeta della Redenzione per 
opera della rivelazione divina; Shakespeare, il titano 
che ricompone nelle sue lince maestre i muri della 
storia e dentro vi scruta tutte le colpe e tutti i mi- 
sfatti degli uomini, che pur non arrestano il progresso, 
sempre fatalmente inteso verso la sua méta presta» 
tulita; (Goethe, il genio moderno che si innesta alla 
Rinascenza europea del secolo XVI e ne promuove 
una nuova, più vasta e più comprensiva; il pensiero 
conciliatore ed unilicatore dei dissidi interiori e dei 
dissidi formidabili apertisi nell'anima individuale e nel- 
l'anima collettiva dell'occidente: il poeta di "Faust". 
Anche il "Faust" è un'immensa cattedrale come 
la "Commedia". E anche il "Faust è il poema della 
redenzione umana; ma non più in forza di una tra- 
scendenza è d'una provvidenza eterna, si in forza delle 
energie immanenti e possenti che lo spirito, eterno 
anch'esso, cela nelle sue profondità inesauribili. Co- 
noscere, sapere, godere, mordere a tutti i frutti della 
vita e saziarsene, Non è questo l'anelito dell'anima 
moderna, dell'anima romantica, d'ogni anima consape- 
vole dei suoi insopprimibili istinti? Ed è l'anelito di 
Faust: quello che travolge nella rovina ed esalta su 
tutte le vette, quello cha minaccia di dominare gli 
uomini e Faust; il quale d'esperienza in esperienza, 
sempre insaziato, sempre sentendo d'un cubito sovra- 
stare il suo desiderio alla sua conquista, sente in sé 
vacillare la fede, e = per il suo investigare è scru- 
tare — perde l'ingenuo potere di credere nelle cose, 
ove scorge deformità e stolterzza, abbagliato dallo 
stesso suo lume interiore. Onde il suo riso beffardo, il 
riso di Mefistofele, sdoppiamento del suo essere, scisso 
fra la negazione e il sogno. E non è questo il profon- 
de dramma di ogni anima moderna, che i romantici 
hanno espresso ed esprimono con parole wibranti di 
infinita passione? Dovremo pertanto adagiarci ai mar- 
gini dell'abisso in una sterile contemplazione di néi 
stessi e del nostro amaro destino ? L'"“Umanesimo di 
Goethe non la consente. Esso vuole una catarsi degna 
dell'uomo è del suo dramma Inceratore. 
Riabbeveriamoci pertanto alla zza dei padri 
mediterranei, Riadoriamo la bellezza, che nelle sue linee 
misteriose, avvolge l'anima 
torturata e la placa, esaltan- 
dola nel mondo delle armo. 
nie immortali! Ecco la scena 
centrale del poema; l'appa- 
rizione di Elena argiva, che è 
la stessa bellezza eterna, con- 
solatrice terrestre è ammo 
nitrice infallibile. In quella 
sfera sovrumana di vita, 
Faust comprende che cosa è 
misura e che cosa è armonia 
interiore. E riode levoci della 
Natura e rivede gli aspetti 
della realtà, con altro udito 
e con uno sguardo rinnovel- 
lato. Comprende che l'uomo 
é tutto l'uomo; non conoscen= 
za soltanto, non unità sepa- 
rata dal tutto umano è dal 
tutto cosmico, ma parte in- 
tegrante e integrata dall'in- 
finito mondo, nelle cui cor- 
renti egli deve risommer- 
gersi, concorde con le leggi 
della vità e della natura, 
per redimersi nella sua vera 
felicità superiore. E Mefi 
stofele spare, dissolto come 
una nebbia. E l'azione crea- 


TILL ACLLLE 


La cara nalale di Goribe a Francoforte, 





trice appare ù Faust il Vangelo supremo cui l'uomo 
deve obbedire se non vuole distruggersi in vani ten- 
tativi e se vuole veramente dominare il mondo. 

L'antica bellezza; ecco la Redenzione di Faust. 
Bellezza che non è solo ciò che era apparso ai no» 
stri umanisti della Rinascenza; ma ciò che intuirono 
Winckelmano, e Herder, e Federico Schlegel e Fede- 
rico Schiller; ma sopra ogni altro, Volfango. 

Questa bellezza attrasse il poeta-filosofo magneti» 
camente in Italia, la culla dell'antica civiltà classica, 
sorella d'elezione dell'Ellade. Giovine, Volfa già 
sentiva il grande fascino di Roma. Era il Sud, con 
tutta la suggestione che esso ha sempre esercitato sul 
Nord. Sud e Nord che, nel pensiero goethiano, dove- 
vano compenetrarsi in unità e redimere l'uomo mo- 
derno, come redensero Faust. DI città in città, egli 
si avvicina all'‘’Ombelico del mondo”, Roma circon» 
fusa di luce, gli appare una di quelle espressioni della 
vita universa che non hanno l'eguale; solitarie ed uniche, 
slanciate nel cielo della storia è della vita come cu- 
spidi di cattedrali prodigiose volute dal genio di una 
intera stirpe. La voce dei grandi gli parla al cuore 
e al pensiero, lo feconda, lo colma. Le rovine lo ag- 
grandiscono. I monumenti fatali che non conoscono 
il tempo lo slanciano in una sona di vita che £ canta, 
poesia, sublimazione. Tutto egli ammira ed ama, nella 
Roma settecentesca sovrapposta alla Roma legionaria 
e conquistatrice. Ogni via ha per lui un altare. Ogni 
angolo è un'ara religiosa. Può la natura creare alcuna 
cosa più grande di Roma? E" la sua patria adottiva, 
la sua vera patria. Egli lo sente. E in qualche luogo 
di sogno e di bellezza i divini tlegi, che gareggiano 
con quelli di Tibullo e di Ovidio, gli sgorgano dalle 
labbra canore, mentre alla bruna Faustina insegna 
egli col dito inzuppato nel vino a scrivere sui tavoli 
dell'osteria i due sacri nomi di Amore e di Roma. 

Né la immagine della città, con ciò che essa serba 
nei secoli a ricordo ed a monito nelle sue linee segre- 
te, più l'abbandona, tornato che egli è nella sua pa- 
tri nordica; ma si inserisce al suo genio è lo compe» 
netra e vi semina a fondo, come in un solco di prodigio, 
la semenza imperitura di tutto ciò che egli quindi 
penserà e ‘scriverà di sublime e di immenso. 

Così Goethe si mostra al 
mondo, da allora, quella 
A che, lp 50- 
pra di ogni divizione e di 
conflitto, affratella è anifica 
due stirpi, due pensieri, due 
ideali, due storie: il sole me- 
diterraneo di Roma e dell'El. 
lade, l'Italia maestra e con- 
solatrice, e la forza specula- 
trice del genio settentrionale, 
che fa dell'uomo l'incarna- 
zione di un dia, 

Rivive nel suo genio due 
storie e le assimila, le fonde, 
le plasma in stupende opere 
d'arte. E assolve la sua mis- 
sione grandiosa, di stampo 
veramente “romano”, Che 
non fu forse il genio di Roma 
dotato di questa virtà sovru» 
mana Conciliare, unificare, 
avvolgere nella medesima spi- 
rale di civiltà, di cui non si 
vede la cima, tutti gli uomimi, 
ria tutti i pensieri, 
e opere, le aspirazioni, 

È cer ciò che noi ono- 
riamo, come tutto il mondo 
lo onora, Volfango Goethe. 


FRANCO CASETTI 


Pi 


— — ——— —»— T P!*"_—_——0_e e —— EE = = eee=n@ @ ÌIIIÒ!ÒVNÌìì e 


2 — — ——- — ————. 


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La prima cara ove abilò Volfange Goelbe a Weimar. 


A WEIMAR, SULLE 


uest'anno la piccola, severa, quasi monotona città 
di Weimar, capitale di Turingia, si adornerà di 
festoni, rintronerà di musiche, aspettando il pellegri- 
naggio votivo di alcune migliaia di tedeschi attaccati 
alla tradizione, sempre se la gravissima crisi econo. 
mica renderà ciò possibile. Sono cent'anni che vi é 
morto Goethe. La sua tomba è là assieme a quella 
del suo contemporaneo Schiller, presso i sepoleri dei 
Principi, di cui specialmente il primo fu il beniamino. 
La sun tomba é custodita come si custodisce uno 
dei reliquari più sacri, come si custodisce l'urna della 
Patria, sua tomba dalla quale si direbbe salga an- 
cora l'appello angoscioso “Mehr licht!' (Luce, più luce!) 
adattantesi così bene al momen- 
to storico che la Germania at- 
traversa. La piccola cittadina, 
bagnata dal fiume llm, carica 
d'anni e di avvenimenti, da ol- 
tre un secolo è un simbolo ger- 
manico. Con Goethe e con i suoi 
Principi mecenati vissé un 
riodo aureo, punto di raccolta 
di un vasto mondo letterario che 
ebbe la sua risonanza in tutta 
l'Europa colta. Poi l'era fride- 
riciana e bismarckiana. Circa 
quattordici anni fa vi nacque 
quella Costituzione repubblica» 
na che poneva fine alla lunga 
fase imperiale e segnava l'inizio 
della mortificazione dopo la 
prende. la Costituzione di 
Weimar intorno alla quale e 
r la quale la lotta politica 
no ad oggi non ha cessato di 
esistere un minuto. Nel Uneng: 
gio delle persone istruite È 
chiamata “Goethopoli”, ma ci 
fa anche chi le pose il nomignolo 
di Atene tedesca o quello di 
Mecca tedesca. Schiller la de- 


IT monumento a Goelbe e Schiller a Weimar 





ORME DI GOETHE 


rise chiamandola “il villaggio di Weimar". La denomi- 
nazione di Necropoli che altri le imposero non è poi 
molto in contrasto con l'apparenza austera ed uggiosa 
ch'essa ha sempre avuto. Goethe, più generoso e rico- 
noscente, egli che in Weimar aveva conosciuto la glo- 
ria ed ottenuto benelizi innumerevoli, la paragonava a 
Betlemme con una strofe che i weimaresi non di- 
menticheranno mai: 

se) l'rimar, die fel tun hessnder Losi 

Wia Baiklebem in Judi; klein url grana” 

"C Weimar a it È vapisata hi speciale sorta: sani come 
Brchlememe mella serra di Giuda, e ciot piccola è granda” 
Qui si è dato il Jo gennaio di quest'anno per la prima 
volta in Germania il lavoro 
“Campo di Alaggio” nella sua 
versione tedesca, e qui nel marzo 
sarà commemorato il grande 
poeta di “/ffigenia”, del Pan!” 
e di "Faust", come a riaffer- 
mare il legame spirituale esì- 
stito, già ai tempi di Goethe e 

r gran rte per opera di 
Ecetho, col suo famoso viaggio 
in Italia, fra Roma e il Nord, 
fra la latinità classica « il na» 
scente pensiero germanico, Gui, 
dove Goethe, favorito dalla pro- 
tezione del suo grande amico, 
Duca Carlo Augusto, lavorò 
alla preparazione delle sue ope- 
re mirabili e dove la letteratura 
tedesca assurse ai suoi maggiori 
fasti, dove si coltivava il sapere 
nell'intimità dei salotti letterari 
che diedero un “Sturm und 
Drang" e richiamarono il Car- 
lyle ed il Thackeray, abbagliati 

alla luce che veniva da Wei- 
mar e ch'era un riflesso della 
luce di Roma, attraverso i molti 


ricordi dal poeta delle * Elegie 


dI pan 4 








































komane" portati in patria dal suo soggiorno italico, 
qui, nelle chiuse stanze che ospitarono il grande rap. 
presentante della vita spirituale tedesca, ove immagini 
indistinte ancora si conservano, idealmente vive, ba: 
gnate nell'alone della lanterna che illuminò il trava- 
glio di Goethe ed illuminò la sua ispirazione, sarà te- 
nuta, alla presenza del Maresciallo Hindenburg e 
delle alte cariche dello Stato, la festa commemorativa 
che in questo momento è affermazione non solo di omag- 
gio verso un illustre scomparso, ma di unità nazionale. 

A pochi passi da queste stanze grigie e quasi 
sepolcrali, come abbiamo detto, venne alla luce la 
nuova Costituzione del Reich. Accanto alla piramide 
del pensiero e dell'opera di colyi che fu uno degli 
antesignani maggiori della grande Germania, la pira- 
mide del rivalgimento politico e sociale che, derivato 
dalla guerra, dette nuova forma e nuovo assetto alla 
nazione tedesca. Quella Costituzione fu stabilita € 
firmata mentre ancora non erano dileguati i fumi dello 
grande guerra mondiale e sotto l'imperio della neces- 
sità, mentre i vincitori ponevano il loro piede sul 
Rena ed il paese sembrava dovesse dissolversi in un 
immane cratere. Attorno a quella Costituzione è 
ancora più che mai acceso il dibattito, Goethe non 
poteva prevedere quanto è successo, nè l'urto delle 
Nazioni su di un immenso campo di battaglia dall'Oc- 
cidente all'Oriente, né la sconfitta, nè la rivoluzione, 


nè gli sviluppi ulteriori che hanno 
fatto della Germania il paese più 
travagliato e depresso della ter- 
ra, egli, che aveva conosciuto sol- 
tanto le comodità della Corte 
ducale, lo splendore della fine 
Settecento e principio Ottocento. 
Non vi è quasi traccia di preoc- 
cupinzione politica in tutta la sua 
opera, sebbene egli fosse in certo 
senso, non come poeta, ma come 
funzionario presso la Corte stessa 
(e ci mancò poco fosse nominato 
ministro) corresponsabile dell'an- 
damento politico e sociale della 
nazione che si preparava a cono- 
scere il polso formidabile di un 
Bismarck. Così non & possibile 
ricollegare il pensiero goethiano 
alla storia di quest'ultimo secolo 
e specie di questo cinquantennio; 
tuttavia è ricca di presagi la sua 
poesia e piena di un contenuto 
che dà forza è vigore alle ideolo- 
gie della moderna Germania. 

Weimar va orgogliosa del 
privilegio che le deriva di con- 
servare le spoglie mortali del 
grande poeta. 


Dall'alto: Aa «fonza di davano del 
pera a lFeimar, - La cilleita, èf- 
ferta dal Duca Carla Augusto, ove 
Croribe scrisse l'Îfigenia. - Uno 
vvolone inlerno della casa che fu 
l'ultima dimora del grande scrittore. 





— — —. — — — — — —T — —<_e*—- 


Questa curiosa piccola città 

di provincia, che non ha quasi 
nulla di pittoresco, nulla da of- 
frire allo sguardo inappagato del 
visitatore, vive solo di ricordi. E 
vali ricordi! Oltre Goethe, 
hiller, il re Ludovico di Ba- 
viera, i fratelli Humboldt, Liszt, 
Wagner, Paganini, Weber, Heb- 
bel, Heyse, Mendelssohn, Bach. 
Bach sedette all'organo della cat- 
tedrale di Weimar per lunghi 
anni. Là lavorò Schiller ai suoi 
“Marmadieri", qua abitava quella 
Corona Schriter, che fu l'Ifgenia 
di Goethe, là ancora teneva cir- 
colo la sorella di Volfango, Cor- 
nelia, qua visse il figlio di Goe- 
the, Augusto, morto poi in Italia. 
E l'umanesimo venne in urto col 
romanticismo e la satira si alter 
nò col panegirico. In una "scatola 
di conserve”, come Weimar ve- 
niva chiamata in qualche circolo 
letterario tedesco, accadevano a 
quel tempo le cose più clamo- 
rose, la cui eco si diffondeva in 
tutta la Germania ed all'estero. 
Ora vi impera il silenzio che 


Dall'alto: La "fa A/#obrandini” 
ove Goelbe riceveva gli cespiti. - La 
camera e il lello see il Poeta morì. 
= D'no scaffale con alcani cimeli 
della raccolta botanica di Goelbe. 


37 











































il centenario di quest'anno con le sue cerimonie rom- 
perà solo per breve tempo. Ora vi sono Musei da ve- 
dere e le case innbitate degli illustri ospiti di un tempo, 
le collezioni private, le reBanite. il teatro dove Goethe 
recitò la parte di Oreste, il giardino ov'egli coltivò da 
dottissimo naturalista le piante più rare. Silenzio è 
pace. Sugli spalti del forte quasi millenario si poggiano 
gli sparvieri giungenti dagli altopiani dell'Harz o dalla 
foresta turingin per abbeverarsi nell'Ilm. Tutt'intorno 
la muraglia dei boschi. Il rococò degli stucchi di vecchi 
ormai cadenti palazzi si sposa alla letizia mesta e 
solitaria delle genziane sui davanzali polwerosi. L'arte 
di ricevere in Weimar non è più quella dei tempi di 
Goethe. Morto lui, morti i suoi famigliari, la figlia 
Ottilia, che ne conservò la tradizione e'la memoria, 
morti gli amici, morti i visitatori giungenti spesso da 
lontano per un'ora di conversazione pacata col poeta, 
morta la piccola “" Minchen"” che usava servire loro 
il te nel giardino della casa goethiana, morti i discen- 
denti dei discendenti. Mutata è la maniera di acco- 
gliere i torestieri. Però sempre vive quel vecchio 
amore alle cose ed ai cimeli che suscitano i ricordi, 
cd ogni cittadino weimarese assolre con nobile seru- 
polo all'ufficio di cicerone nella piccola necropoli. 
Mostrandovi le così più importanti, vi dice con una 
punta di orgoglio, come Goethe disse: feb bin Hall 
bewoboer, bin Weinaraner! 

FILIPPO BOTANO 





Antonio Corecca era di siatura leggermente inferiore alla 
media. Ma portava. in ufficio, 1 manichini di satin merò e i 
parapolsi di celluloide. Aveva una barba rossa. corta. qua: 
drata, come quella del capitan Corcoricò (come quella di 
Leonardo, diceva lai), Pla salutava i calleghi al mandino, car 
irando nella sua stanza, con un disinvolto; "Goed bee!” perché 
suo cognato era interprete presso un albergo di San Remo, 

Aveva quarant'anni. E diceva, a tuiti, com tono faceto, di 
GILETO giovano, giavanisiima PIOCIE 

- Sicuro! Non sonò forte... duo volte ventenne? 

Zi rivolgeva al direttore dell'azienda matodicamente con 
(LI mellillvo: 

— Tammenadlatore... 

= Non sono commendatore! Ha capito? — rispondeva ogni 
«alta il principale, battendo il pugno sullo roriltoro. 

Coitecca non si agomeniava. rhocentuava il proprio sorriso; 
e avrebbo volutà replicare, cal luccieare della iguardo è dei 
denti d'oro: 

— La ao, lo so! Ma per me. creda, è proprio come se 
le foinie commendatore... 

Quando il direitore — Carlo Palmenti — entrava nella iva 
camera, si alzava di rcatto in piedi, rovesciando la sedia; n 
guardava gli altri con sdegnoso cipiglio, perchè non facevano 
altrettanto. 

— Lai finirà, caro Costecca, per fracassare una gamba! — 
la ammoni, un giorno, Palmeati 

— Che finezza, signor commendatore! — sbotiò Costeoca, 
piegandosi in due, per inchinarsi, fino a rovesciare, con l'orlo 
del paramanicke, il calamaio. — Stia tranquillo, signor com- 
mendatore: ho lo gambe dare, io! 

= Ed io parlo delle gambe della aedia! 

Quando il direttore se ne fu andato Costecca rimase, per 
un istante, in cslasi. 

— Il bene cho mi vuole, quell'uomo! — commento. 

Ia un'alira cocasione Palmenti entrando nell'ufficio "cata: 
laghi”, l'ufficio del “barbarossa”, chiese: 

£ E' libero, lei, questa sera? 

= Sissignore, signor commendatore! — lutto Fuori, gri 
ilamilo, Costecca, 

= Nan parlo con lei! Voglio dire al suo vicino di tavalo 
che, se # libero sinasera, ci sono due polirone per l'opera. 

Due scttomane dopo (Coaitecca veni chiamato nello atudia 
del principale. 

= E' libero, lei. questa sera, Costecca? 

— Libera! Se ia somo libero, signor commendatore! Ma 
quattro, dieci, ##nti +#alte libero! Arcilibero! 

= Tanto meglio, Ritorni qui, allara, serio le nome, Ché la 
revisione dlel calalogo 0. 


Woleva far cartitrà, Antonio Costecca. E sida avena torto, 
poichè qualche “namero” di prim'ordine, proprio, non gli far 
ceva difetto. Inianto, il nomignolo di “harbarosa"” o “barba: 
dirame”. che lo rendeva piuttosto orgoglicso. Poi la coscienza 
di meritarsi un pesto nel mondo (Se non altra, per decoro!" 
diceva sempre). Infine il dano del sorriia. Sorrideva, boato, 
imperturbabile, se gli elffrivano un cerino, se gli appiopparano 
una gomitata nella stemaco, se gli rovesciavano sul capo un 
diluvio di contumelie, Sempre. 

Gli davano dell'imbecille cd egli ringraziava, con un largo, 
nobile gesta, come se volesse mormorare: 

— Troppo, troppo buonal.. ; 

La qualifica veniva ribadita; e Coiteoca, per la gran te 
nerczza, al laceva apuntar le lacrime al ciglio degli occhi 

Era staio assunto, come avventizio, per la trascrizione degli 
indirizzi, Cossato il proprio compito, mmase, Hessano riusci a 
conosceme il motivo, Ma Coneoca rimase. 

= l&acofa qui fra piedi, lei? = la inweati una wolia, ru 
demente, il dipaitore. 

= Cosa vuole, commendatore — risposto, torcendosi tutto 
# ballonzolanibo, “barbadirame”. — Ella non vorrà presiar fede 


alle mie parole; ma stia a sentire e mi creda. lo per lei, per lei 
soltanto, si capisce, mi farci mettere addirittora sotto i piedi... 

Palmenti rimase talmente male, da ammutalire seduta stan: 
te: mom gli riuscì di trovare un'espressione verbale che ren- 


desse a quflizienaa il io alato d'animo. E, invece di pren 
dere a pedate l'ametio barbuto, se ne andà, 

Costecca racconto alla maglie, che il padrone, quando si 
era irattato di decidere della sua sorte, gli averwa gettato le 
liraccia al calla. 

Egli avera, infatti, una moglie. Di un palmò più piccina 
di lui. ma, in compenso, con quattro denti d'oro in più; col 
viso clernamente infarinato, i capelli verniciati di mero, un 
piccola cisaliati mal sagomato, degno della reginolia di an teatro 
di marionette, la signora Ester Costecca era l'ombra fedele del 
marito, Andava all'uflicio con lui e ne ritornava, quattro valie 
al giorno, senza riuscire a indurre in tentazione alcuno fra i 
rubicondi colleghi del nio Antonio. 

Fu proprio la signora Eater > informata sempre di tutto, 
per via di una certa dimestichezza col portiere dell'ufficio — 
che una sera afferrò il marito, con ambo le mani, al bawero 
della giacca, gridandogli in viso: 

= dintoaio! Tocca a ie... 

Costecca la guardò trarocolata. 

— Tocca a me. che cosafî 

n Tocca a ite furti avanti! 

= Ma to non ito facenda aliro, da che tsonò al menda! 

— Non basta. Bisogna fare di piu! 

— 0 insomma, che succede? 

La signora Ester spalancò gli occhi, li roteò, puntò in 
nanzi la desira. 

— Antonio! Credi a me; è giunio il gran mamenio! 


Antonio Costecca dovette riconoscere che sua moglie aveva 
ragione. Caspita, dé fon approbiiava ili un'occasione come 
questa — le nozze di Palmenti, il principale, nientemeno! — 
voleva proprio dire ch'egli cima rinunziare, forse per 
scmpre. a larsi strada. 

= Ia mia donna è ispirata dal cielo! — andava rimugi- 
nando “barbadirame” soa una certà panta di argaglio, paschi 
quella donna, in sostanza, se l'era scolta lui. 

Si mise subito ia campagna. La prima volia che incontrò 
sulle acale Palmenti, ai fermò a guardarlo, sorridendo con 
intenzione. 

Palmenti, senza riuscire a raccaperzarii, comincio a guar 
slarsi la giacca, i pantaloni. il cappello. aggiusiandosi il nodo 
della cravatta. 

= Ho qualche soia fuori di posto? — chicie. 

— Eh. commendatore, sappiamo, sappiamo... 

— Sappiamo... che cosa? 

— Tutto! Sappiamo tutto, commendatore... — replicò An- 
tonio, accennande, can la mano, un gesto di paterna accom: 
discendenza. È sgattatolò via, pochi il direttore cra li Il per 
ransuvolarzi. Ma il giorno dopa gli feco trovare di soppiatto, 
sulla serittoso, un massetto di fiori d'arancia. 

Il principale la fece chiamare. Lostecca, che atiendeva ans 
siona, spiando dall'uscio, accario trionfante è, prima ancora 
che Palmenti aprisse bocca, lo prevenne: I 

«= Non si disturbi, commendatore! Una cossita da niente, 
una sciocchezza !,., 

— Senta Costecca, è una coscila da niente, questa, che ha 
faiio sbellicare dalle risa tutto il personale, La invita ad es 
stre più seria! 

Mia anche lai, Palmenti, soa riusci a iratiemere il rino. 
"Barbadirame” non aspettava altro 

— L'amore è una cosa santal Creda a me, commendatore. 
a mechelo conosco da vent'anni, l'amore, con la mia Ester! 
= urlo levando alte le braccia e facendosi sotto, quasi vor 
lesse abbracciarlo, 

Tornò a casa raggiante e raccontò ogni cosa par filo e per 
segno a sua moglie. 


i dieiarian mi 


dis e e — —_—__ I E, —_-;Ze.- a. i FE: gpbF[relerryreFEeooe..-]!_.-_eewo——_——@@<@(*ifiii III i — «——- I JJ n — 





La signora Esier che avera assunto la direrione generale 
dalle operazioni, ascoliò in aiteggiamento napolronica, 

— Aatonio — disse poi lentamente — ti sei comportato 
bene. Gli eventi maturano. Passiamo alla seconda fase. 

Estrasse con sussiego. un cartoncino dall'orlo merlettato. 
sul quale atava scritto a caratteri gotici dorati: 


Ester #0 Aalonio Corteccia 


affrono i demo servigi 
date dugarrado. 


— (Questo — prosegui la donna — lo mandiamo oggi 
ieazo al commendatore. 


Il marito la atriniae impetlscaamente al cuore, 

— Un capolavoro! Questo è un autentico capolavoro | 

Il “commendatore”, che si era alquanto raddolcito alla vi 
gilia del matrimonio, ai vide costretto ad interpellarla 

— Tostecca, lo non mi sono mai impicciato delle sue fac- 
cede private. Ad ogni modo, poichè sembra che lei nom iù 
tenda fare altrettanto nei miei confronti. le sarò grato ae varrà 
passare a casa mia domattina, 

Quella sera i coniugi Costecca, più lustri che mai, si pre- 
sero il luiso di andare al cinematografo — primi posti — e 
dal gelatiere di moda. 

— E' fatta! — commentava “barbadirame” itringondosi al 


40 


fianco la soppscante metà, — Damattina Palmenti mi affida la 
sua segreteria particolare, il disbrigo degli affari più urgenti 
durante la sud assenra per il viaggio di norre è, chissà, ma- 
gari qualche coserella di più! 

Si prendeva la libertà, ormai, di non dare più neppore 
del “commendatore” al principale. 

— Siamo quasi di Famiglia, non ti pare! 

Il direttore, la mattina iuecsizlva, non gli alflilò precià: 
mente la segreteria no la bacchetta dell'intirio, Ma lo mandi 
& recapitare, da un capo all'altro della città, le bombaniere 
ed i confetii per gli amixi. 

— Non era quello che mi aspettavo — commentò Antonio. 
= L'incarico di fiducia, ad ogni moda, cè! 

E igambettà, in luago ed in largo, arrampicandosi sopra 
migliaia ali scalini, iccmazdo decine di campanelli, con l'amica 
amarezza che tutti gli volevano dare la mancia. 

— Mi manda personalmente Palmenti, capisce? Perso 
nalmente ! 

Fra una corsa e l'alirà, trova il tempo per far asitoscri 
were, ai ghignanti colleghi, una gran pergamena su cui navi 
gavano sette od otto putti, che reggevano un mastro con la 
moritta : " Magoioniani ia pace. Costecca, abimi, non consicerva 
il latino. Per queità forse, quando svenne la sua volta, satta 
lineò il proprio nome con un tratto di penna. È 

= Coal Palmenti capirà che tatto si deve al suo Co 
stecca l.., 

Il gran giorno era ormai vicino, 

- Hai pensato alla “montara ? chiese la signora Ester. 

— Per farne che! 

=" Per la corimonià auziale, diamine! Non worrnai andar 
tene in chiesa con l'abito di tutti i giorni! 

— (Giaato, | L 

*PBarbadirame” corse da un vestiarista teatrale suo amico, 
dal quale ottenne, per qualche decina di line, il costume nerd 
di un congiurato del quaraniotto, Appena tornato a casa volle 
provarla, 

- Sembri un ministro! — mormorò entusiasta la consorie 
— Ma... kai pensato al regala? 

Anianie ai gratid la trata, Ecco, al regala, propria, non ci 
aveva pensato. 

- Non ti allarmare, Antonio Ci ho pensato io! 

E corse, agile come una sacolareità, alla credenza, dalla 
quale citrasse un pacco piuttosto raluminasa. 

— Guarda un po qui! — aggiunse liberando l'oggetto 
dai viluppi della carnia di giornale e da un monte di tru- 
cieli. Il regalo apparve, in taita la sua creda nudità. 

Era un'alsataditerraglia a quatiro ripiani, iormaniata cla una 
cestella di fiori artificiali. 

— Sei un angelo! — 
gemette “barbarossa . 

= Ti piace? 

— Superba, ti dico che 
è superbo | 


Il giorno delle nozze la 
signora Eater indossi an abito 
tutto di pisso mero, con una 
collana mera a triplice giro 
intorno al collo. Anienio che, 
clire al cupo palamidane lune 
po fine quasi alle calcagna, 
aveva neri la eravaita. il 
tubino e i guanti, nen era da 
meno. Quando furono per 
uscire, la portinaia li avvi» 
cina, tutta contrita. 

- Non sapevà, avivo 
Costecca, che le fosse moria 
qualcuno ! 

Provarono, per quella 
porera donna, così profonda 
cammiasrazione, che mon la 
degnarano neppure di uno 
sguardo. 

Scrollando le spalle e 
stringendo ia pugno, ciascu: 
no, il proprio mazzetto di 
garofani, se ne andarono in 
chiesa. Mancava un'orà è 
merza alla cerimonia; e c'era 
un funerale. Fin tanto che il 





torto mon venne Rottaro via, la coppia si trovo perfetta» 
mente ambientata, i quando venne steso, cdall'alrare alla 
piazza. il lungo tappeto è il tempia comineb ad afallara dh 
allegri parenti è di amici è non mancarono che pochi minuti 
all'arrivà del corteo nuziale. i due vennero corissemenie 
avvicinati dal cerimoniere. 

— Sono sicuri, lara, di non avere sbagliato? 

"Barbaroiia"”, atavalta, si Iindispetti. 

= (Quota è curiosa! — ribatiè, — lo non sbaglio mai! 
Aspetto Palmenti, io! 

Palmenii giongera in quel momento, con la sposa bian 
tè vesta: © l'organo intonava, a piene canne, il dolce 
canto di gloria, 

Preso alla sprovvista, il “duo” Coslecca renne sballediato, 
selforato, assorbito, respinio dalla folla degli invitati e dei cu» 
riosi, e dovetto rassegnare ad assistere al rito da una posi 
rione di ottava è decima ordine. Ma all'uscita, perbacco, nen 
poteva mancare la rivincita. 

Gli apoal, disccia la breve gradinata, procederanò lenta 
mente, fra la gente che faceva ala. A metà navata la signora 
Ester si buttò avanti, inciampando nel pirso nero, ma pro 
tendendo i garofani. 

— A roi, spesi felici = articolò — sorridase in questo 
giorno di gaudia, 1 fori e le preci 

Venne involontariamente rigeitata indiciro, in mode piut» 
iosto brusco, dal cerimoniere, che niava ordinando il corteo. 
Rimase, stordita e imbambolata, col suo inutile mazzo di ga- 
rofani in mano. Si ripreso subito. Tentò ancora di passare. 
Maledizione! Gli sposi, ormai, erano viciti dal tempio. 

Fuori, però, sulla piazza, li attendeva Antonio, che pre 
sago, forse, della disfatta della fragile consorte. aveva rag- 
one a furia di spinie è di gomitate, l'automobile infierata, 
erma in allesa. 

Quando Palmenti fu accanto alla macchina, “barbadirame! 
tutto congestionalo gridò, con quanta voce avera in corpo: 

—- Evviva! Evviva il. commendatore! 

Mon seppe dire aliro. Ma, prevenendo lo chaulfeur in Ii 
vrea, allerrò la maniglia dello sportello, levandosi la bombetta, 

Palmenti continuò a sorridere, sia pure a denti streili, 
perchè aveva al suo fianco la sposa biancovestita, E allungò 
la mano verso (Losiecca, che la strinte teneramente, nel sua 
Euanione nero, Cuando mirò il guantone, “barbadirame” ai 
«tcorso che Falmenti, con la stretta di mano, gli aveva dato 
cinque lire, 

Vissero giorni di speranza e di c«ialtazione 

— Meglio di così non poteva andare! — canterollava An 
tonba, — ora, mia cara, prepariamoci «a mutar tenore di 
vità. La wirada # lunga, 
Ester, ma un giorno è l'al 
tro, credi a me, ni finisce 
sempre col rendere onere al 
merito ! 

Esterpsiava amacchiando 
la giacca nerà del marito, 
che. nel fausto giorno, età 
rimasta violentemente tri 
iciata da un parafango della 
automobile di Palmenti, 

— Quello che ancora 
non ho ben capiio è que 
so: se il principale preferi 
sca aumestarmi di grado è 
raddoppiarmi lo stipendio. 
Bak! vedremo! 

- Suono il campanello. 
Corsero tatti e due ad apri 
re. Era la portinaia con un 
biglietta, 

= Posta! 

Si guardarono negli 
acchi. 

= (Ci siamo! 

— Apro io! 

— Apri tu. 

La busta venne lacerata 
dalla signora Ester. No bal: 
ab fuori un cartoncino tras 
sparenie, che diceva così: 

Mario e Cano Palmeeli 
por 
ALDO PASETTI 


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Palermo: Interno dell'Oratorio di San Lorenzo. 


GIACOMO 


Dopo lunghi secoli di servaggio, attraverso le più 
disparate manifestazioni artistiche; dai bizantini agli 
arabi, sai normanni, agli spagnoli, ai lombardi, ai 
toscani, il genio dei siciliani per l'arte era rimasto 
come soccombente alle varie scuole, e la Sicilia non 
aveva ancora avuto un artista proprio di educazione 
e di sangue; essa aspettava da tempo l'uomo che la 

sor denti nelle sue qualità di vita esuberante con 
ricchezza della fantasia, con le speciali doti etmi 
che della terra del sole e dei colori. 

E quest'uomo venne, e fu l'espressione più viva 
e vera della vita siciliana, pere seppe accogliere 
in sé, con profonda originalità quanto l'arte eveva 
prodotto in tutti i secoli passati, uniformandola alla 
sua natura tutta meridionale. L'uomo destinato a sa- 
lire a cotanta altezza si chiamò Giacomo Serpotta, 
nato in Palermo nel 1656, morto nel 1733. 

Questo re dello stucco, come amabilmente si com- 
piace di chiamarlo Corrado Ricci, dominò l'arte di 

uel periodo, trattenendola dalla maggiore deca- 

idizini e facendola assurgere all'altezza di una vera 
e propria manifestazione siciliana. Modellatore pode- 
raso della figura umana, egli presenta sempre le sue 
statue muliebri in tipi eleganti e signorili, talvolta 
anche ricercati, si da ricordare la galanteria francese, 
che allora dominava ovunque. Dell'età in cui visse, 
il Serpotta ebbe soltanto l'abito, la veste esteriore; 
perchè l'arte sua, ritornando alla verità degli affetti 
umani si avvicina è si collega di periodi più felici 
dell'arte di ogni tempo e di ogni luogo, Anche quando 
si ispira ai classici o ai quattrocentisti egli segue gli 
ardimenti del suo genio, così che il contenuto dell'o- 
perà risulta sempre originale | 

Sono giunte a noi Ta opere superbe di? questo 
grande, attraverso due secoli di transizioni neo clas- 
siche e veriste, come il ricordo di una eco lontana. 
— Nei tempi in cui il disprezzo per quell'arte faceva 
dimenticare la sua gloria, non fu tenuto conto dell'ar- 
tista che pure discende in linea retta dallo studio ac- 


SERPOTTA 


curato e coscienzioso dei classici, e rappresenta, in 
epoca di corruzione, un precursore di Antonio Ca- 
nova, in abito secentesco. 

La chiesa nel seicento era divenuta sontuosa nelle 
apparenze, sfolgorante di ori e di argenti, profusa di 
marmi colorati e di colonne tortili, ammaliatrice delle 
plebi che restavano estatiche nella contemplazione, 
ma dalle quali era esulata la fede. 

Il Serpotta trovò, in questo ambiente conforme al 
suo spirito, l'occasione per svolgere le sue mirabili 
facoltà inventive e decorative, e nella materia che 
trattò il mezzo più adatto a rendere con lusso e ric- 
chezza di immagini quanto la sua inesauribile fantasia 
rapidamente concepiva. 

La sua mano non batte sopra le asprezze d'in 
formi blocchi di marmo, per trarne l'anima sopita 
dentro la materia bruta; ma la sua stecca liscia e 
s'incava, appiana e svolge il bianco stucco come per 
toglierne l'involucro che resiste alla vita delle sue 
creature, e sotto le sue dita nervose si sviluppano le 
membra infantili, si animano le statue e si avvivano 
gli angeli come al soffio potente del Creatore. 


Entrò nel campo dell'arte ancor giovanissimo con 
l'esecuzione di un monumento equestre a Re Carlo II, 
per la città di Messina. Contava allora 24 anni, € 
tra una inde di scultori famosi per opere insigni, 
tra cui Carlo D'Aplile e Scipione Li Volsi, fu pre- 
scelto a tradurre le sembianze del Re che aveva umi- 
lato il popolo insofferente di tirannide. 

Serpotta non eccelle per originalità in questa 
statua; egli imtà molto davricino il monumento a Fi- 
lippo IV di Pietro Tacca da Carrara, che dal 1640 
trovasi nella’ Piazza d'Oriente a Madrid. 

Nel 1846, la statua e il piedestallo furono di- 
strutti dalla ribellione popolare. Per fortuna ci resta 
un piccolo bozzetto in bronzo che trovasi in casa 
Sierij Pepoli in Trapani. 

Dopo questo lavoro giovanile, l'operosità del Ser- 
















































dae Par er 


nie 1 





potta lunge al massimo, e la sua attività prodigiosa si prolunga 
sino alla tarda vecchiaia e si esplica in mille modi e con una in- 
finità di opere d'arte, la maggior parte esistenti in Palermo, molte 
distrutte, e molte sparse per i vari paesi dell'isola. 

Per quanto ci risulta, non fece più della grande arte dopo il 
monumento a Carlo II; profuse invece tutta la sua attività in 
molte chiese e oratori, plasmando concexioni che sembrano poemi 
con cantiche superbe, in cui hanno un mirabile rilievo le allegorie 
di virtà e le vive scene della vita infantile. Le allegorie erano 
state predilette dalla Rinascenza: ora il rifiorire della vita eccle- 
siastica, le volse alle personificarioni cristiane, e così la scultura 
glorifich le virtù come trionfanti sui visi. 

Egli arricchi molte chiese di queste allegorie che poggiava su 
leggere nuvolette addossate alle pareti o su pilastri isolati, tanto 
che di primo acchito sembrano sperdute, quasi fossero aggiunte 
non necessarie al corpo dell'edificio. Esse hanno invece un intimo 
significato e si prestano mirabilmente a dare il carattere di am- 
biente mistico a tutto l'edificio: pregio si può dire quasi smarrito 
nella architettura di quella età. 

Ma & negli oratorî che il Serpotta tocca le più alte vette del- 
l'arte. Il suo genio trova, in questo ambiente, larga ispirazione, e 
la sua fantasia il campo adatto r realizzare tutti 1 suoi sogni 
di bellerza. Alla fredda e monotona tinta della materia che plasma 
egli infonde vita, calore è sentimento. L'artista rivela qui tutti gli 
aspetti del suo temperamento e dell'animo suo gioconda, perchè 
tutti 1 sorrisi aggraziati e le belle forme è le espressioni passio. 


nali del volto femminile, egli 
le seppe fermare sotto la dol- 
ce carezza della sun stecca, 
come fermò tutte le gioie del- 
l'infanzia, tutti gli affetti, tutte 
le bellezze di queste minuscole 
creature, da coi mai riusci a 
distaccarsi, 

Il putto del Serpotta però, 
a differenza di quello del Ri- 
nascimento, che era puramente 
decorativo, incarna un signi. 
ficato dovunque si trova, e 
non vive per l'ambiente, ma 
ne fa parte e l'integra. 

Glì oratori furono una 
delle manifestazioni più signi- 
ficative e appariscenti del cul- 
to dei palermitani nel mille è 
seicento. Ogni corporazione, 
ogni classe, ogni ceto, ebbe il 
proprio oratorio, e tutti ga- 
regginvano per la ricchezza è 
la magnificenza di esso; i più 
rinomati artisti erano chiama- 
ti a ornare di quadri le pareti: 
a S, Lorenzo il Caravaggio, a 
., Cita il Maratta, nell'ora 
torio della chiesa del Rosario 
il Van Dvwck è Pietro Novelli, 
per dire dei maggiori; dapper- 
tutto il Serpotta. 

L'oratorio di S, Lorenzo 
assurge però ad una vera ope- 
ra d'arte e rappresenta il zuo 
grande capolavoro. Qui è l'ar- 
tista ancor giovane che spazia 
libero e sovrano signoreggian- 
cho tutte le forme. Vi si scor 
quasi la gioia è la felicità ir 
chi sente e sa di dar vita alla 


Compagnia di &. Lorenzo: Un 
gruppo di pelli. Sotto: Oratorio 
cel Rosario. La Fortuna. 






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Giacomo Serpolta: La Carità - Museo Nazionale di Palermo 


{ Folegrafia Mandaccio - Palma) 


Alessia alla “Rivista Flaianata dal Pagato dhialia” a Pf qFobberata 10. E) 


materia inerte e muta. Ele- 
ganza di membrature archi. 
tettoniche, con assoluto pre- 
dominio della linea retta, ser- 
rono di sfondo alle innumere- 
voli figure che popolano quelle 
pareti, tra le quali, eccelle il 
prodigioso gruppo della Carità, 

I bimbi, questi deliziosi, 
piccoli esseri invadono le pa- 
reti, e ruzzano, giuocano, gi- 
rano, fanno a cavalcioni, si 
prendono in braccio, ridono, si 
commuovonò è piangono, o si 
fanno velo della manina per 
non vedere, a seconda il senti. 
mento che può destare in loro 
l'azione che le grandi figure 
rappresentano. În una parete, 
è rappresentato il Marlizio si 
& Zorenzo; più di una com- 
posizione scultoria esso dà l'im- 
pressione di un quadro di pit= 
tura, di cui imita anche gli ef- 
fetti nella partizione delle om- 
bre e nei diversi piani delle 
figure. La scena si svolge nel 
piano inferiore con solenne au- 
sterità, senza atteggiamenti 
corcografici o movimenti tu- 
multuosi. Il Santo nella sua 
magnifica nudità, è nell'alto di 
distendersi sopra la graticola 
con le braccia spontaneamente 
aperte, la testa bellamente ri- 
volta al cielo, la bocca semi 
aperta e lo sguardo vagante. 

La serenità del viso e quel- 
la di tutti i muscoli del corpo 
che non si contraggono né per 
l'immediata azione del fuoco, 


Compagnia di San Lorenzo: 
Ca Carità. Sotto: fmiarie del 
Rosario: La Carita. 








41 


né per la visione tragica degli ultimi istanti, gli danno l'atteggia- 
mento di chi presago della sua beatitudine tende con tulta la per= 
sona a raggiungere la divina gloria che gli angeli gli annunziano. 

Cosi Ricci fa derivare questa scultura dalla Flagellazione 
di $. Andrea, che il Domenichino frescò nella chiesa di S. Gre- 
gorio al Celio in Roma. Molti sono realmente i punti di contatto 
nelle due composizioni, e però mentre in questa domina la teatra- 
lità in tutte le mosse delle figure, in quella del Serpotta si nota 
la costante compostezza della linea, la semplicità e l'eleganza di 
tutte le masse plastiche. 


Nell'oratorio del Rosario di S. Domenico le pareti erano già 
ricche di superbe pitture che i confrati, facoltosi è potenti, avevano 
allogato ai più rinomati artisti dell'epoca. Il Serpotta, chiamato a 
ornarle, non si senti per nulla inferiore in sì eletta compagnia è con- 
cepi una decorazione grandiosa. Egli non pensò di fermarsi alla 
ornamentazione dei singoli dipinti, già famosi per sè stessi, ma con 
idea geniale inquadrò questi nell'opera sua, a cui diede maestre- 
volmente una continuità organica che si accentra nell'arcone del- 
l'abside, e si completa nello sfondo dell'altar maggiore ai cui lati 
stanno i due gruppi della Mivina Grozia e della Mina Prosvidenza. 

La complessa varietà di movimenti e di pose, la composta li. 
mea dei panneggiamenti, la fine fattura di ogni singola parte, sia 
che renda l'opacità della lana o la lucenterza della seta, la tra- 
sparenza dei veli, delle trine o dei merletti, denotano la sicura 
padronanza della materia del grande statuario. Non è più la libera 





Compagnia di San Lorenzo: L'Umilià è gruppo di putti. 


riproduzione di concetti classici come in S. Lorenza, 
ma una studiata ispirazione che muove e un nuovo 
ideale umano per assumere in certe staiue tutta 
l'apparenza del ritratto, come nella {Nina Grazia è 
nella Sisino Proscidenza, lo credo di non andare er: 
rato, affermando che questi siano dei ritratti, forse 
di aa dame benemerite dell'oratorio. 

S. Cita il Serpotta confuse l'opera sua con quel. 
la di ‘altri. E' suo i mami gruppo dei due adole- 
acenti sotto il bassorilievo della Haltoglia di Lepoate, è 
le due statue di Euter e Giuditta. In S. Agostino il Ser- 
potta raggiunge l'apogeo della sapienza tecnica e della 
sua gloria, Le statue sono possenti di vita e di pensiero, 
e agli angeli e ai putti non manca che il soffio della vita. 

Signore ormai della forma, meraviglioso nel vestire 
le figure, conoscitore profondo dell'anatomia, perfetto 
intenditore di tutte le passioni, egli irrora di mestizia 
il walto delle vergini e infonde celestiale bellezza a 

puello delle madonne. La &. Mesia deriva dalla S. 
Feresa del Bernini, ma è più umana e meno civettuola. 

L'illustre criticò Corrado Ricci, a proposito delle 

meravigliose sovraporte di questa chiesa, fa dei raf- 


fronti con la decorazione delle cantorie di S. Maria 
del Popolo in Roma, scolpite da Antonio Raggi; ma il 
raffronto, a mio modesto avviso, non regge; la plastica 
del Serpotia è più sapiente e geniale, più larga e 
maestosa, « nessun elemento può giustificare Ì ‘ipotesi di 
annoverare il Serpotta fra i discepoli del 

Il Serpotta è stato invero un dimenticato per 
colpa imperdonabile dei suoi contem nei che poco 
o nulla si sono occupati, in passato, di storia dell' arte. 
Da poche decine d'anni Egli ha interessato 1 critici 
e i facitori di grossi volumi che spesso hanno trinciato 
giudizi a vanvera, come chi credette di inquadrarlo 
tra i decoratori di stile rococò! Che cosa ba fatto 
Palermo per la gloria del suo grande figlio? Molto 

invero, tranne una via, in un quartiere secon. 
rio della città, che s'intitola al suo nome. 

"Pe il 26 febbraio prossimo la città di Palermo 
prepara un vasto programma di onoranze, ed io, non 
ultimo tra gli appassionati studiosi del grande artista, 
auguro che la celebrazione riesca veramente degna. 
e tale da far obliare tutto un passato ingiusto verso 
l'uomo che tanta gloria ha riverberato sulla sua Sicilia. 


GIUSEPPE COSTA 


——— GG Lc __ 


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ua : n ; 
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Il portale di San Salvatore, tipico esempio di architettura golico-normanna, 


SCIACCA, LA CITTÀ DELLE TERME 


Lontano, verso la pianura ricolma di rena, si al- 
zano le rovine dei Templi di Agragas, avvoli fra i 
sommessi sospiri di un popolo disperso: qui, a ridosso 
del monte sulfureo — alla cui base Sciacca splende 
di azzurro — è& sepolta la potenza di Selinunte; le 
dincce maschere delle sue metope millenarie tremo 
lano ancora sui triglifi, le colonne mozze, avvolte 
dalle stoppie dei campi, si alzano coll’ agave è 
terme distrutte ritorna, nel mesto soave silenzio, il 
canto dei prodi Romani, intenti alle salutari abluzioni 
dopo le temerarie imprese. 

Daminata dal monte Kronios, il San Calogero 
famoso pel Santuario, Sciacca, distesa verso il mare 


africano, sembra essere stata beneficiata dalla natura 
per le sue caverne abbondanti di acque sulfuree, 
onde gli antichi qui edificarono doviziose terme, i cui 
recinti, architettati con pregio, formarono ampie co- 
rone al monte. 

Prima ancora che la città sorgesse, i Selinunzi 
impiegarono molte delle loro attività edili alla costru- 
zione le magnifiche terme. 

L'antico Pomponio Mela chiamò questa contrada 
Terme: Plinio l'accenna come "Colonia di Terme", 
forse per la diversa natura delle acque pioventi nelle 
grotte, sin d'allora adibite per sudare e per le ablu- 
zioni. Sorgendo queste calle nel litoraneo lungo il 


db 


La carsvArena & Bartalino. 


Selino, Strabone, nel IV libro, le citò come miraco» 
lose acque selinuntine. 

Nelle caverne limitrofe al mare abbonda lo zolfo, 
il sale ed il calore, quest’ ultimo emanazione sulfurea 
dovuta alla natura lotosa della terra. Fra queste sono 
famose la “Santa”, presso la zona Bagni, così chia- 
mata per le miracolose virtà diuretiche del liquido; 
poco discosta è la “Babbuina", un'altra, verso Era: 
clea, è nota per le acque balsamiche. 

ulle falde del monte si incontrano uattro sorgive 
di natura diversa, le cui acque, infiltrandosi attraverso 
substrati fangosi — differenti nella Focslalena geo- 
logica — vengono alla base delle caverne con gli ele» 
menti presi nel tortuoso cammino. 

Essendo però il calore eguale in tutte le grotte, 
sì spiegò il lensciaai secondo i principi della Meteora 
aristotelica, e si disse che awendo il substrato primi» 
tivo elementi omogenei, le acque conservano, anche nel 
lungo percorso, la prima natura del grado calorifero. 





Fai, F. Panis 


Verso il monte sono le terme per sudare. La prima, 
naturale, è quella del Tajano, famosa per l'incredibile 
eco. Poco discosto è un obliquo pozzo, dalla cui si- 
nistra apertura wiene un suono CUpo; simile allo Sco» 
sciare furioso di acque sotterranee. Sulla cima, verso 
mezzogiorno, sono i tre antri famosi di San Calogero. 
Mel primò pare sia stato sepolto Calogero l'Eremita: 
il secondo non presenta attrattive di sorta, il terzo è 
il più famoso pei bagni sulfurei. Questo venne am- 
pliato nei primi i, e pare che Dedalo ateniese, 
vi costruì, nel peri della caverna, il famoso la- 
birinto: un cunicolo che si sprofonda nelle viscere 
roride, sinuòsamente «" inerpica tra i fondi rocciosi, 
svia, si contorce, s abbassa, cupamente, tenebrosamente. 

Altre caverne, ognuna delle quali ha una leggete, 
Ad ogni passo una mitica rievocazione, anche 
monte viene il biblico lamento di Calogero, spot 
attorno i sedili di pietra, sui quali i caratteri antichi 
chiedono al paziente di denudarsi affinchè, sudando, 


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Portale di Santa M argbenta a Seiacca, opera d Francesco Laurana (XIV secolo) 


(Folografia & F. Pasta) 





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Porta Palermo, monumento del dominio “pagnolo. 


liberi il corpo dai mali terribili. Ed in questa terra 
fumigante nell'età antica splendette il recinto roma- 
nico, e col selino crebbe la zagara, polline d'oro che 
soverchio brillò sui seni delle vergini, quando dalla 
gettata marina salirono al monte e madide di sudori 
steltero negli antri, come ad ultimare uno strano in 
nocente afrodisiaco rito. 

Roma, con la sua potenza di Madre di tutte le 
genti, buttò nei dintorni le basi classiche di un recinto 
salo per gli uomini, arginò e scawò canali, apri 

rte custodite da possenti leoni di bronzo, e nei va- 
lichi rupestri edificò il filare delle colonne maestose 
ultimi resti di quella potenza che oggi s1 rinnova, 

Vennero a Sciacca, pei bagni selinuntini, uomini 
da Erizia, vergini d' Ortigia, vecchi d' Atene, Dal 
mare, pieno sino all'orizzonte di infinite galere, dalle 
chiglie rosse ed ornate di ori, i navalestri canta- 
vano l'età magnifica... 

Rimpetto, all'opposto monte, altri di Roma costrui- 





47 


à 


Fai. F. Pasia. 


vano i ginnasi e gli anfiteatri. Ma l'alito tempestoso 
della distruzione, il mare mugghiante, gli scirocchi 
dell'arido Sahara, contaminarono... 


Con l'invasione degli Arabi, la città famosa si 
chiamò Shakkah, e nel medio evo rifulse di s dori, 
fino a che ebbe la nomea di " città regale”. Ruggero 
il Normanno la donò alla figlia Giulietta, la quale vi 
edificò, nello stile dell'epoca, sontuosi manieri, 

Federico II, nel 1350, la circonda di mura ed alle 
estremità si innalzano i Castelli baronali, ambita re- 
sidenza dei Luna e dei Perollo, le cui lotte furono 
cagione di reiterate agitazioni polari è passarono 
alla storia col nome di " Caso hi Sciacca", 

L'architettura arabo-normanna vi fiori con le sue 
policrome applicazioni e lo Sterepinto, superbo dalle 
merlature alle porte ogivali, ne attesta tuttavia la 
magnificenza. Il Castello dei Perollo fu sede di pa- 
recchi Parlamenti. 


L'Ospedale Fecebio con la sun caralieristica loggia, 


L'Ospedale Vecchio dalla porta ogivale, la Casa 
Arona con le bifore snelle e l'antrone maestoso, la 
marmorea Porta del Laurana nella facciata di Santa 
Margherita = ove nell'interno, ad una sola navata, 
si ammirano gli stuechi pomposi del secentista Ferraro 
è nella Cappella i‘ Fatti di San Calogero " Cas» 
simo esemplare di bassorilievi in marmo del Laurana 
— formano un insieme di vestigia medievali pregevoli. 

La Chiesa Madre, edificata nel periodo normanno, 
conserva di trecentesco le absidi, e nell'esterno, sfol- 
goranti nel mistico sguardo, sono le statue di 5, Pie. 
tro, S. Paolo, S. Giovanni Battista e S. Calogero, 





Fia K, Pasta 


agilissimi monumenti che i fratelli Antonio e G. Do- 
menico Gagini scolpirono sul marmo duro. Ancora, nel- 
l'interno, opere del Laurana e due sarcofaghi del ‘500. 

Lontano dal Castello Luna, avvolta dalla modestia 
e ri nte nel silenzio della pendice, è la Chiesetta di 
S. Nicola, del sec. XII. Alto, con la torre campanaria, 
è S, Michele, dalle cui strette finestre, appare l'immen- 
sità del mare, sino a Pantelleria, la ellenica Cossyra, 

Nel Santuario, che guata sul monte tufaceo, è la 
statua di S, Calogero, che Antonello Gagini vivificò sul 
marmo di Menfi, ed il fratello Giacomo ne compose, in 
un panneggio elegante nel suo candore, il vestimento. 





di Duomo nella «ua facciata posteriore CAWII secolo). 


Dalla cresta del monte, nei tramonti divini, s'intrave- 
dono le Pelagie, sparsi approdi dei cercatori di perle. 

Lontana, confusa con la vastità dell'elemento, è 
l'Africa ardente, coi misteri dei deserti, con le torri 
buttate dal cielo. All'intorno, fra il fiorire delle infi» 
nite esotiche piante, il monte brulica di grotte; in 
ognuna, in ogni secolo, è passata la coorte dei bagnanti. 

Qui venne, danzando coi sandali di fuoco, Tersi» 
core, ed i fauni, pellegrinando coi liuti; qui sostò 
Agatocle, studib Empedocle, qui si fermò Roma, con 
la fosca muraglia, quando dalla distrutta Selinunte 
giunse l'eco dell'esodo punico. 


Come allora, anche oggi, seguendo lo stradale che, 
verpeazianda per le spiagge arse e ricamate dai pal- 
mizi africani, si parte da Men =— la città baronale 
e dalle cave di marmo — si arriva nella ubertosa 
Valle del Bertolino, e; dopo aver oltrepassato il pic» 
colo Carbo, ruscello silenzioso, hanno inizio 1 colli alti 
sino a S. Marco, dominato dalla Rocca Ficuzza e da 
Caltabellotta, nivea sul roccioso monte. 

Padrona del mare, sulle cui insenature si adagia 
come in un molle amplesso è dal cui fondo acquorea 
venne per due anni l'isola Ferdinandea {18 luglio 
1830 - 13 gennaio 1833) appare Sciacca, confusa nel 





Vna delle cielopiche porte delle vecebie mura. 


were dei suoi giardini. Sopra, il S, Calogero alto 
338 metri, al quale si accede uscendo da Porta Pa- 
lermoò per la mulattiera lunga sette chilometri. 

A nord, salendo per le dirupate rocche del Na- 
dore, l'esule della Gran Montagna, intorno all'antico 
castello, Sambuca Zabut = ove nel 1303 fu segnata 
la pace tra Federico Il di Sicilia è Carlo di Valois 
e si va termine alla Guerra del Vespro — è 
Caltabellotta. Sull'opposta discesa sta la distrutta 
Triocala, forterza dei condottieri Ateniane e Trifone, 
che la edificarono durante le guerre del gg a. C. 

I ciufì verdi degli ulivi, le agugliate palme che 
girano intorno al S. Calogero, dominano Sciacca, nel 
cui porto placido sembra sonnecchino ancora le bian- 
che vele latine. La borgata pare portata sulla roccia 
dalla furia delle onde; in Piazza Friscia, ov'è il Viale 
della Vittoria, il Santuario del Monte descrive um oriz- 
zonte di sogni. In Piazza del Popolo i baluardi, coperti 


di rigogliose piante, dinno l'aspetto di un parco anadio- 
mene, e nella Villa glieucalitti si slanciano a ferire il cielo. 
Il Duomo, duro e massiccio, monco e classico nella 
linea modesta, squarciato in un lato, trasfonde l'inge= 
nuità delle storie divine. I Portici del Palazzo Pole. 
starile, romani nell'ordine ma confusi nella baraonda 
tteroclita dello stile, rimembrano Firenze: dalle tri- 
fore è dagli archivolti dei palazzi medievali si diffonde, 
pallida, l'ombra diafana del tramonto lontana. 
Fuori, sul parco sterile, il Castello Luna, poderoso 
di tenebre, avvolge le istorie dei secoli. Le Terme 
lavorano, fumigano ancora. Come ieri. Sempre. 
Splendente di sole, Sciacca, volta alla sua storia 
di eterna salute, baciata dal mare — le cui onde 
accarezzano, volubili e blande, le sabbie vellutate 
a agio che sulla policroma ghiaia Pindaro intese il 
E o dell'Universo e nelle notti fonde vide il poema 
Ila luce. FRANCO L BELGIORNO 





si 





Un angolo pillortato nel centro ci Amalendam 


CITTÀ OLANDESI: 


Certe città italiane, si direbbe che si visitino per 
vedere "un perzo di passato in atto". Così Siena, 
Sangemignano, Viterbo, Assisi, Gubbio, Pienza. Come 
queste, la città olandese ha conservato in genere i suoi 
antichi caratteri, a cominciare da quelli di un Me- 
dicevo che si spinge molto più in qua del nostro, 
fin nel Cinquecento. I grandi centri portuali e indu» 
striali d'Olanda, ci appaiono perciò, essenzialmente, 
agglomerati urbanistici del passato, che rievocano con 
i loro ponti, con i loro canali, con i loro fossati, con 
le fortezze, con a li di darsene, di mercati e di 
ghetti non solo quel Medicero, ma anche il Rinasci- 
menta, e fino al barocco nordico nella sua grazia è 
originalità, E tuttora la vita, che vi circola in forme 
commerciali modernissime, è patinata di antico. 

A differenza della maggior parte delle città curo- 
pee, che si visitano e si ammirano per i loro monu- 
menti, di cui alcuni famosissimi, la città olandese è 
degna di nota e di amore più per il suo assieme che per 
chiese, palazzi e monumenti che ne emergano. 

Esistono bensi anche monumenti artistici e ricordi 
d'alto interesse storico; ma non sono dominanti, non 
costituiscono, come altrove, il perno della vita locale, 
determinandone l'unica fisionomia che lo straniero ne 
ricordi. Si capisce anche da ciò che l' Olanda ha prose- 
guito sempre sulla stessa linea, ha “voluto" sempre 
nello stesso senso, senza ambire a costruzioni mistiche, 
ad architetture vertiginose, disdegnando però il sur- 
rogato, il parvena, il liberty, il composito, il comentizio, 
il floreale, l'alfrettato e in genere tutto ciò che de- 
turpa certe pur bellissime città storiche, anche ita- 
liane, che non sono state rispettate nemmeno nel loro 
sacrario artistico, 

Dove il moderno è il modernissimo s'è voluto 
affermare, è stato collocato in zone adatte, per lo più 
alla periferia, con piani regolatori quanto mai intelli. 
genti che certi progettisti nostrani dovrebbero studiare. 

Ma parlando di "antico" dobbiamo chiarire che 
la città olandese non è mai molto antica. Soltanto nel 


AMSTERDAM 


XIII secolo la casa di mattoni si sostituì alla casa 
di legno, dal tetto di cannicci, che ricordava quasi la 
capanna. del pescatore delle lagune, e non poteva du 
rare. Fu allora che cominciò l'attività artigiana dei 
tessitori, tintori, costruttori di navi, calzolai, sellai, 
armaioli, mugnai, ecc., che si costituirono in corpora- 
zioni, & si disegnò così il futuro assetto sociale. 

Ma il vero e grande sviluppo commerciale-politico 
doveva cominciare nel XV secolo, quando le città 
portuarie, partecipando alla grande lega anseatica, 
presero a commerciare fin nell'alto Settentrione, in 
Oriente e in Cocidente, per quelle vie del mare e dei 
fiumi, cui l'Olanda deve la propria prosperità. 

Nel ‘500 e nel ‘600 si rivela il periodo di massima 
fioritura delle città, che obbedendo al principio de- 
centratore tipicamente olandese, ressero il confronto 
con i più importanti centri europei dell'epoca. 

Però, 1) fatto d'esser nate tardi, e più tardi che 
mai cresciute, non significa che le città olandesi ab- 
biano carattere meschino o provinciale; tutt'altro, 
Amsterdam e Rotterdam sono città mondiali, « l'Aja 
è egna di qualsiasi grande, sontuosa residenza. 

onseguente il carattere essenziale del popola, 
dato da un commercialismo attivo, borghese e sì di- 
rebbe quasi artistico, la città olandese si sviluppa 
nella sun totalità, e non nelle singole sublimazioni 
architettoniche, sicchè ricca di pittoreschi cantucci 
e di vetusti magazzini, ponendo uguale amore nel co- 
struire imbarcaderi, darsene, moli, fari, gru, cantieri, 
tettoie di mercati, edifici commerciali d'ogni seria, 
borse, banche, ponti, canali, strade, quanto altre città 
nell'abbellirsi di chiese, scuole e palazzi del Governo, 
costituisce di per sè uno spettacolo del più alto 
interesse. 

L'Olanda, costruendo in massima parte sull'acqua 
o lun i canali, dovette risolvere singolari problemi 
urbanistici; © sono proprio quelli che danno alle sue 
città il loro bizzarro e affascinante aspetto pittorico, 
dove tutto è strettamente calcolato: lo spazio per le 





Uma secchia «tanipa riproducente uno dei canali di Amuoterdim col suo iniflico. 


case, il terreno concesso ai frontisti, l'ubicazione delle 
chiese e dei grandi edifici, la necessità di ponti e via- 
dotti, il formarsi di giardinetti interni, l'aprirsi di 
canali, di laghetti, di fossi, di stagni, e dove giocano 
così vivamente l'acqua, la luce, gli alberi, il cielo, 
Lungi dall'essere monotone è grigie, queste città 
sono piene di amabili sorprese. Le case private, prima 
di tutto, spirano benessere, pace, accuratezza. Ele- 
vate di qualche palmo sul marciapiede, difeso da 
paracarri e catene, indicano un geloso senso della 
roprietà; la scala, le grandi vetrate che assorbono 
a luce del cielo grigio, 1 bellissimi portoni ornati di 
borchie, le rifiniture, le pietre levigate, i cortiletti, le 
balaustrate, tutto esprime la passione, l'agiaterza, 
l'amore del focolare. tenza politica © marinara 
acquistata appieno nel XVI secolo è che durò fino alla 
metà del XVIII, dotò le città olandesi di sapienti 
fortificazioni militari e di 
grandiosi lavori portuari; 
e arricchi di quartieri 
dove si muoveva la folla 
degli artigiani; e accor- 
rendo da tutte le parti 
gli ebrei in gran numero, 
per la libertà religiosa che 
wi si godeva, i ghetti for- 
marono uno degli angoli 
più pittoreschi in ciascuna 
di esse. La forma archi» 
tettonica puramente mo- 


li medesima canale 





numentale è dunque rara in Olanda, ed è d'impor- 
tazione ed imitazione. Questa mancanza di forza 
creatrice ed architettonica “pura” si mostra nella 
costruzione delle chiese gotiche, che, a causa delle 
condizioni del suolo, spesse volte dovettero essere 
interrotte a metà. I campanili, lasciati a mezzo per 
la paura di appesantire troppo le fondamenta sulle 
palafitte a volte, vennero troncati a mezzo e finiti 
con materiale più leggero, Eppoi, per quanto la patina 
del tempo ricopra di una bizzarra e anacronistica 
malinconia questi strani edifici, si avverte sempre che 
il gotico = stile mistico per cccellenza — non è 
proprio del paese. 

Meglio si addice un Rinascimento che chiame- 
remmo borghese ce ulilitario, è che gli olandesi han- 
no volto sapientemente ai loro fini. E' lo stile di 
molte case private ed anche di edifici pubblici del 
‘600 e "700, pieno di si- 
gnorilità, di particolari 
ornamentali gustosi, già 
tendenti al barocco, al- 
l'esotico, e insieme al co- 
modo, al casalingo; sopra 
tutto quando via via si ac- 
costa al pesante barocco 
tedesco, in cui l'Olanda 
trova finalmente ciò che 
corrisponde ai swoi bisogni 
architettonici e diciamo 
pure religiosi. Nel XVII 


come si presenta oggi. 


— ————_—_—__Ò_É—_="—zp%pYe__———_——---=" —r.r ce_—--=-----&--&-@>y-_rTrT 
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[cieli n 


si 





ll Polazza del Alunicipio e la Chiesa Nuova da ana stampa del sellecento. 


e XVIII secolo questo stile servi a completare con 
libera bizzarria i campanili gotici, lasciati a metà, li 
arricchi di balaustrate, colonnine, davanzali, corni- 
cioni, li rifini in orologi e coriffens, in vasi e cupoline 
e pinnacoli sormontati da una croce, con effetti, più 
che architettonici, pittorici, come è regola in Olanda, 
esprimendo a meraviglia l'amore del popolo per la 
“rarità”, la “cineseria”, il garbo arzigogolato. È visti 
così nello sfondo di un canale, nella nebbiosa atmo- 
sfera marina, con la loro civetteria un po' gola è 
pesante, appaiono veramente deliziosi. 

Si hanno anche esempi di stile monumentale ita- 
liano nell'ex Municipio di Amsterdam (nra Palazzo 
Reale} e in altri palazzi del genere, all'Aja; ma non 
essendo architettura “nativa”, colpisce come una bugia. 

Bellissimi sono in Qlanda quegli edifici di cui di 
solito non parlano le guide, e che si avvicinano allo 
stile della casa borghese, 
pure essendo di carattere — 
più solenne; e cioè gli 
Ospizi, gli Orfanotrofi, i 
Conwitti, tutto ciù che è 
casa di corporazione, asilo 
di previdenza sociale è di 
utilità pubblica; e qualche 
semplice chiesa, come, in 
Amsterdam, quella lute- 
rano-evangelica; o, sulle 
rive dello Spui, il Ritiro 
dei vecchi « la Sinagoga 


l Municipio e la Chiesa 





portoghese; o la chiesa luterana in Rotterdam. Que- 
sto stile nè rinascimento nè barocco, pesante e so- 
lido, un po” tetro, ma “ nativo”, è ciò che di meglio 
offre la monumentalità architettonica locale. 

Il classicismo, il neo-classicismo, l'Impero, passano 
sulla città olandese quasi senza lasciar traccia, è si 
comprende bene il perchè, tanto tali sensibilità arti- 
stiche sono poco in armonia col suo spirito. 

Mai con tania ragione si parla del ‘pittoresco’, 
come di fronte ai sapienti effetti di certi incroci fra 
canali e viali, dell'armonia fra laghetti e giardini, fra 
case e viuzze, fra angoli di porto e bastimenti, fra 
siochi di luci ed ombre moltiplicantesi all'infinito sul- 
Fieoaa La città olandese è "pittorica" e non “archi- 
tettonica", perchè piena di dettagli, brulicante di 
battelli, di barche, di gru, di balle di mercanzia, di 
banchi e tettoie, in una sinfonia di grigio, di mar- 
rone, di verde, attraverso 
l'atmosfera argentea dei 
vapori marini 6 Unari. 
Il segreto di questo effetto 
pittorico è che tutti gli 
oggetti sono ricchi di ca- 
rattere, di vita, di utilità, 
senza che nessuno voglia 
emergere e dominare: così, 
anche lo spazio più stretto 
pare pieno di ampicerza 
e di potenza, è nello 
stesso tempo, quello che 


nel lero aspetto odierno. 


ha 





La Chiesa Meridionale da una stimpa di HM. Sebounte. 


è grande appare pure sempre intimo e famigliare. 

Amsterdam conta centocinquantamila abitanti più 
di Rotterdam, possiede un porto e tonnellaggi com- 
merciali di poco inferiori ai suoi, alimenta industrie 
in grande stile, nei suoi laboratori di diamanti, nei 
suoi cantieri navali e nelle sue fabbriche di tabacco, 
eppure il suo carattere è sostanzialmente differente 
da quello di Rotterdam. Il carattere “nazionale’ non 
è stato distrutto dall'"industriale”, anzi, quello che 
si potrebbe chiamare carattere olandese specifico, vi 
é rappresentato per intero. 

Oggi Amsterdam è animata, è chiassosa. è pitto- 
resca, ma è anche patriarcale; e, nonostante il’suo 
formicolio, è tuttora un idillio;: è piena di fumo si ma 
anche di tanto verde cam- 
pestre fin nei più remoti 
recessi. Domani, forse, lo 
americanismo distruggerà 
e deformerà il medioero 
che qui ancora verzeggia, 
e Amsterdam subirà la 
sorte di molti altri punti 
della vecchia Europa. 

Questa città, il cui 
nome significa: spalletta 
del fiume Amstel — rap» 


li campanile della 
stessa chiesa domina 





presentato oggi dal grande “qua” che dal porto 
conduce alla stazione = fu villaggio di pescatori e 
sede vescovile, che a poco a poco attrasse a ventaglio 
altre strade e costruzioni e formò il piano intricato 
e complicato dell'attuale città, ingrandita incessante- 
mente di decennio in decennio. Si avvalorò anch'essa 
del commercio mondiale e della fondazione della Com. 
pagnia delle Indie, s'infitti di profughi religiosi «è po- 
litici, di ebrei spagnoli, portoghesi, tedeschi e dell'o- 
riente europeo, che le diedero quel suò carattere 
chiassoso e orientaleggiante. 

Il canale che la unisce al mare del Nord, co- 
struito attorno alla metà del secolo scorso, ne fece, 
come di Rotterdam, un porto d'importanza mondiale. 
Non manca di bellissimi 
edifici, come la Westerkir= 
che, dove è sepolto Rem- 
brandt, chiesa in stile ba- 
rocco con squisito caraite- 
re ibrido olandese, in cui 
spiccanole finestre gotiche, 
come il vecchio municipio 
che Napoleone tramutò in 
Palazzo Reale: e come 
molti altri edifici pubblici, 

Similmente a Venezia, 


ancona dn pieraggio 
quasi immutalo. 


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L'interno del mercato dell "ude-Eyd dortale jun'animata vendila di quadri. 


cui &lfiera di essere paragonata, Amsterdam non pre- 
senta, dal punto di vista artistico, alcun punto “morto” 
salvo nel quartiere modernissimo dell'estrema peri- 
feria; ma, più che Venezia, dove il pittoresco è pur 
sempre latinamente classico e plastico, Amsterdam 
trae i suoi effetti da contrasti minuti e sgargianti; 
popolareschi, chiassosi, certe volte perfino plateali. 

Accanto alle magnifiche dimore patrizie, che si 
specchiano, dove sognanti dove taciturne, nelle acque 
dei canali, ecco il rumoroso tramestio dei mercati 
ebrei, ecco le casette oscure e lercie dove vivono 
tuttora i negozianti di diamanti con la loro prezio- 
sissima merce; accanto agli ospizi severi e tetri, ai 


“béguinages"” pieni di donne avvizzite innanzi tempo, 
ecco, nelle vicinanze del [porto, fra botteguecie e 
magazzini di stracci e oscure catapecchie, l'appari- 
zione quasi orientale di altre donne vestite di cenci 
sgargianti, che lusingano il passante dal fondo di an- 
droni fuligginosi. E nulla stride, nulla è anacronistico, 
tutto essendo fuso in un'inquieta e ambigua, ma af- 
fascinante armonia pittorica | 


Arte e vita sono qui strettamente commiste, come 
in Italia. 

Il traffico del ghetto ricorda al wivo il tedesco 
Liebermann, che ha dedicato all'Olanda la sua im- 





Vga 


U 
À 1 


Lao del pilforeschi canali 


pressionistica tavolozza, ma sopratutto ricorda Rem» 
brandt, la cui casa sorgeva infatti all’a ngolo del quare 
tiere ebreo; l'inierno delle case e dei cortili d'Am- 
sterdam fa pensare a Pieter de Hoogh, il mercato 
del pesce ai quadri di Beijerens, veduti al museo, è 
dove la città si apre, dove si guarda sulle lagune è 
sulle dune malinconiche, rivivono van Ruisdael e 
Adriaen van der Velde. 

Se invece si guardano i mulini a vento e i canali, 
ecco balenare van Goven e Veermeers. La natura è 
così legata all'arte, che ancora, dopo trecento anni, 





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della Fenezia del Nord. 


quest'arte è profondamente vitale e profondamente 
rassomiglia alla natura. 

Il Musco Reale è il più notevole, non solo di Am- 
sterdam, ma di tutta l'Olanda, nonostante il Mau- 
ritshuis dell'Aja, e si può paragonare, come impor- 
tanza, al Prado di Madrid e agli Uffizi di Firenze: 
davanti agli occhi del visitatore sta tutta la pittura 
olandese in.alto, e in una serie di autentici capolavori. 

Le cifre però parlerebbero, nei riguardi d'essi, un 
singolare linguaggio: dei cinquecento quadri legati al 
nome di Rembrandt, soltanto trenta si trovano in 


47 





Rembrandt: La conporazione dei Arappieri (Rijkomusenm di Amsterdam). 


Olanda, e solo dodici ad Amsterdam. Per di più la 
storia dell'arte ci insegnerebbe che la maggior parte 
di essi non poterono emigrare soltanto per questioni 
di.... ‘’ dimensione‘. 

Le relazioni fra l'Olanda e il suo maggior genio 
sono un malinconico capitolo: quando quel genio fu 
riconosciuto e ammesso = dopo un doloroso duello 
fra spirito trascendente e spi- 
rito borghese — la maggior 
parte della sua pittura era 
già fuori di patria. 

L'architettura del Museo 
Reale, la cui fondazione ri» 
sale a Napoleone, ma che in 
principio non ceccupava che 
qualche sala nel vecchio Mu- 
nicipio, è un infelice esempio 
di quello stile “politecnico” è 
“composito” che fiori verso il 
1870-1850, e ad ogni modo le 
sale sono inadatte a molti 
quadri di piccolo formato. 
L'arte olandese è, per gran 
parte, un arte di “ boudoir", 
di ambiente raccolto, magari 
di stanzetta rustica, non dli 
sala accademica. 


La famosa raccolta Six, 
collezione privata, come il 
Museo Poldi-Pezzoli di Mi- 
lano, si trova a meraviglia 


Ga cara palrizia dall'ari- 
elocratica impronta italiana 





in una bella casa patrizia sulle rive dell' Amstel, 
che, già di per st, con i suoi begli stucchi interni, le 
sue nobili sale e le sue poetiche vedute su giardim 
e sul guai animato, è un'opera d'arte, La colle 
zione di quadri non è molto ricca, ma ciò che ne 
fa una Mecca per il pellegrinaggio artistico è il ri- 
tratto di Jan Six, dipinto da Rembrandt nel 1654. 
Con qualche ritratto di Raf- 
fnello e di Tiziano è col 
Papa Innocenzo III del Ve- 
lasquez, esso sta fra i più hei 
ritratti del mondo, di quellì 
da contare sulle dita delle ma- 
ni, forse di una mano sola. 

Se è vero, come È vero, 
che pochi pittori hanno la 
grandezza di Rembrandt, Rem- 
brandt non è mai stato grande 
come in questo quadra. 

Il tempo che wi si tra- 
scorré davanti diventa una 
esperienza vitale, che la me- 
moria, col volgere degli anni, 
farà Ingigantire. La spirito che 
lo ha creato ci appare come 
la più alta manifestazione del 
genio di tutta una nazione, 
che ha anch'essa creato la 
sua opera d'arte immortale: 
la città di Amsterdam. 


FRANCO CIARLANTINI 


che ad Amelerdam è legata 
alla gloria di Rembrandt. 


PI 


sa 


LA TOMBA DEL 
BOTTICELLI 
A FIRENZE 


daterno della Chiesa di Cygnissanti 
ove fu fatta l'interessante scoperla. 


Il Padre Calamandrei è un fran- 
cescano semplice e dotta, di comu- 
nicativa non solo sostanziata di 
religioso fervore, ma di umana sim- 
patia, di fervore artistico, di limpi- 
derza toscana. 

Mentre lo attendiamo, perchè è 
andato a dir messa, non sappiamo 
in quale chiesa di lontano convento, 
ci aggiriamo nel bellissimo chiostro 
della storica chiesa di Ognissanti, 
e la meditazione peripatetica, nel 


sereno scorcio delle colonne che si Amb. 
succedono in splendente prospettiva esteta 


sostenendo le volte affrescate lu- 
minosamente, ci prepara lo spirito 
alla importanza ed alla bontà del 
colloquio. 

Il Padre Calamandrei ha rin- 
tracciata, dopo assidui e lunghi 
studi e accuratissime ricerche sto- 
riche e topografiche, la tomba del 
Botticelli, che s'era come sprofon- 
data nella triste oscurità del tempo, 
nella molteplicità delle vicende, nel 
groviglio misterioso dei rifacimenti 
e degli spostamenti, nelle penombre 
dell'inerzia e degli abbandoni. 

Il più rappresentativo se non 
Il più grande dei pittori fiorentini, 
l'artiere che più di ogni altro doveva dirci per l'im- 
mortalità la soave bellezza delle immagini femminili 
nella grazia e nella santità, di quel suo tempo già così 
espressivo e complesso, e dare un volto proprio di 
luce alla Priataseni è farne un miracolo della terra 
rifiorita, un miracolo appena velato dalla dolcerza dei 
mattutini crepuscoli ancora trapunti dagli astri dei 
Cieli, avrebbe dovuto, poi, per secoli, avere, per le 
sue ceneri, non mai spente certamente dalle faville della 
bellezza, la sepoltura più ignota e ignorata. 

Del resto il donatore della più grande ricchezza 
d'immagini e di sogni, doveva già in vita avere le 
più ingrate tribolazioni del bisogno quotidiano da 
aggiungersi alle ascose tribolazioni del cuore. Perché 
Sandro Botticelli,al secolo Filipepi, estrasse spesso dal- 
l'intimità del suo nascosto dolore, la pensosa bellezza 
delle immagini. 

Forse da ciò la più alta ed attonita soavità? 
Fu per natura un fedele della malinconia, ma la ma- 
linconia, nelle necessità dei brutali contatti con la 
ordinaria gente del suo tempo, dovette farsi in certi 
momenti mortale tristezza. E una espressione di quella 
sua grande tristezza, non pare anche a voi, sia rimasta 
nel suo autoritratto? Ricordate specialmente la pro: 


fonda piega dolorosa della bocca! 


“n Finalmente — dice il Vasari — condottosi vec- 
chio e disutile, e camminando con due mazze perché non 





si 
"4 


si reggeva ritto, si mori, essendo infermo e decrepito, 
d'anni settantotto, e in Ognissanti di Firenze fu sepolto". 

Ma prima lo stesso Vasari nelle File ci fa sapere, 
a proposito del disegno del Trica/o della Fede del 
Savonarola — e si sa che del grande Frate il Botti- 
celli fu seguace ardentissimo, tanto alla purezza del- 
l'arte univa la purezza del cuore — che “Sandro fu 
in guisa partigiano che ciò fu causa che abbandonando 
il dipignere, e non avendo entrate da vivere, precipitò 
in miseria grandissima". 

Onde "in ultimo si trovò vecchio e povero di sorte, 
che se Lorenzo dei Medici mentre che visse non lo 
avesse sovvenuto, e poi gli amici e molti uomini da 
bene stati affezionati alle sue virtù, si sarebbe quasi 
morto di fame". i 

Si sapeva dunque, e niente altro, che Sandro 
Botticelli era sepolto in Ogmssanti, in quella grande 
chiesa alla quale già egli in vita tribolata aveva 
donata... in anticipo sulla infinita mechezza della fama 
di cui lo avrebbero gratificati 1 posteri, la dolce e 
possente immagine di +. Agostino. E dice ancora il 
Vasari: “In Ognissanti dipinse a fresco, nel tramerzo 
alla porta che va in coro, per i Vespucci, un S. Agostino, 
nel quale cercando egli allora di passare tutti coloro 
che al suo tempo dipinsero, ma particolarmente Do- 
menico Ghirlandajo che aveva fatto dall'altra banda 
un &, Girolame, molto s'affaticò: la qual opera riuscì 
lodatissima, per aver egli dimostrato nella testa di 


quel santo quella profonda cogitazione ed acutissima 
sottigliezza, che suole essere nelle persone sensate 
ed astratte continuamente nella investigazione di cose 
altissime e molto difficili. 

Questa pittura, come si è detto nella Vita del 
Ghirlanda;o, quest'anno 1564 è stata mutata dal luogo 
suo salva è intera". 

Della sepoltura qualche indicazione ulteriore dirà: 
“nel luogo detto dell'Ortaccio presso il campanile". 
Ma scomparsa la modestissima pietra tombale dei 
Filipepi, e lo stemma di famiglia che v'era sovrapposto, 
per più secoli, nella vicenda dei rifacimenti di cui 
abbiamo già accennato, nessuno più saprà indicare il 
punto dove sono raccolte e riposano le stanche ceneri 
del grandissimo artiere, il più rappresentativo ed amato 
dei pittori fiorentini. 

Ora, poiché è ritornato, seguiamo nella grande 
chiesa il Fadre Giuseppe Calamandrei. Egli ci porta 
diflati nella cappella. anzi sulla soglia, nel transetto 
ove ha ritrovata la sepoltura del Botticelli, e ci dice 
semplicemente: — E' qui —. La sicurezza è france- 
scana come la pazienza fervorosa che per mesi e mesi, 
forse per anni, lo ha aiutato nelle ricerche e nel ri- 
trovamento, E si sente, nella stessa inflessione della 
voce commossa, nonostante l'apparenza della religiosa 
serenità che comanda Iddio, specie ai.... francescani, 
come la espressione della semplice frase deve avergli 
costato lunghe e profonde ricerche. E chi sa per 





59 


La cappella col punto esallo ove {i 
ritrovato il sepolero del Botticelli, 


WFaiagrafie Urngi, Firebte 


quanti * mattutini" il buon Padre 
avrà chinato la fronte sui docu- 
menti del tempo, giacché è inutile 
aggiungere che la sicurezza del ri- 
trovamento {Egli dice soltanto: fede) 
& basata sulla sicurezza dei docu- 
menti della storia. E ci tiene a dirci 
che egli. ha seguito: Stefano Ros- 
selli nel Sepolluario Fioreniino, 1657: 
Fra Francesco Martellini nei epal- 
inari della Chiesa S'Ognissanti, 1660; 
il padre Antonio Tognocchi da Ter- 
rinca nella Descrizione della Chiesa 
e del Convento d'Ognissanti, 1691; il 
Padre Gregorio da Firenze, biblio- 
tecario e archivista di Ognissanti, 
nella sua Appendice all'opera sud. 
detta del Terrinca, 1769. 

Il Sepollunrio del Rosselli trovasi 
MS. in due Vol. nella Biblioteca 
Nazionale di Firenze: Cod, 126, pro- 
venienza Poirot. Le altre tre opere 
sono MS, nell'archivio del Convento 
d'Ognissanti. 

Sandro Botticelli, dunque, SP 
qui", su questo spazio {e Padre 
Calamandrei descrive il piccolo spa- 
zio, chinandosi a indicare con pre- 
cisione il rettangolo), e in questo 
punto era lo stemma della sua fa- 
miglia; “Leone con seste nelle zam- 
pe”, non solo, ma con l'‘’arme”; e 
sotto era la “iscrizione” che non 
può mentire: Maiano Filipepi ei Piliorum ij10, E l'ar- 
me almeno, che fu sua, se non si vorrà ricordare 
con altro segno, su questo rettangolo che racchiude le 
ceneri non mai spente, al fuoco, alla gloria della di- 
vina bellezza dell'arte, simbolo di vita nell'adorazione, 
che nei secoli non verrà meno, l'arme, almeno, di fa- 
miglia, diciamo, non dovrà ritardare, per la semplice, 
grande, fiera nobiltà che rappresentava fin dalle ori- 
gini (fierezza leonina veramente del genio a sostegno 
e a sostanza della soavità ineffabile dell'espressione 
che sarebbe stata di Sandro?) l'arme non dovrà tar- 
dare a ricomparire su la semplice pietra che ha sfidato 
il mistero, l'ignoto e la misconoscenza, 

C'è chi ha proposto che ad onorare degnamente 
la memoria del grande ed, oggi, amatissimo pittore, 
«i ponga in Ognissanti, accanto alle sue risfavillanti 
ceneri magnanime, e precisamente sulla parete più 
ricina alla ritrovata tomba, nella cappella già ricor- 
data, il capolavoro della sua arte: l'Adorazione dei 
Re Magi, ove egli stesso s'è effigiato in quella sua 
espressione di fiera è rivelatrice tristerza. 

L'Adorazione dei Re Magi, già da Santa Maria 
Novella, fu portata al Poggio Imperiale, poi agli Uf. 
fizi ove attualmente è, e sta benissimo. 

Ma perché, in vista del nuovo ufficio, così pio è 
di rinnovellata adorazione più che mai religiosa e 
devota, che le si vorrebbe conferire, non potrebbe 


essere accolta la proposta? 
PIERO DOMENICHELLI 


ANTONIO CICOGNANI 


E'un mistico, Il suo mondo spirituale è negli spazi 
eterei del pensiero religioso: è in Dio. La sua vita 
interiore non conosce che la sublimità delle contem: 
plazioni ascetiche. Non è all'unisono di st stesso ove 
il suo canto non s'intoni coi testi sacri, 

Insensibile ai piaceri ed agli interessi materiali del 
vivere Comune, CEETI SENZEn legami sociali, specialmente 
fuor dei mulinelli in cui si agita e si ingorga la folla 

sa nel turbinio degli allettamenti mondani e del» 
‘affarismo, non sa che la via della sua casa più che 
modesta, del Liceo dove insegna e della chiesa che 
lo accoglie a pregare; intende e soddisfa le necessità 
della vita esteriore con estrema semplicità; si è abi- 
tuato ad un regime di sobrietà contenutissima; vive 
da anacoreta. Con le tendenze sibaritiche del nostro 
tempo, un uomo siffatto può vestir panni come ogni 
comun mortale e muoversi nel bel mezzo della nostre 
città, ma, in clletto, passa la vita come i santi nel 
deserto è come i religiosi nell'eremo. 

Infatti, le scarsissime notizie che si possono avere 
su Antonio Cicognani non si raccolgono che da taluni 
suoi allievi in particolare corrispondenza ideale con 
lui, o sono brevi e intermittenti echi di cantorie, che 
echeggiano, a quando a quando, delle sue musiche re- 
ligiose. ] dati biografici di questo musicista si possono 
presto trascrivere a rapidi tratti, così: é nato nel 
1859; è studiato a Bologna e in Germania, qui appro- 
fondendo le vedute della scuola satisbonese; insegna 
al Liceo musicale di Pesaro, di cui è vice-direttore, 
dal sfgr — docente di contrappunto e fuga e di tutte 
le discipline della musica sacra — ;d scritto varia mu- 
sica, prevalentemente liturgica, e quasi tutta inedita. 

Non è molto, é vero, per impegnare le trombe 

a pologaticha fs richiamargli d'attorno la curiosità pub- 
ca, abituata, com'è, a veder districare ed illustrare 
ben altre fila di vicende biografiche più complicate ed 
emozionanti; non è molto per quello che si vede, ma 
nén sarà inutile andar altre l'apparenza. Nei colttari 
c'è sempre una polla di vita nascosta, talora occultata 
per selvatichesza e spesso sacrificata dall'ignoranza. 
lati materialmente e spiritualmente, senzà possibi 
lità, perciò, di contatti e di scambs intellettuali; privi, 
così, d'agni elemento idoneo per alfinarsi e provarsi 
alla cote della realtà pratica, chè l'arte non è soltanto 
ideazione astratta, essi non riescono sempre ad ester- 
narsi compiutamente e perfettamente: il mondo dei 
loro fantasmi artistici resta più sottinteso che espres- 
so, più in potenza che in atto. 

Si può ignorarli e trascurarli con la sufficienza dei 
superbi e degli insensibili? Laddove una affermazione 
artistica è mancata, ivi è sempre una nebulosa, che non 
sarebbe mai stata e non potrà mai essere un mondo? 

Il mondo o la nebulosa di Antonio Cicognani? Il 
sud spirito artistico, quantunque abbia spaziato va» 
riamente in altro nere, è sempre teso però e tende 
spiccatamente e preponderatamente verso i cieli mistici 
della musica sacra. Per insoddisfazione dei suoi primi 
saggi di composizione libera? perché vi fu portato 
naturalmente: per elezione istintiva o per reazione 
alla bassa spiritualità della musica dei suoi lontani 
tempi giovanili ? 

Taluno dirà che le strettoie stilistiche e contrap- 
puntistiche della musica sacra, secondo i precetti del- 
l'ultimo profe proprio papale che ne regola e determina 
i canoni, sono la volontaria coatta disciplina di coloro 
che non Anno l'estro della genialità inrefrenabile: la ri- 
nuncia alla libertà di chi non può usarne, il ricorero dei 
nullatenenti dell'ingegno musicale, Non sbaglia gran che. 

musica che in virtà dell'accennata disposizione 
s'accampa da un trentennio nelle nostre chiese, avendo 


soppiantato i rococò delle melodie teatrali poco prima 
imperanti, ed è la sua unica giustificazione artistica, a 
non voler dire banalmente che siamo caduti dalla 
della nella brace, non è che una sapiente, ma f da 
e stercotipata esercitazione accademica — e mon si 
rla dei miseri contrappuntini bastardi e delle ri. 
masticate armonie degli infimi maestrini di cappella. 
Le grandi e piccole composizioni corali, che sui det- 
tami ortodossi si ispirano al canto gregoriano, o che 
del canto gregoriano sOnO tutte intessute, non ripetono 
che le bravure e le maniere dei nostri classici poli- 
fomisti: ne ricalcano i modelli formali, stanno sulla 
falsariga delle loro più stucchevoli imitazioni canoniche, 
ne adottano le più viete figurazioni contrappuntistiche, 
gli andamenti più usuali della modulazione armonica. 
Sono dei ricettari di locuzioni care al purismo me 
maticale; dei saggi di stilismo storico. Le sacre melodie 
degli antifonari vi stanno dentro come corpi imbalsa- 
mati. E' musica svigorita d'ogni attributo personale è 
passionale; é una lingua morta come il latino rituale, 
e come il latino non serve che da formulario verbale 
invariabile: una specie di isolatore della espressività 
profana, che raffrena ogni slancio passionale, che li- 
vella il tono delle effusioni artistiche per limitarle è 
per subordinarle a quelle religiose. 

Anche i in musica, la Chiesa preferisce oggi l'ana= 
erorismo espressivo; difida degli incentivi della pas- 
sionalità contingente: pensa che il senso dell'eternità 
e dell'universalità, che & alla base del suo spirito 
religioso, possa come identificarsi in determinate capres- 
sioni, invariabili ed immobili, del genio artistico. Il 
Concilio di Trento, che dovette pure disciplinare gli 
ordinamenti estetici e formali della musica Hiurgica, 
non previde e non volle certo questo. Palestrina, ai 
suoi tempi, era vivo in musica com'era vivo in persona. 
I caratteri stilistici ed espressivi della sun musica fu- 
rono quelli divinati dal suo genio in rispondenza ai 
caratteri psicologici della propria epoca. In ogni secolo 
c'è sempre stata una musica religiosa, che ne è at- 
teggiato la sua particolare fisonomin. 

Solo i musicisti d'oggi non riceverebbero dal mo- 
mento che passa gli impulsi del suo fervore religioso? 
La domanda involge una questione che non si può in- 
tavolare e discutere esaurientemente qui. Basta avervi 
accennato come introduzione al discorso che segue. 

Le molte musiche di Antonio Cicognani che è sot- 
t'occhio, sono anch'esse, per buona parte, dei rami 
secchi di quell albero liturgico che le Commissioni 
diocesane per la musica sacra anno il compito di far 
fiorire. Musiche di severi contrappunti, di esemplare 
dottrina, impeccabili secondo l'impriotafir a cui si 
sono attenute e che Anno ottenuto, La loro espressi- 
vità 2, sì, austera, ma A qualcosa di compassato, A 
un che di formalistica, un'aria mummificata, insomma, 
che è propria di certi atteggiamenti spirituali che si 
possono dire riflessi o passivi. Può calmare l'ansia di 
un'emozione troppo viva e condurre a contemplazioni 
serene: non crea quella vaga inquietudine interiore, 
quel latente entusiasmo e quel rapimento fuor di te 
stesso, quell'esulare dai termini comuni verso una 
plaga ideale verso un mondo di sensazioni nuove, im» 
precisnbili, estasianti, che é il miracolo dell'arte. 

Qualche accenno però, qua e lì = nel fraseggiare, 
in certi slanci della figurazione tematica, in taluni ef- 
fetti corali intesi a sé stanti — fa credere che l'ar- 
tista si sia contenuto: abbia imposto a sé stesso una 
limitazione espressiva. Si intravvedono in lui, percià, 
delle possibilità artistiche sue proprie. 

Antonio Cicognani è un credente senza riserve: 
è un cattolico praticante senza mentiti ossequi. La 


bl 





ll Maestro Antonio Cicognani. 


sua fede è sentita e profonda. Se prega non può bia- 
scicar paternostri, ma si esalta certo di amor divino. 
Il suo fervor religioso dev'essere nell'abbandono istin- 
tivo dell'anima. Come dunque all'artista potrebbero 
bastare le formule fossilizzate di un'arte trapassata? 
Non c'è un tono, un modo più aderenti è consoni al 
suo io musicale per CRREET lodi a Dio? 

Antonio Cicogrnani, che già aveva abbandonato i 
primi sentieri FRA ona sua perchè non conducevano 
alla strada maestra ch'egli sognava, e si era portato 
sui binari morti della liturgia ortodossa, A dovuto una 
seconda volta mutar cammino. C'è una terza maniera 
nella sun musica — non la terza maniera dei volon- 
tari di teorie meccaniche, ma quella degli artisti che 
si sforzano ercicamente di ritrovar sé stessi, ché anche 
in arte il comandamento è l'ostinato e tragico perdua- 
rare — nella quale è conquistato la propria personalità 
inconfondibile, e posto i segni di una fisonomia originale. 

E' manifesta compiutamente in Foce mea — un 
salmo a dodici voci, con orchestra. 

E' un'opera che sta nella tradizione della classica 
polifonia italiana, ma la continua superandola. Più che 
il solco palestriniano sembra seguire quello del Da 
Venosa, così vivo ancora e, vorrei dire, moderno per 
certe arditezze armoniche, per certe spaziosità e ario- 


sità coraliche e per il carattere coloristico di esse. 
Qui le citazioni stilizzate o testuali del cantofermo 
non ricorrono affatto o quasi. Di temi stereotipati dal 
contrappunto tradizionale non v'è traccia. La scrit- 
tura non è densa e trita pur con disegni complessi ed 
armonie piene. La composizione si forma per sviluppi 
tematici e per conseguenziali addentellati melodici. 
La cantabilità & ariosa, libera, spontanen: un fiore 
del lirismo moderno, che odora come d'incenso. Gli 
accenti drammatici sanno del nostro più incisivo è 
suggestivo declamato. La quadratura formale è a lar- 
ghe, libere strofe. Senza orpelli e ridondanze dis 
sive, senza svenevolezze sentimentali, ha la bellezza di 
un nudo scarnito, perfetto: un candor d'espressione 
purissimo e incantevole che raggiunge, a volte, una 
intensa vibrazione drammatica. Dalle sue note l'anima 
s'innalza a Dio nei più dolci e frementi rapimenti 
della fede. E' il poema religioso mederno della più 
alta spiritualità. Ahi! che non potrà mai facilmente, 
€ spesso, venire al contatto del pobbno 
el paese di Palestrina, di Gesualdo da Venosa e di 
Orazio Vecchi, una federazione di società corali a guisa 
di quella ginnastica, e come giusto e naturale contrap- 
sto di essa, non è stata ancora possibile, Diev'essere 
orse temuta come cosa oziosa e lussuosa da decadenti. 


ALCEO TONI 


GIANNINO ANIONA-TRAVERSI 


Quando parve che in un Congresso di Parigi 
qualcuno, un italiano illustre, malamente servito dagli 
stenografi di lassù e forse anche dalla conoscenza 
della lingua francese nei dedali intricatissimi di una 
disamina critica, avesse denigrato il teatro italiano 
dell'ottocento, una voce sorse, rauca e metallica, con- 
citata e severa, in mezzo a noi per dichiarare aperta 
una disfida e pronta una difesa. 

Tutti riconobbero quella voce e salutarono con 
gioia Giannino Antona-Traversi redivivo e immutato 
nel campo battagliero del teatro. 

Ci eravamo battuti, ci stavamo battendo sangui- 
nosamente ancora per una italianità continuamente 
insidiata e spesso mortificata sulle scene di prosa, 
avevamo anche creduto che la nuova generazione fosse 
la prima a sferrar l'assalto con armi insospettate contro 
l'orda dé mercanti barbari, & ci eravamo dimenticati 
di lm! Di lm che, primo veramente, con lo stesso 
nostro cuore, con lo stesso nostro animo, con la stessa 
nostra fede, ma forse più solo e più indifeso, avera 
saputo dichiarare guerra all'invasore mettendo la sun 
spada nuda attraverso la soglia del mercato. 

Quanti anni son passati? Giova non contare, se si 
deve constatare che altre spade si sono snudate in» 
vano e che il mercato non soltanto è più invaso di 
prima, ma coloro che, prima, erano soltanto i riven» 
ditori scalmanati ora sono i padroni di tutti i banchi 
e costringono, per fame, il popolo ad ingozzar le bucce. 

Pazienza! Constatiamo invece con gioia che quella 
cara voce di un autore che pareva avviato per altri 
destini, s'è fatta viva non soltanto per dar fato a un 
allarme, ma per consacrare una continuità d'intenti, 
una insospettala fraternità di spirito e di fede che ci 
è preziosa e che ci commuove. Giannino Antona- 
Traversi è ancora in mezzo a noi. Lo presentiamo a co- 
loro, ai novissimi, che mon l'hanno conosciuta, che 
l'hanno dimenticato, che credono soltanto stoltamente 
nell'indipendenza spavalda ed effimera della propria 
giovinezza. 

Qualcuno pensa che le generazioni nuove per di- 
mostrare di essere veramente vitali, debbano, in arte, 
alffincciarszi battagliere; e che le battaglie più sacro» 
sante siano quelle che issano la bandiera dell'avvenire 
sulle fumanti macerie del passato. Sia benedetta la 
guerra se ci ha insegnato che vecchi e giovani possono 
mescolarsi fraternamente insieme intonando una sola 
canzone, animati da un'identica fede! Questa guerra 
ha vestito il bianco Giannino da snello lanciere delle 
Guide: e ce lo ha fatto trovare accanto nelle trincee 


con la sua bazza aguzra, con i suoi piccoli ccchi pun» 
tuti e sfolgoranti, con la sua ilare e frenetica voce 
arsa, con la sua ingenua giovinezza imperitura, rifatto 
e rinato, simile a tutti, simile a noi, proteso come noi 
verso il mistero religioso della morta è la luce mira» 
colosa della vita, in uno slancio che aveva per méta 
soltanto la comune gloria dell'avvenire. 

Ora egli è il più guizzante, il più inquieto, il più 
scarnificato e il più ciarliero dei senatori italiani: è 
tutto bianco, £& tutto vivido: è sempre sapido, aguzzo 
e festoso. Pronto a spalancar le braccia e pronto ad 
incrociar la lama della polemica, non conosce, come 
non ha conosciuto mai, mezzi termini nella valuta 
zione dei valori umani: il genere umano si divide 
per lui in due grandi zone: amici 0 nemici. Per ciò è 
un ingenuo, resta sempre un ingenuo che s'innamora 
e s'nccascia, si prodiga è sl dispera. 

Conosce tutti. La sua vita é lunga, ma si ricorda 
di tutti. Ha le tasche piene di foglietti rabescati in 
fretta sui quali si confondono note è indirizzi, nomi 
di strade e cifre telefoniche. Va, viene, corre, sosta: 
lascia uno, trova l'altro... poi, si rammenta è scappa 
win fulmineo, sparisce nell'ombra di un portone, sale 
al quinto piano, conforta e aiuta chi ha fame; scende 
al primo piano, bacia la mano alla marchesa. Si con- 
geda dal generale perchè è aspettato dal parroco, € 
parla, e ride, e ascolta, e annota... ed è contento di 
vivere così, sempre per gli altri, sempre per tutti, 
perchè in tutti rimanga un poco di lume della sua 
fosforescenza benefica e il suo nome piccolo, intimo 
— nome di buon fanciullo che non stona ancora — sia 
ripetuto come un'invocazione alla fraternità. 

Autore tipico di un'età che decadeva, egli fu 
anche, a torto, creduto frivolo. Una falsa fama di 
galanteria s‘impadroni del suo nome e lo rese fami. 
gliare nei salotti. Giannino era li con la sua bazza 
aguzza ed i suoi occhi d'acciaio, non come un gani- 
mede fra le dame scollacciate e i cavalieri corrotti e 
beoti, ma come un giudice. La sua satira non è sonante, 
ma è nondimeno spietata. L'istinto della sua osser- 
vazione diretto e implacabile mirava a colpir giusto. 
E se la botta non era mai, per ragioni di bontà, ri» 
velta al cuore, non per questo il gioco del suo fioretto 
é da ritenersi meno magistrale e perfetto. Corilîé men. 
dana è La scaela del marito sono due capolavori del 
genere che allo studio dei costumi prebellici, in un 
periodo più sereno e più lantanò, porteranno, per ch 
sappia interpretare, un contributo non indifferente. 

Ma anche sul cielo apparentemente sereno di que- 


"i ; dr ar di e e 


sn" 





Giannino Antona» Travensi. 


sto teatro festoso e fiorito, in mezzo al quale palpi- 
tano i ventagli come ali di farfalle e par che la caccia 
alla parola di spirito sia un gioco spensierato, si ad- 
densano le nubi del pensiero. Con La grande ombra è 
&a madre Giannino si accosta di colpo alla tragedia, 
Il destino stringe i tempi: mon consente più soste 
sorridenti e svaghi educativi. Qualche cosa è nell'aria, 
che freme. La frusta della satira diventa una lingua 
di fuoco e segna fra le nubi, schioccando, lo zig-zag 
della saetta. 

Udremo, subito dopo, brontolare il tuono. Il mon- 
da, quel mondo che Giannino avrebbe voluto sanare 
dei suoi piccoli mali, sobbalza e ruggisce come colpito 


Fotografia As Fudo, 


dalla follia mortale. I lievi segni geografici che deli- 
mitavano confini quasi illusori fra popolo e popolo, 
diventano crepe profonde e frementi. La guerra, la 
più terribile guerra, è in alto: Giannino è al fronte. 
Ed è al fronte ancora, poi che la sua eterna giovi: 
nezza, fatta di abnegazione e di amore, non può smo- 
bilitare. E' là a coordinare i suoi eserciti di croci, 
che non smobiliteranno mai più. Ad ogni croce egli 
ha ridonato un nome: egli ha voluto che quelle braccia 
di legno spalancate fossero ben visibili sui limiti della 
nostra Patria riconquistata a significare fraternità è 
perdono, ma a significare anche che la fede generata 
dal sacrificio non crolla, non cede, non indietreggia. 

GINO ROCCA 


‘sulle scene del Teatro 


i Teatri in Germania. Sopra: "Campo di maggio", rappresentato col titolo "I cento giorni” : 
Mazionale di IFeimar. Sotto: Genbard Haupimana, Helene Tbinrig, Max Meinbardi (in piedi, da stalsliea) 00 ana 
rappresentazione di beneficenza allo Schauspielbons di Berlino; (seduta) il Generale con Seeckl. 





Pr =" —@@» 


Sini ci 
STE [n i 





VELE 
{Folagrafia Mi Stefano Bricarelit) 


Lala" me £- (Fabbralo 1050. XI 


del Popolo d'i 


Alassio alla  Pivicto Rllueîrati 





Le cendeminiatrici, le 
figure meglio riuscite 
della craneberata 


Sopra a destra: 

Due carri allegorici 

Jra i più ammirati 
del corteo. 


Folegrale E. Biagisi 


La falla immensa 
durante la afilata dei 
pittoreschi carri. 















bi 


IL CARNEVALE 
DI VIAREGGIO 


Le feste di carnevale di Viareggio, 
che trovano nella tradizionale sh- 
lata di maschere e di carri lungo 
il mare l'episodio principale, sono 
ormai le uniche a sopravvivere. 
La folla accorre da tutta la To- 
scana e % contano a centinnia le 
automobili che da tutte le parti 
d'Italia portano spettatori entusia- 
sti. In quest'anno di melancomche 
preoccupazioni il carnevale di Via- 
reggio ha dato un bell'esempio di 
giocondità, di +igoria e di fiducia. 


LA PAGINA DELLE SIGNORE 


(Iiregni si Bepi Fabiamo) 


“Si vuole la mada italiana". 

E° uma frase che esce all'aria. ogni tanto, ed + l'espret- 
sione di una giuata, logica, patriottica aspirazione. 

"Non più inbutari dell'induatrià straniera” è, in fatti, un 
motto eflicacissimo di richiamo, che sarebbe bene applicare 
non ad un solo ramo, ma a tutto il noviro commercio, se Vap- 
plicazione del motto non venisse poi ad alterare il bilancio 
degli scambi internazionali. In fanda, ogni quritione ha più 
di us puato di wista ed è sempre necessario accordare le aspi 
razioni colla realtà, 

Mon siamo solamente noi a sentirci l'amor proprio basto: 
nalò per quieta sovranità mondiale di un altro pacs. Noi 
abbiamo, forse, più ragione di aspirare & ricanquistarla por 
ché, in lontani icmpi, ha cominciato coll'essere nosira. Ma 
poiche l'abbiamo perduta 0 ci abbiamo rinunciato da un 
perso, diciamoci che tutto non si può avere, e consoliamoci 
«hi questa perdita, coll'idra chè abbiamo acquiilato, invese, 
ben alire sovranità, di maggiore importanza per la storia del 
progresso. 

Se ognuno dei paesi europei cho tontanò di tirare quer 
acqua iridescente © spumeggiante al loro molino, riuscisse, 
anche in partie, nel suo intenta, avremmo usa moda per agni 
nazione, l'una indipendente dall'altra. Guaio gravissimo € 
inevitabile, perché si piaò renderii liberi prima e più fasi 
mente che soggiogare i ncslri compagni di servaggio. Ainche 
in questa guerra, insomma, ci vuole un 
frente unico, se no bawisrebbe uscire 
dai propri confini per destare l'ilarità 
dei monelli. 

Bisogna riconoscere, a onor del vera, 
che la Germania, per esempio, e Vienna 
forse più ancora. hanno saputo trarre 
dal verbo parigino, ispirazioni, variazioni 
e fantasie ottime, Ma quando la Ger- 
mania fosse abbandonata a se siessa, non 
si può immaginare dove andrebbe a pre 
cipitare. 

Perchè da Parigi non viene sola- 
mente la moviià. Parigi facendosi per 
secoli la sacerdotessa «li questa frivola 
lea. la moda. ha avoto tuita una pres 
parazione a formare come l'aristocrazia 
di quel ramo d'indusirin La sua attree- 
raiura csierna © fatta ali eredità © di 
selezione: di womini e di fabbriche scal- 
irito alla scclta è pronte all'ebbedicntà, 
e sensibili ad ogni cambiar di vento è 
ali gusto. Anche noi abbiamo dietro le 
spalle un passato di arie, di gusta e di 
finezza, «d È inutile discutere qui quale 
sia il più grande e il più gloriosa, Ma 
le nostre ailività si indirizzavano verso 
altri icapi: non possiamo deviaro il lorò 
corsa senza dispendio eccessivo: improv- 
visare altro sirado senza temere che 
perdano il passo. E da vedere se valga 
la pena di iprecare l'raperionza Cal la 
conquista di aggi in un tentativo lodevo= 
lissimo, ma meno importante di quella 
che sembri, verso un incerto domani. 





lasegni l'esempio di Roia Genòni. Queita signota tenta, 
anni addietro, di creare la moda italiana, ispirandosi al no 
altro paiiatò c ai capolavori artistici che nomòo rimasti a ter 
stimoniare, Se questa coraggiosa signora raccolse, mella sua 
lotta, sodilialazioni parziali è Irmporaneo, prevalie alla fine 
l'amarezza dell'invuccesso. 

La moda è un po' come il sole. Deve nascere inva dato 
punta, Quando è sorta, tutti me profitiano per una più è meno 
lontana irradiazione. Ma nen È poissbile farla entrare ià wita 
fuori dal grembo nel quale è andata maturandosi attraverso 
il tempo. 

E iiccome anche due sole cifre sono più eloquenti della 
parole, diciamo che, per esempio, nel igio V'italia ha per 
verità, importaio core relative all'industria dell'abbigliamento, 
fer sessantadue milioni di lire. Molti. Ma siccome, nello 
stesso ramo, ibbinmo poi ciporialo per conlotrentadie mi 
lioni, i noatri condi tornano ottimamente. 

Che se, invece, la moda cessasie di casere una acambio 
internazionale, ognuno rimanendo coi suoi prodotti, saremmo 
proprio noi ad avere la peggio. 

Ciliamo un particolare minimo per dare un'idea dei mu 
tamenti che si sviluppano simultaneamente attraverso il mondo, 
fronte unico, come dicevamo, In autunno, per tacita comune 
Iinteià, anziche portare la volpe intorno alle spalle. o giraia 
al colla, si preferi di lasciarla pendere in quasi tutta la 
sua morbida lunghezza, lungo il dorsa 
della proprietaria. Unica allacciatura, 
sul davanti, due sampette che, unendasi, 
scitenerano il resto. 

(Questo, a pochi giorni di differemza, 
fu ciservato a Mew York, a Milano. a 
Madrid e in alîri centri importanti. 

Aveva quel piccolo capriezio pototo 
attraversare il mondo in un baleno, con 
quistando tutte le denne insieme, avvera 
era sato un sincrono bisogna di variare, 
îradotto nello stessa gesto? 

Nessuno potrebbe dare la apicga: 
zione. Rimane il fnito che, minimo com'e, 
dimartra come la moda non possa avere 
aliro coafine che quello decretato dai 
Wi elmi. 

Così in questio momento, dato lin 
verno mile in tutto il mondo, le donne 
hanno inalberato con grande anticipo 
il cappella di paglia, Forse anche le 
avera stamcate il manierismo iroppo 
diffusa del copricapo "Imperatnico Euge: 
ma. Infine il termine di rigore sa 
reblie ancora di la da venire, e già 
paglie grosse e lucide. o paglie leggere. 
di loniana provenienza rioliza, formano 
dei cappelli — piccoli per il momenia > 
che esceno con grazia avelia, a fare 
contrasto, cogli alti baveri di pelo, 

Perché Vinverno ha un bell'imitare 
la primavera; i pellicciai non perdano, 
per questo, i loro dimtti. Tutti i westiti 
com giacca sonò guerniti di pela, e cosi 
i soprabiti diurni e le giubbette serali. 


Là pelliccia lunga, invece, non ai È degnata, quest'anno di 
ricorrere all'ausilio di animali diversi. Ma sopra al vestitino 
intero di lana mera guernito di pelle-vernice nera, impuntia» 
rata di bianco, starà malto bene, per un pomeriggio acleg: 
giato, una cravatta di ermellino, col rotondo manicotto 
uguale, che può anche chiudere in st ben dinsimulata la bor- 
selta o un surrogato della medesima. 

Nan bisagna però mai dimenticare che l'ormellino è seme 
pre guernizione di cerimonia. Per mattina paò disere  soali» 
tuito da agnellino raso, del colore che si vuole, è da altre 
pellicce corte, che non siano delicate è costose. 

In autunno i colli a pelo lungo vanno bene, in primavera 
danno un'impressione di minor calore quegli aliri, anche sulla 
giacca corta del soillrur. Come variano questi abiti a “due 
persi” sulle svelte figurine, pare rimanendo fondamentalmente 
gli siessil Sono piccole fantazie di taglio, innovazioni nei ri 
avolti e nelle allacciatore delle giacche corte, ilrette alla via, 
E i colori? A scelta, purché si metta per qualche tempo in 
pensione il verde violento. Ancora si vedono le gonne diverse 
dalla giacca, che però si fa nella tinta unita che predomina 
fra le altre nella gonna, nia cisa a righe è a quadri 

Dubito che, se nel aecolo prosiimo ui faccia mai un'eapo- 
sizione del goo, essa sia per avere i caratteri di quella del- 
l'altocenta, che rimarrà aperta, & Rama, fino al mitie di 
aprile. Noi non potremo certo condensare in una piccola ve- 
brina 1 vostiti, nona dirò di un rentennio, ma nemmeno di una 
stagione, come si è fatto pel secolo scorso, forse un poco 
sommariamente, 

Per la biancheria basterebbe anche un portaritratti, ma 
quanto ai vestiti, © tn altro paio di maniche, poichè si mol 
tiplicano col variare delle occasioni, e abbiamo larga varietà di 
tessuti, e quello che serve in una classe sociale mon è di 
eguale utilità nell'altra. 

Basta sfogliare una raccolia di giornali di moda, per ren- 
derii conto della trasformazione continua cui noi sottortiamo. 
Pure, per quanto le nosire ave avessero vesti che duravano 
intere esistenze © più, non creda che, per sinmpio, la biancheria 
che ci fanno sedere in un'apposita welrinaà, sia da temere in 
debito conta, Li si vede che gli orgamizzatori non hanno da 
mandato vò consiglia di doaana. 

Abbiamo veduta tutti, nelle vetrine dei merciai nionali, 
quei grossi cotoni bianchi traforati dai ricami avirseri, coi 
relativi passanastri, il tutto abbondante e goffo. Ma è siato 
per un breve perioda, e non servi quella roba alle persone 
eleganti. 

Avremmo piuttosto voluto vedere la biancheria che adope 
ravano le padrone delle suggeative, se pur lagore, vesti lm 
pero, che forse incorniciavano la classica e prodiga belià di 
Paolina Borghese, peivima moglie, ma tenerissima sorella nei 
giorni del dolore. 

la agni modo, l'eiporizione ci allre un quadra ali quello 
che siamo state qualche decennio fa, e di quello che, forse, 
ridiventeremo. 

E, in altri campi, stampe e quadri, mobili e storia: rico 
struzioni di caratteri scomparsi e visioni di momenti gloriasi. 
Riewocazione è ricornila. 

L'elegante scrittore che abitualmente ha vigile e amorosa 
cura dei tesori napoleoaici ‘lasciati dal Conte Primoli, fra tutti 
i mobili della ormai «aa casa, ne predilige uno che fa bella 
mostra di sè in questa Esposizione, C'è da pensare che Diego 
Angeli si penta cimquanta  valté al giorno di avere ceduta, 
anche per qualche mese; il lettuocio che apparienne a Paolina, 
e ch'egli ritiene essere quello stesso sul quale giaceva la bel: 
lianinaa, quando Camorva ne riprodianie in marmo le forme per 
fette. L'amore-dell'arte ha-si- gran braccia che, si dice, Canova 





amasse la sua quasi imperiale modella. E allora... la mia let 
trice concluda. 


Il golf ridotto a proporzioni da miniatura, ha fatto il suo 
tempo. Adesso a Parigi c'è sempre, in miniatura, il paesaggio 
alpino con relativi sports invernali è grande aproco di acido 
borico a riprodurre la neve che manca anche pui monti, E° 
stata l'occasione per creare il vestito -della. sport invernale 
cittadina, 3 is. 

Oscuro, per fare contrasto col ‘candore dei cristalli nivei, 
ma rischiarato dal facchi  rotandi "che adornano il berretta, 
allacciano la cravatta, i polsi è persino il cinturino alle cavi 
glie. I colori più gai, l'unione più discordante dei medesimi 
sono dunque permessi, al colla, ai polsi e nelle maglie che 
fan capolino. 


il numero delle donne disoccupate ia Inghilterra ni fa sem: 
pre più allarmante, Pure, molte hanno una violenta contra= 
rietà a collocarsi come domestiche, sopratutto se hanno avuto 
una certa isiruzione, o se son nate in modo da sognare, per 
l'avwenine, più sogni delle altre, 

Così che in Inghilterra si è pensato ad elevare questo im- 
piego. cercando delle scuole per signore cuoche, signore came- 
riere e anche signore giardiniere. 

Pare che molte persone di classe anche borghese abbiano 
îirovato che un posto conquistato in seguito ad esame, + ab- 
bastanza decoroso, lanto più che queste dipendenti diplomate 
s0n6 trattato da eguali e siedono a tavola com la famiglia che 
le impiega. 

Con una perfetta educazione da ambe le parti può darsi 
che non ci-siano urti: Pa quanto durerà la pace? 

MANTICA BARZINI 


be 


LORA DEI 
CAPPELLI 
DI PAGLIA 


Cappello di paglia bianca 
con ricami ci lana gialla. 


Fotegrafie Luigi May 


Sotto, da sinistra: 
Quattro aredelli di ultime 
price: Paglia sera quar- 
alta di piccole rose. » Pa- 
glia créme erlata di feliro 
rosso. = Paglia nera con 
Nori rossi e bianchi. - Pa. 
qlia ment lunerci con nastro 
di sela cerde e bianéa. 


















Da sinistra a destra: Meslito per 

autllina in lana beige con cintura di 

daino marron e «sciarpa ci sela beige 

e marron, - Abito da casa di lana 

leggera, con giacca, « Taillenr fan» 

lasia di lana con soltana ben è 
eni PET, 


Fatagralle iuiei Dian 


In odio al feltrino, troppo pratica, 
troppo durevole, troppo trasfor- 
mabile; la moda ha lanciato prima 
i berretti di lana e lancia oggi 
cappelli di paglia. E naturalmente 
finché si tratta di paglia comune, 
di poco costo, saranno minuscoli; 
quando invece si tireranno in cam- 
po paglie d'oriente, dai prezzi inab- 
bordahili, diventeranno grandiosi. 


Cappellino di paglia larga lucida 
con dhe coccarde di svela, una raesa 
e l'altra verde. 


CAMBIA LA FORMA 
MA NONLA REGOLA 


no 










di conte Rarsi di Monte 
era e il cap. Casini in 
allenamento sulla pia A 
bob, snbilo dopo l'incidente 
nel squale rimasero ferili 


bre ledeschi, 


LE OLIMPIADI 
D'INVERNO A 
LAKE PLACID 


Sotto: La agueda italiana 
che partecipò alle gare 
scialorie. 


2 
w 


mn 


















Lu , Jia 


| 
25 è 


















dal 


“ 


Fo, 


Nel centro: fa apoode 
rlaliana «be Siaputò corn 
onere le gare di bob, 


Sotto, in mezzo: dl dram- 

polino olimpionico di Lake 

Placid, durante le prove di 
dillemamento, 


Sotto: L'austrisce Karl 

dbilfer, campione olimpio- 

nico per il pallinaggia 
arlialico. 








“L'inutile acrobazia 


fl'ompartzione N Ihnen} 


Albngsio alla ‘Riviste [lsnirsia dal Popolo d'inalia” a. Ie ifPaobbrala 1900 = Ab 


—— di o r—____  _F>___= = n nz  @TT—_——————@—& 


—-—— mme _—- 


#1 





Le gare invernali a Cortina d'Ampezzo. La partita decisiva del campionato nazionale di bockey cinta da Cortina 
contro Milano (2-1). Sopra: / concorrenti della gara internazionale di discesa nidunati alla Forcella Nuvolan, 
Fai. A. Zardal, 


i £ x ll rr -—P 


Ma # ha 


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Te. 


ninni pair 


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Navi porta-serei nelle folte atoderne. di" Bearn ", la più iniportante unità della Marina Francese, vtato 
è, salto, un velivolo in arrivo sulla piallaforma della nave. 





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Esercitazioni sulla nave porta-aeroplani "Bearn® nella rada di Tolone. Un decallaggio; e, sopra, gli aeroplani pronti, 


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Una delle più grandi navi porla-aeroplani della folla americana : il “Saratoga”. Sopra: Asroplani da bombardamento 
vi staccano dalla nave. Sotto: La schiera dei velivoli sulla coperta. 


Era pat RARE JR IPEIALA BGA Bijea "pru PIT le HOeeo) TP alunna Ja SAP PF 


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Le opere della Milizia Forestale. 





Sirlemazione montana pe arrestare l'erosione e preparare il rimboschimento, 


È mi ini = 
Cone L in 
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IDigbe e prelezioni contro la minaccia incessante di frane in una gola scosceso. 


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Nei paesi del sole. Un cortto nuziale nell'isola di Bornto +, sopra, il giorno delle rose a Pasadena in California. 





Le belle costruzioni lungo il canale che allraversa Mussolinia. 


MUSSOLINIA DI SARDEGNA 


Mussolinia di Sardegna costituisce uno dei più fe- 
lici risultati ottenuti dagli esperimenti di bonifica 
agraria e colonizzazione interna. Una plaga, fino a 
dieci anni fa paludosa, sterile e deserta, è stata tra- 
sformata in una delle più ubertose e ridenti regioni 
della provincia di Cagliari; la regione di Terralba 
— nome ch'evoca la poesia delle prime luci e la pro- 
messa del giorno radioso — è tale da rappresentare 
veramente un modello in fatto di bonifica integrale. 

Tecnici italiani e stranieri visitano continuamente 
questo centro agricolo-industriale esprimendo i giudizi 
più lusinghieri per questa meravigliosa trasformi: 
zione, operata da un manipolo di volenterosi con l'alto 
incoraggiamento del Governo. 

L'impresa non è stata, specie nei primi tempi, 
scevra di difficoltà: sia 
perché la zona sottopo- 
sta al disciplinamento 
idraulico = un compren- 
sorio di 18.000 ettari — 
appariva, e tale vera- 
mente era, la più ingra- 
ta tra tutte le plaghe 
suscettibili di bonifica- 
mento; sia percht la 
diffidenza, celata o aper- 
ta, sulla riuscita del- 
l'audace impresa si era 
spesso manifestata, non 
agevolando certo i pro. 
positi dei costruttori. 





Ma quanto è più aspra la lotta, tanto è più bella 
la vittoria, tanto è più grande il merita. 

Per chi, attraverso i vasti territori ancora poco 
popolosi della Sardegna, giunge oggi a quel centro 
propulsore di feconda vità rurale ch'è Mussolinia, la 
sensazione prima è quella di trovarsi in una terra 
sorta improvvisa per virtù d'incanto. Non può dirsi 
un villaggio, perché le teorie di palazzine elegan- 
tissime — piccoli modelli di aggraziata architettura 
italiana =— che si allineano, circondate da giardini, 
sulle spazione strade, non somigliano per nulla alle 
tradizionali costruzioni paesane troppo rustiche anche 
se da lontano sembrano pittoresche, non mai comode 
abbastanza nell'interno. Queste, pure essendo custruite 
appositamente per famiglie coloniche, sono munite di 
tulto quel minimo di 
conforto: luce elettrica, 
acqua corrente, bagni, 
disposizione razionale 
degli ambienti, decora- 
zione sobria e armonio- 
sa, ch'è indispensabile 
alla vita odierna, per- 
ché la casa costituisca 
veramente il nido di 
pace, riposo, benessere. 

Né d'altronde la vita 
degli oltre tremila abi- 
tanti di Mussolinia, i 
quali provengonoin gran 


parte dal Polesine e dal 


Edificio scolaulico a Mussolinia, 





i e  “— _e | è 4F A. 








[aa ceduta generale delle principali 


Forlivese, ha la monotonia ma- 
linconica di quella dei conta- 
dini dei vecchi villaggi; chè il 
più giovane Comune d'Italia 
offre tutti gli svaghi sani chela 
città può dare: campi spor- 
tivi, sede del Dopolavoro, ci. 
nematografo, audizioni musi- 
cali, conferenze, danze, ecc., 
offrono seralmente e nei giorni 
festivi divertimento a questi 
lavoratori e alle loro famiglie 
che crescono a vista d'occhio. 
(Siccome i giovanotti sardi 
trovano le fanciulle polesine 
e forlivesi oltremodo sedu- 
centi e i polesini e i forlivesi 
trovano le sarde non meno 
attraenti, il Parroco di Mus- 
solinia é molto cccupato a re- 
gistrare matrimoni e battesi- 
mi), con brillanti risultati 
dell'incremento demografico. 

Ma d'altronde, la &pe- 
ciale prova di attività che ca- 
ratterizza questo centro di 
vita, i grandi wife», il caseifi- 
cio, i pollai razionali dove mi- 
gliaia di candide lieormesi 
producono quotidianamente 


Dall'alto: La Chiesa si Alana 

solinia. - Uno dei canali di 

irrigazione. - Ml mulino è lo 
stabilimento del silos. 


[9] 





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a ialatioi nisi Ala; «3 Dn "= Sa, 


costruzioni della città di Alnsniolinia, 


altrettante migliaia di uova 
che vengono subito traspor- 
tati sui camions al mercato 
di Cagliari; gli stabilimenti 
per la trasformazione dell'uva 
in mosto che viene esportato 
direttamente in Inghilterra; 
tutto il complesso di attività 
che caratterizza questo gio- 
vanissimo Comune, vi avverte 
che siete pure ben lontani 
dalla città, dove chi lavora 
nell'officina o nella fabbrica 
non ha i volti dall'espres- 
sione così sanamente gioconda 
e serena come questi uo- 
mini, la cui fatica è ristorata 
dall'aria libera dei campi e 
dal sole che dà una patina 
d'oro alla pelle. 

Mussolinia di Sardegna è 
l'espressione della vita ru- 
rale così come l'ha intesa e 
voluta il Fascismo. E' il mo- 
dello di quello che saranno 
in un avvenire non lontano 
tutti i nuovi Comuni che sor- 
geranno sulla terra trasfor- 
mata dalla bonifica integrale. 

MYRIAM RICCIO 


Dall'alto: fe semola. - I Co- 

andato ella Aiiala - Aa vl 

fra camale, + Da sede degli Alinei 
Pifficiali della Mutizia 


Ni # de 


RISULTATI NUOVI NELL'ESPLORAZIONE 
DELLE PROFONDITA MARINE 


Le profondità marine sono state già caplorate dai 
poeti. Essi sono discesi colla luce della loro fantasia 
negli abissi, sul fondo dei quali si stendono i campi 
non mai arati di alghe: si sono soffermati a fissare 
le forme misteriose degli abitatori oceanici: hanno 
raccolto le luci strane dei viventi fosforescenti che 
talora nelle! distese sconfinate urtano contro i cawi 
che portano attraverso gli oceani il fremito dei 
cuori umani. 

Kipling in Inghilterra, Anile, Betti in Italia, per 
citarne alcuni, sono stati nel numero di questi esplo- 
ratori fortunati che non abbisognano di scafandri è 
di batisfere. 

L'uomo ha tentato di penetrare negli abissi pro- 
tetto dagli scafandri. Ha cominciato con scafandri 
di tessuto flessibile e impermeabile, mediante 1 quali 
a stento ha toccato profondità di ottanta metri. Poi 
ha costrutto scafandri rigidi di alluminio, capaci di 
sopportare pressioni considerevoli, e con questi è 
sceso fin quasi a duecento metri: profondità conside. 
revoli, ma sempre modeste in comparazione coll'al- 
tezza dei mari.;Inoltre gli scafandri 
non permettono la libertà dei mo. PRDEIE 
vimenti e neppure rendono facile VS 
all'osservatore il rilievo degli spet: T; 
tacoli che si presentano innanzi 
allo sguardo. 

OQccorreva giungere a una di- 
versa impostazione del quesito, so- 
pratuito se si aveva di mira lo 
studio dei fenomeni naturali sotto» 
marini. Si era a tale scopo comin- 
ciato col costrurre barche a fondo 
piatto, una porzione del qual fondo 
era di vetro spesso. Difendendo 
l'osservatore con una specie di ca- 
mera oscura in tela era possibile, 
in zone con intensa vita marina, 
osservare qualche scena del fondo: 
ben inteso quando uesta non era 
a moltissimi metri dalla superficie 
delle acque. 

A questo primo tentativo un 
pe: ingenuo, altri ne erano seguiti 

i interesse ben maggiore. Nel 1929 
ad esempio si era tentato di seguire 
la «ita dei pesci e degli inverte- 
brati marini pressa le isale Baha- 
ma, servendosi di una piccola nave 
al cui fondo si era raccordato un 
grosso tubo, terminato in basso da 
una camera sferica, nella quale tro- 
vavano posto due studiosi. Attra- 
verso un grosso vetro, inserito nella 
camerina sferica, si seguirono i fe- 
nomeni della vita marina, racco. 
gliendo documenti impensati intor- 


Dla "The Neibona]l Cragrapbio Magiiiaa”” 


La balisfera sospesa in aria 

sla per essere calolo in mare, - 

GU ultimi istanti prima della 
immersione lolale. 


no a questa manifestazione vitale fino a ieri ignota. 
I risultati di queste osservazioni furono tali da in- 
voglinre a tentativi più considerevoli: e William 
Beebe, — che è uno dei più famosi direttori del Museo 
di storia naturale di New York — iniziava nel 1950 e 
nel 31 un nuovo metedo di rilievi, che ha permesso 
già definite conquiste e che in futuro permetterà cer- 
tamente di penetrare a grandi profondità marine, 
rendendo possibili tutti i rilievi che possono interes» 
sare la nostra curiosità. 

William Beebe è noto anche ai profani della 
biologia per alcune narrazioni di viaggi e di esplo- 
razioni, primissima quella delle Isole Galapagos nel 
Pacifico, isole che egli ha bene studiato e bene de- 
scritto, E° anzi probabile che il suo volume abbia 
invogliato a cercare rifugio in una di queste isole 
una coppia di innamorati berlinesi che due anni fa 
hanno richiamato sull'isola l'attenzione dei cronisti 
di tutto il mondo. 

Nel suo tentativo di esplorazione abissale Beebe 
fu appoggiato e sostenuto da un industriale mece: 














nate, l'Otis, il quale volle personalmente prendere 
parte a tutte le prove. 

Beebe pensò che s1 poteva giungere a notevoli pro- 
fondità ponendosi in una robustissima sfera libera di 
acciaio, collegata a gancio con un robustissimo cavo, 
mantenendo collegata la sfera con altri cavi all'aria 
esterna {così da garantire il rifornimento della stessa), 
e alla nave che doveva somministrare l'energia per 
l'illuminazione. 

Così fu costrutto quel curioso apparecchio bat- 
terrato “ hbatisfera"” o sfera delle profondità, del quale 
han dato una succinta relazione 1 giornali politici è 
che più tardi (1951) Beebe ha largamente descritto 
nel periodico della Geographic Society degli S. U. 

a batisfera é una robustissima sfera cava di 
acciaio del diametro interno utile di m. 1,50 con 
pareti spesse attorno a Jo cm. La sfera èé munita 
di una porta circolare d'ingresso a salda tenuta e 
di alcuni “occhi” chiusi con spesse lastre di cristallo. 
Due persone possono rimanere comodamente sedute 
nell'interno seguendo i diversi fenomeni che si sval- 
gone innanzi agli occhi, 

La batisfera é solidamente agganciata ad un cavo 
che la nave di sostegno svolge adagio adagio, lasciando 
così cadere la sfera a diverse profondità. Cavi ap- 
positi portano aria, luce e voce: inoltre la sfera pos- 
siede mezzi proprii per fissare l'anidride carbonica 


GH esploratori, dopo l'impresa, «i 
affacciano allo sportello della bali 
sfera. = HBeebe, a sinisirà,e il #00 
compagne Barion, dopo un'esplo- 
mazione nelle profondità avarine. 


Tha # The Maricnal Giaegraphio Magazine", 


sviluppata dagli ‘osservatori chiusi 
all'interno, e per pi ene l'ossi- 
geno indispensabile alla buona respi- 
cazione. Le prove eseguite a sfera 
vuota hanno confermato il sicuro 
funzionamento dell'apparecchio 
stesso, il quale indica, si può ormai 
dire, una via certa per le esplorazioni 
delle profondità marine. 

Dopo quelle che si possono de- 
finire " prove in bianco”, si sono 
iniziate le discese in acqua della ba- 
tisfera con gli osservatori collocati 
nell'interno: e le discese più impor- 
tanti sono quelle effettuate dallo 
stesso Becbe in compagnia di Obs, 
Gli osservatori collocati innanzi ad 
una delle finestre-spie potevano se- 
guire i fenomeni © si presenta- 
vano all'osservazione, fissando sulla 
carta schizzi e disegni, mentre col 
cavo telefonico si trasmettevano i 
rilievi eseguiti. A volontà potevano 
anche essere proiettati fasci luminosi 
che per un certo tratto illuminavano 
la xsona circostante, 

AI di là dei rilievi eseguiti, la 
importanza della batisfera deriva 
da ciò che con analoghe camere di 
maggior diametro, sarà possibile 
scendere a grandi profondità senza 
veri e propri pericoli (non ripugna 
pensare a batisfere capaci di resi. 
stere a Joo atmosfere è capaci di 
spingersi a Zo0o m.) 

er ora le profondità raggiunte 
sino alla primavera 1931 sono di 
circa boo m., ma è probabile che nelle prove estive 
del 31 {non ancora comunicate) si siano toccate quote 
basse più imponenti. 

I primi rilievi eseguiti dimostrano che noi siamo 
in errore nel pensare a strati idrici bui: ad esempio, 
verso i quattrocento metri si osservano fenomeni di 
strane luminosità azzurre che a tutta prima non si 
riesce a spiegare. La colorazione azzurra assume fan- 
tastiche tonalità e lascia pensare a fenomeni fisico- 
chimici non previsti. 

Le manifestazioni vitali, come si poteva prevedere, 
sono scarse. Però strani viventi - alcuni assolutamente 
nuovi, altri ritenuti esclusivi abitatori delle profon- 
dità alissali, - sono passati innanzi alla batisfera e 
sono lstati schizzati da 

Tra le specie più strane è l'Argyrapelecie bem 
gym dai grandi occhi opalim simili a pietre rare 
tondeggianti fissate su un corpo incolore e il Ne- 
micbibys scolopaiens anguilliforme, elegante, cogli ce- 
chi iriclescenti. 

E' ancor troppo presto per trarre i corollari delle 
esplorazioni che la nuova metodica può rendere . 
sibili, e bisogna mettersi in guardia contro le iperboli 
della fantasia. 

Qui si voleva segnalare la via nuova aperta al- 
l'indagine: via nuova che dà realtà pratica all'idea 
della possibile discesa negli abissi oceanici. 

E. RERTARELLI 


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ll Palazzo per la Conferenza del Disarmo a Gineoro; la facciata «ul Quai Wilron f Arch, Guyoanet). 


IL PALAZZO PER LA CONFERENZA DEL DISARMO 


Ogni interesse per le riunioni internazionali di 
Ginevra culmina in questi giorni, come si sa, nella 
fatidica parola: disarmare, Ed in questa nuova pra= 
messa di riavvicinamento dei popoli troviamo un modo 
d'intonare le varie vicende ed i vari concetti dell'ar- 
chitettura moderna alle prospritive più avanzate degli 
ideali del mondo politico eurapeo. Ma anche su ciò 
si potrebbe non insistere, se non fosse risaputo che 
una architettura nuova crea un nuovo spirito civile. 
Per noi, razionalisti dell'arte di costruire, è su tale 
speranza che s'innestano i lavori della Conferenza del 
disarmo, i quali si sono aperti in ore critiche di con- 
trasti e di passioni nazionali. 

Il palazzo che ospita la più 
che il mondo abbia conosciuta stato progettato 
dall'architetto ginevrino Al. Guyonnet, il quale zi è 
ispirato ni motivi tecnici cd alle compensazioni plasti- 
che dell'architettura trasparente. Architettura tipica 
che é ormai diventata la base essenziale della costru- 
zione contemporanea; intendiamo alludere a quella 
tendenza fondamentale che interpreta i dati novatori 
delle società organizzate su principi d'ordine e di 
equilibrio evolutivo. 

In primo tempo, per la sistemazione della Confe- 
renzà del disarmo, la commissione speciale che pre- 
parava il grande raduno pensò di edificare alcune 
costruzioni complementari nei pressi immediati del 
"Bhitiment Electoral” ove hanno luogo, generalmente, 
le conferenze internazionali del lavoro; ma il conto 

reventiva si rivelò troppo elevato, Ammontara in- 
atti a Soo.s0o franchi svizzeri (dedoita la somma di 
200.000 franchi svizzeri che si sperava di poter rica» 
vare ilall'eventuale ricupero di parte dei materiali, 
passata la Conferenza). Si esaminò allora l'idea di awi- 
luppare gli edifici del segretariato della Società delle 
Nazioni, al Quai Wilson. E così fu eseguita l'opera 


rande Conferenza 


attuale dell'architetto Ad. Guyonnet. Il problema da 
risolvere era assai complesso poiché si trattava in- 
somma di installare tuiti i servizi della Conferenza: 
nove sale, trentasei uffici e undici locali accessori. Le 
piante stabilite dal progettista danno, con una cuba» 
tura di 26.500 metri, una superficie di 3850 metri per 
piana. Îl presidente dell'assemblea ed i presidenti delle 
diverse sezioni hanno ciascuno il proprio uffivio-salone, 
e la biblioteca che contava 350 metri quadrati al- 
l'inizio dei lavori, è stata portata a Sio metri, La 
Società delle Nazioni, medianie una locazione che rap. 
presenta l'interesse del capitale esposto, potrà, dopo 
l'assemblea, utilizzare i nuovi edifici del disarmo ad 
uso suo e questo sino all'insediamento definitivo nel 
proprio costruendo palazzo, Le vie d'accesso, comprese 
le lince tramwinarie, sono state sensibilmente migliorate. 

Incominciata il 23 giugno 1951, la costruzione venne 
inaugurata dalle autorità e dalla stampa l'i n= 
naio 1933 e consegnata ultimata alla Società delle 
Nazioni il F1 gennaio 1952, secondo le precise pre- 
visioni dell'architetto, 

Come dicevamo innanzi, il palazzo edificato per le 
commissioni ed 1 servi della Conferenza del disarmo 
è stato eseguito coll'applicazione di criteri assai mo- 
derni, L'armatora metallica rappresenta un volume 
di J4fo tonnellate ed i tramezzati esterni di mole im- 
portantissima sono costruiti in "gunite". Le terrarre 
che coprono una superficie di apoo metri, sono siate 
pur esse eseguite col medesimo procedimento il quale 
consiste nel salare il metallo disteso su travi di ferro 
e, dopo averlo “colfrato' su una faccia, nel proiettare 
malta di sabbia e cemento sino a concorrenza di m. o.n6 
di spessore col mezzo del “cement-gun". Le fonda. 
menta sono in cemento armato e le pareti interne in 
“’atrocréte” (cemento cellulare). L'isalamento dei muri 
e dei pavimenti è stato oitenuto coll'impiego di pareti 


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in legno rivestite di ‘“celoter". Mentre gli altri lavori: serramenti, fale- 
goameria, vetreria, linoléums, pavimenti icnucciù, installazioni sanitarie, 
elettricità, ecc., sono improntati ad evidenti dettami di raffinata modernità. 

Il palazzo della Conferenza del disarmo, adiacente a quello della So- 
cietà delle Nazioni, è legato direttamente a quest'ultimo e comprende, 
al primo piano, per le commissioni, due grandi sale di &o0 metri quadrati 
con vaste pareti vetrate che hanno vista sul ni Wilson e sul lago 
Lemano, Colla sala attuale del Consiglio dello Società delle Nazioni 
sita nell'antico Hotel National, le commissioni disporranno così di tre 
grandi sale. Dalla parte della Piazza Butini sempre per le commissioni, 
un'altrafsala di 200 metri quadrati e quella della stampa coi servizi 
amministrativi, compresi i locali del telegrafo, del telefono e della radio, 



















AIA 


Pere | _ e 


l'nd fiacetata fatenale dell'edifica 


In alto: N grande cestibolo. 
A sinistra: L'ingresso per i gler- 
adlienti al salone delle conferenze. 
Adestra: La ata della stampa. 


Fotografia La. Molly 


Lo scalene che porta alla sala 
di adunanza delle Delegazioni, 


BT 
















chiaro esempio di architettura razionale. 


In alto: fl grande salone dal 

primo piano dece si radunano 

in sedula generale i membri della 
Conferenza del Disarmo, 


Fessgralia La Malo: 


La stessa sala eisla verso il 


banco della presidenza. 


completano la distribuzione planimetrica del primo piano. Comvien aggiun- 
gere che nella sezione riservata al telefono, 44 cabine sono a disposizione 
dei giornalisti. Al piano terreno, invece, sono stati sistemati i locali 


delle poste, delle ferrovie, delle banche e tutta una serie di uffici per il 


personale della conferenza. Una nuova via conduce dal Quai Wilson alla 
Piazza Butini ove si trova l'ingresso principale del Palazzo del disarmo. 

L'opera architettonica di quel distinto artista che è Ad. Guyonnet, 
non prude avweré, come si è visto, un carattere provwisorio, Data la sua im= 
portanza, servirà certamente, dopo l'attuale assemblea, ad altre conferenze 
internazionali durante le quali i delegati di ogni singolo paese cercheranno 
di raggiungere accordi duraturi inerenti ai problemi politici, economici e 
sociali del presente e dell'avvenire. Ah. ALBERTO SARTORIS 





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rendo i vostri primo giorno che m'hai vista.,, 

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ILLUSTRATA DEL “POPOLO D'ITALIA” 
Fandatoriz ARNALDO MUSSOLINI - MANLIO MORGAGNI 
Llirettore: MANLIO MORGAGNI 
REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE MILANO via Lovanio, 10 - TEL. N g6dst 
Anno X - KH, d- Marzo 193r - LA RIVISTA esce ogni mese 
ABBEGRA MENTO per il 601 L 10) Fisara L 53. SUMERO SEPARATO L. id 
| Pabbliziià Conenizionazia corlosra Uecana Pabbliciià Inaliama 5. A. > | derinii di cigradicicnna a di iradaiionà pià rai ar ani | pari | 


ANNIVERSARIO 


Non sono trascorsi che pochi anni e un fascino di 
leggenda già avvolge i fatti che da quel giorno, per 
le fortune d'Italia, si sono avverati. E' storia d'ieri 
sf quale storial = è rievocandola ci sembra d'inal- 
trarci nella profondità del tempo, tanto nuovo, fer- 
vido, fattivo è stato il cammino della Nazione verso 
un suo più degno avvenire. 

XXIII Marzo, Una data che va segnata accanto 
alle date più memorande del libro nazionale dei ri- 
cordi, pur così copioso di gloria. 

Mentre gli italiani sbandati e sperduti subivano 
inonoratamente gli insulti degli incoscienti che spin 
gevano il Paese alla irreparabile rovina, un pugno di 
uomini chiamati da un Capo, che sofa, fra il dilagante 
marasma, avera la visione del futuro è l'intuizione 
dell'impellente rimedio al male, si riuniva il 25 marzo 
1919 in un locale di Piazza San Sepolere. Non tutti 
quegli uomini avevano la medesima concezione politica, 
non tutti erano stretti dalla medesima comunanza di 
idee e di tendenze, ma tutti avvinceva la fede sicura 
ed incrollabile nell' Uomo che, con la potenza del pen- 
siero e dell'azione, aveva trascinato l'Italia, molente 
e pigra, a riconquistarsi il nome ed il prestigio sui 
campi di battaglia, e si ergeva ora, vindice e custode 
della raggiunta vittoria. 

Avevano fede in Lui poicht sapevano che era 
l'antesignano di feconde idee e l'araldo di un domani 
migliore, ed intorno a Lui si serrarono come una com- 
pagnia di assalto, come una schiera votata alla morte 
pronti a tuito. al dolore ed alla rinuncia pur di ven- 
dicare i morti e ridare all'Italia in agonia la coscienza 
del suo destino. 

Benito Mussolini non tergiversò in quell'adunata. 


Disse con tacitiana precisione e chiarezza il suo pen- 
siero che non conteneva adulazioni o demagogici al- 
lettamenti, ma prometteva ai seguaci una dura vigilia. 
Chi sentivasi il coraggio ed il fervore di arruolarsi 
lo facesse, ma senza lasciar dietro a sé rimpianto o 
nostalgie. 
Benito Mussolini era la verità e la luce e gli giura: 
rono fedeltà. 

Compivasi in quel momento come un rito sacra, 
nel quale è fatto dono della propria volontà, dei 
propri pensieri e fors'anche dei più intimi affetti al 
Capo, e in quell'atto di dedizione nasceva l'ordine 
nuovo che doveva salvare l'Italia, 

Da quel giorno si iniziava l'Era che doveva mu- 
tare il volto alla nostra Nazione, formare la coscienza 
del nostro Popolo e rendere lo Stato italiano forte 
all'interno è rispettato e temuto all'estero. Nel 1919 
l'Italia era considerata nella assise delle Nazioni come 
una povera compagine di masse indisciplinate desti. 
nate a servire. In quell'epoca i nostri diplomatici su- 
bivano le umilianti anticamere dei ministri esteri e li 
buttavano lagrime è dignità sopportando ogni rinuncia; 
oggi invece i messi del Duce sono accolti con i se- 
gni di un sincero riguardo, sono ascoltati e seguiti. 
A Ginevra l'Italia è pari fra le pari e nulla può es- 
sere concluso senza il suo beneplacito. 

L'eminente posizione politica raggiunta all'estero 
dal nostro Paese ha il suo riscontro con le mutate 
condizioni dell'interno. 

Chi scende fra noi dopo alcuni anni di assenza 
non riconosce più l'aspetto delle nostre contrade. Spa- 
riti gli spettacoli umilianti dei baraccamenti insalubri 
«d immorali e le esposizioni delle più sordide miserie, 


I pochi uomini intesero che nella voce di 


si ammirano i lindi e ariosi quartieri nuovi e le opere 
edilizie sorte imponenti. Le mostre strade gareggiano 
con le più rinomate straniere per ampiezza e como- 
dità, e le autostrade rendono più celeri è facili le 
comunicazioni fra città e città. 

Attuati i piani regolatori, in pieno sviluppo le bo- 
nifiche integrali, dotati di edifici pubblici, scuole. 
ospedali, municipi anche i più remoti paesi, l'Italia 
appare veramente rinata. Ristabilito l'ordine in ogni 
manifestazione della vita collettiva, i servizi pubblici 
funzionano con una regolarità non consueta memmeno 
nelle nazioni che hanno più antiche tradizioni di or- 
dine è di progresso. 

Sistemato il bilancio, valorizzata la moneta, dato 
incremento al commercio ed all'agricoltura, swilup- 
pate le colonie, l'Italia ha saputo resistere e resiste 
alle avversità di una crisi subita ma non meritata. 
E questo nel solo campo della vita materiale, ché se 
volessimo gettare uno sguardo alla «ita morale e spi- 
rituale del Paese, avremmo infiniti argomenti di con- 
solazione e di compiacimento. 

Tutta questa immensa opera di bene, tutto questo 
fattivo rinnovamento ha avuto inizio all'adunata di 
San Sepolcro e devesi alla mente, al cuore, ai muscoli 
di Benito Mussolini. 

« Egli ha voluto e saputo attuare il programma che 
era già sin d'allora lucido e ben definito nella sua 
volontà, e di uno «viale danime di eletti fra mezzo la 
incomprensione, anche ostile, del popolo considerato 
come massa, ha shputo trarre una realtà storica di- 
venuta regime e dottrina; realtà storica che ha sor- 
volato le Alpi ed il Mare per essere accarczzata e 
desiderata anche da popoli che soffrono dei mali dai 
quali noi siamo, per unico merito di Benito Mussolini, 
compiutamente guariti, 

Il popolo italiano, dotato da natura di un finis- 
simo intuito, ha compreso tutto lo sforzo compiuto dal 
suo Duce per portare verso il benessere e la pro- 
sperità la Nazione, e con disciplina consapevole ha 
dimostrato « dimostra di volerne rendere meno aspro 
il raggiungimento. 

L'inverno che sta per finire è stato il crogiuolo 
più infocato per la prova della fedeltà e della com- 
prensione di questo nostro forte e sano popolo, il 
quale pur costretto a sacrifici non lievi, pur nella 
forzata inerzia ha sentito che ogni sua salverza era 
nelle mani del Duce che già tanti miracoli ha com- 
piuto per la rigenerazione del Paese. Il popolo sa 
che il Duce non dorme, che la sua fatica è senza 
tregue, che la sua antiveggenza è mirabile. È sa che 
il Duce, con assoluta noncuranza della sua persona, non 
sdegna qualsiasi sacrificio pur di poter dare agli ita- 
liani uno stato di vita più equo e più agevole. 

Il Duce ha fiducia in questo popolo sano e tem- 
prato e, al vertice di ogni suo pensiero, sta lo sco- 
po precipuo del suo benessere morale e materiale. 


Ma se l'evidenza di tanto bene con sovrumana 
fatica apportato alla Nazione rende grato e ancor 
più avwinto l'animo della parte sana e spontanea 
della massa, vi sonòà alcuni ristretti strati, e i meno 
compatibili, che con sopiti gemiti e clandestine voci 
denotano una tortuosa e deplorevole quanto sterile 
itrequieterraà. 

Sono alcune categorie della borghesia insaziabile 
e pettegola che ama sdebitarsi dei molti ed insigni 
benefici ricevuti dalla Rivoluzione fascista anzi che 
con la dedizione fedele, con la più stolta delle incom- 
prensioni e con la più subdola delle condotte. 

Fra queste categorie, che ebbero ogni mezzo per 
meglio comprendere, la più esemplare delle discipline 
dovrebbe essere norma assoluta di vita e il consenso 
dovrebbe sgorgare spontaneo ed entusiasta dal cuore 
per l'opera gigantesca del Duce del Fascismo è Capo 
del Governo. 

Ma mentre è doveroso riconoscere come alta è 
anche sublime, sotto certi aspetti, sia la disciplina ed 
il consenso del nostro Popolo, altrettanto è logico 
riconoscere come queste alcune categorie di borghesi 
vogliano, dopo averne beneficato, chiudere gli occhi 
alla luce per non vedere è gli orecchi per non sen 
tire. Ammalati di tabe congenita che li fa avversi 
ad ogni cosa buona e bella che non promani da loro, 
mormoratori per abitudine, malcontenti per snobismo, 
lodatori di tempi che più non torneranno, traditori 
forse, sembra che accarezzino nella pavida anima 
qualche imprecisa attesa. Sfruttando la bontà delle 
istituzioni fasciste, la austerità del nuovo costume 
politico, guizzano nell'ombra come serpi per gettare 
di nascosto il veleno, è si rintanano sperando di non 
èssére sorpresi, 

Ma sono ben conosciuti, sono individuati per la 
bava che lasciano dietro il loro cammino è per l'iden= 
tità del male che compiono. Contro costoro è vana 
ogni pietà; più che vana, perniciosa. Il 33 marzo 1919 
è nata in San Sepolero la Rivoluzione fascista, che 
ha lasciato per le strade è per le piazze d'Italia i 
suoi Martiri e dietro a loro il pianto inconsolato delle 
madri e un vuoto incolmabile nelle famiglie. La Ri 
voluzione fascista ha dato all'Italia una nuova vita 
e le ha garantito il futurò. 

Fer tutto quanto fu sofferto, per tutto quanto fu 
compiuto, per 1 benefici largiti, per le provvidenze e 
preveggenze in ogni campo, per i nostri Morti e per 
i viwi e, sopratutto, per il Duce vivificatore e vigile, 
non deve essere permesso a costoro di bofonchiare 
volgari ingiurie o di accennare a gesti avversi. 

La Rivoluzione ha i suoi diritti, e sacrosanti. E 
il Duce — ne siamo certi — ove occorra, saprà farli 
valere inesorabilmente contro tutti e contro tutto 
perché la civiltà nuova, sorta il a3 marzo ig19 in 
S. Sepolcro, non cessi di effondere la sua luce feconda 
sull'Italia e sul mondo. 

MANLIO MORGAGNI 


Nel NHI anniversario della fondazione dei Fasci di Comballimento. Diergao di Marla Siroal 








Una dimosinazione anliglapponese nel quartiere internazionale di Sciangai. 


LA CINA, IL GIAPPONE E GINEVRA 


Le vicende del conflitto cino-giapponese in Man- 
ciuria ed a & Sciangai interessano sotto aspetti molte- 
plici la situazione generale politica internazionale. 
Dopo sei mesi di conflitti e di battaglie può sem- 
brare almeno anormale che fra la Cina Ai il Giappone 
non ci sia stata ancora una vera e propria dichiara» 
zione di guerra; eppure il Giappone ha invaso e 
staccato dall'insieme del territorio nazionale della 
Cina trà grande, bella e ricca provincia, mentre a 

ciangai si sono scontrate imponenti forze appartenenti 

agli eserciti nazionali dei due paesi in conflitto, è le 
operazioni militari sono state organizzate è spinte 
precisamente come si trattasse di una guerra dichia» 
rata, dalla quale ci si ripromettesse di raggiungere 
obbiettiwi di prima grandezza. 

uesto aspetto stranissimo della situazione corri- 
$ e certamente alle necraiti di una finzione po- 
litica internazionale che muove da Ginevra e che trova 
la sua apparente giustificazione nella critica situazione 
nella quale la crisi economica e politica del mondo 
intiero ha gettato alcune grandi Potenze europee e 
gli Stati Uniti d'America. 

uella che si combatte ora in Estremo Chriente 
fra il Giappone e la Cina, è la prima guerra che si 
sia werificata nel mondo = frà soci della medesima 
organizzazione internazionale creata allo scopo di al- 
lontanare i conflitti armati e per derimere con mezzi 
pacifici le controversie che potrebbero sorgere fra le 
nazioni — e dopo la firma della solenne dichiarazione 
che va sotto il nome di Patto Kellog è di Parigi, in 
virtà della quale i governi firmatari — ed i due go- 
verni dei paesi asiatici ora in conflitto sono fra questi 
— si impegnano di escludere dalla loro politica la 
possibilità del ricorso alla guerra. 

Per fare omaggio agli impegni presi a Ginevra ed 
a Parigi, dunque, si è convenuto — almeno da parte 
del Giappone « con il tacito consenso delle Potenze = 
che ad onta degli sviluppi seri ed imponenti presi dal 


conflitto cino-giapponete, non sià il caso di parlare eli 
guerra, Sono forse le parole che fanno paura ed im- 
pressionano i governi? No. Sono le conseguenze im- 
revedibili, ma ad ogni modo gravissime, che una con- 
essione aperta, un riconoscimento ed uma ammissione 
sul carattere delle operazioni militari di Manciuria e 
di Sciangai, possono provocare, quelle che turbano la 
coscienza degli womini di Stato allarmano i governi 
dei paesi po eta interessati agli sviluppi e alle 
conseguenze del conflitto. 

Il meccanismo delle relazioni internazionali è di» 
ventato così complicato è delicato, e la situazione ge- 
nerale internazionale è così poco solida che si arriva 
perfino a negare i caratteri di certi avvenimenti, che 
pure non hanno bizo "RA di interpretazioni giuridiche 
per essere definiti nella loro vera essenza dall'osser- 
vazione e dalla consiaifizione pura e semplice dei fatti 
e della realtà. 

Il vero carattere della situazione generale è stato 
interpretato dal Giappone, il cui governò, almeno nella 
fase iniziale del conflitto, ha dimostrato di essere un 
tempista meraviglioso e di possedere inoltre tutti gli 
elementi per giudicare in anticipo e per misurare fred- 
damente R conseguenze e le risultanze dell'azione che 
stava per iniziare contro la Cina, con la precisa in- 
tenzione di condurla avanti e bene a fondo. 

Non bisogna accusare la Società delle Nazioni di 
impotenza, di malvolere o di incapacità se ad onta 
dei pressanti appelli della Cina è malgrado gli avi- 
luppi delle operazioni militari in Estremo Oriente, non 
è riuscita né ad impedire, né a limitare, nt a regolare 
tempestivamente il conflitto. La Società delle Nazioni 
non poteva e non avrebbe nemmeno potuto fare di più 
È di meglio, nemmeno se avesse Rvuto a sun disposi» 
zione quella formidabile armata internazionale che nel 
progetto francese presentato alla Conferenza del di- 
sarmo dovrebbe provvedere al mantenimento della 
pace fra le nazioni e dello statu quo nel mondo. 





L'n'autemilraglialrice giapponese in trincea, al Sud di Sciangai. 


Anzi, gli avvenimenti di Estremo Oriente hanno 
mesto in luce gli aspetti ed i lati deboli del progetto 
francese, il quale, se adottato, fimrebbe col diventare 
e per costituire il più grande pericolo e la più grande 
mac per la pace del mondo. 

Se i governi di grandi e potenti nazioni che hanno 
in Cina ed in tutto l'Estremo Oriente interessi vitali 
ed imponenti non riescono, o non vogliono, a non pos- 
sono venire in soccorso della Cina invasa, battuta, 
smembrata ed aggredita, vuol dire che la situazione 
comporta difficoltà di tale natura è di tale delicaterza 
da immobilizzare le iniziative del supposto super-Stato 
di Ginevra è rendere inutile la presenza € la ef- 
ficienza del super-esercito che gli si vorrebbe asse- 
gnare a spese di tutti. Cal pericolo, in caso diverso, 
di complicare e di aggravare maggiormente la situa- 
zione senza possedere assolutamente la certezza di 


avere servito gli ideali e gli interessi della pace è 
della giustizia internazionale. 

Nessuno è stato ancora in grado di emettere un 
giudizio chiaro, sincero e positivo sulla natura del 
conflitto asiatico: né le Potenze maggiormente inte- 
ressate, nè gli organi — Consiglio ed Assemblea — 
della Società delle Nazioni, né le Cancellerie esperte 
nell'interpretare i limiti, la portata, lo spirito delle 
convenzioni, degli accordi e dei patti internazionali. 

Vero è che se la situazione economica e politica 
del mondo non fosse stata quella che è attualmente, 
si sarebbero certamente trovati i motivi e le giusti- 
ficazioni per intervenire con mezzi persuasivi ed ef- 
ficaci; ma in questo caso, probabilmente, i fatti di 
Manciuria e di Sciangai non si sarebbero verificati 
per volontà dello stesso governo giapponese, e anche 
senza interventi stranieri. Ad ogni modo le ragioni 





Uvadri di Sciangai. Giorno di mercato nel quartiere cinese. Le armoniche costruzioni del quarliere curapeo. 


UL 


Reparti della Marina giapponese cietro le 


barricate, e carri armali nelle ele ci Sciangai. 
























































che hanno impedito e che impediscono di agire a go- 
verni di particolari paesi, che in situazione diversa 
avrebbero potuto intervenire o influire sugli sviluppi del 
conflitto, influiscono e valgono anche per determinare 
e per giudicare la mancata azione e l'atteggiamento 
apparentemente passivo della Società delle Nazioni. 

La verità è che non si possono ridurre gli aspetti 
del conflitto ad elementari ed infantili motivi di con- 
troversia, Troppo semplicistico sarebbe individuare 
nell'uno dei belligeranti l'aggredito e nell'altro l'ag- 
gressore. Il problema è molto più complesso, più im 
teressante e più vitale; ecco, anche, perchè i governi 
e la Società di Ginevra incontrano tante difficoltà e 
vanno così cauti nel prendere decisioni e nell'assu- 
mere atteggiamenti di fronte al conflitto, sia nei ri- 
guardi del Giappone come in quelli della Cina. 

Il semplicismo non può spiegare le ragioni pro- 
fonde delle necessità che hanno spinto il Giappone a 
penetrare in Manciuria, da prima, è ad iniziare una 
regolare azione guerresca contro le forze organizzate 
del governo cinese, sul territorio di Sciangai; né può 
calcolare e valutare a quali conseguenze di ordine po- 
litico e nazionale nei confronti dell'avvenire della Cina 
può condurre l'azione intrapresa in Cina dal Giappone. 

| popolo giapponese, ordinato, laborioso, sobrio e 
sopratutto prolifico, non poteva adattarsi, comée nòn 
si adatta, a vivere, a lavorare a progredire costretto 
com'è nello spazio limitato ed insufficientissimo delle 
isole che com gono i territori nazionali dell'impero. 
Allo spirito di iniziativa dei giapponesi non potevano 
bastare le risorse limitate del paese, specie dopo che 
erano state loro precluse le vie della emigrazione, 
sfogo e remora al bisogno e allo stimolo di espan 
sione, Ed ecco il lento movimento di penetrazione in 
Manciuria, terra ricca dalle mille risorse, e spopo- 
lata « disorganizzata e quasi abbandonata a se stessa 
dall'incerto, lontano e mutevole governo centrale di 
Pechino o di Nanchino, 

In questo modo si sono andati creando in Man- 
ciuria interessi enormi, dipendenti dalla iniziativa 
e dallo sforzo economico dei giapponesi, i quali um 
giorno si sono sentiti o hanno creduto di sentirsi minac- 
ciati, nella vita, negli averi, nella libertà e nella tran. 
quillità dei traffici dalla attività contrastante dei cinesi. 

A questo punto la Società delle Nazioni avrebbe 
dovuto intervenire per stabilire, con assoluta certezza 
di indagine e serenità di giudizio, da quale parte si 
trovassero i perturbatori e gli aggressori; compito, 
come si vede, quanto mai difficile e delicato, anzi, pe- 


ricoloso. La Società delle Na- 
zioni non si è mai sognata di ini- 
ziare una indagine simile ad onta 
delle sollecitazioni e delle pre- 
cise circostanziate denunce del 
governo cinese, che si sforzava di 
far comprendere al consesso gine- 
vrino — articoli del Fatto alla 
mano = come si fossero verificate 
tutte le condizioni previste in de- 
terminati articoli del Patto. 

La Società delle Nazioni ha 
agito saggiamente perché al suo 


Soldati inglesi nelle sicindaze della Stazione Nord di Sciangai. 
























































giudizio sfuggivano numerosi ele- 
menti determinanti della situa- 
zione, ed è stato un bene gran- 
dissimo che la sua autorità fosse 
stata solamente e puramente mo: 
rale, perché così è stato evitato 
il pericolo che venissero prese 
decisioni e provvedimenti capaci 
di far pesare la forza di un or- 
ganismo internazionale è lontano, 
sfornito dei mezzi è delle possi- 
bilità necessarie a rendere il suo 
giudizio ed il suo intervento im- 


Dall'alto: Pa ireno Nindato, - Soldati nelle 


trincee di Da-Hia. - Prigionieri cinesl 


mune da presumibili e prevedibili errori di valuta- 
zione. Meno felici e meno accorti sono stati forse i 
giapponesi nella seconda fase — la fase di Sciangai — 
della loro azione contro la Cina. 

{Qui si entra certamente in un altro ordine di cose 
e di idee. Ma anche questo aspetto della situazione 
non è meno pieno di interessanti rilievi e 'degli svi 
luppi più impensati. A Sciangai intanto si é avuta la 
sorpresa di una resistenza cinese preordinata ed orga- 
nizzata con metodi e com costanza che rivelano l'azione 
di forze, non solo materiali e tecniche, ma psicologiche 
e spirituali, che forse i giapponesi sospettavano meno 
ancora della resistenza incontrata. 

Per i giapponesi, a Sciangai, il problema! ha ma 
sunto un aspetto tutto particolare, perché la mancata 
disfatta delle forze inviate contro gli invasori dal 
governo cinese, ha creato per i giapponesi una que- 
stione di prestigio è di amor proprio alla quale non 
si può negare un valore politico e morale di primo 
ordine. Perchè | giapponesi si decidessero a sgom- 
brare i territori occupati attorno a Sciangai in seguito 
a costosi, difitcili e sanguinosi combattimenti, occor- 
rerebbe che i cinesi si lasciassero deliberatamente 
e clamorosamente battere, È chi può sentirai l'animo 
di consigliare ad un popolo o ad un governo una so- 
luzione simile? Ecco un altro difficile problema. 

Ma l'azione a fondo del Giappone contro la Gina 
potrebbe essere il segnale del definitivo risveglio na- 
zionale del popolo cinese, l'inizio di un'epoca di rins- 
selto interno; di disciplina amministrativa; di coesione 
spciale è nazionale fra i quattrocento milioni di abi- 
tanti che conta il vastissimo paese. 

Il mondo asiatico è in ebollizione, è lo sviluppo 
degli avvenimenti provocati dall'azione giapponese non 
potrà arrestarsi alla creazione di uno Stato autonomo 
della Manciuria sotto il controllo è la protezione del 
Giappone e affidato alla sovranità... amministrativa del 
giovane spodestato imperatore della Cina, come non 
potrà limitarsi alla risoluzione del problema di forza 
e di prestigio creato dallo sbarco dei corpi d'armata 
giapponesi a Sciangai e dalla risoluta e valorosa resi- 
stenza delle truppe governative cinesi. 

Ma le vicende del conflitto cino giapponese +var- 
ranno comunque a dimostrare la impossitalità di giu- 
dicare e di regolare i rapporti fra i popoli e le 
nazioni seguendo i metodi semplicistici degli interes» 
sati pseudo filantropi sostenitori della inamovibilità e 
della inalterabilità della situazione politica ed econo- 
mica internazionale. LIDO CAIANI 





(Giapponesi in trincea al sud di Sciangai. 


da rivi nel mando Sopra; Manifestazioni di disoccupati nelle vie di New- York, Sotto: Uaa dimorinazione comunista 
sciolla dall'energico intervento della polizia con bombe fumegene. 





La Airoccupazione in Inghilterra, Una carica della polizia contro una dimostrazione di disoccupati nelle vie A Bristol, 





LA NAZIONE TEDESCA SOTTO IL TORCHIO 
DELLE ELEZIONI PRESIDENZIALI 


Per una nazione sopraffatta dalla crisi economica 
ed impegnata a fondo nelle più complicate vertenze 
internazionali del dopoguerra, elezioni in così grande 
stile come queste per la nomina del nuovo presidente 
dello Stato tedesco, non sono certamente un dono del 
destino, La grande massa del popolo germanico mostra 
di prendere con sufficiente filosofin e ardente inte- 
resse la nuova battaglia elettorale e tutte le circostanze 
che la precedettero ed ora l'accompagnano, quantunque 
la parabola della disoccupazione sia salita a ver- 
tici altissimi, quantunque le casse dello Stato e dei 
territori federali e dei comuni siano wuote, quantunque 
l'economia privata sia indebitata come di più non 
potrebbe essere; è pur sapendo che la situazione in- 
terna ed internazionale del paese difficilmente potrà 
ricavare dalle nuove elezioni dei miglioramenti, prende 
parte sempre più viva alle vicende politiche, come pen- 
sasse che un giorno tutti i nodi doviasine venire al 
pettine, Sulle esperienze fatte negli ultimi tredici anni 
il pacato e Hemmatico cittadino tedesco preferisce non 
tornare più neppure col pensiero. Ecco, se non ci fos- 
sero le riparazioni, il cui conto non è ancora regolato 
e di cui trattano le Cancellerie d'Europa, si potrebbe 
voltare e dimenticare, almeno per il conto privato 
d'ogni cittadino della Germania, la pagina di questi 
tredici anni amari... 

Le elezioni presidenziali (fortuna che esse capitano 
una volta ogni sette anni) sono una giostra politica 
abbastanza costosa. Dopo la caduta dell'Impero è 
dopo la Rivoluzione, la Garoiania fece una volta sola 
queste elezioni come proprio esse devono essere, è 
cioè quando nel 1925 Hindenburg fu eletto presidente 
dal popolo; allora costarono oltre tre milioni è 
messo di marchi {l'inflazione era di già superata e ET 
era giunti al reichsmark), Il primo presidente del 
Reich, Ebert, fu nominato dall'assemblea nazionale a 
Weimar, nel pieno del tripudio rivoluzionario, 


Il meccanismo delle elezioni si rivelò sin dal 
rincipio ultracomplicato. Quando esse hanno luogo, 
a vita della Nazione sembra avere un momento di 
arresto, Ogni attività collettiva ed individuale è presh 
dall'attimo storico. i 

In Germania wi è un ufficio permanente a carat- 
tere nazionale, aggregato alla grande amministrazione 
statale, il cui compito è di organizzare ogni elezione 
sla presidenziale, sia politica, sia magari un Folkeents 
cheid o referendum, e queste cose accadono ormai così 
spesso in Germania, specie i Molkeentacbetà, che un 
organo di tal natura deve tenersi sempre pronto a 
svolgere la sua funzione. Si tratta del Reicbacabifeiler, 
e cioè del direttore generale delle elezioni, il quale 
provrede al riconoscimento ufficiale delle liste eletto» 
rali, ad emanare le disposizioni circostanziate per il 
voto, a controllare la votazione, a verificare i risul- 
tati, non però alla proclamazione del candidato vit- 
torioso. Un cittadino tedesco per essere candidato 
all'alto ufficio di presidente del Reich deve avere al. 
meno 35 anni di età, indifferentemente se uomo o donna 
(anche le donne possono aspirare a questo posto e 
non tarderà il giorno in coi in Germania vedremo un 
elettore in gonnella salire i marmorei scalini del pa- 
lazzo nella Wilhelmstrasse, dimora del Capo dello 
Stato). Il candidato deve obbedire ad una serie infi- 
nita di formalità, Anzitutto deve avere la cittadinanza 
tedesca. Hitler, oriando austriaco, ha dovuto regolare 
la sua posizione rispetto alla cittadinanza, ottenendo 
la nomina di consigliare nella città di Braunschweig, 
nomina che comporta l'acquisto della cittadinanza. 

Ventimila cittadini elettori devono rendersi garanti 
per lui ed apporre le loro firme sotto la domanda di 
candidatura. Questi ventimila, per Hindenburg sono 
stati stavolta tre milioni e più. 

Sull'interpretazione delle norme costituzionali ri» 
ferentisi alle elezioni del presidente esiste tutta una 





l'a comizio di billentani a Berlino Suranle un diacornro di Goebbel. 


1% 





Il maresciallo Hindenburg mentre pronuncia al microfono il suo discorso al popolo tedesco. 


letteratura di diritto, che è servita a nutrire una 
lunga polemica fra il Cancelliere attuale ed il capo 
delle Camicie Brune, dei quali il primo voleva ricon- 
validato Hindenburg ipso fiele, senza una consulta- 
zione popolare, e l'altro era contrario. 

Quando le liste dei candidati sono pronte, e pub- 
blicate, allora si scatena in pieno la lotta, la quale 
in Germania assume aspetti interessanti per la varietà 
degli elementi che ad essa concorrono. Degli ebrei, 
arricchiti proprio im questi giorni di vigilia e elettorale, 

si dal panico per le ripercussioni di tale lotta, 
fe provreduto ad inviare con QGgrni sotterfugio, in 
barba alle disposizioni legali, una parte dei loro ca- 
pitali all'estero, ripromettendosi di partire anch'essi 
magari col motto salace col quale il defunto re di 
Sassonia, nel momento della sua abdicazione durante 
il moto rivoluzionario del igi8, sottolineò, nell'andar- 
sene, il suo disprezzo: e che si potrebbe pulitamente 
tradurre: "vi lascio alle vostre sporcizie". 


I seggi elettorali in Germania sono 68.200 e ri- 
chiedono 550.000 persone per formare i presidii di 
ciascun seggio. I distretti elettorali sono 35, gli elet- 
tori 38 milioni o giù di li. Ebbene, se le cose proce- 
dono secondo le regole, gli scrutini devono essere ter- 
minati in sette od otto ore, per cui la popolazione 
impaziente di conoscere i risultati generali, può sa- 
ziare la sua curiosità verso le tre o le quattro del 
mattino dopo le elezioni. In questo caso il telegrafo 
ed il telefono sono al completo servizio delle elezioni 
stesse. E così è avvenuto infatti. 

Quando una votazione è fatta e non ha avuto il 
risultato definitivo, perché, com'è noto, nel primo con- 
corso alle urne un candidato per essere vincitore 
deve avere riportato la maggioranza assoluta dei voti, 
allora se ne prepara un'altra a distanza di una ven- 
tina di giorni ed in quest'ultima è sufficiente che il 
candidato abbia la maggioranza semplice. Allora si 
fa a chi raccoglie più e curioso modo di esten- 





Adolfo Hitler, l'avversario di Hindenkurg nelle elezioni presidenziali. 


dere la generale ansietà e di complicare le cose, 
Difatti per lo più accade che i prospetti delle liste 
cambino sostanzialmente fra la prima è la seconda 
votazione e nomi ci candidati scompalano come neve 
al sole. Altri potrebbero farsi avanti e la giostra ha 
la sua seconda ripresa. 

Per la propaganda elettorale la Rundfunk, la so- 
cietà delle radio-nudizioni circolari con le sue stazioni 
trasmittenti, è di grande aiuto, meglio dei comizi stessi; 
peoò in Germania questa società è un'appendice del 

overno e del regime, per cui ne possono usufruire 
soltanto i partiti governativi. In questo caso sia ad 
Hitler come agli altri oratori dell'opposizione nazio- 
nalista o comunista, all'impetuoso Goebbels come al 
milite onorario dell'Armata Rossa, il comunista Pieck, 
& stato inibito di avvicinarsi ai sacri microfoni. Il 
resto della propaganda è fatto con i grandi manifesti 
murali che rivestono le facciate delle case, pittore. 
schi e retorici, con manifestini volanti (nell'ultima ele- 
zione presidenziale nè furono consumati venti milioni 
è dodici tipografie furono richiamate in vita per la 
speciale circostanza), con cortei che talvolta assumono 


un Vi ie carnevalesco, con le riunioni al Falazzo 
degli Sport o nelle altre vaste arene, infine con le col- 
luttazioni che non mancano in questo periodo. Si & cal- 
colato che le elezioni presidenziali vengono a costare 
ad ognuno dei 38 milioni di elettori tedeschi è forze 
più, circa dieci prennig, magra spesa, non certo però 
in periodo di crisi quando con dieci pfennig in una 
locanda di Alezander Platz si può gustare uno shop 
di birra. 

Ma questa volta per poco non è venuto a man- 
care questo elemento indispensabile delle elezioni, la 
birra. All'inizio della battaglia elettorale di quest'anno 
vi è stato, inatteso, uno sciopero dei birrai che ha 
diffuso lo sconcerto negli organizzatori. La massa ope- 
raia, quella sopratutto, si conduce alle urne con la 
birra e così è accaduto che si è dovuto venire a patti 
con Gambrinus per non rovinare l'effetto delle elezioni. 

La battaglia quest'anno è cominciata attorno a 
quattro nomi di candidati, il maresciallo Hindenburg, 
presidente attuale, portato dal Governo e dall'intera 
coalizione demo-socialista-cattolica; Adolfo Hitler col 
suo seguito di Camicie Brune; Dustenberg, uno dei due 


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Un'adunanza degli “Etmetti d'acelalo” allo "Spertipalast"” di Berlino. 


comandanti generali dell'organizzazione degli “Elmi pure la montante marca del nazionalismo germanico, 
d'acciaio”: Thalmann, il pontefice massimo del comu- che di fatto non ha cessato mai d'esistere è di pal- 
nismo tedesco. Quattro diversi nomi, quattro diffe- pitare e di combattere per le sorti della Nazione, 
renti significazioni. Molta acqua é passata sotto i ponti può dirsi cambiata. Il capriccio del destino ha vo- 
della Germania repubblicana dal 1925 ad oggi, se luto che in un'ora pressochè tragica per la Ger. 


pensiamo che coloro i quali 
allora sostennero a spada 
tratta il Maresciallo, il sal- 
vatore della Prussia contro 
il rullo compressore russo 
nel 1914, il capo delle forze 
armate tedesche durante il 
tragico epilogo della guerra, 
oggi sono contro di lu, 
mentre invece gli artefici 
della rivoluzione che dileg- 
giarono per dieci anni 
Hindenburg, accusato da 
loro di essere conserva: 
tore e monarchico per la 
sua manifestazione di devo» 
zione al deposto Impera: 
tore nel momento di salire 
sullo scanno di presidente 
della Repubblica, oggi wi 
recano a votare per lui. 
Con questo, Hindenburg 
non è cambiato nella sua 
Waltansctbazung, vale a dire 
nei suoi principî, e nep- 


Hugenberg, il capo 





mania, quando questa com- 
batte l'ultima sua battaglia 

r risorgere, il coman- 
Nani di eserciti ed i suoi 
antichi è valorosi sal- 
dati si dividessero in due 
campi opposti della poli- 
ticn tedesca. 

Ragione di stupore può 
essere forse che i detrat- 
tori del Maresciallo siano 
oggi visti aggrapparsi ai 
suoi consumati galloni, non 
per rispetto verso Hin- 
denburg, ma per salvare 
la propria posizione e 
la propria influenza nello 
stato democratico è re- 
pubblicano. 

La lotta che in questi 
giorni si svolge in Germania 
è oltremodo istruttiva, mic 
ca di contrasti e di cupa 
drammaticità. 

FILIPPO BOJANO 


del partito nazionalista, 


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La luminosa giornata del Segretario del Partito a Firenze. £ E. Siarace passa in rivista le Legioni della Milizia 
in Piazza della Signoria, 





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La grande adunata napoletana. S. E. Starace passa in rivista la Milizia, e, sopra, assiste alla consegna del Labaro 
alla Legione della Difesa Anticerea Territoriale. 








I Duce cisita i dacori Sella ferrovia elettrica Monna: Vilenbo, che s'inangurerà aell'annicersario della Marcia sn Homo. 


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LA MONTAGNA E IL SUO VALORE EDUCATIVO 


Quando, in contrasto non solo con i misoneisti, 
ma anche con una larga corrente di cosidetti *ben- 
pensanti", l'Opera Balilla ha per la prima volta 
iniziata per alcuni reparti la istruzione sportivo-premi» 
litare sui campi di neve, non son mancate le disap- 
provazioni e, in qualche caso, le reprimende. 

Oggi invece, dopo parecchi anni di esperienze 
scientiblcamente riuscite, ampi corì di lade salgono 
«da ogni dove ad esaltare l'iniziativa che ha posto e 
pone decine di migliaia di giorani in contatto con la 
vita rude e sana dell'alta montagna. 

Inutile ripetere la cronaca dei quotidiani segna- 
lando i Concorsi e le Gare opportunamente organiz- 
zate e superbamente condotte alla fine, senza inci. 
denti degni di rilievo, ove si eccettuino quelle ammac- 
cature che sono il corredo fatale dello sciatore ed in 
modo speciale del principiante, ma che, lungi dal nuo- 
cere al suo spirito «d al suo coraggio, appaiono 
stimmate di una impresa un poco nudace che rende 
orgoglioso chi le porta. 

E, siccome quando è salvo l'orgoglio è quasi sem 
pre eliminata anche la preoccupazione estetica, consi- 

erata come il riflesso dei giudizi e delle impressioni 

altrui sulla nostra apparenza, i vantaggi superano 
di gran lunga, anche in questo campo, gli incon. 
vementi, Segnaleremo soltanto, per non perderci 
in citazioni, i risultati lusinghieri ottenuti dalle gare 
dei giovani fascisti e degli universitarii, cui volle 
assistere quell'alpinista provetto che è il Principe 
Ereditaria. 

E la citazione serve non solo a lumeggiare un 
risultato, ma a stabilire una verità ormai evidente: 
che la istruzione ricevuta nelle file dell'Opera Na- 
zionale Balilla permane in tutto il suo valore anche 
quando i giovanetti passano da questa istituzione 
a quella dei giovani fascisti, non meno provvida e sa- 
gace nello spirito che ha presieduto alla sua formazione. 

Facendo una digressione breve diremo a questo 


ar 


A 


proposito come le disposizioni del Segretario del Par- 
tito abbiano creato a questo proposito, con una finezza 
che non sarà sfuggita ni vecchi organizzatori, un punto 
di sutura indovinatissimo tra gli avanguardisti ed i 
giovani fascisti. La sistemazione delle gerarchie rispet- 
tive corona questo provvedimento del quale sarà ap- 
prezzata solo negli anni che verranno la importanza 
e la opportunità. 

Ritornando alle considerazioni iniziali constatiamo 
con gioia come, dopo i primi anni di tentativi inde- 
cisi, la istruzione, diremmo la educazione alpinistica, 
sia stata sviluppata non solo nelle regioni settentrio» 
nali ma anche nelle centro meridionali, laddove, al- 
meno, si possono trovare dei campi sufficienti, 

Pur sapendo di cozzare, in questo nostro desiderio 
ed in questo voto, contro cospicue se non insormon- 
tabili difficoltà tecniche, esprimiamo un parere di 
cui speriamo vorrà tener conto la Presidenza del. 
l'O. N. B. Partendo dal presupposto che bisogna col 
tivare in ciascuna regione le caratteristiche peculiari 
dell'ambiente, istruendo i giovani in relazione ad esse 
si parte da un presupposto pedagogico comune ed 
evidente: sfruttare le possibilità locali sviluppandole 
razionalmente, 

E sta bene in quanto ciò rappresenta una econo- 
mia ed una facilitazione per gli insegnanti. 

E" però altrettanto vero che, ad esempio, in riva 
al mare, sono sussidio alla scuola ed alle istituzioni 
nell'impartire una educazione marinara molti altri 
coeflicenti: primi la famiglia e la tradizione. 

Insegnare a nuotare ad uno “scugnizzo” napole- 
tano è quasi sempre inutile. Si potrà insegnargli PI 
navigare razionalmente, a sfruttare i prodotti del mare 
e sta bene poichè tutto questo è estremamente utile 
alla Fatria sotto i diversi aspetti economico, politico 
è militare. Ma gli è certo che questa cosa è facilitata, 
a chi è preposto alla Lisagna, dai fattori che abbiamo 
elencati. Per l'educazione delle nostre masse di avan- 





La partenza di un reparlo acangquardisia per 


sai marcia sclinica. 


È 


23 





DEI 
SIA, ia 


Esercitazioni scelatorie di acanguardisti. 


guardisti e balilla in montagna si può e si deve fare 
qualcosa di più di quanto si attui ora; bisogna pro- 
muovere nuove iniziative specialmente tendenti a por- 
tare alla montagna coloro che, per ragioni di ubica- 
zione, non la conoscono affatto, Non si cada beninteso 
nell'eccesso deprecabile che una interpretazione ec- 
cessivamente lata di questo voto potrebbe determinare. 

ll pretendere che dalle spiagge vere e proprie i 
giovani vengano a masse enormi, portati verso le 
montagne è bella cosa, ma di attuazione difficilissima, 
anche se servirebbe a completare superbamente la 
loro istruzione rendendoli perfetti e preparati per ogni 
bisogna. | 

Uno scambio di elementi tra la montagna ed il 
mare è invece possibile durante la stagione estiva, e, 
parzialmente. anche durante la stagione invernale nei 
non infrequenti igpisco di vacanze scolastiche pra» 
l ntesi per più giorni. 

Non dobbiamo dimenticare, anche se è stato ripe- 
tuto sino alla sazietà, che tutta la nostra frontiera 
terrestre è alpina; l'avere in i evenienza truppe 

ià addestrate perfettamente ai disagi della montagna 
cosa di valore inestimabile. Pur deprecando alla 
eventualità di conflitti, ciò sarà utile a dare preven- 
tivamente a chichessia il senso della nostra potenza 
seguendo il classico: «i eiv pacem pam bellum. 

Vorremmo inoltre che diminuissero, per quanto 
concerne gli adolescenti, le Colonie Marine per aumen» 
tare | campeggi. 

Senza entrare nel merito di considerazioni di ca- 
rattere morale, constateremo come, terapeuticamente 
considerata, la cura di montagna racchiuda e sublimi 
i He ig della cura balneare, nggingenio gli ine- 
stimabili benefici per lo spirito che la confidenza con 
l'alpe ci dà. Per quanto riguarda l'educazione del 


coraggio, inteso come pratica costante e non come 
saltuaria esplosione di temerarietà, la monta è 
mezzo eccellente perchè adusa gradatamente l'indi- 
viduo che la affronta. 

E già in sé stessa mezzo e metodo, incitamento e 
correttivo. Ricordo un campeggio nell'ampia conca 
dello Sploga, qualche anno fa, con quasi mille awane 
guardisti. Con quotidiane escursioni ed esercitazioni 
si portavano ogni giorno tutti i giovanetti sopra | 
duemila metri. Nei primi giorni una bufera violen- 
tissinà portò un poco di disagio cui provvidero, per 
eliminarne gli effetti morali, con paterna cura, tutti 
gli ufficiali. 

Qualche episodio comico nasceva qua e là dalla 
impreparazione della massa a subire i rovesci, comuni 
alle grandi altitudini. 

Deli pochissime settimane di montagna avé- 
vano preparato mille giovani usciti da tutte le classi 

i una grande città ad alfrontare quasi senza bisogno 
dell'ausilio dei superiori le non comuni difficoltà che 
si presentavano. Fu uno spettacolo bellissimo è con 
vincente per giudicare come e quanto avesse trasfor- 
mato in womini assennati, la pratica della montagna, 
mille giovanetti di tutte le classi di una grande me- 
tropoli. Il senso, di sicurezza si tramutò in allegria, 
i perfetti equipaggiamenti furono sufficienti alla biso- 

na e le popolazioni alpine videro con stupore una 

ione perfettamente inquadrata attraversare, con 
tutto il materiale militarmente raccolto ed ordinato, 
i paesi dirigendosi al piano con la serena noncuranza 
dei vecchi soldati. 

E quando ci pervenne un elogio, noi, i comandanti, 
ed i militi, lo girammo, per esprimere con formula 
burocratica un sentimento di commossa nostalgia, 
alla montagna che ce lo aveva fatto guadagnare. 


LUIGI GRASSINI 





Antorità è rappresentanze 
italiane in Egilio riunite 
at Bordo dell" Faperia” per 
salutare il glovioro Pre- 
sidente dei Al udifali 


ITALIANI 
ALL'ESTERO 


Foiografe Melagari 


Le Giovani e le Piccole 
lialiane acimate dinanzi al 
sariro Conssalo. 








Al centro: L'on. Deleroix, 
dinanzi al AR Consolale 
d'Italia a Porto Said, 
parla alle Organizzazioni 
Giiossalli Easciste, 


DELCROIX 
IN EGITTO 


Fartogralie Malogait 


La sfilata delle Organiz= 
azioni Giovanili Fascislé 
per le vie di Parlo Ginla 


Fa) 








sso. 





n Il piccolo Carlo Augusto Lindhergb la coi miateriova sorte ba attratto il trepidante interesse del mondo intero. 
Sopra: Una cesbla aerea della casa di Lindhergb nel New-dersey, dalla quale fu rapito il bimbo. 





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LIBERTA GIOCO DI TIRANNI 


Considerando la storia dal presente al passato, 
si cade nell'illusione chè tutti i fatti siano stati 
mirabilmente preordinati alla conclusione dell' oggi: 
ma ricostruendola dal passato al presente, è facile 
vedere le diversità intercorse fra le speranze e gli 
effetti, fra 1 propositi e i risultati, fra i tentativi 
e le vittorie. 

Non crediamo possibile riportarci certezza per 
certezza alle radici capillari da cui si alimento la 
coscienza nazionale, Nello sfondo luminoso della ato. 
ria, domina suggestivo e vitale il richiamo di Roma: 
le repubbliche comunali è i principati, dall'età di 
mezzo alla Rinascenza, tennero desto l'orgoglio degli 
Italiani: guerre, arti, munificenze di mercanti, splen» 
dori di corti; la rivoluzione francese dell'8g provocò 
incendi nel seccume medioevale di tutta Europa e 
portò, anche fra noi, concezioni di diritto, fierezza di 
milizie, novità di istituzioni che la delusione è il tra- 
dimento non valsero, poi, a distruggere. 

"Napoleone con la sua superbia, co' suoi errori, 
con la sua tirannia fu fatale alla vecchia Repubblica 
di Venezia, ma utile all'Italia", “Bogiardo, ingiusto, 
tiranno, egli fu il benvenuto”. 

E' interessantissimo studiare come, nell'Alveo sca- 
vato dalle sue vittorie, si incanalasse la storia d'Italia: 
non solo egli impose i primi passi al risorgimento na- 
zionale, secondo l'espressione di Ippolito Nievo dal 
quale riportiamo i brani virgolettati; ma perfino le 
gelosie politiche e le nemicizie infocolate dalla sua 
potenza entrarono in gioco a nostro favore. 

Quando la corte austriaca sembrava accomodar- 
si, imparentandosi col Bonaparte arbitro ormai delle 
sorti d'Europa, proprio un arciduca d'Austria con- 
cepiva l'ardito disegno di liberare l'Italia dal giogo 
imperiale francese. Litenore l'italia, per l'arciduca 
austriaco, voleva significare farsi uno Stato o, aven- 
dolo (come pochi anni dopo accadde), ingrandirlo a 
spese, s'intende, delle tirannidi circostanti... 


FRANCESCO IV CONTRO 
NAPOLEONE, PER LA LIBERTA' 


Parliamo di Francesco IV d'Austria d'Este, prin- 
cipe tanto insufficiente quanto ambizioso, che fece 
scontare ai patriotti illusi, con la erudeltà delle re- 
pressioni, la magnanimità degli incitamenti. Cominciò 
egli dall'avvicinarsi agli Inglesi, i più formidabili ne- 
mici della potenza napoleonica. 

Per raggiungere le loro basi navali nel Mediter- 
ranco orientale, sulla fine del 18:10, parti da Vienna 
in incognito, accompagnato dal sawoiardo Vittorio 
de La Tour, dimesso dall'esercito austriaco, da Fi- 
quelmont, da Salbure, da Leveroni è da alcuni ser- 
wi; traversò i paesi balcanici e, dopo un lungo per- 
corso, raggiunse Salonicco. Da Salonicco, s'imbarcò 
per Smirne; è, da Smirne, sopra un vascello inglese, 
salpò i in volta di Malta. Qui giunse l' li maggio 1811, 
ed ebbe le prime intese per una sollevazione ita» 
liana contro Napoleone. Dà Malta, andò a Caglia- 
ri, presso Vittorio Emanuele I, del quale sposò la 
figlia Maria Bentrice. 

Il 38 agosto dello stesso anno, il conte de La Tour, 
per Francesco IV, Maitland e Bentinck, per l'Inghil- 
terra, concertavano un'azione rivoluzionaria da svol- 
gere in Italia. À questi accordi faceva riscontro una 
convenzione, fra l'arciduca estense e il reggente di 
Inghilterra, che regolava anche le condizioni finan» 
ziarie di un'impresa che il governo inglese intendeva 
largamente favorire. 

In Albania e in Dalmazia si congiurava per la 
libertà delle Provincie Illiriche; in Sardegna e in Sla 
cilia si ingaggiavano uomini sotto le direttive dell'ar- 
ciduca Francesco; da Malta, l'emissario Leveroni 
procurava armi ed armati. 

Però, in tutto questo, entravano molto i danari e 
le mire arciducali e inglesi, poco ancora la coscienza 
nazionale. Le forze raccolte servirono all'Inghilterra 





e ai sun alleati, e furono mandate in Ispagna a com- 
battere gli eserciti francesi, 

Così l'Italia forniva truppe a Napoleone e volon- 
tari all'Inghilterra: ad Alicante. combatterono Italiani 
contro Italiani. Ma tale fratricidio per conto di terzi 
accese più vivo nell'animo dei nostri il sentimento 
della Patria e il proposito di “spendere il sangue” 
come scrisse Santorre di Santarosa "per il terreno 
natio, per la dignità propria, pei genitori, pei figli. e 
mostrare nl mondo virtù italiana non adoperata a 
far poderoso altrui". 


L'AUSTRIA CONTRO NAPOLEONE, 
PER LA LIBERTA' 


Nel 1813, l'Austria riprende apertamente le osti- 
lità contro Napoleone; l'Inghilterra ha fiducia nel- 
l'atteggiamento liberale assunto in quest'occasione 
dagli Asburgo e si disinteressa, perciò, dell'Italia. 

Dopo Lipsia, la potenza napoleonica tracolla. 

Francesco IV non può congiurare più ai danni 


del denpata francese... e occorre tempo perchè gli 
sì resenti il destro per tentar lo stesso gioco a 
le ripristinate tirannidi. Intanto, a stornar 

qualche diffidenza, dichiara che tutto era stato da 
lui escogitato a favore dell'Austria, sua patria di 
adozione. (L'arciduca Francesco ebbe, poi, dal Con- 
gresso di Vienna, quello che il Giusti chiamò guscio 
di castagna modenese). 

Dimessa la finzione liberale, gli Absburgo mostra. 
rono la loro vera faccia nel L o- Veneto. 

Intanto, re, imperatori, arciduchi avevano, sia pure 
a loro profitto, stimolato i sentimenti nazionali. Poli 
Italiani continuarono a sperare eccessivamente in prin- 
cipi nostrani e in re stranieri: avevano compreso che 
occorrevano grandi forze e prestigio nominale e sim- 
patie politiche e interventi e, quel che più conta... 
non interventi È 

Tn essi era ben chiaro il concetto dell'unità d'I- 
talia, sotto un monarca italiano che governasse co- 
stituzionalmente da Roma. L'idea di valersi dell'in- 
fiuenza di un princi nostrano, una volta lanciata, 
fece presa. 





Arresto di alcuni ufficiali dell'esercito delle “Provincie Unite ltaliane"” Fapo la battaglia di Rimini (15 marzo 18pi). 


IL ROGANTIN DI MODENA 
CONTRO TUTTI, PER LA LIBERTA' 


Francesco ÎV, ricchissimo, ambiziosissimo, in fama 
di uomo energico, nato in Italia da madre italiana, 
pote autorevolmente illudere di essere atto a promua- 
vere l'indipendenza nazionale. Il patriotia modenese 
Misley afferma che “non wi 
era in Italia alcun altro 
principe regnante su cui si 
potesse meglio contare"; e i 
congiurati, in un certo mo- 
mento, si accordarono su 
quel nome. Il Misley fece, 
Appunto, da intermediario 
trà i cospiratori e France- 
sco IV. Ciro Menotti, 
messo nel 1829 a parte di 
questo segreto, organizzò 
la rivoluzione nell'Italia 
Centrale. 

Salito al trono di Fran- 
cià Luigi Filippo d'Orléans, 

il quale aveva giocato per 
suo conto la gra néle partita 
della libertà, i liberali si 
lusingarono di averlo dalla 
loro; ma il nuovo re, per 
amicarsi l'Austria edaverne 
il riconoscimento, pare sve- 
lusse le trame dei patriotti 
italiani e di Francesco IV. 

La tragedia è all'epilogo. LI n3. 
Ciro Menotti, volendo pre- 
venire la resipiscenza del 
duca, affretta gli eventi: a 





LORDO BEN 'TIXCK 


®* n, 4 dica dai . 
datate sai doo stia ne Ai a a a a Siria sie 


ti e, SI 
dh Merli ee Misti 


Modena e nel contado, divampa la rivoluzione. Fran- 
cesco IV tradisce, inferocisce, impicca. Bologna, pure 
insorgendo, non muove a soccorso del Modenese, in 
omaggio al principio della "non intervenzione”. 

L'Austria, invece, interviene: manda le truppe e 
il boia. Il governo liberale di Bologna, per una forma- 
lità politica, arresta al suo confine i volontari mode- 
nesi sbandati e li disarma. 

Luigi Filippo. in onta 
ai principi da lui stesso 
proclamati, tollera l'inter- 
vento armato dell'Austria 
contro la rivoluzione nel- 
l'Italia Centrale. 


NOI E GLI ALTRI 


Nei nostri rivoluzionari 
cera il senso della politi- 
ca estera prima che della 
costituzione dello Stato. 

I'italiano è un popolo 
cminentemente giuridico il 
quale, in ogni tempo, ha 
fatto gran conto di tulto 
ciò che mostrasse forma e 
dignità legale, pur avendo 
sperimentato che le costi. 
tuzioni, le convenzioni, i 
trattati sono per | governi 
quello che sono gli argini per 
i fiumi: servono ad incana- 
lare il normale fluire degli 
avvenimenti, ma non sem= 
pre riescono a contenere 
l'irruenza delle fiumane. 


È "N 





Ciro Menotti, da una «stampa dell'epoca, 


L'interesse storico dei fatti, ora strepitosi d'armi 
e di crolli imperiali, ora sottili di trama sul filo ar- 
rotato delle ambizioni, delle passioni, degli intrighi; 
umili talvalta nell'insufficienza di taluni protagonisti, 
eroici nell'impeto ribelle popolare e nell'urto delle 
improvvisate milizie, sublimi nell'olocausto, vengo- 
no, con profonda sagacia, ricostruiti e abbondante. 
mente documentati nell'opera dell'on. prof. Arrigo 
Solmi: Ciro Afenetti e l'idea unitaria nell'insurrezione 
del 181, recentemente uscita per i tipi della Società 
Tipografica Modenese. 


Dopo questa lettura, ripensando al gioco liberale 
politico francese in Italia, sul principio dell'Boo, e 
agli atteggiamenti pseudo liberaleggianti assunti dal- 
l'Austria e dai suoi arciduchi contro la tirannide na- 
polconica, e al ripetersi dello stesso espediente, in 
seguito, sia contro l'Austria, sia per ismorzare o vol- 
gere a profitto la forza crescente della nuova coscienza 
italiana, vien fatto di concludere in questa sentenza: 
i potentati, nelle loro tregende, si guardino bene dal. 
l'invocare il Maligno, perchè, una volta presente nelle 
cose politiche, il diavolo non si caccia per esorcismo. 

DANTE DINI 


Le stampe che illesirano questo articolo provengone dalla "Cirica Raccolta delle Htampe" di Milano, 


I LIBRI DEL MESE 


Lasigi Craini, il card pootà de 
DER Le compiere di Orfederico, ci afîre 
questa volia un libro di prove: Cava 
dA palteraa (Trewea-Treecani-Tumminelli, 
CRE RARE editori « Milano-Roma). E son prose 
e aa nitide e schiette, dolci e luminose, 
che sanno rasserenare lo spirito è 

aprisò commaorerla con adlirietà di 

DI tocchi e «li acconti. 

È Îl poeta lascia la città grande 
“"dall'anzia affannosa e dalla tensione 
i ) suprema”, e torna alla sua piccola 

seme o nei pairia "dai tetti rossastri, adagiaia 

nella verde zona de' suoi cento orti. 

La città quieta dalla buona gente, 

che hai nervi calmi. La città apr: 

lancata sulla campagna, fra colle e piana, cui i venti poriano 
sore di erbe falciate e d'alberi in succhio”: Imola, 

Vi lorna in giorno in coi cominciano le Ragazioni. È una 
processione per una festa della Madonna lo fa ridiventare fan 
ciullo, e induce il suo cuore a ricordare l'infanzia, la cara dei 
padri, i primi studî, le prime gioie sincere e i primi dolori 


della vita, Ed nico rievoca nostalgizamente la willa di cam 


pagna — chiamata la Palazza = 0 la passione di suo padre 
per la musica e per i fiori, e traccia un rapido quadro gu 
itoio della «ita proviaciale romagnola sulla fine del secolo 
scorso, Pai... è la nostalgia di Ortodonico, la chiesetta ove lo 
guidava la madre adorata: poi l'Università e gli inconiri a Ho- 
lagna con grandi personaggi: il Carduca, il Pascoli, l'Ortani... 


a È Dalla quiete raccalla è pensoia 

pie, A L'ILÙ delle evocazioni arsiniane, passiamo 

“tà Fg] con Vittorio Tedesco Zammarano in 

tutt'altra nimosfera: ina le foresie e 

lungo i fiumi d'una noitra fiorente 
colania africana, 

La casa editrice Agnelli continua 
con questo volume, Sdapransioni dt 
caccia in SFamalia ialicea, la bella 
serie dei libri d'avventure a di cacce 
iniziata con Na giamba del Marin e 
l'al hareca del Foiiati. 

Anche qui, chi racconta è un 
taploratore coraggioso e instancabile. 
E il suo atile è schivo di fronzoli 
letterari, asciutto e obiettivo. Stile 
da diario di viaggio. Infatti i vari capitoli del libro non sono 
che la raccolta genuina di rapidi appunti di caccia, nelle re 
gioni dell'Uebi e del Dalet. Nè sempre l'autore vuo] mettere 
in valore episodi fortunati, coronati dal succciao; ma talvalta 
som esita a ricordare lunghe e infrutiuove ricerche, e allora 
lo scopo della narrazione è solianio istruttivo: quella, cioè, 
di rivelare le abitudini di alcune botti feroci, come i rimoce- 
ronti € i leopardi, ed il loro speciale atteggiamento di fronte al 
pericalo. Il libro percib porta, altre tutto, un contributo pre» 
cino alla stuzlia della fauna semala. 





Quali senò le Ras del monile: ? Secondo Giulio Marchetti 
Ferrante, autore di questo interessante volume edito dal Ce- 
schina, la bellezza di eccezione, quella che, oltrepaisando una 
asgustia cerchia, fa di una danna 
la "Rosa mundi”, ebbe in retaggio 
quasi contante, in ogni passe è in 
sogni tempo, la tragedia e la cata. 
sirele. L'opinione paò esser facciata 
di umilateralità, ma è certo che il 
mistero della bellezza fu spesso 

uella del dolore. La storia inuegna 
che quasi sempre La donna celebre 
si servi della propria bellezza per 
conquistare La potenta. Eccone cin- 
que, fra tante: Giulia Farnese, Gio- 
vanna d'Aragona, Vittoria Accoram- 
boni, Bianca Cappello, Maria dei 
Medici. Vale la pens ilaverero di 
seguirne le drammatiche  viconde. 





Con Risarcita del capitano Vit: 
tario Pasini (Casa editrice Nemi + 
Firenze) torniamo alla tragica con 
templazione della guerra. 

iciamo tragica, perché l'autore 
è passato, dopo una logorante lotta 
spirituale, attraverao due guerre — 
quella di Libia a quella curopea — 
e ne è uscito cieco d'occhi, ma con 
una vista intellettiva acuta e serena; 
il auò +«alume alle dlusique una der 
cumentazione umana d'un valore 
inoppugnabile. Noa è un letterato il 
Pasini, anche se laureato in filosofia; 
oil avò atile © semplice è mite, ade 
rente alla dignitosa umilià degli vor 
mini forti che la vita ha provato in mille modi e che. senza 
trovar nulla di facile e di Fortunato, son passati viitoriosi at: 
traverto cotatoli © bufere. Ma la guerna è vista da lui con 
esatterza Franca e pehirita, semra cadere nelle osagerazioni in 
cui cadono spesso gli scrittori di trincea; che dipingono tutto 
© troppo brutto + terrorizzante o iroppo bello «d aagelico. 

Basterebbe il passò dorme l'A descrive L'abbandono di tatto 
il suo essere, dapo la ferita, tra il fango del Podgora. è l'aliro 
ove richiama i sogni deliranti che lo turbavano nel suo letio 
d'aspedale, per rendersi conto di come il Pasini possegga anche 
una franca efficatia mipresaivà, acutizzata dalla sofferenza.., 
Libro umana, dunque, e savio, coraggiono, bralo = como ben af 
ferma Luigi Bonelli mella prefazione: libro d'uno spirito eletto. 





Hella Collezione letteraria, sio: 


rica e scientifica della Casa editrice nin mf cr Lin 
Vallacchi, ottima davvero per la pagani casa = 


acclia delle opere, per l'accuraiozza 
della compilazione e perchè il prezzo NAPOLEONE 
d'ogni libro è alla portata di tutti | % Si 
{tre lire), ceco un nuovo volumetto 
che reca in copertina tn grande 
nome; Napelrone. 

Un'altra biografia napoleonica? 
Ma Raffaele Ciampini, il giovane 
scrittore toscano, autore di questa 
recentissima storia, #& fatto vera: 
mente potare, e non da oggi solianto, 
per la sericià con cui ha studiato 
ed approfondito la vita del Grande 
= cui dedicò, già prima di quest'ulitmo, altri duo saggi: 
Napoleone vino dal confemporiezi e Conversazioni — ed ha di 
mostrato di avere le migliori dodi per una revisione atorica 
illuminata o serena. 

Hapolcone è qui, ancora. il Grande che ha per meta spie: 
rituale l'impero di Roma: comrutiore e ricomiruttore di popoli, 
vincitore nelle opere di guerta è in quelle di pace. E se qualche 
riserva (non mai in forma di gradizioh non è sotiaciuta nel 
quadro colossale dell'opera Sua. ciò non ne diminuisce, anzi 
ne valorizza, la superba grandersta. 





Ulrico Hoepli pubblica due muori volumi interi alla dirul- 

pazione dei lemi più interezianti i attività umana, 
Nel libra pipi PNT e de Pica fender # 
mella femapia del dott. Masoai sono 
raccolti i dati scientilici, le notizie 
storiche, le risultanze pratiche di 
esperimenti sulle frutta e sulle ver 
dure ed i consigli che tecnici è me- 
dici hanno suggerito nei riguardi della 
frutta come Forma di ciba a beneficio 
della salute dell'uomo. Della casa 
comoda e bella con poca spesa è poca 
Fatica e del come sainiemarla iraita il 
volume rifcamente illustrato di Lidia 
Morelli, far ania cava, che con grazia 
agquisitamente femminile e con criterio 
d'arte capione lo norme è dana nà 
sapienti consigli perchè la dimora nia 
più lieta e meno aspra l'esistenza, 





Un volume del quale è alato molta 

rlato quando veci la sua prima cdi- 
ricci irinicge: La crisi dell'Io i 
sel scs NA, di Andre Siegfried 
{Valentino Bompiani, editore, Milano 
- Collezione “Libri scelti), appare 
aggi opportunamente in una chiara cd 
RE radiezione italiana di Carlo 
Coardi, E la iva comparsa È tanto 
più degna di nota, in quanto che gli 
eventi maturatisi in Europa e parti: 
colarmente in Inghilierta in questi 
ultimi mesi confermano molie previ: 
aboni che l'autore ficera fino dagli 
inizi dell'anno scorso; ande lo studiò 
ha, per molti aspeiti. anche un cas 
rallere profetica. Più eko un periodo eli crial, Anale Sieglried 
considera il momento attuale. per l'Inghilterra, la conclusione 
ineluttabile di un “epoca atbrica. Non è in crisi, insomma, il 
magnifico popolo inglere i ma l' Inghilterra vittoriana, ancora 
troppo appoggiata ai principî e ai metodi del secolo XX. E 
necessario che l'Inghalterià ai ricaamini dla st, scnrà paetà: il 
male che la circonda è cambiato; quello che formava il sue 
cesso inglese del 1850 noa potrebbe più dare il successo ine 
glese del igdo: ceco la tesi. la cui bontà — lo ripetiamo — 
appare avvalorata dai muovi orientamenti che hanno guidato 
la politica britannica recentissimamente, Forse nom è inutile 
aggiungere che NA. è un francese legato all'Inghilterra da 
vicoli personali, e che ha faito la guerra nell'esercito inglese. 


EE STE EE 





Un contributo saldo e ben co- 
strutto alla concscenra del nuovo 
diritto statuale in stretta coerenza 
con lo spirito impressogli dal Re- 
gime faaziata è «balla sirottara cor 
porativa, ha dato Guido Bortolatto 
_ con i due volumi fo Slale e da dee 

E drina conperaliva, editi dallo Zani 

chelli di Fiologna. L'A. ha cercato di 

È tlaborare le dettrine che ritlene fon: 

damentali per il nostra ordinamento. 

Tali sono la dottrina della massa e 

dei ralori sociali, quella delle per 

sone giuridiche e dei rapporti di di- 

ritto pubblico; la dottrina della ge- 

rarchia in relazione con la supervore 

disciplina delle volontà individuali e collettive: la dotirina del- 

l'interesse in rapporto coll'ordinamento corporativo, Tutta quer 

sia profonda e fondamentale materia è esposta dall'autore per 

semplici lineamenti che mantengono alla atadia il carattere di 

siggio, specialmente dove non n è compiuta l'esposizione misto: 

matica dei singoli istituti, per curare la spiegazione e lo ves 
menia della dotiriae è dei principi fondamentali, La parte 

direttamente dedicata all'ordinamento corporativo è un'analizi 

sinietica è robusia delle nuove realtà italiane, che gli atramieni 

sudianò appassionalamento, intocndone l'originalità e la verità. 


finira ei rin et 
LO STATU 
Deli PIREALA, conromam A 


ili 8 "86 SEG SA RO 


ll conflitto cino-gia ese in Manciuria ed a Sciangai ha 
richiamato sulle bocche di malti la parola “imperialiamo”, quale 
biasimo al Governo dii Tokio, ll perchè è assai semplice: per 

i più Vi um rialismo nen è altra che 
sinonimo di violenza militare, e da 
cib nasce una dannosa conliazione di 
idee... Ecco un lato del problema che 
Giorgio Maria Sangiorgi studia € 


CATE 


L'IMprAXIALESMA I 
ib AFIINESE approfendisce con chiarezza e Glict» 
teita nel volume £'imperialiome giap- 
nrpre porese (Nicola Zanichelli, editore - 
li) 


Bologna). 

La formazione e l'ascesa della na: 
zione nipponica è esaminata dall’aw- 
tore nei suoi sviluppi storici. fimo al 
momento attuale, particolarmente ime 
portante, in cui al suo imperialiame 
s'innesia un dramma profondo: con 
tra l'Oriente è contro l'Qecidente? 


si paò scrivere un libro anche 
senza metter indieme un seguita ali 
capitoli, anche senza usa sola pa: 
rola di testo? Si pub, sì, colle fa 
tagralice: e che w a lo prova 
egregiamente l'editore Mondadori 
con questi Weali anai di daria moa- 
diale - spro-rgio, che si presentano 
al lettore attraverso irecenio pa: 
gine di illustrazioni, 

Un volume di imagini, dunque: 
mia immagini che sono documenti: è 
dicono di per st stesse una parola 
tragica ed enorme: disordine: il di- 
aordime ilegli i inLifnala nella storia di 
Europa di questi ultimi vent'anni. 

Ma dal disperato disordine a' È generato, se pur con tanta 
fatica, l'ordine nuovo? E sulla sterminata tragedia, che qui è 
documentata da un mirabile e raro materiale fotografico — iuiti 
i fromii, tutti gli tierciti, iuite le trincee = è nato il sole d'una 
nuova storia e d'una nuova gloria? Una risposta a tale intere 
ragativo soltanto l'Italia Fascista pisò darla fino da oggi, # i 
daciamenti fotografici di questo bel volume lo provano lumina: 
samente: quella che altrove può esser considerata luce e speranza 
per il alomani, è già fariumatamente in Italia vna manifesta aller 
mazione del presente. Vario e diuturne sono le provvide forme 
di atiività ricostruttiva, e viva è l'aderenza dell'anima ivtia della 
nazione alla spirito animatàre alel Regime che ha Crealo un af: 
dine nuoro, ha risolio con romana energia problemi assillanti. 


191049505 


% pai paia 





In una collana di Politica, Ecor 
nomia e Corporativismo diretta da 
Renato Caniglia, ladtare napale 
tano Chiurazzi pubblica un note- 
vole libro di Sergio De Coiaro dal 
tolo Meririene, Bi tratta, come ben 
s'intende, dell'interersante dibattito 


e: 5 TER 


- È n REVISIONE 
internazionale sulla revisione dei 

trattati di pace. È l'autore parte 

dalla questione peata in cessi chiari 

© deci termini dal Duco nel die 

scorso di Napoli: la “parità di di- dadi 


ale Si a Pa tr 


piva”, parità che fu distrutta dal 
Trattato di Versailles. Esaminando 
aculaimente Vaart. adi ali tale Trato 
tato, rifletionte le responsabilità di 
guerra, il De Cesare si propone di sfatare la leggenda della colpa 
unica germanica nel sconfitta, è grunge alla conclusione lagica 
di creare la nuova storia sulla collaborazione dei popoli. basata 
— secondo la tes mussoliniana — sulla parità giuradica. 

Il rolume si dedica pai alla discuistono severa eq aitenia di 
alcuni fondamentali problemi odierni, come il disarmo, la sicu 
retra, l'arbitrata c la collaborazione sconamica. E la dliaamima È 
fatta con sobrietà e con loderolissima chiarezza : sicché il libro, 
olire che interessare i iscenici della politica e della critica sto- 
rica, potrà essero di utile orientamento per iutti, 


La altro cultore Appassronalo di scienze politiche è Fran 
crico Ernesto Lorizia, che cal sò volame dI dincarso imperiale 
(Licinio Cappelli, editore - Bologna) ci offre un saggio vera 
mente nievole di intreaperione abi 
rica, Movendo dal punto di par- 
tenza che tutta la storia antica fa 
capo a Roma, l'i. ciamina le vir 
cemde italiane attraverso i secoli, in IL 
rapporto agli scrittori che le tra- 
mandarono ai posteri. E afferma 
‘che il giorno che la storia d'Italia 
îarà rica minata e rifatta da Italiani 
per gli lialiani, il travaglio spiri- 
tuale moalro sui ncalri secoli ci com- “Hi 
durrà a conclusioni forse inaspete 
tate”. Ci condurrà, in ogni modo, a 
veder grandeggiare luminasamente 
l'idea immortale dell'Impero, cui 
il Fascismo ha riaditulia le all, 


i I 


Hisciorsda 
IMPERIALE 





— itedeh. Si chiamava cosi: noù peoiao ricordare questo 
nome senza un Fnemito strano... 

Chi raccontava era un womo vecchio, dal volio glabro, dai 
capelli bianehiazimi, ondolati, Guardava lontano davanii a at, 
verso il mare; era l'ora del crepuscolo, Il pironcafo filava a 
grande velocità, infrangendo le onde, rese opache dal declinare 
della luce: al csgla thiariasimo wi ibiancara à è À pers 
raccoglienda tuttii i suoi colori ad occidente, sl Feai del: 
l'orieronie, dove il sole sembrava immergersi nel mare. 

Intornò al narratore, nul ponticello elagante, davanti al bar, 
erano adunate tre signore di diversa nazionalità; una giovane 
spagnola, due vecchie americane. lo nscaliavo con loro. L'uomo 
che aveva cominciato a raccontare parlava inglese, ma era 
uno spagnolo: aveva girato tatto il mondo, « quando il suo 
sguardo si fisava, non più sul mare aperto, ma du qualche 
persona viva, acquistava tutta la profondità di chi sa guardare 
negli animi per lunga esperienza, per memoria di infiniti paesi, 
© di svariate vicondo. 

Choreva essere vicino alla settantina, ma soleva camminare 
eretto, con qualche co di giovanile nel passo, nei movi 
menti, nell'impoto dalla can'cerià rienî. Parlava in inglese atrana, 
nel quale alcuni accenti di passionalità tutta spagnuola sem- 
bravan talora singolari e quasi fuori di posto. Noi concicevamo 
la sua arto di marratare è ascoltavama con piacere. 

- Ho conosciuto molie donne nella mia vita; ma forse 
nessuna era bella come Atedeh. Era una denna araba: ma chi 
ta quali mescolanze di razze, negli antichi misteri degli barem, 
dovevano aver formato la sua razza, Arabo era lo sguardo, 
nerò spaco, welato dalle lunghe ciglia anda cui, a volta a salta, 
si mascondeva o si rivelava; ma il volta, di un ovale perfetto, 
faceva pensare alla più pura stirpe caucasica - il corpo impec- 
cabile, wimile è quella delle puro atatot ellenicheè, età iulia 
bianco ; il candore della sua pelle avera qualche cosa che fa- 
ceva pensare all'avorio: sembrava quasi ua travestimento, s0- 
vrapposto sin dalla naicità, a un criare di razza scura. 
labbra eran di donna orientale, sopra tutto quando ella rideva, 
aprendo molto la bocca, e ponendo in mostra i suoi denti lu 
mindai, come hlara di parlo. 

© Non conosceva nessuna lingua europea ; parlava solo arabo. 
Rammento, come se fosse ora, la prima volia che potei actor 


privo 


atarla. Si era in ua periodo torbido della «ita egiziana: 
azioni, spiriti ribelli, TER Ha La vita appariva fogca 0 cupa. 


To mi ero rifugiato nella luce serena di Eliopoli, perché ero 
convalcticente da Lom dî quelle biiafere dell'anima, che dist Lil 
ire volte si attraversano nell'esistenza. Vivero solitario, ceser: 
vando quel torbido mosdo di lotte. Avevo ua amico arabo, 
Era un uoma a cui una volta, nel pienò di una rivià, erò riu: 
scito per caso a salvare la vita con un gesto audace, Questi 
mi ai «ra legato con una devozione senza limiti. Un giorno, 
vedendami triste, mi dini: "la voglio procurarti gioia. Ti 
farò comoscere una donna bellissima. Tu mon me hai mai visto 
una simile" 

"Sarri, E quando fu notte, andammo con la mia auto: 
mobile un poro fuori del Cairo, lungo il Nilo, in una di quelle 
dlimere formate da vente proprie imbarcazioni, ancorate lunga 
il fiume, che sana i luoghi di piacere degli cgiziani, e gli arabi 
chiamano col nome di sihababla. 

"La shabobia di Atedeh era lusiucia. Si enirava per una 
passerella in una piccola saletta orientale, tutta ricoperta di 
pelli e di oggetti preziosi. Si saliva poi, per una scaletta, al 

mio superiore, pe giungere in un grande salana che fverà 
pa aperte sul Milo. Si udiva lontano qualche canto che 
si perdeva nella notte: pencetrava dalle finestre, di ianto in 
tanto, qualche folaia del vento frico del fiume. Si era di fre 
braio:; tempo di ramadan; solo di notte la vita araba si ridestava. 

"Il mio accompagnatore mi lasciò solo nella grande sala. 
Bi guardai intorno; "vidi un'infinita dovizia di eleganze valuti: 
tuose; pelli, tappeti di ogni specie, divani da una parte e dal- 
Valira, paccali tavalini decorati, armi preziaie. n dd vin certo 
momento, si sollevò una tenda, e in fonda alla sala si presentò, 
sorrilente, Atedeb. Non sapevo chi fosse; non sapevo neppure 
il suo nome, Il mia accompagnatore non mi aveva voluto ri 
velare nulla. Ella mi guardò: mi sorrise; poi con le mani 
accennh alla sala dave ai trovava come per dirmi: — Ti piace 

ussto laogo? — lo le feci capire che mi piaceva lei. Rise 
forte; mi fissò megli occhi uno sguardo pieno di luce. Pai batte 
le palme: vennero, a quel richiamo, diuae servi nubiani, dalla 
consueta veste bianca, stretta ai fianchi con una sciarpa rossa; 
poriarono delle guantiere colme di frutta d'ogni specie; di strani 
tlolei o bevande di cocco. Llepoiero talis © ul ritrassero, 





“ Atedeb mi offriva ora una cosa ora l'altra e rideva. Non 
capivo perché; forse redeva alla gioia, alla giovwinerra. Man 
potera avere più di sedici è diciaanetto anni, Rideva. Poi, 
stanca di parlarmi a gesti. cominciò a esprimersi nel suo idioma 
acaviazimo che io non intendevo. Era per me come una mu 
dica; cingutttava dicendo infinite così ignote... Altermava i 
suoni aspirati e gutturali della lingua araba con le dolcerse 
delle ampie socali Anerte, abbandomandoai PA infleaziani li vio 
che sembravano canti. 

“ Inlne, stanca, illaaguidita, appoggiò la testa al davanzale 
di una delle finestre, guardò verso il Nilo, GI occhi le si 
velarono di pianto. Quale tristezza. quale dramma ignoto era 
mella «sita fastoia di quella ilomna strana! Non polevò saper 
mualla; mom avrei saputo mai nulla. Ma quel pianto improvviso 
dopo tanta allegria, quella tristezza languida, quel senio di 
ècoramento, di fronte al hume fatale, mi diedero un senso di 
pietà profonda. Senza volerlo, le presi una mano e la baciai: 
più Forse can derozione che coa amore. 

" Ma Atedeh si scosse; come preia da un fremito; » 
volse a me; mi prese il volto con tutte e due le mani e senza 
baciarmi ai abbandonb fra le mie braccia. Da quel mamtento 
fu solo la più mirabile donna d'amore che io abbia conosciuto 
nella mia esistenza... 


Le due ascoltatrici americane erano un portò irritato della 
piega del racconto, ma non volevano farlo vedere; invece, più 
scettica © sincera, fu la giovane ipagnuala che dinio: 

Ma, infine, tutto questo non era che una commedia... ‘. 

Il narratore la interruppe bruscamente: 

"No, mi intenda bene, non si traitava di una prostituta. 
Non valle mai da me nemmeno il minimo dono. Potevo a stento 
Farle forcella re atei buori, quanda anca wa P| irararla. E i rie 
tornavo di frequente, ma a grandi intervalli. Non conoscevo la 
strada che conduceva alla ibattabia; ero completamente nelle mani 
del mia amico arabo, che fremava talora per dello intere sritima- 
ne le mie impazionze: “Non si può, mi diceva, oggi non si può; 
domani nemmena: fonde, chi aa! fra quattro © cinque giarni..-"', 

"Ed to aspettavo quel momento con un’ indicibile ansia: 
cercavo di sapere qualcosa della sua vita: ma un mistero cir- 
condava Atedeh Era impossibile LA pene qualche cod. Quando 
andavo a trovarla, sempre di notte, ella mi veniva incontro 
nella grande sala; con il sua sorriso soave. In certi momenti 
si aftristava ; e poi si lasciava prendere da un impulio dispo 
rato di amore; da un desiderio violento di gioia. Sembrava 
+woler strappare, A quei pochi momenti, tutta la gisia di una 
vita destinata a spegnersi. Infine, si offuscava d'improvviso 
io non potero sapere perchè. Qualche volta, cantava per me 


14 


alcune nenie arabe, scavissime, piene di tenui e dolorese mor 
dulazioni, e allora sembrava che non il suo dolore soltanto, 
ma il dolore del mondo, ma le passioni di butti i tempa, wie 
vaditrà in quel cantò appaistonata, 

“ Confesso che ero turbato. Avero creduto che Atedeh 
potesse casere soltanto il conforto di un'ora della mia iristerza. 
© inveco questa donna, senza parlare una lingua che io potessi 
intendere, mi aveva preso completamente. E non mi dominava 
sola per i senti, ma per questo misterioso dolore, che sembrava 
il cenîiro della sua viia, 

i laterrogaro ansicaamente il mio amico, ma non potevo 
averne risposta. Egli diceva: * Non so; non so. Oppure: 
al Non si può dire. E si chiudeva in un mutismo sec ila 


"Una sera aveenne un fatio strano. Ma quasi, a questo 
punto, non vorrei più raccontare... , 

E il narratore ai interruppe. Un'ambra velo i suoi sguardi 
limpidi. Ora mon più la spagnola, ma le due vecchie americane 
inaialevano perché egli amidasio avanti, incurionite, 

"Ebbene. egli ripreso, sentite... Una sera, Adedeb mi era 
apparsa più irisie. più angosciaia del solito. Aveva cantato con 
inflessiani di spasimo; a poca a poco, quelle modulazioni tenui 
e sirane che sono proprie dei canti arabi, averan preso in lei 
il suono di una implorazione, di un lamenta, di un fremito di 
angoscia. Non intendevo le parole di quel suo canto, ma nen 
tivo che tuito era lacrime è pensiero di morte. A un certo mor 
mento, 4° interruppe bruscamente oc n affaccio alla finestra: 
guardò cero il Nilo. Guardai anch'io ; nell'ombra mi parve di 
intravvedere una piccola imbarcazione che ai allontanava ve- 
lacco, a lumi apenti, Atedehk fu presa da un'aniia vivimiima; mi 
disse alcune cose che non potevo capire: mi guardava fissa negli 
ncechi, come per farsi intemilere: poi tacque, è con ian grato 
antico mi supplicò di andarmene. Conoscevo quel gesto che 
signilicava congedo; ma quella sera Atedeb lo fece in un modo 
dlimerso: ansiosa, spaurità, come di fronte a una minaccia. Noa 
potevo lasciarla con, Non potevo aspettare amcora tanti giorni 
prima di rivederla. e ossi domandarle un appuntamento per il 
giorno dopo. Nella sua lingua sapevo dire solamente; domani, 
Le presi il volto pallido tra le dita: la bacini in fronte; la guar 
dlai negli occhi con infinita pietà è lo chicai: Anera ? domani”... 

"Atadeh foco un cennò negativa, sconsolato, e dai saoi occhi 
belli vidi scendere lo lagrime. Piangeva, così, senza scomporre 
il vallo. guardando fissa è accennando di no 

"(Questa è l'ultima immagine che serbo di lei. Non dovevo 
vederla ai più. 

"Il giorno dapò. interrogai a lungo il mio arabo, ma egli 
non volle dirmi nulla. Alla sera gli chiesi di accompagnarmi 
alla sbaltabia. Egli non voleva; lo trattai male; improcati fi 
nalmento l'arabo mi disse: “Andiamo, e che Allah ci protegga. 
MA sarai Uriste per nen avermi ascoltato”, 

"Mon disse altro, è 
prese a guidare la mia 
nutomobile. Era l'ora 
del erepurcolò; quasi 
annoltava:; quella giorna» 
ta, al Cairo, era viata 
torbida di disordini; nel 
quartiere di Bulac la pie 
baglia aveva preso a sas- 
pale Le tarrorie tranmiria- 
ric: la automobili pubbli- 
che erano in sciopera; 
qualebe automobile priva: 
ia era stata fermata dai 
immultuanti, con pericola 
degli Vanna Passammo 
attraverso la città, per al- 
lontanarci lungo il Nilo. 
Ma quando fummo ia vista 
della Abrbetia di Atedeb, 
un'ombra ferma in mezzo 
alla airaga, ei sbarrb il 
cammino, L'arabo fermo 
la macchina. ln mezzo alla 
via ni roedorà Un imo dip 
lo, alto, vestito alla foggia 
dei beduini. Il suo valio 
non erà dacurò come quel- 
Lo degli abitatori del de- 
serto; ma aveva il pallore 
tipico degli aristocratici 





arabi. Era un uomo anziano, forie, armato, con l'aspetto di 
persona abituata a comandare, 

# Il mio amico scese di macchina e si petto 4i suoi piedi 
facendo atto di Fiapetto, Il beduino gli disse poche frasi vio 
lente: l'altro rispose a lungo, prolissamente i sembrava che 
volesse giustificarsi: io mom capivo di che cosa, Cercavo di in 
tervenirà, mà H cliat isdonini men si curavano di me. Allora. 
senza badare a loro, ritorna alla macchina e mi atiaccai al 
volante per riprendere il cammino: ma shibito mi fu puntata 
alla fronte una rivoltella. Il beduina mi minacciava, guardano 
domi sereno, senza sdegno; sembrava quasi mi riudiasie, cone 
tento della mia immobilità. Sùbito ieniai di prendergli il brace 
cio che impugnava la rivoliella: ma allora il mia amico araba 
e quella a cui avero salvato la vita — non esito a venirmi 
dietro le spalle e a colpirmi alla tompia, forse col pegno, Forse 
con un oggelto metallico... Rimasi stordito, chino sul volante 
della mia automobile, 

“Quando ripresi i sensi era già notte, Mi guardai interno, feci 
uno sforzo per capire quello che mi era successo, e vidi subito da 
vanti a me, in direzione della siibabià, lo Gamme di un incendio. 

“ Abbandona la macchina: mi misi a correre verso quella 
direzione, A mano a mano che mi avricinavo, la visione del- 
l'incendio si faceva più chiara, La casa natante presso le sponde 
era avvolta nelle fiamme: attraverso gli alberi che costeggiano 
il fiume io vedevo, sulla sponda oscura, le grandi lingue row 
seggianii che terminavano in un nembo di fumo; all'intorno. 
sull'acqua. iam riverl:età roano si disiendeva [per parese hi metri, 
e l'acqua sembrava tutta inirisa di sangue, Non si divano 
voci umane, L'incendio compiva la sua opera in silenzio assoluto, 

br Quando fui davanti alla sdbababia vidi soltanto che la 
passerella era sinia sperzaia ; ed erano siati infranti tutti i 
legami che avvincevano la casa con la spomia. Già le fiamme 
si sitenuavano i già lo lingue rosso si affloiciavano, perdendo 
nel fumo umido e opaco che avrolgeva la casa natanto. Una 
angoscia srempro più iva mi domimasa : 1 volewo fare qualche 
cosa; volevo andare sopra quelle lavala accese, ca era Je 
possibile: gridai con tutte le mie forze: Atedeh! Atedeh! 

Ma la maia voco ni perdova nella notte. 

“ A un cerio punto, gli ulitmi resti della stababià preci 
pitarano fragaroiamente: le famme ai estinsero nell'acqua, 
non più sanguigna ma nera, © non rimasero che pochi rottami 
abbandenati alla correnie. 

'" la gridava ancera quel nome; ancora nelle tenebre oscure 
speravo d'iniravvedere quel volto soavissimo ; quegli occhi di 
pianta: ma ormai Atedeh non era più che un ricorda. 

" Dive giorni dopo rividi l'amico arabo. Mi chicio perdono 
dli ciò che aveva fatto: disse che era stato per salvarmi la 
vita: * 'E Atedeb?" gli chico, 

# Con um gesto Air e preciso mi indicò che era moria, 

“E quel beduino che bo veduto sulla strada chi era? Ha 
biriaciate lui la slbalbabia 

= Si, risposo, Era dl 
padronee doveva lare così, 

" Man pabel avere al- 
ire spiegazioni, 

“In che modo quel 
l'uomo ara il padrone di 
Atedeb? Come vivera 
quella crcalora di sogno è 
d'amore? Non seppi mai 
nulla. 

" Quell'imagine rima» 
ne legata, nella mia ma- 
moria, a quel canto fatto 
di lagrimo è di ipasima, 
« a quella grande fim: 
mita sul Nilo, nella piena 
notte. Vi ho deita; è un 
@oene di tristerza, e non 
posso pensarlo, senza pro: 
ware di nuovo un fremito 
d'angoscia 

Mel dire queste paro: 
le, il narratore riaccese la 
ELLA breve j ipa che #a}i era 
spenta; © n allontanò da 
noi. Entrò nel bar ancora 
illuminato, ordinò cn abb 
sti pat riprese a fumare 
© alferae alle ave amiche 
una partita di &rdar. 
VALENTINO PICCOLI 


Li 


i 





Amerigo Canegrati: In Fal Figezzo, 


LA TERZA MOSTRA DEL SINDACATO FASCISTA 
DELLE BELLE ARTI DI LOMBARDIA 


La terza mostra del Sindacato, riunita come le pre- 
cedenti nelle Sale del Palazzo della Permanente, che 
pur sfruttare con sagaci accorgimenti fanno sospirare 
il giorno del trasloco nel nuovo Palazzo al Parco, va 
considerata sotto due punti di vista, quello degli arti- 
sh è quello del pubblica. 

Per il progresso dell'arte, per il vantaggio degli 


artisti, per la soddisfazione e l'educazione del pubblico, 


le due opinioni dovrebbero convergere in un unico 
accordo, ma la realtà pratica, irta di difficoltà mate. 
riali è morali, porta purtroppo a conclusioni piuttosto 
divergenti. Gli organizzatori si sono prodigati nel loro 
compito incredibilmente arduo di conciliare i desideri 
© le necessità degli artisti sindacati con le esigenze 
del pubblico e nei limiti ristretti della loro possibilità 
hanno raggiunto un risultato quale non si poteva pre- 
tendere migliore. 

Il wisitatore ignaro della fatica organizzativa trova 


tuttawia che per gli artisti si sono avuti riguardi 
talrolta indulgenti, mentre mon si & tenuto conto ade- 
guato dello stato d'animo singolarmente confuso è 
delicato in cui si trova àggi il pubblico rispetto al- 
l'arte. Quattrocento artisti avevano presentato quasi 
un migliaio di opere, che praticamente avevano già 
passata una precedente selezione; di queste 446 sono 
state respinte e ben novantadue autori hanno dovuto 
rinunciare all'onore di partecipare alla mostra. 
Parrebbero eloquenti e decisive queste cifre per 
attestare la rigorosa attenzione prestata nella scelta 
delle opere esposte. Eppure corre tale un divario di 
tendenze, di maniere, di valore fra le cinquecento 
opere rimaste, alcune sale sono in contrasto così stri- 
dente col movimento, indefinito ma evidente, di rin- 
novamento che in tutti i migliori si nota, certi espo- 
sitori sono in così violento disaccordo coll'ideale 
comune che s indovina, per fortuna, in molti altri 





Carlo Bellesin: Ragazze dopo il bagno. 


artisti, da far pensare se un rigore raddoppiato nel- 
l'accettazione delle opere non sarebbe da preferire, 

La raccolta è vastissima, la sfilata delle forze è 
imponente, ma il pubblico esce dalla Mostra più diso» 


rientato che mai e il buongustaio, non improbabile 


acquirente di quadri è di sculture, può pensare con 
nostalgia alle piccole mostre delle gallerie private. 

In ogni modo la Mostra, se dal punto di vista 
egoistico lascia desiderare una più decisa orientazione, 
riesce nella sua vastità molto istruttiva. Il distacco 


della nuova generazione dagli schemi accademici del 
passato e dalle snervate ipocrisie della maniera ro- 
mantica è ormai un fatto compiuto in tutti quelli che 
meritano il nome d'artisti. Altrettanto vero è però, che 
questa terza Mostra non ci ha rivelato nella pittura 
un gruppo compatto e omogeneo di autori come quello 


che ci fa ricordare con entusiasmo gli alfieri del No. 


vecento nella prima esposizione del Sindacato. 
E sono i loro nomi che eccellono anche in questa 
terza rassegna dell'arte lombarda, Tosì, Fratelli, Carrà, 





Contardo Barbieri: Asia «fudio, 


Funi, Salietti e pochissimi altri figurano tuttora come 
il nucleo centrale della pittura dell'arte lombarda, 
anche se le opere esposte non sono sempre le più rap- 
presentative, anche se l'attività di qualcuno è voluta- 
mente ricordata da un solo quadro e non dei più reenti. 

Carrà fa atto di presenza col quadro del Have, 
che non aggiunge nulla a quanto si ammira della sua 
arte duttile ed esperta. Anche la Crocifiazione del 
Funi non porta in sostanza un contributo nuovo alla 
solida fama dell'autore. Alberto Salietti sfoggia nel suo 


quadro di figura più che nel paesaggio è nella natura 
morta, vigoria di rillessie vivacità d'armonie cromatiche. 
I paesaggi di Tosi sono sempre alla quota più alta 
per la schietta naturalezza della sua pittura, ricca 
di tutti i toni più vari ma sempre contenuti con so0- 
vrana maestria in uno spontaneo equilibrio. 
L'affermazione di Esodo Pratelli in confronto delle 
mostre precedenti è più decisa. Fra il suo quadro 
L'attesa, abilmente disegnato, composto con sicurezza, 
dipinto con raffinata morbiderra è i due paesaggi, vi- 


sa 


gorosamente sentiti ed espressi, 
Pratelli mostra, qui, una sensi- 
bilità pronta e profonda, una 
padronanza tecnica, una varietà 
di mezzi, di cui precedentemente 
forse non ci aveva dato una mi- 
sura così evidente, 

Fra coloro, che hanno un no- 
me ormai ben noto, s'affermano 
ancora De Grada e Cesare Monti 
con paesaggi di temperamento di. 
verso ma di equivalente interesse, 
Giuseppe Montanari, che espone 
il quadro vincitore del Premio 
Carnegie a Pittsburg, è tra le 
figure salienti della Mostra. 

Bergamo ci rivela Contardo 
Barbieri, premiato per un quadro 
rappresentante due fanciulle, ma 
forse più maturo ed elevato in 
un paesaggio alpino, costruito con 
ammirevole rilievo è con reli- 
gioso amore per la bellezza della 
montagna, Canegrati è accanto 
ai migliori con un fresco pae- 
saggio di Val Vigezzo, che seduce 
per la, trasparenza dell'atmosfera 
e la delicatezza dei toni. 

Umberto Lilloni, ricco di ta- 
lento, espone opere di contra- 
stante tecnica, preludendo a fu- 
ture realizzazioni immancabili. 
Mantova ci manda Arturo Ca- 
viechini, che conta senza dubbio 
fra le più sicure promesse. 

Un successo meritato coglie 








Guido Paolo Pajetta: 
Contadini, 


G. Cesare Vinzio: 
dlalunna. 


Giuseppe Montanari: ' 
I pescatori. 


Alberto Salietti: 


L'icciara. 





Guido Pajetta per le sue squisite 
qualità di colorista, Graziani, U- 
sellini, Del Bon, Morelli, Carlo 
Frada, Arata, Breveglieri, Mo- 
reli, Usellini meriterebbero tutti 
un cenno particolare e attento. 

Carpanetti espone una tela, 
sempre di grandi dimensioni, che 
certamente non riuscirà convin- 
cente per l'esagerata retorica € 
l'ampollosità pretenziosa dell'e- 
secuzione. E' innegabile però che 
il quadro, benchè non rifletta una 
genuina maniera dell'autore, se- 
gna nella fattura un passo note- 
vole sulle precedenti composizioni. 

La schiera dei giovani nuovi 
alle mostre del Sindacato rac- 
chiude energie promettenti per 
ardore di studio e vivacità di 
temperamento. Oscar Sorgato è 
certamente fra i più completi; 
Nino Strada vale più di quanto 
appaia dal suo quadro Ufficiale 
degli Alpini, come lascia capire 
l'altra sua tela dei tipici puledri. 
Gennari, Ocechetti, Soldi si fa- 
ranno valere presto. 

Diverso da questi, in pienò 
travaglio artistico & Leonardo 
Borgese, il quale rivela attra- 
verso l'agitata ricerca di effetti 
una sensibilità quasi morbosa del 
colore, che darà risultati più so» 
lidi quando l'esperienza e l'osser- 
vazione gli avranno tracciato una 
strada sicura ed una meta precisa. 





«= ——@r 


Paolo Graziani: 


Si deve nominare anche Ernesto Pisani, il quale in 
due tele di ispirazione forse non troppo originale, di- 
mostra una morbida eleganza di disegno e di colore. 

La Mostra della scultura, rappresentata da un 
numero limitato di lavori, ma in compenso d'un valore 
medio molto elevato, rivela nei suoi artisti vigore, se- 
rietà e sincerità. Carlo Pizzi, Aldo Bergonzi, Angelo 
Bertolazzi, Carlo Bonomi sona all'avanguardia della 
valorosa schiera, che ha saputo offrire in questa ras- 





Fanciulla in verde, 


segna un panorama confortante della scultura lom- 
barda d'oggi. Come pietoso omaggio è stata raccolta 
in una saletta la mostra retrospettiva dello scultore 
mantovano Lorenzetti, morto a ventitre anni, quando 
la Biennale di Venezia gli aveva già dato fama. 

Il ritratto d'uomo di Carlo Pizzi ® opera di un 
temperamento autentico di scultore. Su piani diversi 
stanno .Malernità del Bergonzoni, modellata con au- 
stera semplicità, e la statua del Centometrista, com- 


Al 





Cesare Breveglieri: Maamina. 


piuta dal Bertolazzi con sorprendente abilità, che sono 
fra le opere di scultura più osservate della Mostra. 

Al secondo piano del Palazzo della Permanente è 
riunità una mostra di bianco è nero, alla quale han: 
no collaborato anche artisti di altre regioni italiane. 
Sironi, Tosi, Semeghini, Carrà, Bartolini, Salietti, 
Vitali, Sinopico, Morelli, Guidi, Marini ed altri, 
degni tutti d'ogni considerazione, espongono dise- 
gni e acqueforti, che si guardano con wero gusto, 


vivo interesse e sentito orgoglio per i nostri artisti, 

L'ampia rassegna d'arte del Sindacato è comple. 
tata da due piccole ma accurate mostre, di architet- 
tura l'una e di scenografia l'altra, delle quali si trae 
motivo di schietta soddisfazione per lo spirito di mo- 
dernità e d'intraprendenza che ne emana. 

Non sarà inopportuno completare questo riassunto 
elencando i premi assegnati in occasione della Mostra: 

Premi Principe Umberto: per la pittura, alle opere 


«i 





Carlo Pisi: Aifratto, 


Nello stuce di GC. Barbieri e Paratori di G. Monta. 
nari; per la scultura, al Rifralto Some di Carlo Pizzi, 

Medaglie d'Oro del Ministero dell'Eduzione Na- 
zionale: per la pittura, alle opere Fonciulia in cende 
di Paolo Graziani è Moane ai arare di Qacar Sorgato; 
per la scultura, alla Giocare sod di Carlo Bonomi; 
per il bianco e nero, a Pio Semeghini. 

Premi del Comune di Milano: per la pittura, alle 
opere Cime di Fopp di Contardo Barbieri; Pescalori 


di G. Montanari; da Fal Figezzo di A. Canegrati; 
per la scultura, al Ceanfomelrinta di Angelo Bertolazzi. 

Premi della fondazione Guido Ricci: ai dipinti 
Strada ed ulivi di Raffaele De Grada e di Core dì 
Gianfilippo Usellini. 

Premio della fondazione Luigi Cassani al quadro 
li Mendicanie di Alberto Vitali. 

Premio Vincenzo Stanga per l'incisione, diviso a 
metà fra Alberto Salietti e Alberto Vitali. P. 


Scalone del Palazzo del Comune a Verona. 


(Falognafîa dal De Pant Walff) 





Albnzato alla “Ripley, Hi fai die Pepala dalla” a. Mar RE. Ri 


43 





Pompei - La “cia delle Tombe" con il monumento sepolcrale di Ario Diomede. 


LE FIRME DEI “VISITATORI” DI POMPEI 


siero 


Alessandro Dumas, in quel suo ormai introvabile voluzia 
intitolato Le corrioale, ove ni tratteggiano a vivissimi colori molti. 
aspetti della storia dei Barboni di Napoli e si descrivono assai 
bene i caratteri della vita cittadina nella capitale del Regno 
delle Due Sicilie, racconta di un inglese che per viaitare etiope! 
acelie come guida un lacsarane. 

Ertanò strani tempi, allarà, (nl l'epoca cui | illuatre roman* 
ziere accenna non era più nemmeno la sasa. Regnava in Na 
poli, Ferdinando 1, il famoso re Narone, è la custodia degli 
scavi, che da una cinquantina di anni soltanto si andavano 
svolgendo in Pompei, era affidata alle cure dei cosidetti ina: 
iii, o grandi mutilati delle ultime guerre. 

Mon era permenio di accedere alle “maine” se non trasci- 
nariloai al fianco di uno qualunque gli essî, ed ecco perchè 
quel lasssrane, che l'Inglese awevà ictlia per compagno, ne 
foco asvoldare dal rua cliente, valta per rolta, tre, uno cieca, 
uno soppo ed uno sordo, 

Mercè tale siraiagemma, il buon figlio di Albione port 
compiere le tre cose che più dell’alire erano proibite in quei 
tempi: parlar male del re, copiare gli affreschi e rubare una 
statua. L'altra cosa — quella di apporre la sua firma sui muri 
è ddeteriorare così una parete — pot concoderii completamente 
il luaio di farla, perchè A quei tempi non sembra foi proi 
bita, Fu per noi posteri un bene? Fu un male? 

Inutile dire che guai al giorno d'oggi a chi valciae imitare 
le gesta di quel palantuoma. La Soprintendenza dei Monumenti 
ha stabilito un premio per i custodi che sorprendono un indi: 
riduo o un forestiero nell'atto di imbrattare con una scritta 
qualunque le pareti affrescate o non affrescate. Ne consegue 
che ai può giurare di non vedere altri “’grafliti’ su di esse, al- 
l'infiaori di quelli che vi tracciarono gli antichi abitanti: sgor- 
biatiare ingise a punia secca deniro e fuori le case, date, ri- 
cardi, «era celebri, poemetti, parole di amore, imprecazioni 
Qscene, epigrammi, ingiarie, 

Una così ardua e severa vigilanza, è, ai può dire, di ultimo 
modello, Negli anni decorsi, malgrado vi fossero leggi e dispo» 
sizioni al riguardo, essa non veniva esercitata con troppo zelo, 
si che più valte i nipoti dell'inglese di cui parla Dumas. a i 
diadi compagni di altra lingua è di altre terre poterono lasciare, 
vuoi a matita, vuoi a punta dura, una traccia del loro pas- 


cr figo per quei lwaghi faiti sacri dal tempo, dalla gloria, dal 


“dlalore, dall'arte e dalla scienza. 

Sulla scorta della storiella che racconta Dumas, io mi pro» 
posi.di ricercare le finne sii cinitatori di Pompei. © Chissà — 
dissi tra me — se tra le tante di ignoti non mi venga fatto 


ii trovarne qualcuna che richiami alla mente qualche illustre 


personaggio e il suo breve o lungo soggiorno nella Napoli bor 
bopica ?". Certo, a primo parere, "l'illuitre perionaggio” non 
“asrebbe dovuto danneggiare una parete antica, anche se quel 
danneggiamento foiie itato a lui consentito di fare; ma se ni 
pensi che Pompei non era considerata altro che un'enorme cava 
ave pater pescare tesori, e i ruderi delle sue belle dimore 
nient'altro che oggetto di vana curiosità, l'atto che ai noatri 
giorni deve ritenerai assolutamente vandalico poteva facilmente 
esser compiuto e trovare qualche giustificazione. 

La ricerca era taltt'altro che facile. Si traitara di aivodare 
quali caiù eranò itato scavate per prime, e questo in verità 
non era un problema difbeile a risolvere. Purtroppo però di 
quello case ben poco rimane in piedi, sia perche, al tempo dei 
primi scavi, esse furono tutte interrate, dopo che vennero fru- 
gate in ogni canto, sia perchè dalle loro pareti vennero aiporiati 
gli intonachi ‘a fresco” per farne dono a geale di riguar è 
adornarne le sale del Musco. 

L'ingresso agli scavi, al tempo dei Borkoal, serà iliuato 
all'estremità della via della Tombe. Si entrava alla città morta. 
passando attraverso il suo cimitero, Era, ed è ancora oggi. 
quella l'angolo più suggestivo di Pompei. E' là che si trova 
la magnifica villa di Ario Hiowsdr, vaito cimitero a sua volta, 
perchè dal suo ampia criptoportica vennero riportati alla luce 
ben venti scheletri. Era là quella che fu detta fa eilla di CH 
cerene, grandioso edifizio fatto iaterrare dai primi scavatori, 
E là, infine, che si ritroramo tutti quei monumenti sepolcrali 
che rividero per primi la luce, quasi ché Pompei risorgente 
avesse voluto presentarai al volia attonito dell'amanità con la 
figura dolente mà tramquilla dli una matto sorona, e mon già 
con quella travagliata dal dolore. 

La Via gelle Tombe non è aliro che un magnifico peristilio, 
per ove i Resmani, questi eterni passeggiatori dell'antichità, 
potevano accedere alla porta di Ercolano, 1 sepolcri che la 
fiancheggiano si sono conservati intatti come al giorno in cui 


dd 


uscirono di mano dell'artista: soltanto il tempo ha deposto su 
loro quella magnifica tinta cinerina, quella vernice dei secoli, 
che rappresenta la suprema bellezza di ogni architettura. 

Sono rari i visitatori che oggi vaano ad caplorare l'interno 
ili quelle tombe. La maggior parte di sisi ai accontenta di 
guardare l'èaternoò del manumenia. Eppure tl = sulle pareti 
nascoste dei colombari — che si trovano a migliaia le firme 
© le scritto dei turisti di un secolo fa, come è sulle pareti del 
bagno di [homede o iu quelle della cara di Sallustio che ni 
vede incisa, con un temperino cd un chioda, l'invocazione è 
il saluto augurale dei vandalici esploratori. 

E' facile comprendere perché il visitatore che oggi attra: 
sera Pompei non ai indugi a osservare minuziosamente quei 
teatii di rovine. Esso arriva in quei luoghi sianco dall'aver 
percorso iulla una città e geita uno aguardo distratto al ci- 
mitetò dli cina. Non così una alta, quando quel cimilertò Pap 
presentava l'unica parte degli scavi e la silla di LHiomede era 
la sola restituita alla luco, 

Gli scavi sistematici della città morta furono incominciati, 
com'è noto, mel 1744. per ordine di Carlo Ill di Horbone. 
Quasto tempo intercorse da quel primissimo giorno fino a 
quella ia cui "un wisitatore” mise piede in Pompei? 

Per quante ricerche abbia fatto, la più antica firma che 
bò rinvenuta inca ille pareti rimonta al ipfio: trentadue 
anni dapo che il piccone ebbe dato il sua prima scalpo nel 
lapillo e nella cenere! Enia ni ritrova nella quarta stanza a 
sinistra della villa di Diomede e fa tracciata da un certa 
Henri Wikio. E quasi dleggibile, ma porta ben chiara la 
data: 1700! 

Cail semplice e concisa, quella acrilia rievoca tulto un 
pamato e di a Pompei un'aria più profondamente malitericaa 
di quella donde la vernice dei venti secoli non l'abbia cir 
condata! 1780; in Francia non era itoppiala ancora la river 
lozione, e Luigi XVI regnava incontiaperole dello minacce che 
si addensavano sul suo povero capo. In Napoli, suo cagnatà, 
Ferdinando IV regnava già da ventun'anni, anch'esso ignara 
dei pericoli che erano per colpire il suo regna, 

Quell'Aenei (Funsarm che si era recato a visitare i primi 
acari di Pompei, da qual pacie vi era giunto? Aitraverio quali 
dlinagi? (Con quali complicati e costoai mezzi di traiporto? 
izBo: era un'apoctà quella in cui affluivano in Napoli stranieri 
in gran copia © tra cs moltissimi inglesi e tedeschi. Venne 
poi la volta dei francesi, ma per trovare qualche traccia del 
loro passaggio bisogna che si svolga tutto il terribile periodo 





che va dalla Rivoluzione al tempo di Giuseppe Bonaparte è 
di Gioacchino Murat. In quell'opoza, infatti, non doveva ea- 
sere molta la gente che viaggiava o meno ancora quella che 
ai concedeva il lusso di andare a visitare gli scavi di Pompei, 
proceduti, del resto, molto a rilento. i 

La dominazione lnanecse fu quella che fece giungere in 
Napoli a migliaia i sudditi di Napoleone, ed ecco che le loro 
firme, sulle pareti di Pompei, ne fanno teitimanianza. 

Sempre sui "freschi" delle stanze della villa di Diomede 
troviamo in bella scrittura tracciato il nome di Jbfentin = afud. 
E un nome che ci fa riflettere. Chi era costui? Un qualunque 
insignificante personaggio 0 non piuttosto quel Filippo Merlia, 
conte di Doni, giureconsulio ed uomo di Stato francese che, 
nato ad Arleux nel 1954, mori a Parigi nel 1838, dopo esservi 
icgnalato alla Costituente come fautore delle più grandi riforme 
giuridiche del momento? Membro della Convenzione, quel: 
l'oma fu tra | primi a votare la morte del re. Membro degli 
Anziani, ministro di Giustizia, fu poi tra i Fedeli di Napoleone 
che lo copri di onori. Si sa che Giuseppe Bonaparte lo ebbe 
per qualche tempo alla sua carte, e perché quindi non supe 
perre che, duranie quel periodo, egli si sia recato a Pompei 
e wi abbia lasciato un segno di sua presenza? 

Prove? Nessuna. Mia noa è questa la sola che manchi, 
Sopra ogni fema bisogna lavorare di pura fantasia, D'altra 
parie sarchbe assurdo pretendere che agni imbrattatore di muri 
aveise scerillo una nota autobi PI 

Mel 181r, un signor di Saim-ta! lascia la nua fitima sulla 
seconda parete di sinistra della stessa wianza; e, dopo di lui, 
nel “giugno 1817", un certo dasosb AMI de Ferraniie fa l'istessa 
cosa. Ritornano poi ad affacciarsi gli inglesi; e. cosa strana, 
iroriame notato il nome di un 1 Cia nel aHai al fianco di 
quelli di qualche americano: €. Fond, A. Gamer, IF. Eaton, 
Fankor, Amerota Willard, con la dia del 4 setiembre ibobi 
Più +andalici degli altra ‘questi ameritàni, i quali dovevano 
farie viaggiare in comitiva, inciserò profandamente la parete 
par una lungherza di circa merzo metro, ma per Fortuna add 
ne guastarono le sone affrescate. 

E° del 1Soi la fiemna di un certo Camillo OMivenio, del nina 
quella di PF. Palasli, del iBao quella di Caliar dle Cia paia, 
chel iftafi quella di un tal Fomarià, del 14 aprile Bi quella 
di un corto Pusetti è del 18% quella di Dallas, Più slire ai 
notano le firme di dl WPawtear= sto, di IP. Shracim- afad, 
di Foomco Grsini- fas, e in un piccolo cubicolo, quasi na 
scoste agli sguardi, quelle di un tal M&igaeafe= rfag, di un 


fi peristilio Sella villa di Arrio Diomede, 


Una parete del bagno dello villa di Diomede, colle firme Adi un secolo fa'. 











Graffiti lungo le pareti della villa di Diomede. 


signor Regio sfas c di un Bermardino Picelli - 1194. Come si 
vede, gli lialiani bveranoi maggior pudare degli itranieri Cal 
celavano agli scchi altrui le loro malefatte, Infatti, in un cu 
bicalo precedente al primo si trova la firma di un altro ita» 
liano: Pacealli- 8î 5 ma bisogna passare in una grande stanza 
ed caservare una larga parete per rivedere gli stranieri: 
dflier Branell- fig, S. (ieonge- 18048, Flaon Salle, Giraaier, 
I, Kacamacia, senza data, ma del tipo delle precedenti. Un 
(renceari firma nel npfig, al fianco di (riacoma Fabro e Me 
rianma fera che incidono fortemente i lora nomi quaii per 
eternarli mella porterità, 

Più elire troviamo 2 Costa - go marne afro, Chi era contui? 
Perchè quel cognome italiano vien fatto seguire dall'indita: 
zione del mese in lingua d'olir’Alpe? Si tratta di una moda 
del tempo e di un senso di bassa cortigianeria; 0 mom piut: 
tasto di un segno lasciato da un sero e proprio saturalizzato 
francese, e forse da quel Costa celeberrimo ostricultore che 
VERVE & Napeli per istudliare la cialtura dei molluschi nel lago 
del Fusaro, cd al cui studio la Francia va aggi debitrsce deli 
l'enorme sviluppo di quel suo fiarentiniimo commercio? 

Una seritia, senza nominativi di sarta, tracciata a punta 
dura sulla parete destra del bagno di Dhomede, iotta quella 
di un femtarde-Nipillane-Calabnnico = 1791, ci lancia lungamente 
riflettore; Aaoo SVIIP Come si vede, l'anonimo visitatàre non 
poteva essere che francese! Ma di che terra era invece quel 
Lombarda Tiglllare Calabra tro, 0 per dir meglio quel lombardo 
siciliano-calabrese, che mi dà Varia di essere un anelante alla 
libertà dell'Italia, un precursore dei moti del “9g a più ancora 
di quelli del “317 

E le firme si succedono alle fimme. Ora è la velta di quelle 
scritte a matita sulle pareti bianche. Sembra incredibile come 


Case si siano polule conservare © rimanere cos perbeltamente 
leggibili. Dave non lo sono più, ciò è dipeso dai restauri che 
nel tempo ionò stati apportati alle pareti, e dalle spennellate 
gli bianco che gli operai vi hanno sopra passato. 

E a matita che AM. e Alle de dalaelile Gemmano il a maggio 
del ipgi. Questi due francesi che hanno un nome così aristo- 
cratico da far pensare a Luigi Filippo e alla sua corte, nel- 
l'anno fatidico se ne siavano lomiani dalla patria, incuranti 
della tragedia che si svolgeva in quella: è, Forse, presaghi del 
destino si erano qui portati ad arte? Quale fu la loro sorte? 
Non si tratta certo del principe di Jalneille, îl quale a quella 
data nom era antora nato, Pure, quell'altezza reale viettò Na- 
poli. nel giagno del 1831, dopo un lungo viaggio compiuto per 
mare, a bordo dell'Anfemizia. Qualche giorno dopo il suo ar 
riva mella “Dominante!” del Regno della Due Sicilie, e preci: 
samente il ai giugno del 1É3i, verso le cinque e messa del 
pomeriggio, l'illustre ospite si recb a Pompei per vedere gli 
scavi, Si parti l'aaguata compagnia le‘era il Re di Mapoli, 
Ferdinando Il, e i fratelli Principe di Capua e Conte di Lecce 
coi cavalieri del seguito) dal Real Casinò di Quisisana, ed 
saltò nella cattà moria par la Via dei Sepaleri, acéella, rice 
cala e arerita pai sempre dal soprintendente degli scavi, mare 
chese Arditi, 

“Le Reali Poriont carervarono con vivo interessamento 
iutio ciù che meritava attenzione, dall'indicata Strada fino a 
quella della Fortuna, ave si esegui uno scavamento che offerae 
aggeti copiosi e varii. specialmente in bronzo. Fra i tanti di 
quest'ultimo genere si notava un bellissimo lettiaternia con i 
piedi di avorio ed un pregerolissimo candelabro." 

Che il principe abbia letto quella acriita *... a che a nua 
volta vi abbia apposito una fimmaf... Miatera! 


47 





Filla di Miomede: la firma del Conte di Cavows. 


Ma ecco, più importante delle altre scritte, una firma spicca: 
Chlopicki, Sa essa può dirsi che non esistano dubbi. Il tipo di 
grafia è caratteristico. Si tratta della firma apposta dal gene- 
rale polacco Chicpicki, al tempo di una sua breve risita in 
Napoli che fu precedente sola di qualche anno alla sua no 
eniina a dittatore della Polonia sollevata, 

Qiarito Chlapiehi fu altre che un valoroso (durante la 
guerra rimaie gravemente ferito) anche un diplomatico di primo 
ordine. Seppe rinunziare all'altiszsima sua carica fin dal gen 
naio 1831, quando non era ancora possibile prevedere quel 
che il colera e le armi dei ruiai avrebbero fatto delle armate 
polacche. Scrisse una lettera piena di amor proprio e di dignità 
alla Deputazione della Dista, nella quale dichiarava di non 
mentirsi in animo di prendere sopra se la responsabilità di vnà 
guerra con uno Stato tanto possente, il quale mon avrebbe. 
it vincitore, risparmiata la nua nazione, 

Come è noto la sua vate non fu ascoltata, il generale ri- 
nuncib alla dittatura e la guerra n coachiuse con la distru- 
zione di Varsavia e la soggezione della Polonia. 

Pagine gloriose e dolorose della storia di oltr'alpe richiamano 
quindi alla mente dell'osservatore quei pochi segni incisi nel muro. 

Ma non basia. Pompei. oltre a lasciarci le traccie più 
tridenti e palpitanti della vita greco-romana ha lasciato anche 
ber la grande istoria moderna d'Italia un segno ed un nome 
cli gigantesca importanza: Camillo Benso coste di Cireane, 

Che il grande atatiata fosse venuto a Napoli trà coià dijial 
contratata. lo credo di ciiere il primo a dart una traccia orie 
dente del ava passaggio per quella cità. Quando pai èsù 
dlowelte avvenire è discutibile. 

Certo la grafia, a parte le alterazioni prodotte dalla ma- 
torcia nella quale la scritta è ntata tracciata, è del tipo in uso 


circa un secolo fa, ed un'attenta osservazione di essa ci! fa 
risalire col pensiero al 1Bia, anno in cui il conte di Cavour, 
gia tenente del genio, lasciò il servizio militare per recarsi in 
Francia e in Inghilterra a compiere un suo viaggio e un suo 
studio che dirò circa dieci anni, E' probabile quindi che egli 
si ma imbarcato a Napoli, e che nell'attvaa della partenza 
abbia voluto compiere una riaita sn fouristà alla Pompei che 
ritornava alla luce, La sua firma così come può vederii nella 
fotografie. porta per esteso il nome: Come de Carsar - Piomone 
fair. Essa si trova nel primo cubicolo a destra di chi entra 
nella villa di Diomede, ed è incisa a punta dura sull'affre 
sco giallo. 

FA ora basta. La firma di Dumas che pare deve esserci, 
giacche qualciano mi ha detto di averla +eiluta. non mi è riu- 
cità di poterla tirevare. In una con questa scritta, sembra vi 
fosse anche un Fina Garibaldi tracciato di pegno dal grande 
romanziere. Certo di frasi clogiative, maltiaiime rimangono, 
specie lungo le pareti dell'Anfiteatro, e qualcuna nell'interno 
delle tombe, ma won tutte di così difficile lettura è di impow: 
sibile riproduzione da impedirmi di darne un saggio ai letttori 

Qualche francese scrisse vit di ricolatise su un pilastro 
attiguo ad un sepolcro, ma la scrittura è ormai completa- 
mente svanita. Più fortunata fu la dicitura cis Chinese A la 
quale poteva osservarsi fino a qualche mese fa sulla parete 
centrale del cubicolo della Villa di Diomede, ma anch'essa 
È ormai coil abiaalitàa che ai ateata a ritrovarla. 

Cosi col volger del tempo, cedono anche le tracce che i 
visitatori illustri od ignoti hannò lasciato sullo venerando 
rovine di Pompei è le mura domestiche della città milloma= 
rià ritornano a chrodersi nel loro profondo mistero e nel 
loro tragico silemato secolare, 


CARLO AGUILAR 


IL PALAZZO DEL CAPITANO DEL POPOLO 
A REGGIO EMILIA RESTAURATO 


L'estate scorsa il proprietario dell' “Albergo Po- 
sta", ing. Eugenio Terrachini, appassionato cultore 
d'arte medievale, mentre faceva scarpellare la face 
ciata del vecchio edificio, dovendo iniziare i lavori di 
restauro per concorrere all'occupazione di tanti ope- 
rai bisognosi, s'accorse di certi mattoni colorati in 
rosso, in blu, in giallo, che afforavano da agni parte. 
Allora l'ing. Terrachini intensificò : sondaggi, scopren- 
do le vestigia della primitiva architettura, così nu 
merose e in condizioni di conservazione tali da assi. 
curare un restauro fedele è perfetto. 

Con la prontezza e la genialità che l'han reso bene- 
merito in provincia, l'ing. Terrachini mutò progetto e 
si accinse con entusiasmo al ripristino del Palazzo del 
Capitano del Popolo. In sei mesi il centro di Reggio 
ha mutato aspetto. Dove prima sorgeva la scalcinata 
casa dell'“Albergo Posta", ora s'ammira la sagoma 
snella e bellissima dello storico Palazzo, con la sua 
agile merlatura ghibellina, con la sua policroma fac- 
ciata, volta alla via Emilia, nella direzione di Parma. 

Prima di dare alcuni cenni sull'opera, è doveroso 
rilevare che l'ing. Eugenio Terrachini s'é reso dop 
piamente benemerito, portando a termine i lavori in- 
teramente a sue spese: verso il Regime, che propu- 
gna queste lodevoli iniziative, ma che troppo spesso 
deve poi concorrere nelle spese: è verso la sua città, 
che ha grandemente abbellito, non solo con quest'o- 
pera illustre, ma anche con molti altri palazzi di re- 
cente restaurati. Le due facciate gemelle, di atile clas- 
sico, o per lo meno classicheggiante, (dovute all'ar- 
chitetto Tirelli), in cui s'incastona la gemma del Pa- 
lazzo del Capitano, furono appunto costruite dallo 
stesso proprietario, senza riguardo ai mezzi occor- 
renti, pur che l'opera riuscisse compiuta. 

La Soprintendenza dell'arte medievale diede le 
norme da seguire nel restauro, e l'ing. Paolo Terra 


chini, figlio del proprietario, esegui mirabilmente | 
lavori, che ormai volgono al loro termine. 

I turisti che transitano per la grande via conso- 
lare, sostano ammirati dinanzi alla stupenda costru- 
zione dugentesca, anello prezioso, che salda la bella 
catena degli edifici medievali emiliani, da Piacenza, a 
Parma, indi a Modena, a Bologna, dov'é il capola- 
voro del genere, il Palazzo di Re Enzio, a Faenza 
dei Manfredi, fino a Rimini, che ostenta al sole di 
estate il suo splendido arengario. 

Con lo agretolamento dell'edificio, in origine iso- 
lato, si son scoperti i resti delle finestre, delle porte, 
del cornicione, del balcone, delle paraste, della ca- 
ratteristica decorazione cromatica. Sulla Via Emilia 
si trovò una finestra circolare, indice di un corona. 
mento a frontone triangolare, di cui ornava il centro. 
Due tipi di finestre si trovarono sotto l'intonaco: le 
monofore del primo piano, le bifore del secondo, tutte 
archivaltate. Le ghiere in cotto le incorniciano, elemento 
decorativo magnifico. Svelte colonnine a sezioni cir- 
colari è poligonale, sormontate da semplici capitelli in 
marmo veronese, partiscono le due luci delle bifore. 
Il piano terreno, a negozi, è separato da una pensilina 
in legno, che ha i coppi piatti, appositamente appre- 
stati, come usava al tempo del romanico. Il palazzo 
era certo munito di torre, ma di questa non si trovò 
traccia. Il balcone centrale, l'arengo, è sormontato da 
due leoni affrontati, sulle paraste. Secondo gli avanzi 
esistenti furono ripristinati gli infissi sporgenti în pie- 
tra, che nei giorni fasti erano destinati a sostenere 
arazzi e stendardi. 

La decorazione pittorica, di assai vivo colore in 
origine, mostra per i numerosi avanzi trovati, la sa- 
piente perizia nell'ottenere gli effetti cromatici con 
l'alternare i mattoni rossi, blu e gialli. Nel timpano 
di ciascuna bifora, figure allegoriche tolte dall'agri- 





li Palazzo come appariva prima dei restanri. 





n IRE GESTI E SSR 
ll Palazzo del Capitano del Popolo come si presenta oggi. 


coltura sono tornate in luce per merito del pittore 
Govi: così si vedono l'Aratura, la Mietituna, la Fof- 
ciatura, la Fendemmia, il Raccolte è la Libertà (il sole 
dalla cui bocca escono due finccole), Il Govi ha ri- 
pristinato anche gli stemmi ed aggiunta l'arma dei 
Terrachini, Sotto la corni- 
ce del marcapiano, in ap- 
posite nicchie, cominciando 
dalla via Emilia, vediamo 
tre aquile bianche in campo 
rosso, poi lo stemma Ter. 
rathini, col motto Me malo 
bonum, nella terza tre fa- 
sce rosse in campo bianco, 
e così via, 

Dal restauro dell'inter- 
no é balzato nella sua im- 
ponenza il salone del secon- 
do piano, Rifacimenti po- 
steriori avevano grande 
mente danneggiato il vano. 
Il finestrone tondo, le pittu- 
re di tre epoche, gli avanzi 
scoperti, permetteranno di 
portare la sala allo stato 
originario. Enormi stemmi 
sui muri: quello del Co. 
mune, quello del cinghiale, 


Un affresco del Secolo AF 





quello coi fiori rossi, ben conservati. Due pavoni che 
si abbeverano, nel timpano interno di una bifora, 
costituiscono esempi preziosi «ella nostra scarsa pit- 
tura romanica. 

Una lunga scritta gotica, per ora non decifrata, 
risale forse alla prima ele- 
zione del Capitano del Po- 
polo. Appartiene invece al 
XV secolo un'efhgie fram- 
mentaria di Madonna e 
Bambino, con aureola in ri- 
lievo; così pure una scena 
dell'Annunciazione e dei 
Padri della Chiesa. 

Nessuna traccia antica 
fu trascurata in questo pre- 
gevole ripristino, che co- 
stituiste un avvenimento 
artistico di rara importan= 
za. Della nostra arte e della 
nostra storia ha dunque be- 
ne meritato l'ing. Eugenio 
Terrachini, Il Regime l'ha 
premiato concedendogli di 
infggere in marmo all'an- 
golo del Palazzo il simbolo 
della civiltà littoria. 


ANDREA BONOMI 


rinvenuto durante | restauri. 


ANTONIO 


L'opera e la vita di questo musicista — ignorata 
l'una, negletta l'altra — non attendono certo col su- 
rbo motto di Keplero la rivendicazione di un lontano 
ettore e biografo. Non c'è da scoprire nello studio 
della prima la vena d’oro di un'arte riformatrice; non 
c'è da esaltare nel racconto della seconda il tormento 
di una lotta drammatica in un complesso di vicende 
straordinarie. Ma se i segni di nobiltà di coi sim» 
pronta quella stimolano ad accostarrisi con simpatia 
e con una curiosità che non può essere delusa, è anche 
da credere che questa non sia senza interesse. La 
storia dell'arte, come quella umana, del resto, è ri» 
saputo, non può limitarsi soltanto a tener conto dei 
fatti memorabili più grandi e decisivi, e degli uomini 
che li esprimono nella sintesi più alta e comprensiva. 
Spesso, se non addirittura sempre, gli uni e gli altri 
non sono che risultanze conclusive: la somma di malti 
sforzi collettivi ed individuali: traguardi di marce 
conquistati in faticose è combattute re d'emulazione. 
Chi può dire quanto il vinto, in tali gare, abbia gio- 
vato al vincitore? ©, per lo meno, chi negherebbe gli 
incentivi animatori, ideali e pratici, venuti da quegli 
a questi? 

Anche dall'altrui errore il genio non prende norma, 
sé proprio non si ammaestra] ii mondo realizzato degli 
artisti sommi non è già molte volte in potenza nelle 
opere dei minori? 

E, per questo, la vita di un artista, che si sforza 
di aggiungere una sua nota a quelle del poema eterno, 
non ha da essere ricca di intimo fervore e però degna 
di essere osservata, anche se esteriormente manche» 
vole di tratti significativi, di episodi sensazionali? À 
chi si € assegnato un compito di far luce intorno ad 
alcuni mostri musicisti rimasti in ombra nel quadro 
dell'attività artistica nazionale, per fatalità di eventi 
o per essere stali incapaci, essi stessi, a rompere la 
calca degli sfacciati accampati senza pietà e senza di- 
ritto nei primi posti, l'opera vasta e varia di Antonio 
Ricci Signorini si è imposta all'attenzione per quel fa- 
ticoso ascendere che ne caratterizza il moto formativo, 

L'attività creativa di questo compositore, la quale 
abbraccia un quarantennio — il Ricci Signorini è del "br 
e A dato fuori alle stampe giovanissimo — segna un 

rocesso evolutivo lento, continuo, faticoso, Non ar- 

itrario, però, secondo una volontà preconcetta è sfor- 
sata, ma in rispondenza alle sue naturali inclinazioni, 
in armonia co proprio temperamento, in concordanza 
spirituale col proprio tempo. 

Di ciò si una testimonianza a priori nel carat- 
tere delle sue creazioni, per la maggior parte, e le più 
importanti, sinfoniche e da camera. 

La musica sinfonica e da camera, veramente, fu 
ed è il fatto muovo della operosità musicale italiana. 
Se l'impulso del rinnovamento nostro, in via spirituale 
come dal lato tecnico ed estetico, ci venne dal vagne- 
rianesimo — è inutile nasconderlo e negarlo ché anche 
Verdi, il genio italiano moderno più irriducibilmente 
italiano, ne subi gli stimoli, « dall l'Otello al Faletafi, 
pur nulla perdendo del proprio carattere autoctono, 
tracciò altre vie alla propria arte — gli effetti del- 
l'impulso stesso si fecero sentire oltre i termini di- 
retti del suo raggio d'azione, cioé oltre l'ambito me- 
lodrammatico. 

La musica vagneriana, in quanto musica presa a 
sè, indipendentemente dalle finalità teatrali a cui fu 
asservita, parve risuscitare negli italiani, è risuscità 
infatti, tutti gli spiriti della loro genialità musicale. 
Dopo Verdi, e con tutto il vagnerianesimo dilagante 
che ne segui, nella pratica come nella teoria, dalle 
malle suggestive del suo mondo sonoro come dalle 


RICCI 


SIGNORINI 


corrodenti fiumane della verbosità polemica, il melo» 
dramma italiano sfuggi in modo assoluto alle influenze 
della riforma teutonica. Verista e piccolo borghese, 
tutto accensioni sensuali e teneri abbandoni lirici, il 
nostro dramma musicale non fu che una variante della 
vecchia opera lirica italiana. Se non stette nella tra- 
dizione del melodramma romantico dell'ottocento, e 
se più ancora si discostò da quello classico, non si 
può dire, ad ogni modo, che tralignasse da essi sino 
alla snaturazione, 0 che ne rinnegasse completamente 
l'intimo carattere. Sentimentale, con minime passioni 
e fatti è personaggi contingenti, cioè, appunto, come 
si dice oggi, piccolo borghese, non fu anche il dramma 
lirico dal sa ttecento? La più vera e maggiore, dunque, 
rinnovazione musicale nostra, determinatasi, È) meglio, 
iniziatasi sulla fine del secolo scorso, non può trovar 
riferimento, in sento lato, che nello spirito musicale 
inteso a sé stante, ma più particolarmente nelle nuove 
affermazioni della musica sinfonica è da camera. 

Naturalmente, gli inizi di essa son prove più che 
modeste ed incerte. Non potemmo allacciarci alle fila 
della nostra tradizione classica, reciso da più di un 
secolo. Come saltare a piè pari la distanza che ci 
separava da esse? Non fu possibile nemmeno seguire, 
in massa o alla spicciolata, il cammino di quei po- 
chissimi che fra noi s'ingegnavano di rimanere sulla 
falsariga del classicismo tedesco. Troppa ardua è vana 
fatica, ché portava sd una nobiltà espressiva di ma- 
niera ec ad un accademismo Ieconniaosnte «ed arido. 
Mella corrente della musica vagneriana chi poteva poi 
seriamente pensare di navigare? E navigandovi dove 
si poteva approdare, quando non si fosse naufragato? 

Mancavamo di una solida mano tecnica. Avevamo 
perduta l'abitudine di serutarci nell'intimo è di espri. 
merci, quindi, dalle profondità del nostro essere. Come 
rifarci il magistero è l'anima dei Palestrina, dei Mon- 
teverdi, dei Corelli, dei Frescobaldi? Dovemmo as- 
saggettarei ad un nuovo tirocinio artistico prendendo 
a modello opere è maestri dal breve ambito espres- 
sivo © formale. Grieg, specialmente, e le sue canzoni, 
i suoi fogli d'album, i suoi poemetti, le sue minuterie 
eleganti, facili, chiare di linca melodica, squisite di 
raffinatezza armonica fecero scuola e avviarono più 
di un musicista alla composizione. Il lirismo grighiano, 
dietro cui si proiettava l'ombra di Schumann, fu un 
po' il nostro primo verbo, Non godette fra noi, per 
qualche stagione, dei favori della moda? {Ma tra- 
montò presto e non accenna a ritornare, e l'oblio che 
ne copre il nome è più ingiustificato della celebrità 
che godette). 

ella sua orbita fu facilmente è presto attratto 
anche il Ricci Signorini. 

Uscito dalla scuola bolognese del Busi e del Mar- 
tucci, dopo aver pagato un ragguardevole tributo al 
tecnicismo scolastico e al romanticismo del proprio 
tempo, che identificava il misticismo chiesastico col 
sentimento panico della religiosità profana, scrivendo 
due Messe liturgiche con orchestra, si voltà poi e si 
votà decisamente alla musica istrumentale e vocale 
da concerto prendendo l'avvio, dunque, dagli incentivi 
dell'arte grighiana. 

Lo portò a questo una naturale disposizione api- 
rituale, ma vi fu indotto pure da ragioni di carattere 
ambientale e famigliare. Quel suo solitario paese di 
Romagna, dove abitualmente passava il tempo delle 
stagioni dente e fiorite, così dolcemente luminoso 
e verzicante a primavera, così avvampante e miste- 
rioso nei notturni estivi e così dovizioso d'uve e di 
frutti nell'autunno, d certo animato le sue prime ispi- 
razioni poetiche. (Balilla Pratella, che dalla vicina 





Antonio Ricci Signorini. 


Lugo si recò giovinetto alla villa del Signorini ad a 
prendervi i primi ammaestramenti musicali, ne su 
anch'egli la sottile suggestività e gli rifiori poi in gue 
canti folcloristici che sono la nota più caratteristica 
e più sicura dell'arte sua). 

Quel suo fratello poeta, quel Giacinto Ricci Si- 
morini, carducciano della scuola del Cardueci, che 
del I maestro echeggiò la nota epica e civile ed ebbe 
di suo un fine sorriso ironico con cui tentò di tem- 
prare l'animo triste e spesso sconsolato, non fu certo 
estraneo alla sua formazione spirituale e nel deter- 
minargli l'indirizzo artistico. 

Così la linea ascensionale dell'arte di Antonio 
Ricci Signorini segue l'andamento formativo della nuo: 
va musicalità italiana: va dalla piana stroficità delle 
liriche vocali e dai brevi bozzetti descrittivi per piano» 
forte alle grandi costruzioni del poema sinfonico de- 
scrittivo, alla solida castigatezza delle forme classiche. 
Comprende delle liriche amorose dalla sentimentalità 
comune, diciamo pure dell'epoca umbertina, dei Poe 
saggi impressionistici, dei Profili di donne, dei Quadrelli 
di genere un po' oleografici; A il poema sinfonico filo. 
sofico e romantico, come il Giuda di Kerio! d'ispira- 


zione boviana, o idilliaco e classicheggiante come il 
Dafni e Cise longhiano, 0 storico e romanzesco insieme 
come La Caccia di Ferucebio. Ha la cantata moderna, 
pocmatica — considerevoli, i Due stadhigali per voci 
e un Accompagnamento limitato ma inusitato di istru- 
menti —; una serie di Raprodie italiane per orchestra: 
delle Queeriure: sinfoniche. 

Il complesso di tanta operosità costituisce un 
"corpus" di musiche cospicuo, che non sarebbe trascu- 
rabile nemmeno per un artista specificamente fecondo. 
Pochi però l'Anno notato dimostrando di darvi un 


ro 
si dove rh attendere, si diceva, una rivendicazione 
Mn più o meno vicina, ma non dovrà nem- 
meno santini nell'oblio degli anni senza essere giu» 
stamente valutato e considerato. L'opera del Ricci 
S norini se non brilla tutta dell'originalità assoluta, 
e impronte di una creazione personale: quella 
datimiona espressiva e quella maestria tecnica — 
una nobile sostenuterza del pensiero melodico è una 
smaghanza di colorito orchestrale — che non si rag- 
giungono se non affinando ogni virtù personale sino 
al segno più aristocratico è caratteristico. 


ALCEO TONI 


si 


ERMETE 


Con la testa tremula e i pugni sulle ginocchia, i 
guanti nuovi nel pugno e un lieve luccichio umidiecio, 
forse freddo, a sommo della bella fronte altera, sotto 
1 riccioli lievi della parrucca bionda, un sopracciglio 
abbassato, l'altro sollevato come le due ali di un 
falco che s'inclinano per roteare, e le labbra strette, 
e le pupille sbarrate, Ermete Zacconi ascoltava. Ca- 
piva? Non so. Sentiva. Ascoltava: e soffriva. 

La sala era colma. Ed era forse lo stesso pub. 
blico che riempiva per lui la platea del teatro. Ma 
non era il teatro. Zacconi, che soleva gagliardamente 
dominare ogni sera quel pubblico, quel giorno era la 
preda del pubblico, era dominato dal suo fervore. 
Taceva; ascoltava. Altri parlava accanto a lui, e par- 
lava di lui. Sul palco sfilavano, furbonde ed eroiche, 
pittoresche è ineguagliabili, accese e tenebrose, tutte 
le creature dell'Arte sua meravigliosa. Ma cerano già 
fuori di lui, Erano ombre diverse degli atteggiamenti 
più diversi del suo corpo massiccio: ma, per creare 
quelle ombre, la luce, la solita luce amica, non ve- 
niva dalla ribalta. Veniva dall'alto, dal basso, di fian- 
co, da ogni parte, a creare come una girandola allu- 
cinante. Il fondale della scena era il tempo: ed an- 
che la gloria non era un applauso, era una luce che 
scaturiva dovunque. L'attore era diventato lo spet. 
tatore muto di uno spettacolo creato dalla sua forza, 
dal suo talento, dal suo istinto, dal suo fervore, ed 
al quale egli stranamente non partecipava. Ascoltava 
forse senza capire, guardava forse senza vedere; sen- 
tiva e tremava. Non aveva certo assistito mai, inerte, 
impotente, disfatto, qualche cosà di simile. 


Sul margine ultimo della lunga carriera questo è 
ancora il doloroso e faticoso premio che aspetta l'at. 
tore, che gli mozza il respiro con l'ultima emozione, 
che gli fa gocciolare la fronte per l'ultimo sforzo. E 
che gli impone ferocemente di abbandonare tutte le 
maschere e di vederle li vive, vive senza più la sua 
luce e la sua voce, vive come lembi di pelle viva 
strappati dal suo volta, vive per quel segno di vita 
che l'interprete ha saputo donar loro scrutando si- 
stematicamente se stesso. 

Eccolo là, l'ancor vegeto Zacconi, che ogni sera 
sa rinnovarsi sul palco e mostrare al pubblico atto- 
nito il miracolo della sua arte fresca, della sua mente 
lucida, della sun memoria prodigiosa, eccolo là inerte 
sulla poltrona mentre la sua gloria s'è per un attimo 
staccata dalla sua persona fisica e sbandiera per l'a- 
rin: non sà muoversi, non sa dire, non sa più nem» 
meno sorridere. Le sue mani e la sua testa tremo- 
lano, i suoi occhi chiari fissano il vuoto..... Quando 
vorrà alzarsi, qualcuno devrà aiutarlo. E un altro 
dovrà gridare al pubblico che, non si stanca di ap- 
plaudire: — Abbiate pietà di lui! 

Ci sembrerà di veder uscire, attraverso la ressa, 
barcollante, un uomo finito. Correremo a teatro po- 


ZACCONI 


che ore dopo per veder Zacconi — uno Zacconi di 
trent'anni — vispo, fresco, gagliardo, rinato, che ha 
ripreso il dominio di st stesso e del pubblico; e lia 
berare il cuore da quello strano senso d'angoscia che 
ci aveva ghermiti assistendo allo spettacolo della di- 
versa glorificazione di un attore fuori del clima e del 
lume e della scena. 


Nato per la scena, per la scena soltanto radiosa- 
mente visse, vive e vivrà Ermete Zacconi. 

Fu il primo a farci conoscere il primo Molnar: il 
Molnar del Diavolo. Allora Zaccom era moderno: 
anzi la sua modernità si profilò battagliera, quasi ri- 
voluzionaria. E nacquero per l'Italia gli Spettni. 

À teatro gli anni passano presto: ma non scom- 
paiono; tornano. Così passano le mode e le maniere. 
Il tempo inghiotte nel suo gorgo i fuscelli. A volte 
pare che il tonfo di un piccolo sasso buttato per gioco, 
o il soffio di una lievissima brezza, scompongano per 
sempre sullo specchio del tempo i riflessi immortali 
ed immutabili delle stelle o del sole. Ma la calma 
ricompone l'eternità dei riflessi che furono cari alla 
contemplazione dei nonni, che saranno cari alla prima 
estasi dei mpoti, che compongono l'armonia dei sensi 
umani con la rivelazione genuina dell'immensa luce e 
del suo poetico enigma. 

Così è tornato Zacconi, vilipeso come rivoluzionario 
prima, vilipeso come reazionario dopo, nella traspa- 
renza di una luce artistica che non muta che per ri- 
comporsi: semplice e complesso, enfatico e umano, 
artificioso e immediato, solenne è dimesso, probo è 
istrione: assurdo e genuino capolavoro vivente della 
divina finzione scenica, 


Ora il tramonto è sereno, è tutto d'oro sull'au- 
tunno rigoglioso e senza brine; ed Ermete Zacconi 
continua a lavorare infaticato, non soltanto per rac- 
cogliere le belle frutta mature, ma anche per préepa- 
rare la semente migliore alle venienti primavere. 

I giovani oggi sono intorno a lui con l'ansito del 
loro entusiasmo più commovente. L'arte, che, in un 
giorno lontano, quando Zacconi era giovane, nacque 
isolata, quasi rivoluzionaria, per difendere la bandiera 
di un piccolo gruppo, tracva l'origine dal fondo della 
nostra italica tradizione migliore: e non poteva mo- 
rire. Era fatta di luci lontane e di riflessi immuta» 
bili; di quelle luci e di quei riflessi, che ogni qual- 
rolta la calma si ristabilisce sulla superficie della 
finzione eterna, ritornano a galla. 

Questo vecchio verde e tenace, lucido e forte, sa 
rinnovarsi ancora sulla scena con furore impetuoso e 
con sorridente galanteria. Se qualche ruga affatica il 
suo volto, le sue vive maschere sono quelle di un 
tempo, senza ombre e senza polvere. E il pubblico 
accorre, 

Gli isolati si appartano comploitando la nuova ri- 


59 





Ermete 


forma, e pensano di essere i primi, di essere 1 soli: 
e guatano con disdegno questo fervor popolare che 
accompagna il vecchio maestro: e non sanno forse 
che il vecchio maestro nacque ribelle, ma non irrive- 
rente come loro, e si appartò senza mai pensare di 
essere il primo anche se per avventura nella mischia 
si ritrovò solo. 

Nella più pura tradizione del teatro un cerchio, 
che non si spezza, corona la verità essenziale: e i 
giovani inseguono i vecchi, e i vecchi sospingono i gio- 


#acconi. 


Fat. Badedi - Milano 


vani: e niente finisce, e niente comincia; e il trionfo 
veritiero dell'allegoria più effimera che si possa im- 
maginare crea in tal modo il miracolo insospettato 
dell'eternità. 

Quel miracolo del quale ebbe nozione con uno 
sbalordimento che lo prostrò, l'altro giorno, assiso 
spettatore di sé stesso, l'attore settantenne che non 
poteva mutare di volto, e che vedeva i volti eterni 
delle sue creature ridere e lacrimare nell'infinito, eter- 
namente vive anche senza l'ausilio di una vita mortale. 

GINO ROCCA 


54 


NOVITÀ NEI 
TEATRI DI PROSA 


Un vivissimo interesse nel 
pubblico è nella critica ha 
destato il nuovo lavoro di 
Gino Rocca, il mando senza 
gamberi, che è stato messo 
in scenà dalla Compagnia 
di Tatiana Pavlova. Per 
l'assoluta originalità della 
trovata, che assurge nei suoi 
sviluppi e nelle sue conse- 
guenze nd un vasto signifi- 
cato di ironia e di umori» 
smo, la commedia deve es- 
sere annoverata fra le più 
coraggiose espressioni di un 
teatro italinno moderno 
indipendente. Accolto da un 
bel successo sulle scene del- 
l'Argentina a Roma, il lavo» 
ro chbe a Milano un esito 
che dimostra anzitutto l'as- 
soluta impreparazione del 
pubblico a considerare ed 
apprezzare lavori d'arte che 
vogliono liberarsi dai vecchi 
convenzionalismi scenici, 


A destra, dall'alto: Merate 

Chalealte, Tatiana Poelova è 

l'Anrelmo nel deeso allo del 

“Monda seaza gamberi” di 
Gino Recca. 


La scena della guerra nel se- 
condo allo della sierra com- 
media, Da sinisiroa: MDuve, 
Crinchetti, Qlicteri, Peloeci. 








































racg a | 


Foisgrafia Arp. 


Franz Moalnar ci ha dato 
con Qualcuno un'altra deli» 
ziosa commedia di tono 
paradossale che conferma 
quale maestro di arguzia e 
quale asservatore acuto e 
geniale della vita egli sia. 


Paola Borboni, Giovanni Ci- 
mara e Ruggero Lupi nella 
commedia “Qualcuno” di 
Franz Molnar, rappresentata 
con grande successo «sulle 
scene dei noslri leale. 





Chiesa a Rbéme Notre Dame in Val d'Aosta 


{ Fatagrafia Slefane Breicarelli) 


ni nie ri dif È Bi Bi. dii. ni ii ini Rata 


54 


FIGURE NUOVE 
ED USI MODERNI 
NEL MONDO DEL 
CINEMA E DELLA 
DANZA 























Inge Borg, una connazionale 
di Greta Garbo, #0 falla nelare 
in (rermania per la grazia 
squisita delle «ne interpretazioni 
cinemalografiche e la delicata 
bellezza della vua persona. 


Sotto: L'arte è il folelore della 
Fiussta d'un tempo ritrova una 
interprele intelligente è affarci» 
nante sella danzalrice Nicolaba, 
che il cinematografo non man- 
chera d'attrarre per più ampi coli. 


Farcgrafia lullan Mandal 


Sotto: Ariisle e girle viaggiano in aeroplano censo una «spiaggia 
mondana della Florida, bell'e pronte nei loro costumi da bagno. 


MASCHERE DEL TEATRO GIAPPONESE 


Il teatro, in Giappone come in Grecia, come in 
Persia, come in India, ha origini religiose. Nasce come 
una danza celebrativa, come un omaggio in onore del 
Dia; poi, fenomeno comune a tutti i paesi, comincia 
lentamente ad evolvere per seguire un suo duplice 
scopo. Legare il popolo alla religione, soddisfacendo 
il suo innato desiderio allo spettacolo — ed ecco che la 
semplice, primitiva danza rituale si arricchisce, si 
complica, si fa corcogralica è splendente — è diffon- 
dere attraverso di essa, con l'esempio e con citazioni. 
i principi della religione è della morale. Ed ai passi 
ritmati, al rullio lieve dei tamburi, si aggiunge la pa- 
rola, la recitazione. 

Poi ancora continuando, col tempo, lo spettacolo 
ila sacro diviene profano. Questa l'origine e gli stadi, 
i passaggi comuni e quasi obbligati, attraverso cui 
dalla cerimonia religiosa si arriva al dramma. Così 
da per tutto, e così anche in Estremo Oriente. Però in 
Giappone, pure attraverso varie e successive differen- 
viazioni, si & rimasti più vicini al concetto primitivo, 
di danza, di spettacolo corcografico. Il teatro si è 
sviluppato in modo diverso, seguendo dei suoi principi 
particolari, diretto a delle sue mete speciali. 

Mai il personaggio principale nel campo del teatro 
è stato l'autore, sempre invece l'attore. L'attore che 
fin da bambino si sottopone ad un duro tirocinio, che 
fa un apprendissage lunghissimo, che deve essere nello 
stesso tempo mimo, danseur, acrobata, contorsionista 
e maestro di scherma. L'attore che si muove più di 
quanto non parli, ma che quando recita è d'una bra- 
vura tecnica, d'un realismo, d'una dinamica sccerio- 
nali; l'attore che non porta più la maschera come 
una volta ma che attraverso un trucco sapiente ed 
una disciplina severissima della mimica, fa del suo 
viso quasi una maschera che esprima sempre Un sen- 
timento al suo parossismo. 

Questo ancora oggi. Questo da centinaia di anni. 
Precisamente da tredici secoli, da quando durante il 
regno dell'imperatrice Suiko, la prima donna che sia 
salita sul trono del Mikado, un koreano, Mimashi, 
portò in Giappone un tipo di danza musicale, il Gigaku. 
Mimashi, il leggendario Tespi del Nippon, riusci ad 
ottenere l'aiuto del principe ereditario Shotuko Taihi, 
che, buddista convinto, pensò di servirsi del nuovo 
divertimento per diffondere la religione che gli era cara. 
Ed a questo scopo costruì i templi famosi di Shiten- 
noji ad Osaka e di Noryuji a Nara, dove tra le altre 
cerimonie si eseguivano appunto le danze Gigaku. E' 
così che il teatro fa il suo ingresso nel Paese del Sol 
Levante. 

Ma ben presto accanto a questo, troppo severo, 
troppo solenne, fiorisce un altro tipo di spettacolo 
importato pure, attraverso Cina e Corea, dall'India, 
il Bugaku. E dalla fusione di tutte e due queste 
forme nasce il primo tipo di dramma veramente giap- 
ponese: il Né, Il NO è ancora danza, ma già wi si 
nota un intreccio scenico. Semplice, lineare, breve, 
mai più di un atto, pochi personaggi, due o tre, scena 
volutamente sommaria ed imprecisa — come piace allo 


Maschera di giovine e nobile soldato 
(opera di Nawacbi lesbige, intorno al 1655). 


spettatore orientale — semplice canovaccio su cui la 
fantasia di ognuno può ricamare è piacere i ghirigori 
più strani © più personali, versi preziosi di una mu» 
sicalità raffinata, costumi principeschi: ecco il NA. 
E' però un fiore di serra, si rappresenta solo nelle 
grandi cerimonie, alla corte o nelle famiglie più no- 
bili, E' un divertimento da gran signori, E ce ne ac- 
corgiamo vedendo le maschere che indossano gli at- 
tori. Maschere meravigliose, scolpite e dipinte da 
artisti di gran nome, capolavori di arguzia e d'espres- 
sione. Le maschere del NO sono le più interessanti fra 
tutte le maschere teatrali giapponesi. Sin nel Gigaku 
si usavano maschere che, come nell'antica Grecia, 
coprivano tutta la testa ed erano scolpite realistica 
mente, rappresentavano cioè un individuo qualsiasi 
e non davano in sintesi un tipo della razza o di una 
classe sociale. Ma già nel Bugaku le maschere si ri- 
ducono, coprono solo la faccia e si notano dei pro. 
gressi sulla via di una rappresentazione sempre più 
simbolica della figura. 

Pur tuttavia sia nel Bugaku che nel Gigaku le 
maschere risentono ancora dei primitivi modelli in» 
diani è cinesi; è poi sono massiccie, imponenti, incu= 
tono troppo rispetto; vien quasi da pensare che non 
doveva essere un'impresa nt facile nè piacevole l'u- 
sarle. Nel NG invece esse guadagnano in scaltrezza, 
ed avendo ormai perso del tutto ogni particolare in= 
dividualistico, raggiungono una più alta potenza rap- 
presentativa. In definitiva si possono considerare 
come le prime, le vere maschere teatrali giapponesi. 

Paragonabili ni nostri Arlecchino e Pantalone, Bri- 
ghella, Pulcinella, Sganarello, ecc., non certamente per 
una somiglianza di caratteri, che non sarebbe logica 


































Maschera di Qlobite, Ai Dente dosbimilm (iaforno al ibit), 


dato il diverso svolgimento della vita sociale, religiosa e teatrale, ma 
dal punto «i vista di un nazionalismo del palcoscenico. 

Il Na sin dai tempi più antichi si ® suddiviso in rappresentazioni 
intorno agli Dei, ai guerrieri, alle signore, alle donne... leggere, «di ai 
mostri. È per ogni tipo di rappresentazione vi sono maschere speciali. 
Tra gli Dei le maschere più tipiche sono Tobide, Isurimanako, Tenjin, 
Ranjin, Mikazuki e Shintai. Tutte hanno la bocca rossa, è grandi occhi 
vuoti e dorati che esprimono dignità e calma maestosa. I mostri sono 
in genere spiriti umani che hanno assunto la forma di esseri diabolici o 
sì sono impersonificati in animali. Le maschere più tipiche di questo 
genere sono Shikami, Oni o il demonio, Shishiguki (il leone) Mohko 
(la tigre) Nul, Yakan {la volpe) Hamva, Ja, cce., ed esprimono tutte 
un sentimento spinto al parossismo. 

Lé maschere degli Dei e dei mostri sono le maschere più antiche 
— secondo quanto si legge nel Aaimen Pu {lista dei fabbricanti di 
maschere del Né} scritto nel 1797 da Kita Kono famosissimo attore — 
e non è che in un secondo tempo che si crearono le maschere delle 
signore e dei giovani soldati. Per le signore le maschere più rappre- 
sentative suono Koomata, Zeh, Waha-Onna, Magogiro, ecc., e per i gio: 
vani soldati Kantan-Otoko, Sumvoshi-Otoko e Juroku. Le maschere, 
specie nei tempi più antichi, erano create da scultori famosi ed erano 
delle vere e proprie opere d'arte. Più tardi, nel periodo Togukawa, il far 
maschere per il NG divenne una vera € propria professione riconosciuta 
ed autorizzata, ma la produzione decadde e non fece che ripetere mec. 
canicamente è pedestremente alcuni tra i modelli più facili è più comuni. 


Er) 


Ora le maschere più anti- 
che e più belle, di cui esistono 
per ogni tipo pochi esemplari, 
sbno conservate gelosa mente nei 
musei e nelle scuole. Così tren» 
tun maschere antichissime e che 
gi dice siano le originali usate 
dal leggendario Mimashi e che 
per secoli erano state custodite 
nel tempio Orvugi di Nara, for- 
mano uno dei tesori più rari del 
Museo Imperiale di Tokio. 
Quelle da noi riprodotte pro- 
vengono quasi tutte dalla colle. 
zione della scuola di Kongo che 
per quanto riguarda le ma- 
schere del Nò è forse la più 
bella e la più ricca di tutto il 


Giappone. 
DARI SABATELLO 


Dall'alto in basso; Afascbeni del 
mastro Hamya, di lubiwaka Tat- 
surmon, personificante fa gelosia £ 
l'indignazione f'interno al seta), - 


Maschera di Kojo, apera di Ka- 


qua Fiyomilon (intorno al izzo). 


LA PAGINA 
DELLE SIGNORE 


{ Durtgni A Bepi Fabiano) 


Ha o non ba voluto la signora Hoover fin prio dist 
del pars, come sagliano chiamare le mogli dei presidenti, agli 
Stati Umitil dare il segnale del boicotaggio alle seie giappo- 
nesi, quando ha indosato un vestito di cotone, alla Casa Bianca ? 

E' una questione che si dibatte ma non si risolre, così nel 
campo dei preziaii cenci femminili, come in quella ilella politica, 

Naturalmente, per noi, nòn è la politica cho conta, benché 
appaia molto verosimile che il gesto sia stato suggerito da 
qualcho comitato di quelle done actiario americane, cho Gini: 
scono per arrivare &i peggiori risultati, battendo e ribattendo 
sopra la iiriiò tasto con una tenacia veramente iprocata. 

Sono pure state le medesime signore e signorine di rigida 
fede puritana e di età indebnibile, ad imporre il proierionismo 
ad una mazione immensa, la quale non ne volava sapere, Infatti 
=" Qquiervo una madre chiaroveggente — quale vaniaggio gi è 
ottenuto levando dai caffè | mostri mariti per mandlaro agli 
«praleza:ie: non solamente loro, ma anche i mostri ragaz, com 
prese le figliale? — Nesiuna: parò le signore di cui inpra, hanno 
avuto la gioia trionfante di governare il paese... almeno in ap- 
parenza. Miento di più facilo che diano il banda alla seta, non 
tanto, forse, in odio al Giappone, quanto ai liragili indumenti 
intimi d'altro donne che hanno il torio di noa peoaare e, 
sapratuito, di non vivere, secondo gli stessi morigerati ideali. 

Biancheria di scia? Infernale seduzione dalla quale si debe 
bono salvare le donne che la overcitano è gli uomini che ci al 
perdono voleatieri. 

Può darsi che lo cose sian andnie così e che poi, sul gesto 
della signora Hoover. abbia gettato il velo del diniego la 
diplomazia che, peraino in America, sa talvelia di doser usnre 
qualche prudenza. 

Però ricordiamo che sia dall'anno scorsa si presagiva. da 
queste colonne. il ritorno del cotone peri nogiri veititi calivi, 
L'America ha usa tale sovrabbondanza di questo prodotto, che 
non sa più che farsene, quaii come il Brasile del calli, col 
quale tenta di far camminare le locomotive e pavimentare le 
sirade, Allo stesso modo i paesi meridionali sono afflitti dal- 
l'uva così sovrabbondante che i prezzi non possono raggiun: 
gero un livello basianie a compensare la spesa del raccolio. 

La seta, vera e falsa (perchè cera anche quella calamita) 
arca invaso lulia, scglituito bulte. Kessuno trovava il cotone 
abbastanza dignitoso e i depositi ne erano calmi è le pianta: 
gioni abbandonate. Era giusto che per la buona siagione si 
facesse ritorno a quel tessuto modcita o forte che al lava 
meglio e resiste di più, come l'inverno scorso tornò in favore 
la lama, che puro non potra vantare complicazioni politiche è 
lontane. La ruota gira: oggi va in alto quello che ieri stava 
in basso, Va in alto e nom ci rimane, A parte, però, lo studio 
bei varii moventi, sarà bene che l'America ricordi che la seta 
non ra a lei dal Giappone solamente. 

Informino i nosîri imporiatori italocamericani, | quali hanna 
saputo dimenticare di cssere concorrenti fra di loro, per for- 
mare un fronte unico contro i pericoli della crisi attuale e di 
altri molteplici guai. 


Seia, cotone, o lana. l'importante è di essere eleganti o alla 
moda. Ho domandato ad un'attrice nostra mollo bea +eatita 
quale sia il suo segreto, Me lo ha detia, 





= È costoro, qualche volta doloroso, ma chi vuole il fine 
beve accettare i meszi. Hisogna saper gettare bulli i posti della 
siagrone precedente, per quanto ancora validi, per quanto ci 
siessero bene e nd ogni scoccare di irimesine, farai un pioco: 
linsimò corredo nuovo, Per an'atirice, abimé, il piccolissimo è 
sempre relativo e in esso è la ragione per la quale quasi tutte, 
noi, abbiamo più debiti che risparmi. Ma per una signora di 
buon senso, possono sempre basiare tre vestiti freschi: uno per 
mallina, uo per pameriggia è itha per serà, di rigoro. due: il 
primo e il terzo, Ma ognuno di essi dev'essere perftito anche 
nei minimi particolari. Dalla punta piegata sull'occhio destro, 
del cappellino, alla punta delle scarpe, senza dimeniicare le 
aciarpe, la maglie vivaci, la cintura calcolata a millimetri (più 
su, più giu? alta è flifarme? con quella fibbia e non con quel: 
l'altra) & la borsetta e che so io. Non c'è particolare trascu- 
rabilo, perebi donò Appunto queste procole cose che poriano 
in st la data © il grado di elevatezza del fornitore, che più 
sta in alto, meglio può casere al corrente dei decreti più im- 
palpabili e misterioni dell'eleganza. 

Il colore delle calze, per parlare di minima cosa, è di 
scelta delicatissima, fra la gamma di una stessa tinta per ac- 
cordarsi & quella ceria gradazione del vestita, par rimanen: 
dole citrantaà. Nan saltanto, ma negli ultimi mesi invernali 
si badava ad accompagnare i guanti colle scarpe, la baoraa, la 
cintura, mentre le calze rimantranò leggermente più chiare, 
Adesso, invece, calze e guanti faranno bene a mettersi d'rocor 
do, lasciando le scarpe lare comunmella cal vcitito e cal cappello. 

La primavera riporta la Goritura delle stoffe gaie, ma si 
avranno anche molti colori uniti, di grande e varia delicairaza. 
Tutta la tavolozza dei pastelli si propara a sostituire le tinte 
violente che tendevano, forse, a rischiarare le brume invernali. 

E su quei colori delci, pensate la gioia matigtina della 
collana di lapaslazzali o di malachite: di corniola, di topazio 
a ili corallo, moatata all'antica con fini conelli © mina ad 
accordara call'abito a a contrastargli. Adesso, poi, che il rosso 


(come spesso gli accade in primavera) guernisco più o meno 
tutti i cappelli (che sono sempre meno in equilibrio) il richiamo 
della collana in grossi coralli, è raccomandabile. Ma, contra- 
riamente all'idea che prevale, guai alle iroppo brune se ai 
servono di questa insidia tesa al loro tipo. Più sembrano nate 
per il rosso, e meno distinte questo colore le farà apparire. 
In guardia, dunque, contro i cappelli primaverili a piattino 
rovesciato, sostenuto lateralmente da alte fioriture purpuree. 

Se non siete decise a buttarlo fra un mese, guardatevi 
dal comperarlo. E' l'impradente primo arrivo, sul quale 
fatte ni geltano con ansia e del quale snrannòo aariò,. dl 
secendo arriva, 

Ei cappelli Aftivano sempre nell'agono della meda prima 
dei vestiti. Come si spiega? Nascono pur insieme, è si capisce 
appena si mettano in pariglia, ma camminano a pasto diverso, 
I modellini preziosi e aristocratici sono un pa' ancora tipo 
berretto basco; tipo canottiera, ma col sininiro lato della tesa 
arrotondato in su, mentre il destro, scendendo, vi fa fare l'oc- 
chietto. Un terzo fa pensare, invece, al copricapo del marinaio 
americano, Ma su tuiti è passato un sollio di trovata odierna 
e quel soffio li ha spinti di traverso. Ma mill abi consistimy 
ha detto Archimede, che voleva un punto fermo fuori della 
terra per fare non #0 quali miracoli. Quel punto alli Appoggio 
l'ha trovato ora il cappello, quasi fuori testa, ma nom si sa 
veramente come possa alar sscurò. Miracolo anche Questo, alel 
quale ha la sua parte il parrucchiere, e che è più saggio non 
indagare. Nessuno, ia ogni moda, ha perduto ancora il cap 
pallo per intrada, 

E sono cappelli birichini, ibaraisziai, pueni alli spirito e ali 
gasezza, con qualche tentativo verso l'alto, 
nei nodi di nastro, apecialmente. 


Le donne, più degli womini (facciamo ec- 
cezione per quelli politici), hanno l'inco- 
sciente, istintivo bisogno di piacere a tutti, 
alti ed umili, belli @ brutti, giorani e vecchi, 
di lasciare di sé un'impressione gentile sia 
paro nello spazzino stradale che sospende 
il lavoro per lasciarle passare. 

È questo che fa dire talvolia ai nemici 
delle poveretta {i nemici sono gli uomini, per 
lo più prima è dopo l'infatuazione, ma so0- 
vente anche durante) che esse sono, per lo 
meno, mato tommedianti. 

Difendiamole, che è tempo. 

Se isso dolci e romantiche call'uoma 
sofferente di nostalgici ideali: se sanno ri- 
derè un piccolo rio corrosivo ad ogni frare 
del cinico; se sono pronte ad accogliere fra 
le braccia, teneramente, un reggimento di 
bimbi cenciosi quando si sanno guardate dal- 
l'uomo che crede nelle istituzioni famigliari: 
pronte a cascellarai dalle Labbra ogni vedlia 
gia di colore, in presenza del provinciale te- 
nuto ritto dai principi, non è per calliverià, 
né per falsità, né per civetteria perfida e 
corrotta. un paco per mimeliamo, e molta 
per bontà, 

Noa rogliono urtare nessuna: preferiscono 
offrire ad ognuno lo spettacolo attraente è 
benefico ch'egli predilige. Ma raramente ciù 
ricordano di conservare questa versatilità 
quando sono im presenza della famiglia è 
meno ancora del domestici. Qui è il loro 
massimo torto, perché cosè non ci s0nò 
grandi uòmini per i loro servi, così non ci 
sano donne sacre per gli cechi malevali dai 


ie esime nn 






59 


dipendenti che stanno loro intorno, Kon bisogna dunque tra- 
scurare quelle testimonianze che possono essere più impor 
tanti di ogni altra, 

Lo sa la principessa Kropotkia che scrive ogni settimana 
la sua “pagina delle signore” sopra una popolarissima rivista 
americana. Per avere un'idea nuova su alcune celebrità, ella 
ha interrogato l'autista (stiamo al corrente) di un signore che 
dedica la sua attività a ricevere le celebrità (a sono molta) 
che vanno a farsi consacrare dal suffragio americano, Daranti 
all'impassibile uomo, le celebrità sono passate senza impre 
slcmarlo, aalvo Madame Corie, della quale egli parla così: 

“ Essa si impadronisce della vostra attenzione anche quando 
è intenta ad altre persone. L'evidente laverto della sua mente 
diventa magnetico e le sue spiegazioni scientifiche sono tal- 
mette chiare è semplici che anche un ignorante par mio riesce 
a capire tutto quello ch'essa dice. Per di più è così modesta, 
che ia nom posso paragonarla a nessuno che io abbia incoa- 
trato: nessuno, all'infuori di Lindbergh"'. 

(Gli womini come le denne dorrebbero trame qualebe cos 
chusione dai giadizi del conducente americano, Tutti i giorni 
parisiamo loccare con maso, per dare un esempio pratico, le 
conseguenze illimitato che può avere sulla carriera di un vamo 
la benevolenza o il rancore del suo portinaio. Se il governo 
vuole insignire qualcuno di un'ambità anorificenza, # rivolgerà 
alla Questura per sapere se l'uomo sia veramente degno. È a 
chi farà capo il messo del Qhurstare to non al portinaio? Più 
di una riputazione è atata rovinata dalla lingua biforcuta di 
una cameriera scontenta. Informino | procmasi, pei quali le te- 
slimonianze vengono raccolie dovunque capiti. Piccole persone, 
delle quali, forse, nemminò vi siete accorti, pas 
sanda lero vicino, hanno registrato il vostro aguardo 
e il vostro getto, immaginato quello che non hanno 
wedulto, è ricorderanno per anni, sul costo waatra, 
cose che, fore, noa avete mai saputo voi stessi, 
E' dunque necessario ricordare i possibili tcatimaoni 
di un problematico proctarò, prima di farsi un ne- 
mico, col perdere il controllo dei propri nervi 

Il processo, si spera, non verrà mai, ma un be- 
nelicio almeno ci sarà, corto è immediato: lo sen- 
tiranno tutti i membri della famiglia. 


MANTICA BARZINI 





LEI] 


LINEA CLASSICA 
E NOTE NUOVE 
NEGLI ABITI 
DA PASSEGGIO 


Mantello di lana cerde con 

sciarpa di seta in tinta più chiara, 

portato dall'attrice fedesca 
Adelante Seck, 


Fadegi alia I Vinte 


Sotto, da sinistra: 


Tailtenr ia stoffa di lana con 
cappellino di paglia vera che, 
rigorosamente fedele alla linea 
classica, conserva lulla l'ele- 
ganza desiderabile, quando si 
sappia, e st passa, portare. 


Abito da pomeriggio in lana neri 
cem cappeli o di paglta liana. 


Mantello si lana Jantasia cen 
sbifo di velo bien e grigio. 


Faio Lalgi Chao. 






























bl 


La sinistra a destra: 
Toilette da «aerd ia iessulo 


fantasia di «ela e lana, 


Abile in erépe marcata 
branco con cappa ei velluto 
sero smaala di ermellino. 


VPestilo finninna nerd con 
paadi Aida cbi # cado 
Pula ii; di idncd èé meri 


Toilelle in mitacoliaa € 

«ela mera, con cinluni è 

collo ali Mmpalpo pont, nera 
è diegenio. 


Falagraliie L, Lhag 


Tollelle da «era in cela 
bianca, con drappeggio faa- 
tasia in «ela rosso e blein 


INCERTEZZA 

DELLA MODA 

NEI VESTITI 
DA SERA 





Il modellino del celicole di Lippiveb sulle rolnie di partenza. 


VELIVOLI SENZA CODA 


I velivoli moderni, sebbene sembrino tanto perfetti 
e sebbene migliorino i giorno le loro dimostrazioni 
d'elficienza, son forse destinati ad apparire ai nostri 
figli tanto grossolani e ridicoli ed illogici quanto ap: 
pàiòno ora a noi quei tricicli è quei bicieli dell'Eoo 
con la grandissima ruota anteriore e la piccolissima 
posteriore, coi pedali applicati al mozzo della ruota 
davanti e un molleggio così... spietato da costituire 
supplizio invece di conforto. 

Descrivere i difetti dei velivoli moderni e gli studi 
in corso per eliminarli, sarebbe storia troppo lunga; 
dal fragore del motore, alla visuale scarsa; dalla co- 
cessiva velocità d'atterrata, all'obbligo di tenere ambi 
i piedi cd ambe le mani del pilota quasi sempre ce- 
cupate; fino al trascinare seco nell'aria quel pesante 
ingombrante impedente organo che si chiama carrello 
e che serve soltanto nei brevi istanti della partenza 
e dell'atterrata, ima consuma energia motrice durante 
tutto il tempo del +ola... i difetti sono davrero parecchi. 

Si può dire che tutti 
sono in via di eliminazione, 
{od almeno ne è stata idea- 
ta l'eliminazione) è soltanto 
questioni economiche im- 
pediscono di accelerare gli 
esperimenti e le costruzio- 
ni relative. 

Ma il più grande di- 
fetto, se la parola non è 
impropria, nei velivoli mo- 
derni &... l'avere la coda. 

I velivoli moderni, con- 


Felivolo senza coda costenilo 





siderati nella loro generalità, oltre ai piani alari 
hanno posteriormente altri piani disposti verticali ed 
orizzontali, che si chiamano impennaggi e sono colle» 
gati ai piani alari per mezzo di un organo di forme 
diverse a seconda dei tipi di velivolo (o forma di scafo 
o di trave o di fusoliera) e che, insieme ai detti in- 
granaggi, è chiamato comunemente coda. 

Dalla superficie, sagoma, disposizione degli impen- 
naggi, nonché dalla lunghezza, forma, struttura ella 
fusoliera {o scafo o trave) dipende la stabilità e la 
manovrabilità della macchina volante moderna. 

L'ambrizione massima degli ingegneri aviatori d'og- 
gidi è costruire il “velivolo tutt'ala' nel quale il car- 
rello durante il volo si ritragga e si nasconda nell'ala 
stessa, e nel quale l'ingombrante appendice caudale 
sin completamente soppressa. 

senonchè il sopprimerla non è facile 0, per meglio 
dire, non lo è stato. 

Osservate i colombi che si spiccano e si posano, 
come dispiegano Arcuano 
flettono richiudono volta a 
volta diversamente la co- 
dal Osservate in qualsiasi 
uccello che voli, nelle ron- 
dini la coda a forbice, nei 
falchi la coda a ventaglio 
come la manovrano secon- 
do i sofh del vento o le 
evoluzioni che vogliono 
compiere ! 

Tagliate la coda a un 
buon volatore; lo rende 


da Igo Eirichs nel igot. 





gr Mr: i 
milo Sent nt n e e I 





ni. "ia tafore SA , 


ei ea nat 


Un aeroplano senza coda progellato in Inghilterra: Il pierodaltile del capitano Hill. 


rete incapace al volo anche se le sue ali restino in- 
tatte, Sollevate in aria e poi lasciate andare questo 
povero volatile mutilato di una parte che sembra ac- 
cessoria, o sembra causata da opportunità soltanto 
estetiche: lo vedrete starnazzare, capitombolare, pre- 
cipitare perché gli manca il punto di appoggio sul- 
l'aria per l'equilibrio del corpo. 

Ma una mutilazione parziale è tollerata, ed anche 
ad una mutilazione intollerata in un primo tempo l'uc- 
cello trova poi (con l'assuefazione e lo studio di mo- 
vimenti idonei del capo e delle ali) qualche rimedio. 

Pel velivolo la coda nel suo complesso costituisce 
un peso a vuoto pari talvolta alla metà del peso a 
vuoto dell'intera macchina; la potenza motrice che 
viene spesa per vincere la resistenza opposta dall'aria 


alla traslazione dell'appendice caudale ed organi di 
collegamento supera forse la metà della intera po- 
tenza spesa. 

Si comprende agevolmente quanto interesse pre- 
senterebbe la soppressione di questo “impedimento”! 

I primi studi al riguardo risalgono ben avanti 
la guerra, anzi ai primordi dell'aviazione, giacché 
l'utilità stabilizzatrice della coda non fu compresa 
subito; tra i primi esperimentatori fu senza dubbio il 
tedesco Igo Etrichs il cui velivolo destinato al volo 
librato è raffigurato in queste colonne. 

Non è male osservare a tale punto che se tra gli 
uccelli volatori la coda è sempre presente, tra gli 
insetti essa è quasi sempre assente; inoltre esistono 
alcuni vegetali i cui semi sono provvisti di appendici 





La misera fine di an velivolo venza coda costruito da Espenlaub. 


hd 


a forma di ala conle quali p/a- 
ade sull'aria, per compiere 
quella mirabile tanzione di pro- 
pagazione della specie che sem- 
bra indizio di volontà intelli- 
gente, 

Il più caratteristico di tali 
<cmi alati î quello della "iam tia 
scivolate. 

Uno dei primi velivoli a mo- 
fore costruito senza coda fu 
dell'inglese Dunne, le cui ali 
erano disposte a forma di an- 
gola regia, 

Lo scarsi successo ottenuto, 
le difficoltà aerodinamiche e co- 
atruttive incontrate, la mancan: 
sa di capitali da destinare a 
studi lunghi {mentre la necessità 
dello sviluppo dei velivoli con- 
sueti, UTgeva e richiedeva Cai 45 i 
gie Lal spesse] fecero trascurare il 
problema per molti anni. 

Sorsero poi altri studiosi, 

Nelle gare di Hendon del 
1937 fu presentato al pubblico 
inglese un curioso trabiccolo 
battezzato con un nome ancor 
più cumoso: il plerosdblila. 

L; inventore capitano Hill 
aveva adottato non senza ars 
gua tale nome di un mostruoso 
rettile fossile in cui le dita delle 
Tam pae Anteriori erano assai svi- 
luppate e collegate da membra- 
ne in funzione di ali, 

Liù macchina voli bene, (ha Poi 
sembrava che il tentativo da- 
VE finire Lia quella csibizione 
quasi comica; invece una grande 
ditta inglese, la Westland, si 


A destra: £a "Cicogana” diet 
molere di Lippiscb in pieno volo, 












interessò alla soluzione, la per- 
fezionè e qualche mese fa un 
ennesimo tipo di pterodattilo, 
prowvwisto di un motore da 120 
cavalli, equipaggiato come un 
biposto da turismo, volò otti. 
inamente con partenze © atter- 
faggi brevi, e sopratutto compi 
perfette acrobazie dando irre» 
tragabile prova non soltanto che 
la stabilità era soddisfacente, 
ma ch'essa non era eccessiva e 
non toglieva al velivolo la ma- 
novrabilità conweniente. 
Notevoli realizzazioni hanno 


Sulle famose calline delta War- 

strappi, palria del “volo a cela", 

la"Cicogna” provelsia del primo 
piccole amelene. 






















Le prove della "Cicogna" a Tem- 
pelbof, l'aereporio di Berlino, 


fatto il Soldenbolf col suo L.F. 5 
a motore Bristol So HP, e lo 
Tseeranowski con il suo Para- 
bola VII provvisto di un mo- 
tore Bristol Lucifer di 100 HP 
che fece buone prove in Russia 
ma di cui si hanno incomplete 
notizie. 

Sopratutto in Germania però 
gli studi fiorirono. 

E° giusto citare l'Espenlau bi 
celebre pilota di volo a vela, 
che progettò costru provò un 
velivolo senza coda, soffrendo 
anche qualche incidente grave. 

Ma gli esperimenti che sem- 
brano condotti con metodo più 
rigoroso e sembrano destinati 
a svilappi più completi e vasti, 
sono quelli dell'ingegnere Lip- 
pisch, aiutato di incoraggia 
menti è di danaro da quel pi- 
lota capitano Barone Koehl che 
due anni fa traverso in volo 
l'Atlantico con von Hunefeld. 

Lippisch cominciò fin dal 
1922 ad esperimentare con 
grossi modelli, Iunciandoli a vo: 
lo su guide o rotaie, studiando 
accuratamente la pianta e il 
profilo delle ali, la grandezza è 
disposizione delle appendici la- 
terali che nelle fotografie si ve- 
thono chiare e che hanno parco» 
chie funzioni cui accenneremo, 


L'rltimo tipo *' Hermana Noebl"' 

del velivolo di Lippisch e, sopra, 

in recente esemplare a forma di 
iriaagolo volante. 


(| 


Dai modelli passò ni velivoli 
montati dal pilota ma sprovvisti 
di motore, che venivano lanciati 
con uno dei metodi usati colle 
macchine da volo a vela. Fu- 
rono/cosi potute studiare esat- 
tamente la stabilità dell'appa- 
recchio, l'efficacia dei governali, 
l'effetto degli impennaggi verti. 
cali posti all'estremità delle ali 
e l'effetto degli alettoni coniu- 
gati posti orizzontalmente. 

Spiegare le funzioni di tali 
due coppie di organi ci condur- 
rebbe forse ad allungare troppo 
questo scritto. Dliremo solo es- 
sersi constatato che | piani ver- 
ticali posti all'estremità delle 
ali riducono o annullano le 
“perdite marginali" di sosten- 
tamento che si hanno nell'ali 


i 


Mi RE AL 








comuni, ed aumentano per questo solo fatto il ren- 


dimento dell'insieme. 


Uno degli esemplari più interessanti di questa serie 
di costruzioni fu nel 1925 il velivolo senza motore 


“L'Esperimento". 

La Kbhun Rossitten Ge. 
sellschaft decise nel 1926 di 
costruire un tipo Lippisch 
più perfezionato e lo battezad 
col nome di "Cicogna". 

Con successivi migliora- 
menti l'esemplare “Cicogna”, 
nel 1929, provvisto di un pic- 
colu motore volò, dimostran- 
do stabilità, manovrabilità 
sopratutto rendimento eccel- 
lenti, per la riduzione di tante 
resistenze passive e per l'al. 
leggerimento di tutta la strut= 
tura. Ed ecco il capitano 
Hermann Koehl che fornisce 
i fondi per un nuovo esem- 
plare di maggior mole è po- 
tenza. Il nuova velivolo con 


Fato Abadrmla 


di tenace inventore è costruttore 
Adiessandro Lippisch 





i velivolo senza coda nella sua forma definitiva, 


motore di 36 cavalli ha date sull'aeroporto di Tem- 
pelhof le prove più convincenti della sua alta efli- 
cienza. I piloti che successivamente lo hanno con- 
dotte in volo ne celebrano le qualità di facile è 
sicura guida, 

Lippisch è ben deciso da 
attuare il proprio progetto 
d'un grande velivolo da tra- 
sporto con due motori l'uno 
davanti e l'altro dietro l'ala. 

Se l'odierna crisi mondiale 
non l'avesse impedito con 
ostacoli finanziari, ormai il 
grande nelfvafo dell'ala, con i 
motori, gli attrezzamenti, l'e- 
quipaggio, 1 passeggeri, i ba- 
gagli, tutto posto entro lo 
spessore dell'ala, sarebbe un 
fatto compiuto; e il progresso 
dell'aviazione {a meno d'im- 
prevedibili difficoltà tecniche) 
avrebbe fatto un salto note- 
vole verso la perfezione, 


AMEDEO MECOZZI 


Foio Alkadymia. 


ed il valoraro pilota Graenb 
che provvede ai collandi. 


67 





Welteoli vuf mare. In alle, una squadriglia militare nel porto di Dakar fotografata da bordo dell'" Esperia” durante 


la recente crociena a Bolama. Appasecebi italiani in volo nelle vicinanze di 





ivida, fuori del golfo di Napali. 





[na fore dell'inccanila parlita che documenta nell'atteggiamento di due aveensari i progressi del rugly {fra gli alleli ddl calcia. 


UNA PARTITA MEMORABILE NEL CAMPIONATO DI CALCIO 


La squadra del ‘Milan, sostenuta dall'argoglio della sua 
tradizione battagliera e accesa dalla fiamma dei suei wltimi 
successi, ha sconfitto, allo Stadio di San Siro a Milano, i 
giustatori del 'Bolagna”, probabili campioni del 1g3a. Per 


Qgni vittoria si ricordano circo 
sianze favorewali ai winzitori; in 
ogni sconktta si trovano attenuanti 
peri battuti. Mancava alla squa- 
‘ bolognese una dei migliari 
giuuscalorii l'attaccante più abile, 
Schiario, era ridotto dopo mes- 
z'ora di giunco in condizioni pre 
carie da un fortuito strappo mu: 
scolare, Ma pochi minuti depo 
l'inizio della partita, i facoai, ine 
siatenti attacchi del ‘Milan la 
sciavano capire che il risultato 
poieva facilmente essere diverso 
ala tre generalmente previsto, 

ecco infatti um goal segnato 
dai milanesi, che l'arbitro, forse 
ingannato da un segnale del guar 
dalinee, ritiene di dover annullare 
per fuori giuoco, mentre viceversa 
trà perfettamente regolare. 

La partita ripresde più vio: 
leata, con ipoitamenti continui 
del giuaco:; lotia e risposta si ses 
guono con rilmo vertigiacao, sensa 
che il ‘“Balagna” ricica a togliere 
l'iniziativa agli avrersari, 11 goof 
della vittoria non è datato dei 
più limpidi, ma în fando mon iem* 
meritato, Una mischia sotto la 
parta. un pallone a candela, un 





D'a apleodie di folla allo Stadio del “Milan”. 


lampo d’'incerterzà del portiere, ua calpo di beita fortanoia 

e il punto era vegnato, Un bilancio dei calci d'angolo. delle 

parate dei portieri. dei calci salvati dalla fortuna documente 

rebbe con indiscutibile cwidenza il valore della Rione dciieniata 
e 


dalla squadra del © Milan, rie 
petuiamente acclamata da una 
folla imponente. 

II meraviglioso spettacolo «par: 
tivo non è stato esente da qualche 
macchia, Nell'uluimeo quarta d'arà 
giocatori dell'una e dell'altra par- 
te si sono lasciati trascinare ad 
alti aleali, cho il calore della lottà 
non bastia a giustificare, Sgambeilii, 
cabci, uni e pagni, dissimialati abil- 
mente o grossolanamente mosiraii, 
dovrebbero avere sempre la più 
rigorosa punizione. 

L'arbiiro non può vedere tutin 
e i guardalinee hanno un compito 
diverso. S'istiiviscano dunque de- 
gli carervatori che, a partita finita, 
possano chiedere conto di episodi 
anlisportivi sfuggiti all'arbitro 
proporre la punizione dei giuo: 
catori sleali. 

Mi gerenti della Siadia poi il 
pubblica chiede che gli venga ri 
sparmiato lo speitacolo d'una tri- 
buna coperia semivuota, quando 
tre tribune popolari sono seppe. 
Un lieve ed equo ritocco dei 
prezzi otierrrbbo il risultato e 
lo Stadio, senza perdere denari. 
contenterebbe dignitosamente imiti. 


A ig ai ; 


Tong 


Inverno in città 


(Folografia di Willem seta de Pall) 











Ua grappo di concorrenti parte- 
cipanti al +47 forneò internazio. 
ndle di iennis a Sanremo che 
ba riunito, olire ai nostri, cam- 
pioni inglesi, franceri, ledencbi, 
belgi, ungheresi, cecostarse chi, 
del Nord e del Sud America. 


CAMPIONI DI TENNIS 
SULLA RIVIERÀ 


Dopo le vittorie del novtri 
campioni in Egitto, altri ten- 
alal Mallani 0 sona aflermali 
ati lormei internazionali della 
Riviera francese e nostra 


Sotto: Lea Falerio, mimetica 
celle que femminili e la vigna» 
nina MMorn ftreratania). 






















Da sinistra: Adamo ( Franéia), 
Manfred, Quiniacalle, Banm- 
garien (Unoberia), G. Sartorio, 
Hlorn(Germania), Valerio, Rosa 
spina, Sertoria, Meci Manzalto, 
(rev Deuteeb (Germania), Pirro, 
Harloni: in basso, Mangola, 
Castori e Barbato. 


COSTANTI PROGRESSI 
DEL TENNIS ITALIANO 


Nel centro: La signorina 
Ivana Qfdandini, ricélatasi la 
artale scona a Milano, ba 
vinto a Parigi il più Importanie 
criterium giovanile. 


Sotto: Tilo del Bono, uno dei 
più brillanti tennisti Italiani col 
crcortorecco Wodieka fa dertra), 


ELI] 





quarto classificalo e, sepra, Mario Bonomo di Asiago, 


i vincitori, gli seizzeri Chiogna e Bocrall. 


cite 


Le gare internazionali di salto a Crepa. Hi cortinese Dallazo, 
terzo, a pocbisnmi punli 






















Passaggio di ditta pattuglia 

it Val Ferret per la gara di 

resistenza néi campionali 
invernali dello Alilizia. 


CAMICIE NERE 
SULLA NEVE 


Il trofeo più ambito dei 
Campionati, la Coppa Mus- 
solini, è stata assegnata alla 
pattuglia della 12 Legione 
Monte Bianco, 


Faia A. Mebegasi 


Exrercilazioni di tiro callelli- 
vo. dinllo «fondo a destra il 
auasvicolo del Monte Blanca. 


FI 


(Li SA 


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4 
È 


i a P 


Mi 





"e 


Nel centro: SE. Fervzzi as 
siste alle gare della Milizia, 
nell'alto Fal d'Aosta. 


GARE INVERNALI 
DELLA MILIZIA 


Il primo raggruppamento, 
comandato dal gen. Carini, 
ha riportato il maggior nu- 
mero di vittorie guadagnan- 
do la Coppa Courmareur. 


Faia A, slegasi 


Una paltuglia in gara mentre 
«ta eseguendo il tiro duritnte 
il severo perconio, 


si 


RI TL 





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LAICO 





VENI 


1h VARE gl 





# ae n 





Sir Malcofm Campbell ba raggiunto col “Blue Bir?" fo velocità A ollre qoo chilometri orari. HM gipgantesco bolide 
di Campbell'e, sopra, una iriantanea del secondo passaggio sulla classica spiaggia di Daytona, nella Florida. 





iii i i i ir b:];Ù”_,S__bÙMd AAA 


ce ene "rr —— ru 


- x — —m 


79 





Siygondeiglie di "Mar" in doppia linea di fila, durante un'esercitazione tattica. 


ATTILIO BISIO, L'ARCHITEITITO DEI “MAS” 


Un giovinetto asciutto di membra, agile di mente, 
che sorridera più cogli occhi neri che colle labbra, 
al quale pesava (ne son certo) lo star rinchiuso dentro 
le quattro pareti di un'aula scolastica, tale, nei mici 
ricordi, è rimasto Attilio Bisio che ebbi discepolo 
all'Istituto Tecnico Livornese. Studioso? Diligente? 
Non lo rammento mica: ma ciò non vuol dire nulla, 
ricordo invece che lo vedevo anche fuor di scuola: 
nel cantiere dei Fratelli Orlando, presso i quali suo 
padre copriva non so quale impiego, e nelle mie fre- 
quenti visite alla famiglia Orlando incontravo spesso 

ttilio che girava nelle officine e nei capannoni, 
cogliendowi alveo gli elementi svariati di una col- 
tura pratica marinaresca dalle labbra loquaci e dai 
gesti muti di tutte le maestranze, suoi inconsapevoli 
maestri. 

Così l'arsenale operoso con i suoi reparti fu il 
libro aperto di cui sfogliò con diletto e zelo le pagine, 
incoraggiato dai benevoli paterni consigli del vecchio 
Giuseppe Orlando, il macchinista del Lamberds allo 
sbarco dei Mille a Marsala; e dalla dimestichezza 
contratta coi mici amici allora allora laureati archi. 
tetti navali, Giuseppino e Salvatore Orlando, chia. 
mati a diventare Maestri nell'Arte loro, il ricordo dei 
quali si amalgama com la cronaca della sviluppo ma- 
rittimo dell'Italia. 

Ma il Cantiere di San Rocco (in quel tempo più 
ristretto che oggi) fu dunque per Attilio Bisio pro- 
digo di un insegnamento di fronte al quale impalli= 
disce tutto ciò che i libri di Scienza e d'Arte pos- 
"ig procurare. Respirò colà a pieni polmoni anche 

ssione patriottica, fervida in quei tre fratelli 
esuli dalla Sicilia, discepoli di Giuseppe Mazzini, 
ligi a Garibaldi è benvisti da Cavour, non ostante le 


opinioni repubblicane sinceramente manifestate. Alla 
scuola di quei cavalieri dell'Italia da redimere, Atti 
lio Bisio imparò assai più che a costruire un giorno 
dei veloci battelli da battaglia, imparò ad ofmerli a 
suo tempo a Gabriele d'Annunzio per la redenzione 
di Fiume, insidiata dai nostri alleati. 

Ma gli anni passano e il giorinetto, che si è fatto 
uomo, vuole aprirsi una via nel mondo del lavoro. 
L'ha trovata frequentando il popolo dei meccanici 
il quale si sta affaccendando intorno ad un ritrovato 
che {dicono i ferventi del "motore a scoppio”) scon- 
volgerà la industria stradale. Sta intanto conquistando 
le strade maestre e si prepara a contendere il pri- 
mato alle ferrovie. Intanto Tellier, in Francia, ha 
applicato il nuovo motore alla propulsione di battelli 
di un suò specialissimo disegno che, agli occhi della 
Maggioranza, puzza di erezia lontano un sang St a 
rarsil La maggior largherza dello scafo non è 
IMerzania, ma si all'estremità della poppa! Il bat- 
tello di Tellier, visto dall'alto, pare un gigantesco 
ferro da stirare. Ma Attilio Bisio non giudica con 
severità il costruttore francese; chè anzi ne adotta 
l'idea fondamentale. Abbandona Livorno, si trasfe- 
risce a Viareggio, paese ove fiorisce l'industria della 
costruzione navale in legno, mercé maestranze esper- 
tissime; v'impianta un cantierino, trova clienti, tra i 
quali il Maestro Giacomo Puccini, il cui buon esempio 
infonde fiducia in altri. 

Hisio cimenta allora le sue creazioni viareggine im 
gare internazionali; a Riva di Trento, in terra irre- 
denta, ove {per certe angherie della locale polizia) 
mantiene con fermezza 1 suoi diritti di cittadino ita; 
liano: a Montecarlo, ove si tengono le prime assise 
navali in cui, dinanzi ad un pubblico competente, si 


14 





discutono i pregi delle nuove barche e dei loro mo- 


tori. Le barche di Bisio riportano premi e il suo 
nome corre per le bocche dei dilettanti del diporto. 
E ulteriori trionfi riporterà quando da Viareggio si 
trasferirà alla Spezia, trascinando seco i suoi car- 
pentieri viareggini e i suoi macchinisti. Gui è il luogo 
di segnare che in Firenze un ppo di capitalisti 
aveva fondato una Società per | Pisi di vet- 
ture automobili, la quale stabili alla Spezia un can- 
tiere per architettarvi eedelle richieste dalla Marina 
Militare, buoni autoscafi da tenere il mare è pesche- 
recci con motore ausiliario. Alla Spezia Bisio ebbe 
i primi contatti colle autorità marittime cui quel gio» 
vine ardimentoso e sicuro di sè piacque. 
Correndo l'anno 1 la Società Florentia, d'ac- 

cordo con l'Agenzia Stefani, mi diede l'incarico di 

rtecipare una crociera della Morealia HH nel 

irreno. Percorso: dalla Spezia a Napoli, in due 
tappe, come usavano fare le siloranti della R. Marina. 
Tempo, il mese di ottobre. Nel viaggio di ritorno 
risalire il Tevere per mostrare il battello ai dilet- 
tanti del diporto nautico. Se vi fossero offerte di 
acquisto segnalare alla casa. A bordo avrei trovato 
il mio antico discepolo. La mia 
gioia fu indicibile. reco 
| La Florentia I11, ultima crea- 
zione di Bisio, era riuscita vinci” 
trice in una gara sul Lago di 
Garda, dopo aver riportato un 
Gran Premio a Montecarlo nella 
primavera, Lunga 13 metri, aper- 
ta, animata da dna motori dispo- 
sti a "tandem", ciascuno di 75 
H.P., pescava una quarantina di 
centimetri a prora e anche meno 
à poppa; poleva camminare a 
tutta forza in ragione di 19 nodi 
orarî, Stabilimmo con Bisio che 
15 nodi avesse ad essere la no- 
stra velocità di viaggio. Non 
avendo avuto tempo di guarnire 
il battello dell'apparecchio per 
fare “marcia indietro”, si parti 
decisi a farne è meno, 


Un" Mas" vilerante moderno melle 
in azione l'apparecchio nebbiogeno. 


Un“ Mar" silurante dinello al- 
Faltocco alla velocità massima. 


Chi non ha veduto la costa 
tirrena del paese di bellezza svi. 
lupparsi sotto i propri occhi cor- 
rendo a 15 nodi, costeggiando i 
capi che la decorano (quasi a 
toccarli), non ha goduto dello 
spettacolo più sorprendente che 

ere si possa. A Napoli ven- 
nero n bordo della Florentia 117 
Scarfaglio e Gabriellino d'An- 
nunzio; il giorno dopo l'ammi- 
raglio Giuseppe Palumbo. 

Nel viaggio di ritorno ci trat. 
tenemmo a Roma più del neces- 
sario. L'ammiraglio Morin, che 
venne a visitare il battello, ci 
raccomandò di non metter tempo 
in mezzo e di discendere a Fiu- 
mitino per prendere il mare. Il 
vecchio marino sentiva il libeccio 
che veniva, e mi raccomandò di buttarmi dentro Porto 
Santo Stefano al riparo dell'Argentaro. Vi giungemmo 
col libeccio alle spalle. Si scatenò proprio quando ci 
ormeggiavamo nel porticciolo disegnato da Leopol- 
do Il Granduca di Toscana. 

Imperversò più che per l'usato, ma ci diede il 
mezzo di riconoscere qual valente costruttore di navi 
fosse l'ingegnere Bisio. Ecco come: 

Ogni mattina il postale Marone Ricasoli salpava 
da Porto Santo Stefano per l'isola del Giglio. Depo- 
neva la ta e i pa i, st ne aveva, e tor- 
nava al Porto. Ma ecco che veniamo a sapere che 
Capitan Laganà del Ricasoli si è affacciato al ca- 
nale tra l'Argentaro e il Ta ed è tornato indie» 
tro senza approdare all'isola. E sapevamo che a 
Laganà il libeccio non faceva paura, e siccome nem- 
meno a noi faceva paura, si decise par lì di uscire 
a mare, fuori della punta estrema 'Argentaro ed 
ivi, prima a mezza forza, poi a tutta forza, facendo 
un giro tondo, in maniera da cimentarsi col vento 
freschissimo e il mare grosso a tutte le andature. 
L'esperienza riuscì totalmente. La Florentia MI non 
st sollevava sull'onda, come fanno tutti i battelli, 





Ta 





L'ing. Attilio Bisio. 


ma la sperava lasciando alla propria destra ed alla 
propria sinistra due superfici piane, di guisa che il 
marosto non frangendo contro il bordo, ma giungen- 
dovi smorzato, non una goccia saliva a bordo; ma 
noi eravamo inondati di acqua polrerizzata. 

Era la giustificazione indiscutibile delle linee di 
Bisio e di Tellier. Ripetemmo a due riprese l'espe- 
rimento, alla presenza di un ingegnere delle Acciaierie 
dell'Elba che ci aveva accompagnati nella nostra 
rova, Tellier, che lesse nel “Le Yacht" di Parigi 
a relazione della crociera e dei suoi incidenti degni 
di nota, salutò i navigatori della Florentia HMI per la 
testimonianza che rendevano in favore delle linee di 
carena di cui egli lera stato il primo banditore, rin- 
graziandoli fraiernamente. 

Ormai Bisio aveva conquistato il suo posto al 
sole la costruzione del materiale a motore... 
ma gli occorreva un teatro affollato di più nume- 
rosa clientela. 


Il Direttore della S. V. A. N. di Venezia (Fociela 
Veneziana di automobili natanti), fondata dal compianto 
On. Conte Piero Foscari, essendosi volontariamente 
dimesso, Bisio fu chiamato a rimpiazzarlo. Si affrettò 
a raggiungere il nuovo posto di comando, facendosi 
seguire dal suo stuolo di maestri carpentieri via reg 

ini, i quali a Venezia avrebbero fatto scuola 
voro ben eseguito e raffinato. Venezia è la sola 
città italiana, per ora, che possa dare lavoro ad un 
cantiere di motoscafi. Tutti i servizi pubblici, e molti 
privati, hanno bisogno a Venezia Pps mezzo di 
comunicazione celere e comodo. La gondola, contem- 
ranca del guardinfante, della maschera, e della 
eneria sintetizzata nel celebre trinomio Matta; 
Donnella e Bassetta è moribonda; ha almeno tre secoli 
di vita, e mi pare che basti. ‘Che il gondoliere si 
trasformi alfine in meccanico, la mutazione ridonderà 
à suo vantaggio economico e sociale: la evoluzione 
è già ben avviata. Bisio ebbe l'accortezza di non 





Fabbricati del cantiere SAV.ALN. a Fenezia, dose si costruivano i "Mas", 


forzarla, praticando quella difficile virtà che è la 
modestia, ricordandosi che se la modestia non sor. 
retta dalla fermerza è codardia; il coraggio, ogni qual- 
volta la modestia non lo petiirgy gela e 

D'altronde, lo spirito progressivo lavorava per 
lui. Esso possiede la virtù d'imporsi ai più recalci- 
tranti. In breve il giovine i tre conquistò il mer- 
cato; e tra i primi clienti ‘ebbe il Comando Marit- 
timo di Venezia, che gli commise parecchie vedette. 

La guerra Libica fu l'ultima nel decorso della 
quale le navi percorsero impunemente il Meditterraneo, 
senza il rischio di essere sventrate da mine spesso 
inavvertitamente seminate da mano amica. Ma anche 
prima dell'apertura della tenzone terribile, in cui le 
armi subacquee ebbero parte preponderante, l'atten- 
tenzione degli Ammiragliati si era fermata sui luoghi 
ove costruivansi battelli veloci animati da motrici è 
scoppio. Ecco infatti un mma in data 14 giu- 
gno 1907, stillato dal Gabinetto del Ministero della 
Marina al Direttore della S.V.A.N.: 

“AdSSello nasale inglese Sostanda copia disegni cortea- 
sione molobarebe costruite da codesta ditta. Prego lele- 
arafarmi se nulla osta per parte SF." 


ual fosse la risposta di Bisio all'ammiraglio 
Corsi che firmò il telegramma, i ignoro: nelle carte di 
Bisio non ve n'é alcuna traccia. Ma ho luogo di cre- 
dere che in quel telegramma devesi rintracciare la 
prima origine del "".Molarcafo anti sommenpibile” che 
tanta parte ebbe nel combattere vittoriosamente la 
silurante sommergibile; gli diede una parola d'ordine 
Gabriele D'Annunzio degna di sé, degna anche delle 
gesta che l'Italia attendeva dai giovani ufficiali che 


le capitanarono: ©“ Afemento Andene Semper". Le ini. 
ziali dell ‘appellativo ufficiale (sono le medesime della 

rola di ordine del poeta) formano il monosillabo di 

AS, col quale noi italiani chiamiamo lo snello e ce- 
lebre 'battel o armato di cannoni, di siluri e di bombe 
di profondità, col quale 1 ben serrati porti della co- 
stiera adriatica di levante sono stati violati è le co- 
razzate nemiche affondate. 


Infine, come Dio volle, squillò la diana della quinta 
Guerra della Indipendenza Nazionale, voluta dagli 
eletti, ma avversata dalla maggioranza imbelle, Certe 
concioni di propaganda che, per incarico della Lega 
Navale, «sposi successivamente a mo, a Vicenza 
ed a Venezia, mi diedero modo di vedere a più ri- 
prese Attilio Bisio al lavoro. Ospite in casa sua, ve 
nivano la sera a tenerci compagnia alcuni comandanti 
di "caccia" colle loro mogli e, intorno al tavolino da 
giuoco, colle carte nelle mani, in gaie partite a maus, 
l'ingegnere, i comandanti, e l'ospite dimenticavano, per 
un istante, le fatiche del giorno, Talora accadeva che 
un appello di telefono chiamasse il più anziano, Ca- 
stanzo Ciano: un subitaneo arresto nel giuoco: il ri- 
torno tra noi di Ciano: il suo annuncio che "si par- 
tiva per il largo", approfittando del tramonto pros- 
simo della luna; e le coppie di sposi, ormai abituate 
a quei distacchi frequenti, salutavano i padroni di 
casa e se né andavano sereni e fidenti verso il dovere, 
che talvolta significò la morte dell'uno e la vedovanza 
sconsolata «lell'altra. 

Alle richieste dell'Ammiragliato nostro la S.V.A.N. 
non bastò più, quantunque lavorasse con alacrità in- 


superabile. Ma sul modello del MAS tracciato da 


77 





Tettoia per l'allestimento del “Mas” nel cantiere SF.A.N. a Fenesia. 


Bisio, correndo il 1916, i cantieri privati italiani si 
diedero a compaginare motoscafi antisommergibili; se 
ne costruirono anche sull'Arno, a Limite presso Mon. 
telupo. E il Ministero ebbe tanta e giustificata fidu- 
cia nel loro ideatore che gli fu data missione speciale 
di verificare sul posto che battelli costruiti dai di- 
versi cantieri privati fossero conformi al modello. 
Quando la Storia della Guerra Navale in Medi» 
terraneo troverà il suo espositore, non potrà fare 
a meno di indicare tra gli artefici della vittoria fi- 
nale Attilio Bisio. Allo storico coscienzioso non sfug- 
girà, ne sono sicuro, il telegramma del quale stiamo 
per are. 
lulla è — nel suo laconismo — più eloquente 
del testo fregiato dalle firme di quattro autentici 
vittoriosi: 
lag. Bisio - Soclelà S.F.A.N, - Spezia. 
“ Ancora una volta lo strumento di guerra da Lei 
costruito fu condotto meravigliosamente alla vittoria”. 
Gabriele D'Annunzio - Rizzo 
Costanzo Ciano - P. di Revel 


La data? addi 11 loglio 1918, quarantotto ore dopo 
l'affondamento del Sanbi Anean. E come maui il te 
legramma era diretto alla Spezia, qual sede della 
S.V.A.N.? 

Questo si vedrà poi: e non sarà piccolo titolo di 
merito per Bisio. Intanto se il telegramma dei quattro 
eroi navali attesta la qualità del prodotto del can- 
tiere S.V.A.N. ecco per la sua quantità un breve 
cenno di statistica. 

Durante la nostra neutralità gli fu commessa la 


Fat. Giscemalli. 


costruzione di cinque Caproni, consegnati e collau- 
dati i quali, si diede mano a costruire i due MAS. 
Modificati alcuni particolari riguardanti i tubi lancia 
siluri, s'iniziò la costruzioni in serie. 

Nel 1915-16 se ne consegnarono irenta. Nel 1917, 
valicingue auto cannoniere lunghe 18 metri, di 19 ton- 
nellate di dislocamento: dieci MAS lunghi 33 metri 
e di Jo tonnellate. I motori di tutte codeste barche 
li diede la casa Isotta-Fraschini, 

Ma ecco nel fervore dell'opera sopraggiungere 
Caporetto è l'austriaco tentare l'investimento su Ve 
nezia. Il Ministero ordinò la sollecita evacuazione su 
Piacenza del materiale esistente in arsenale e nella 
officina della S.V.A.N. Salvo le prime avtocanno- 
niere che, ormai ultimate, potevan giovare alla difesa 
di Venezia, di tutto ciò che volevasi sottrarre alla 
eventuale cattura, si fece un convoglio sul quale si 
caricò quanto più si potè di materiale e di viveri per 
la scorta di duecento cinquanta uomini di maestranra. 
Da Venezia agli Alberoni in Laguna: dagli Alberoni 
per i canali sino a Cavanella di Po; poi risalendo il 
gran fiume sino a Piacenza. Qui si voleva fare sosta 
e creare un arsenale di fortuna; ma se ne dimise il 
pensiero; e ogni cosa (questa volta per ferrovia) fu 
incolonnata per la Spezia. E là si ripresero i lavori 
interrotti. 

Infine nel dicembre del "iz, Roma spiccò l'ordine 
di mentrare a Venezia. 

Nei primi del "18 gli uomini di Attilio Bisio al- 
timarono il naviglio iniziato alla Spezia. Cosieché 
all'istante della firma dell'armistizio egli aveva con- 
segnato all'Italia novantosue fra MAS è cannoniere è 
sei velivoli Caproni, 

JACK LA BOLINA 


Ta 


SENSO UMANO E CONTENUTO ESTETICO 
DELL'ARTE POLINESIACA 


Negli ultimi due lustri l'arte negra ha sollevato 
un interessamento così vivo che spesso si è gridato 
alla nuova forma di snobismo, esaltatore di ingenuità 
scambiate come sincere espressioni del penziero este» 
tico. Quello che inizialmente era un comprensibile di- 
lettantesimo etnografico, A poco a poco è diventato 
un semi-esaltamento, che ha permesso di vedere forse 
più cogli occhi della fantasia che non con quelli del 
corpo e dell'intelletto. 

Per poco non si è affermato che l'arte Benin era 
sorella germana del preraffaellismo: e perfino nelle 
ingenvità della Costa d'Oro è del Dahomey xi è scortò 
una nobiltà che in eifetto era soltanto nella fantasia. 
Può ammettersi che tutte le espressioni di arte inge: 
nua abbiano un loro fascino che non è soltanto et- 
nografico: può essere pacifico che in alcuni casi {come 
per taluni legni scolpiti Benin, per qualche rarissimo 
bronzo sudanese) l'espressione ingenva accenni una 
nobiltà rappresentativa particolare; ma di qui agli 
esaltamenti per queste espressioni ingenue corre assai. 

In modo particolare occorre stare in guardia con- 
tro il ritorno alle infantilità, anche se questa è una 
rivelazione di sincerità. I segni grafici di un ragaz 
zino che appena maneggi la matita sono sempre inte- 
ressanti, e si può ammettere che in ogni caso risultino 
sinceri. Ma chi vorrà ritenere che per questa loro 
ingenuità sincera siano veramente in grado di deter- 
minare una sensazione estetica? Chi potrà pensare 
che l'elevaterza cstestica sia esclusivamente funzione 
della infantilità rappresentativa ? In tutti gli artisti 
negri, così come negli indigeni dell'Australia o della 
Polinesia la tecnica £ così povera, così limitata, che 
già per questa ragione si ha una manifesta inferiorità. 

Gli artisti anonimi del periodo bizantino possono 
differire modestamente da questi in relazione colla 
ingenvità espressiva; ma lo sforzo a rendere la loro 
sensazione d'arte è sempre manifesto e sempre ha 
qualche impronta simpatica. Lo 
Antellami — che è di un pe- 
riodo successivo — ad esem- 
pio, resta ingenuo, ma valuta 
già | piani, 1 rapporti e dà va- 
lore all'espressività della figura 
umana, I migliori artisti del Se- 
negal e della Costa d'Oro sono 
chiusi in un immutabile rigidismo 
che non accenna a evolvere e 
resta perennemente infantile. 

Per queste ragioni l'arte — 
e si intende quasi sempre arte 
plastica — dei popoli selvaggi 
e barbari, può interessare ctno- 
graficamente e artisticamente, 
ma non può destare brividi di 
commozione, 


Le espressioni artistiche dei 
popoli della Polinesia hanno ri: 
chiamato un interesse assai più 
limitato di quello generato dal- 
l'arte negra. 


Idolo delle Lrole Nicobar. 





La Nuova Caledonia, le Isole Marchesi, le Salo- 
mone, le Nuove Ebridi, le Isole di Pasqua = per 
citare alcuni centri di produzione — olfrono numerosi 
esempi di scoltura (spesso policroma) che per molti 
rispetti si avvicina all'arte negra. Anzi è da segna- 
lare un fenomeno a tutta prima non comprensibile: e 
cioè che su quest'arte indigena non ha avuto quasi 
influenza l'arte kmer, la bali o l'indiana, sebbene le 
relativamente piccole distanze geografiche permette- 
rebbero di pensare a fratellanze fatali. 

Si direbbe quasi che la Polinesia abbia nei rapporti 
estetici una fratellanza coll'Africa, In quale è in ve- 
rità così lontana dall'arcipelago. Anche in Australia 
le manifestazioni estetiche degli Arunta (così ampia- 
mente studiate da sir Boldwin Spencer) presentano 
legami evidenti coll'arte dei gruppi africani della costa 
atlantica: e rimane quasi inesplicabile l'assenza di un 
qualsiasi influsso asiatico. E" bensi vero che in tutte 
queste isole la vita delle tribù è rimasta ad un livello 
di civiltà non diverso da quello che si riscontra nei 
gruppi africani; talchè la comunanza d'arte non è che 
il fenomeno risultante da una identica stratificazione 
di civiltà. Ad ogni modo è curioso che la penetrazione 
asiatica sia nettamente assente, 

Gli artisti primitivi delle isole polinesiache igno» 
rano quasi interamente la lavorazione dei metalli, seb- 
bene in pratica da quattro o cinque secoli i metalli 
importati non facciano difetto. 

E° quindi raro trovare segni rappresentativi este- 
tici in metallo. Talora in alcuni totem di legno si 
rilevano parti in ferro aggiunte a scopo decorativo: 
e non sarebbe difficile segnalare qualche opera che 
presenta punti di contatto con talune manifestazioni 
cubiste di Arcipenko. Il che non si esprime con irri» 
verenza verso i tentativi cubisti, ma solamente per 
segnalare una comunanza di genesi in manifestazioni 
estetiche così lontane tra di loro. 

Quasi tutta l'arte polinesiaca 
è plastica: le espressioni colo- 
ristiche entrano in atto soltanto 
come decorazione complemen- 
tare delle opere di scoltura. 

I collezionisti ed i musei di 
Europa e di America hanno 
raccolto una messe notevole di 
opere di queste isole. Sono in 
genere totem di espressione va- 
ria, maschere di stregoni, ba- 
stoni o boumerang incisi, sta» 
tuette senza particolare desti. 
nazione, feticci, bastoni di co- 
mando, stromenti musicali deco» 
tati, armi fregiate, ecc. Non 
mancano i vasi ed altri oggetti 
di carattere schiettamente deco. 
rativo, talvolta anche complessi. 

Il legno & il materiale predo- 
minante in tutte queste manife- 
stazioni artistiche: più di rado 
in esse è impiegato l'osso e molto 
di rado appaiono i materiali fit- 


= 


Da" L'art négre el l'arlocfonien''. 


19 





Da sinistra a destra: /oofo delle Frole Sandelch e della Naoca Guinea - Stalvelta della Nuova Caledonia. 


tili. Piume, fibre vegetali, di provenienza varia fanno 
pure la loro comparsa, sempre però con una notevole 
limitazione: e anche in queste particolari applicazioni si 
rileva la ingenuità della tecnica posta in opera, nella 
quale si è ben lontani dalla meravigliosa abilità espli- 
cata chagli artisti incaici ed azechi. 

La maggioranza delle opere plastiche vuol espri- 
mere il terrore: sono cioè feticci e totem, talora poli- 
cromi, con espressioni che vorrebbero incutere paura 
e che più di una volta appaiono grottesche. I saggi 
che rivelino l'intimo afflato artistico sono rari, ma in 
alcuni casi si presentano con nobiltà di senso deco. 
rativo, Ad esempio nella collezione Van der Heydt 
ad Ascona, si ha qualche oggetto decorativo prove- 
niente dalle Nuove Ebridi di squisita fattura e di un 
gusto superlativo, e qualche feticcio della Nuova Ca- 
ledonia rivela la presenza di un vero e proprio senso 
decorativo guidato da vivace fantasia, 

Tozze invece appaiono le he opere in pietra 
provenienti dall'Isola di Pasqua nel Pacifico. Questa 
isola ha un passato molto misterioso ed ha formato 
oggetto di ipotesi svariate. E" ben noto come in essa 





si riscontrino avanzi architettonici complessi che de- 
pongono per un notevole sviluppo di civiltà. Per contro 
nulla sappiamo su questo periodo di produzione arti. 
stica ora estinta: e non meraviglia che si sia pensato 
ad una civiltà spenta, parallela a quella molto dubbia 
dell'Atlantide misteriosa. In ogni caso i saggi più re- 
centi di questa popolazione ormai ridotta a un pic- 
colo gruppo di womini, non permettono di pensare a 
nessuna particolare genialità di razza. 


Qggi l'arte della Polinesia è di moda non meno 
della sua consorella africana. Gli uomini bianchi stan- 
chi del troppo correre lungo le vie della civiltà, tor- 
nano a tutte le manifestazioni semplici, così come i 
palati guasti dal cibo raffinato, tornano agli alimenti 
più ingenui. 

Il senso nuovo nascosto in queste opere e la ge- 
nuinità istintiva di questi anonimi artisti può interes- 
sarci; ma tutti questi segni non sono che espressioni 
dell'uomo fanciullo ancora lontano dall'arte, così come 
i primi balbettamenti del bimbo sono lontani dallo 
sfolgorio del pensiero. E. BERTARELLI 


Ila sinistra a destra: Feltecio delle Nuove Ebridi - Maschere Sella Nuova Zelanda è della Nuova Caledonia. 


vsole lesla di George Wasbingion scolpita sul fiance una montagna nel Sud Dakola {U.S.A} per ricordare 
i Ii fea Stellata, di cai ricorre il ceniena 





E: 
[era 
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pri 
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Di 
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È 


Flefano Brlcarelii) 


( Fotografia 








edili, 





Edificio d'amministrazione pubblica a Sverdlovak, il nuovo centro industriale degli Urali. 


NELLA CAPITALE DEGLI URALI 


Ero arrivato alla stazione di Sverdlovsk. Mi sembrava di 
tiiere piombata in pieno Far West al tempo del gold cib, 
quando gli avventurieri e i correvano la California 
e risalivano il Klondike. 

Oggi tutta la zona degli Urali è in movimento, Le piocole 
locomotive d'avanguardia compaiono nelle zone quasi incaplo- 
rato, le ddraghe frugano la ferra o d'inverno le travertino cor 
rono perlino sui fiumi gelati mentre i treni passano rompendo 
il silenzio della feiga e della fnadee. L'America cento anni fa 
era in preda alla stessa febbre. Bastava che uno sceriffo o 
un minatore qualsiasi desse la voce, e tutti correvano come 
branchi di lupi affamati. Allora era la sete dell'oro, Cra, in- 
vece, la forza motrice di questi spostamenti di masse é la pa: 
rola d'ordine dei poteri sovietici, 

Sverdlovik, situata nel cuore degli Urali, sul passaggio 
della Transiberiana, ai inrova quasi senza volerlo, a dover fare 
da capitale a questo muovo mondo in formazione, 

Avvengono perciò a Sverdlovak dei fenomeni sorprendenti 
che non avrengono più è che nan avvengono ancora nel re 
sto del mando. 

ln tutti i paria della terna ai ia quando ùl parte e non 
n sa quando si arriva, A Srerdlovik avviene il contraria. Si 
sa quando si arriva e non asi sa, a Besson coslo, quando ai 
polrà ripartire, Il treno che parta all'orest, verso Mosca è 
verso l'Europa, viene da Vladivostock. e quando giunge sugli 
Urali ha odta giarni di viaggio sulle spalle. Troricamente dbo- 
rrebbe essere a Sverdlovsk alle 4 di notte, ma la teoria e la 
pratica in Russia fanno a pugni dalla mattina alla sera. E 
percio succede che quando vi viene concesso il permesso della 
polizia per comperare il biglietto, dopo una lunga trafila per 
la quale devono pasiare tutti i russi, bisogna attendere nelle 
tale d'aspetto un tempo interminabile, di ore e di giorni, fin 
che sieme un ferroviere ad annunciare con il parta roce Var 
rivo del treno, 

Allora tutti si muovono come se levassero le tende da un 
accampamento, Soltanto gli stranieri postonò evitare questa 
altesa recandosi dal capostazione a chiedergli la sua opinione 
sull'arriro della Tranalberiana. Ma ci vuole pazienza perchè 
la ruposta che riceverete è di solito molto evasiva, 

— Vedremo, vedremo! 

E #oi capite che certe domando bisogna farlo a tempo ope 


portuino, per cui nitorsate più tardi ed allora avete la soddi 
afazione di constaiare che il capostazione sovietico è la più 
buona pasta d'uomo che si possa immaginare. 

— Anilate pure a dormire, "compagno, Il vostro treno 
fina a questo momento ha 18 ore di ritardo. Venite a vedere 
domani nel pomeriggio. Ne riparleremo. 

E coil la stazione diventa per i russi in dormitorio pub- 
blico e per gli stranieri un posto di caccia, dove vi recate di 
notte e di giorno nella speranza cho la vostra buona stella vi 
permetta di acchiappare il desiderato convaglio. 


Ero, dunque, appena arrivato a Sverdlovik. Le due grandi 
camerate d'aspetto offrivano uno spettacolo che mi fece di 
menticare il pero delle valigie tenute per mano. Era un ac 
carallamento impressionante di gente. Quasi tutti dormivano. 
Il silenzio sarebbe atato assolato sè non Fosse itato continua: 
mente interrotto dal vagito dei bambini. Finiva l'uno e comin 
ciava l'altro, proprio come quando gli agaelli belano nel folto 
del gregge tenendosi nascosti fra le zampe delle pecore. 

Sul piazzale della stazione molta gente “’accodata” segnava 
il passo e batteva i denti davanti ad aleunet baracche, Eta 
gente che aspettava di prendere il biglietto, E poiché le tra- 
smigrazioni da città a ciltà si sono intenaificate altre le nor 
mali capacità degli uiici di stazione, così è subentrato nel- 
l'uso comune questo curioso espediente delle ‘casse’ supplettive. 

Alcune Ariate aspettavano i viaggiatori, E fu con uno di 
questi calessi di campagna che mi decizi a recarmi in cerca 
d'alloggio. 

Fu ian viaggio mirabolante, 

Mon so se voi avete mai assistito ai salii che faano i pom- 
pieri quando si geitano dall'alto per cadere in quei teloni te 
nuti distesi a forza di braccia. Ebbene, io ero nella stesse cir 
costante, e per quanto il bravo irvoseli facense del ivo mer 
glio tirandosi le redini sullo stomaco, non poteva neppur lui 
nascondersi il pericolo di perdere da un momento all'altro il 
cliente per là atrada. 

Le sirade di Sverdlovsk fino al mese d'ottobre sono fiumi di 
fango, ma fiumi così larghi e così diritti che Reppure la Via 
Mazionale di Roma potrebbe competere per spazio e linearità. 

La grande Caterina, quella che quando sveruara in Cri 
mea si presecupava del freddo eccezionale di Pietroburgo per 


Bi 


na grossa fonderia metal- 
lurgica in costruzione, selle 
elcinanze di Siperdionnk. 


la paura che le marisvero gli 
uccelli nelle gabbie dell'Ermi: 
fagr, Fu l'ideatrice di igibesta me- 
iropoli che da dise incali aipettàa 
quelle piccole cose senza delle 
quali un bel piano regolatore 
nan può diventare Una grano 
dle cita. 

Le sirade, dunque. ci sona, 
E tanto granai che ai abano for 
mafe denira di ssio delle piate 
serpeggianti secondo gli umori 
tlel terpena # secondo | abeu= 
dine del pasranta. Apa le toe win 
ta; grazie 4 Ca terin dn & ‘è anebe 
un marciapiede alio un buon 
metrò wul fosdo della sirada. È 
sembra fado apposta coil, lune 
che per agevolare la sgombero 
della neve che cadendo dalle 























parti riempie la strada e lascia Li: 
tera il passaggio, anche per con- 
iribuire alla selezione della ipecio 
facendo rompere il collo agli vb: 
triachi, ai miopi e in generale a 
bulli colare che noaà hanna apuiccato 
dati ali equilibrio, 

I russi non mancano mai di idee 
granelicae. Jul agni paio Be asele 
Uia Pet Perfino i pali talagrabci, 
che si allineano per le strade di 
Questa siagolare cilià, aono coil po- 
busti che mi enna più valte la 
tentazione di abbracciarli per amor 
dell'abbondanza. 


Srerdlovik, come tutto le cità 
russe. ha la sua Via Lenin sul tipo 
molto approssimato della Main 
Sirect alla Seielair Luria, tipica 
delle città americane. Nella via 
Lenin pamano ire 0 quattro tram 
#ni, Pr alfl'accianà dun cinematograh, 
che quando non hanno in vetrina 
Harald Lloyd preseniano i firmati è 
le monache dei flmi antireligran ; 
e grandeggia la statua di Sverdiovek, 
al quale compete l'altigzimo onore 
ili averla fatta bahia per acapre 
con Nicola Romano e famiglia, 

Mella via Lenin sianno asche 
sorgendo alcuni grattacieli ela spet 
tacola prù wisggestivo di quassù è 
certamente quello di vedere di notte 
asito i lasci dei rilleitori, mentre 
la città & immerta nelle tereolera, i 
picceli uomini andare a venire fra 
le impalcatare, curvi sotto il peso 
clel materiale he berto n costruire 
la meirocpoli incantata. 

Caterina ha dato le grandi stra- 
ale, i bolecewiehi ilaranno i Eral= 
tacioli e mon è sscluno che fra aliri 
iluecento ansi qualcun altro dia 
qualcosa adi più. Intanto, se chie- 
dete al membri del Soviet localo lo 


Gruppi di case operaie, costruite 
per il sistema di cita collettivo, 
sorgono d diperdi cea. 


ta 


loro previsioni sullo sviluppo cco- 
nomlco degli Urali, vi diranno molta 
nutorevalmente che fra quattro 0 
cinque anni Sverdlovsk avrà duo 
milioni di abitanti invece dei s50 
mila di ndesso, 

Swerdlevak, per voler essero più 
comunista della altre città, ha finito 
per diveniare una città fuori del 
comun, {lire alla Casa Ipatieli, 
olire ai traguardi rossi nel mezzo 
delle vit che minacciano luaco e 
fiamme ai nasci «li clave, cate 
anche il Calfedral. Il calfedral È 
LE ria tipica intitutione sovietica, E° 
una cattedrale trasformata in calle. 
Noa ai rimuove l'edificio, mon ni 
guarta nulla, Tuita nFtlone Con pos 
chissima spesa. Una volta spediti i 
sacerdoti "al regno del generale 
Sukhbonin basta soitituire dive alffe 
ai due di, 1 fedeli ortodossi dovrete 
besro diventare aulomaticamente 
babilufs da calle, mentre gli alto 
parlanti al posto dell'altare vom: 
tamo fiumi d'insolenze contro il 
vecchio regime. 


A Swerdliovsk quando avete ape 
petità letti davete mai cercare il 
ristorante 0 la trattoria è l'albergo. 
Kens jalituzioni borghesi. Dlavete 
semplicemente corcaro "la Fabbrica 
del cibo”. Poichè tutti aspirano ad 
Caboene operai, il casco diventa un 
fabbricatore di pietanze così come 
lo îguattero tecricamente dovrebbe 
nesta n fabbricante di pulizia. 
Come in tutte le città della Russia 
ache à Sverdloval ai wire a base 
di contraddizioni, Ogni tre paisi 
trovate i ceatelli per rifiuti, Mentre 
alate pentando che questo È ii pro» 
gresso dovete constatare che è pres» 
sochb icondaciuto l'uso dei faero: 
letti. Con il pallice © Gan l'indice 


Uaa sirada principale della capi- 
tale, che allence dopo l'affrettata 
cortrinzione, di carcere vlslemala 





Un circolo politico di 
opersi e impiegali nel 
cendro della città. 


della mano dertra 1 passanti si 
atringono le narici, provocana 
un po d'aria compressa, vi fame 
so fare un salio indietro se sieta 
in prossimità © lutto va a posto 
da sò, 

Llepo, magari, prendono de- 
licatamente il morricone dalla 
sigaretia e vanno cercanda il ce- 
atello per buttarvela dentro. 

I russi sono fatti cos, 

Durante gli anni della care 
alia il negozio di Moica cha 
lavorava di più era ed è tuttora 
una bottega d'uccelli sulla via 
dell'Arbat, I Tiafài mon averana 
niente da mangiare, ma sm por 
lavano a cana i camarini e 1 Îrim- 
guelli per sentirli cantare d'al- 
legria. Ed ancor oggi la gente 





Bh 


ti metile pazientemente “in coda” per comperare i fiori arti. 
ciali da esporre copiosamente tra i vetri doppi delle finestre. 


Non appena giunsi al nuovo albergo di Sverdlovik = sei 
piani, duecento camere. termonifoni — chiesi. com'era naturale, 
una camera nd un letto. Mi guardarono in faccia e sorrisera. 
E succedette, per una volta di più, quello che normalmente 
non succede in nessun'altra parte del mondo. (Quanda wi pre: 
sentate nil un albergaiore borghese per chiedere una camera 
ad un leto, questi vi offre una camera a due piazze invece 
che ad una, dicendovi che l'albergo è pieno anche ne è vuota, 
A Everdlorsk no. A Sverdiovik chiedete una camera ad un 
lato è l'albergatore-funrianaria vi guarda di malocchio perché 
avete delle pretese ecorssivo, per non dire antiagciali, 

= Îl leito si, la camera no. 

Poicio arere un milione in tasca, ma di qui non zi scappa. 
E dovete rasstgnari a darmirze comuniaticamenie, inaleme è 
gente mai vista e mai conosciuta. L'albergo di Sverdlovak è 
una tipica conquista del regime. È soviet prima di costruire le 
case costruiscono gli alberghi, perché gli alberghi mipondono 

ienamente ai criteri del collettiviemo, Avriene con che gli 

alberghi diventano aleeari di case, ossia cellulari per famiglie. 
Quando una famiglia ricict a cacciarsi in una camera cerca 
di passarvi tutta la vita, Teoricamente l'albergo sbrietico do» 
vrebbe corrispondere alle apartament beases del Nord America, 
ln pratica, come sempre, le cose vanno diversamente, 

Quando entrai all'albergo di Sverdlovsk due womini erano 
coricati sulla porta d'ingresso. Erano due 
clienti. Aliri stavamo sei corridoi sdraiati, 

rtorra, cd un capite, con tanto di pol 
Ficola e di stivaloni, era disteso sopra il 
davanzale inierno di una fintaità, supino 
come sopra una tavola anatomica. Seme 
brava un posto di soccorso dopo una 
catastrofe tellurica, 

La tranquillità che si gode ia un al- 
bergo sovietico è senza precedenti nella 
storia del quieto vivere. Poichè mai nes: 
suns derme alla stessa ora, l'albergo è 
sempre in preda alla mobilitazione ge- 
merale, In una camera si riunisce un con 
siglio notturno di ispettori sovietici, in 
ian 'altrà degli ingegneri tedeschi si ub- 
briacanò con la vodka, in una terza una 
cantante non aspetta seppure il primo 
chiaror dell'alba. como l'aspeitano per 
fina le galline, per esplodere in certi gor- 
gheggi che vi obbligano a rimpinzirvi le 
orecchie di bambagia come se doveste 
fare un «iaggio in aeroplano, Aggiungete 
a tutto ciò 1 bambini che fanno la mas 
ratona nei corredo giocando alla palla. 
un cane che si diverte ad abbaiare, i 
clienti dal sanno arretrato che appena 
chiudono gli occhi fanno iremare le pa 
reti. e. se ciò non bastanie, la corsa ru 
morosa di un letto sulle rotelle che arriva 
nella vostra camera come una lacome 
tiva ad una testa di linea. E poi l'andi 
rivieni delle donne di servizio che pas 
sano l'una dopo l'altra a vedere se c'è 
da fare quello che ha già fatto la pre 
cedente, 

À tuito ciù dowrei anche aggiungere 
un topo che di notte, quando vi è un 
momento di tranquillità, non si lancia 
scappare questa difficile occasione per 
rosicchiare il legno dell'armadio. Ma por- 
cht i pacifici lettori del mondo borghese 
possono credere che io voglia caricare le 
tiate, lasciamo stare anche il piocolo topo. 


A destra: Suonalori ambolanti 

în va quartiere di Scerdloval; 

sopra, bimbi in un ricovero per 
l'infanzia abbaadonata. 





Pensavo alle delizie della vita in comune, aspettando l'ara 
di dermire, quando, per quii colpi li genio che capitana a buiii, 
mi venne l'ottima ila di leggere il Raciliziiate appeso alla 
parete. L'ultimo capoverso diceva testualmente così: “La pre- 
senza della cimici ada coititalace matlvo di protesta”. Pawere 
beatiale! 

Esco Gralmente un paese dove anche per loro esiste il 
diritto d'asilo. lo le avero già cososciute sulle cuocette dei 

+e derò riconzicere — ail anor del werà — cho quasto 
di Srerdlorak hanno un senso di riguardo che un elementare 
dovere di cronaca mi induce a segnalare. 

Mea ne accorii quando il coraggio a due mani è gia- 
canda il tutta par tutta, decini di dormire. Le pevero bestie, 
vuoi per naturale timidezza, vuoi per l'indole buona e per 
l'appetito soddisfatto, ai tenevano sotto la federa del guanciale 
è thàmminavano carponi, pasiò pastò, come it lemotiero di 
svegliarmi E non era colpa loro se i buchi delle federe le 
portavano fwori dal chiuso con quel lento grattare che l'epi- 
ddermide dell'uomo ha il torta di avwertiro. 

I materdisi di Sverdlovik sono alti un dito. Sembra di 
dormire sopra una foglia di tabacco accartocciata, Avviene 
cosi uno stranissimo fenomeno. Più «i coprite # più sentite 
fredde. Alla matiina, quando iene l'ora di alzarsi, avelate il 
segreto da letti di Stato, ll freddo viene dal disotto, Invece 
di coprire sé stessi, bisogna coprire la reie metallica. 

Men avrei mai pensato che la rivaloziane iommeovtaie per 
bio questo regole olomentaritiime del quieto vivere, 


Edificio d'amministrazione 
nel centro di Seerdlarsk. 


Alla mattina, dopo una notte in 
ssnne, mi parro perdonabile il das 
derio di riconformarmi con una tazza 
di the. Venni informato che non cera 
rucchero. (Quesio inconveniente ca 
pila spriio anche a Mosca, dove nei 
ridotti dei teatri vi possono dare beni 
il the amaro, ma con il conforio di 
una caramella. 

A Swverdlovik niente. Nemmeno 
con il the ai persona provare le dal- 
corse della vita. Soltanto alcuni giorni 
più tardi arrivò la cameriera quasi 
trafelata partanidomi an blocchetto di 
rucchero. Dapprima credeiti che fosse 
marmo degli Urali identico al marmo 
di Carrara. Poi compresi il pregio 
di quel dono. 

Hii sembrava di aver trovato il 
Gran Condé scomparso dagli Alagires 
del cantello di Chantilly. Per un per 
meriggio stelti a guardarlo, Poi co- 
mirciai a alaccettarlo con rimorià, 
@iornò per giorno, bevendo sempre 
il the amaro ma con l'illusione che 
fosse dales. Finalmente, a Sverdlowalk 
venne un'ondata di rucchera e il pro 
blema sembrava risolto, Ma fu pro: 
pria in quel giorno che non ni trovo 
più il the. 

Tutte le core russe rannò previa 
poca casi, 

L'unico moda f stare bene a 
Swerdlovik è di cadere ammalati 
Allora si ha l'i impressione di dfliven» 
tare i benemeriti della società bale 
scevica, Ho fatto questa constatazione 
a spalle di an povero ruiso che allag- 
giara con me, Può darsi che per due 
o tre giorni non vi riesca di avere un 
dottore, ma se avete la pazienza di 
non morire prima, avrete, olire al 
dottore, le medicine, gli alimenti e 
tutto gratis. Una buona malattia è 
uma cura per ingrassare ed é un modo 
come nessun altro per fare economia, 

Quando poi entrate in convale: 
scenza dovete cominziare a chiedervi cosa state facendo di 
malo perchè poco alla volta vi si debba privare di lutto. 


Srerdlovak o una terra d'avventure. Dalla piasura asibe- 
riana, dalla montagna, dai bacini industriali, tutti convengono 
qui per irovare lavaro, per prendere i treni, per dare un colpo 
ARL al timone di rotta della propria vita. Gli atranieri 

lavorano negli stabilimenti sperduti nella solitudine della 
lefrà russia vengono a consumare quel quarto d'ora di buon 
umore senza del quale l'esisienza non avrebbe unòo stapo. 

Una sera fui avegliaia da uni voce stentorea che bo 
eco nei corridoi dell''ineffabile albergo di Stato, Adferrai cone 
fusamente due parole: “andate”, “forca”. Mi sembrava roba 
italiana. Mi alzai in fretta è furia. Su e giù, per il corridaio 
camminava un perro di giovanotto con gli stivaloni alla mo- 
schettierà, una bodtiglia di #odka infilata nella cintura dei pane 
taloni, i capelli per aria. 

Era un italiano che veniva dalla Siberia: l'ingegnere Paolo 
Soprani di San Rema, 

— Come vi trovavate laggiù? 

= Malia bene. Il prima giorno che arrivai a Movosibirak 
mi presero a schia 

— di schiafli ia Russia? E' una cosa impossibile. O a baci 
a a rivoltellato, 

— No, a schiaffi. Andavo per la strada quando mi si av- 
vicinò un womo, " Permette?", mi diiie. " Permmeito”, risponi. 
E mi diede un solenne ceffone. Cercai di reagire, ma 1 guai 
compagni mi tennero, E l'uomo continuò a far saltellare il 





83 


palmo della sua mano sulla mia faccia. Poi dovetti ringraziarlo, 
= (Come mail 

= Si, Eravamo a 40” sotto zero e mi stava congelando una 
guancia. lo non me ne accorsi. Se ne nocorse lui. Per ricono- 
scenza degli schialfli riceruti dovetti invitarlo a bere la vodka. 

Quella sera gli italiami di Sverdlowsk ai riunirono. Eravamo 
in tre, Avremmo potuto essere in cinque, ma due saltimbanchi, il 
duetto Zappa che lavorava al circo equestre, furono introvabili. 

Cera anche l'ingegnere Lorcazo Marchetti, romagnolo alli 
Fasnza, che dia il contributo della sua esperienza tecnica per 
la creazione degli impianti elettrici e che va sue giù per la 
spina dorsale degli Urali iipezionando | muori centri della me: 
tallurgia mera. ÈÉ' anche lui un ospite della Casa del Libero 
Scambia, dose basta che no ai alzi dlal letto per caiero èètto 
che qualcun alirò va prontamente a sostituirlo. Ma l'ingegnere 
Marcheiti ha risolio con un ingegnoso sirnitagemma il problema 
del letto riservato, Prima di uscire di camera da di piglio a 
una catenella e la tira come se suonasse una campana. Il leito 
PA pace h pero ai libra dalcemento nello fpazio innalzando 
fina al soflitto. Pai il bravo connazionale dà un giro di chiave 
e se ne va tranquillizzato. 

Il giorno dopo uno dei ire, Soprani, questo bel tipa di 
pioniere in berrettone di pelo è giubba di fruitagno, partiva per 
Leningrada r dare i suoi prezioni contigli a una grande 
azienda statale di turbine a vapore. 

[li italiani, negli Urali, nos restavano, alle a soi, che La via 
Sacco e Vanzetti e la marca di fabbrica sull'organeito immemo- 


rabile di un mendicante cieco: Corchi, Bacigalupo e Grafligna. 
MIRKO ARDEMAGNI 


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I nuovo ponte che unirà Venezia alla terraferma. Operai all'opera su un tratto ove i lavori sano più avanzati, a fianco 
del itechio ponte ferrosiario. Sopra: L'aa sona dracciala per la castrazione, 


La poderosa diga di Rybura negli Stati Uniti, che si via ultimando dopo cinque anni di lavoro, 





Armonie geometriche. di ponte sospeso del porte di Marsiglia, 





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DIREZIONE GENKARALE IN ROMA 


PRESIDENTE: On. Sen, Gr UM Ave, Carlo Bonardi 
DIRETT. CENERALE: Gr LUI Dos Giulio Calemani 


La Cassa Nazionale laforiuni, fondata nel 1BBi, 
attualmenta ordinata q slisciplinata secosilo le dispo» 
sizioni del R. Decreto Legge 16 maggio 1906, n, BR, 
canivarivà in legge il ab giugno 1g}1 6, nm. 1569, è latituia 
di diritto pubblico. posto sotto la vigilanza del Mini 
stero delle Corporazioni ed autorizzato per legge ad 
esercitare, a premio fivso, l'assicurazione chbbligatoria 
centro gli inforiuni degli operai sul lavoro, 

E' amminisirafa da rappresentanti dei iddtatori di 
lavoro è dei prestatori d'opera, designati dalle rinpet- 
tiva Organizzazioni annalacali è da rappresentanti dei 
Mimisteri delle Corporazioni e delle Finanze, tutti di 
nomina governativa, L'latituto, dotato di un'organiza= 
zazione amminisirativa o tecnica awiai decentrata c 
snella, nos ha scopo di lucro, ma devolre tutti gli wtili 
di ssercizio ad opere ali nislilenza h fasore degli infor- 
tunati e delle loro famiglie ed ha creato e gestisco soi 
ospedali traumatolagici specializzati: oltre cento am: 
bulatori, venticinque gabinetti radiologico dotati di 
tutti gli impianti per cure laiche ed elettriche. 

La Cassa Nazionale Infortuni ha proprie sedi in 
tutti i capoluoghi di provincia ed anche in altre loca 
lità del Regno che siamo centri industriali, nelle Co 
lonie e nelle Isole Egee. Pubblica dal 1914 in Roma, 
FPiazzà Cavour 3. la rivista mensile Aaa ga «Bella 
Previdenza Sociale {Politica Sociale, Diritto è Giurie 
sprudanza, Medicina Sociale, Tecnica Aasicurativa]. 





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A RIVISTA 


ILLUSTRATA DEL “POPOLO D'ITALIA" | 


Fondatori: 


REDAZIONE amministrazione MILANO via Lovanio se 


Ì Anno X 


ABC MENTO ga dI RE L pod 


Pelibllicolià i Cori ia Le Pelia Frari SA 


SENZA PRECEDENII 


L'osservatore che segue lo svolgersi degli avveni- 
menti internazionali in questo momento di alflannosa 
ricerca delle soluzioni salvatrici, deve certo rimanere 
stupito ed estatico dinanzi ai fatti che giornalmente 
si producono nella vita politica cd economica italiana. 
Di fronte a così nuove ed inconsuete realtà — tan- 
gibili ed incontutalili > dovrà constatare che mentre 
ovunque cadono e s'infrangono credenze, Istituti © si 
stemi, si capovolgono tradizioni e si rovesciano valori, 
in Italia, nella vecchia povera lialia tante volte e per 
tanti anni misconosciutà, per merito di un sol Uomo 
pulsa rigogliosa la vita. 

Nessuno mai avrebbe pensato ad un crollo della 
formidabile finanza nordamericana. E' caduta come 
un castello di carte. L'Inghilterra, la cui solidità mo- 
netaria erà l'ammirazione del mondo, ha abbandonato 
la parità aurea seguita da altre Nazioni pure privi. 
legiate. La Germania non sa risollevarsi, la Francia 
sollre un po” il male del suo oro che le pesa più che 
le giovi, la Russia vagola nel buio dei suoi piani quin- 

uennali tra lo spettro della carestia e la minaccia 
del fallimento mentre il politicismo conduce alla ro- 
vinà la Spagna. Il Chile è in angustia, il Sud America 
in ehollizione, il centro Europa alla questua ed 1 Bal- 
cani, cui la Francia non pote dare la inanna, né tuite 
le felicità abbondantemente promesse, in sordo rancore. 

Nell'Italia fascista, invece, le cose camminano di- 
wersamente, Benito Mussolini ha chiesto ancora una 
volta al suo popolo il contributo di collaborazione 
per il buon andamento dello Siato in questo periodo 
di squilibrio mondiale. Lo ha chiesto al suo popolo 
perché non vuole dipendere dai ricchi epuloni di fuori 
che stanno spiande ogni occasione per offrire sol» 
leciti le briciole delle proprie ricche mense. Lo ha 
chiesto al suo popolo perché sapeva di potervi contare 
con tutte le sicurezze e perché il popolo italiano ha 
in st la forza ela capacità della propria salvezza. Ed 
ha chiesto ua anfore, cd ha lasciato freeici giorni di 
tempo per soltosceriverlo. 

In un giorno solo il popolo italiano ha dato al suò 
Capo quattro miliardi e uezzo, costringendo il Ministro 
delle finanze a chiudere le operazioni al cadere della 
Stessa giornata per non essere costretto poi a rifiu- 
tare le nuove offerte che già si preannunciavano in- 

enti. Allora il popolo e: ia ha proprio tutta la 
fiducia nel suo condottiero? allora è assoluta la sua 
dedizione al Regime? Ed dl Regime Fascista & real» 
mente pencirato nella coscienza e nella comprensione 


ARNALDO MUSSOLINI 
Direttore: MANLIO MORGAGNI 


= È aeriti dh ropraszicniona e di Grade spp nanenalà pero tti | pai 


MANLIO MORGAGNI 


* TEL. Bi, GbEsl 


BH. 4 Aprile via - LA RIVISTA ice ogni mese 
Bauera L. 100). MAUBMRRO SEPARATO L. bd 








alel popolo «e con lanto enlusiasmo il popola accorre 
a portare e ad alffrire la propria ricchezza perché le 
sorti dello Stato fioriscanòo sempre più? Questo è il 
miracole che, nel disorientamento generale del mondo, 
Benito sin ha saputo compiere per la salute 
degli italiani, E gli italiani, ancora una volta e ancor 
pù clamorosamente, hanno voluto provargli come ab- 
biano fede in Lui, nella saldezza degli Isututi da Lui 
fondati e nella vitalità delle conquiste della rivolu- 
zione ch'Egli conduce in questa decrepita Europa che 
si sostiene malamente sulle grucce. Ma la fiducia del 

popolo italiano, ferma, sicura, costante non è. come 

Poiche malinconico transalpino potrebbe insinuare, 

atta di poesia, di ardente entusiasmo secondo il clima 
del nostro sangue e l'esuberanza della nostra razza. 

La fiducia del popolo italiano è materinta di fatti 
e basa sulla evidenza delle constatazioni. Il Duce, in 
dieci anni di lavoro, che parrebbe incredibile se non 
ne vedessimo i risultati, ha dato alla sua nazione la 
certezza che Egli sa condurla ove é necessario per il 
benessere è la prosperità collettivi. Qgni suo atto, 
ogni sua parola, sono intesi a questo unico bne è la 
nazione Lo comprende e Lo seconda in una comunione 
di pensieri e di propositi, di volontà e di spirito su» 
premamente edificante. In qual'altura Terra é mai ciò 
possibile, specie nelle diffidenze che ogni giorno au- 
mestano fatalmente verso vomini e regimi? 

In Italia, invece, nella disciplina più perfetta, è 
perfetta perché consapevole, si attende in surenità e 
si procede senza soste, Così è proficua l'opera dliu- 
turna degli organi dlirigenti e il suprema Cunsesso del 
Fascismo può raccogliersi intorno al Capo ed udirne 
la parola vivificatrice che per oltre due ore scende 
ad ierorare di nuova feconda rugiada i i cuori e le menti. 

Il Duce nel Gran Consiglio Fascista guarda alla 
situazione del mondo è ne addità i rimedi se verà- 
mente si vuole che si instauri il regno della pace. In 
tutto questo vano alffaccendarsi di uomini politici che 
si rincorrono da capitale a capitale, da città balneare 
a città balneare, solo Benito Mussolini sa trovare la 
parola opportuna e il suo monito è raccolto e meditato. 

Un giorno, auguriamo non lontano, il mondo sen- 
tirà riconoscenza per il Duce d'Italia che addita la 
via nel solo e superiore interesse dell'umanità e del 
benessere dei popoli. Quotidiani di alta importanza 
internazionale già rilevano la potenza del programma 
mussoliniano, lo esaltano e ne invocano prontamente 
l'attuazione per la rigenerazione del mondo, 


Nell'attesa di questa ineluttabile realizzazione, il 
Duce lavora per È suo popolo, ne antivede i bisogni, 
appronta le provvidenze e prepara le opere future. 
Un nuoro miliardo di lire è stanziato per lavori pub- 
blici e forniture industriali; un miliardo è destinato 
ad alleggerire il disavanzo del bilancio, 11 popolo ita- 
liano sente di poter guardare con tranquilla attesa a 
nuove ardue prove, se verranno, così come con vi. 
rile fermezza cd austeramente ha superato quelle che 
lo colpirono. E questo vuol dire al suo Duce ogni 
qualvolta ha la felicità di incontrarlo sui campi del 
lavoro. Questo hanno voluto significare le spontanee 
dimostrazioni fattegli dagli operai delle imponenti bo- 
nifiche dell'Agro Pontino, ove parecchie migliaia di 
lavoratori dissodano la terra cd apportano pane e sa- 
lute in una gigantesca impresa; e questo hanno voluto 
significargli con fervide manifestazioni d'entusiasmo le 
maestranze occupate negli scavi alla Capitale. È non 


GLI AVVENIMENTI 


è volta che il Duce si rechi fra il suo popolo che 
lavora e che l'ama, che non sia accolto da deliranti 
attestazioni d'amore e di dedizione. Ma tanto amore 
degli italiani per il loro Candottiero ha un'altrà più 
profonda e significativa riprova nel dono del proprio 
sangue, nell'offerta dei propri figli. Le forze giovanili 
fasciste hanno avuto quest'anno, secondo le ultime 
statistiche, un aumento di iscritti che supera il milione. 
Il 21 Aprile festa del lavoro fascista è commemora- 
zione del solco quadrato di Romolo, oltre duecento» 
mila giovani, già consci dei doveri e della disciplina 
per il lungo noviziato nelle organizzazioni giovanili, 
passeranno nelle file del Partito. In questa sublime 
olferta di spiriti, di coscienze, di energie e di volontà 
giovani e fresche il Popolo italiano esprime nel più 
alto grado il suo consenso al Duce perchè in essa 
sta la continuità, la vita e l'avvenire della Rivolu= 
zione e, di conseguenza, il benessere degli italiani. 


MANLIO MORGAGNI 


INTERNAZIONALI 


REVISIONE DEGLI ERRORI 


Le fasi degli avvenimenti politici internazionali si 
ripetono oramai con una monoionia esasperante, LJua- 
lunque sia il tema o il problema in discussione si as- 
siste sempre ad una lotta, ora palese ed aperta, ora 
sorda e sotterranea, fra gli scopi egemonici della po- 
litica francese e le supreme mecessità di difesa del. 
l'una o dell'altra grande potenza curopea, o di tutte 
insieme le grandi potenze che non intendono di lasciar 
correre la Francia al predominio politico, economico, 
militare è finanziario del Continente. 

Gli avvenimenti delle ultime settimane hanno dato 
ancora una volta il senso e la misura di questo gran» 
dlioso contrasto che si é acceso all'indomam della cons 
clusione della pace, allorquando, attraverso le formule 
dei trattati è apparso chiaro che tutti i frutti e tutti 
1 benefici della vittoria. erano andati ad inorgoglire, 
a ralforzare e ad arricchire una sola delle nazioni 
vittoriose, e precisamente la Francia. 

Anche la grave crisi che travaglia da due anni il 
mondo dovrebbe servire ai fini della politica egemo- 
nica della Francia ed offrire a questa politica i mezzi, 
il momento ed il pretesto per concludere il ciclo della 
fortunata ascesa del prestigio francese. Se questa po- 
litica si è rivelata fino ad ora impotente e se non ha 
dato nessuno dei frutti che i suoi autori ne spera» 
vano, non significa per questo che gli effetti e le 
ripercussioni si riflettano e pesino sulla situazione gene- 
rale politica cd economica dell'Europa con risultati 
negativi che complicano i problemi, già gravi 8 com. 
plicati, e che ritardano l'opera di risanamento e di 
riassetto del Continente, 

L'episodio questa volta è scaturito da un progetto 
francese, che va sotto il nome e la paternità del 
signor Tardieu, tendente a soccorrere i paesi del set- 
tore balcanico danvbiano colpiti duramente dalle ri» 
percussioni della crisi economica mondiale, 

In effetto, per alcuni di questi paesi, come l'Austria, 
l'Ungheria e la Bulgaria, la gravità delle diflicaltà 
nelle quali non da ora si trovano e si dibnttono, hanno 
origini più lontane e più profonde; origini che risal- 
gono all'epoca della conclusione è della imposizione 
dei trattati di pace, che un sistema di alleanze pali: 
tiche e militari creato dalla Francia attorno a questi 
piccoli paesi mutilati, spogliati e disarmati, ha aggra» 
vato ancora di più negli effetti e nelle conseguenze, 


Il momento ora è giunto nel quale il contagio delle 
difficoltà e della miseria ha reso penosa la vita anche 
agli Stati ai quali venne affidata la missione di sor- 
vegliare, di intimidire e di soffocare i tre paesi esclusi 
dal sistema, oltre che la funzione più alta e più lon- 
tana che avrebbe dovuto consistere nel fare da con- 
trappeso alla influenza dell'Italia e ad una temuta 
ripresa della Germania. 

Fino ad ora la Francia ha rifornito questi paesi 
di denaro, di armi e di materiali. Cecoslovacchia, 
Jugoslavia e Rumenia hanno goduto della protezione 
politica della Francia, degli aiuti finanziari e della 
sicurezza che veniva loro dal considerarsi rti vive 
della grande repubblica imperiale e militarista d'oc- 
cidente. l tempi della crisi finanziaria ed economica 
mondinle accelerando, hanno reso, rà, evidente la 
inconsistenza e la instabilità dell'agglomerato politico 
costituito dai tre paesi danubiani e balcanici facenti 
parte del sistema delle alleanze francesi. Questi paesi 
non hanno resistito, pure uniti politicamente fra loro, 
protetti ed aiutati in tutti i modi da una grande è 
ricca nazione, allo sconquasso della economia mon- 
diale; tanto più che i loro intrinsechi interessi eco- 
nomici divergevano in luogo di armonizzare, quando e 
dowé non erano in aperta antitesi ed in fiero contrasto, 

Le correnti degli scambi e dei traffici non segui- 
vano affatto gli indirizzi e gli orientamenti della po- 
litica dei governi e della simpatia dei popali, edi ca- 
ratteri economici contrastanti dei tre paesi fra loro 
alleati non riuscivano ad armonizzarsi compensando 
con sacrifici reciproci i disquilibri e le dissonanze di 
ordine economica. 

Ora il progetto francese tendeva ad includere nel 
blocco piccolo intesista danulriano e balcanico, l'Au- 
stria e l'Ungheria allo scopo di creare un insieme 
economicamente armonico che saldasse gli scarti è le 
differenze preesistenti nel sistema a tre, obbligando 
questi due paesi, finora tormentati e dimenticati, a 
rompere le relazioni economiche allacciate nel frat- 
tempo con paesi sostanzialmente efficienti e capaci di 
compensare senza artificiore combinazioni unitarie le 
differenze della economia e della produzione —- some 
l'Italia e la Germania — per diventare clienti ed al- 
leati economici, e quindi politici, degli altri tre paesi 
balcanico danvbiani a vantaggio particolarmente di 





La Conferenza economica di Londra. (sa sinisint) l'ambasciatore decderto von iINenralb, il copo cella Melegazione 
i Selegali inglesi Renciman e dhimon, il ministro Grandi e l'ambasciatore Bordonaro, 


germanica von Milo, 


uno di questi Stati, la Cecoslovacchia, la cui prepon= 
deranza industriale non riusciva finora a trovare 
sbocchi adeguati negli altri due paesi del sistema, la 
cui economia è basata quasi esclusivamente sulla a- 
gricoltura e la pastorizia. 

La preferenza accordata dal progetto francese 
alla Cecoslovacchia non era nemmeno causale né sen 
timentale, essendo noto come le Industrie cecoslovac- 
che vivano con l'apporto del capitale francese. 

Un curioso aspetto di questo progetto, fiorito nella 
fantasia fervida del signor Tardieu, consisteva nel 
rappresentare esso una specie di ricostruzione del 
vecchio impero austro-ungarico, e nel dimostrare la 
bestialità colossale compiuta a Versaglia nello spez 
zettare l'impero absburgico per creare un sistema fit- 
tizio di Stati successori e privilegiati, ingranditi in 
mado esagerato ed assurdo con i territori risultati 
dallo smembramento dell'impero. | 

Più strana è sintomatica a pariva ancora la esclo»= 
sione dal sistema economico Latta costituito fra 
gli Stati successori della vecchia monarchia, del mag: 

iore degli stessi Stati successori, dell'Italia, che per 
diritto storico — avendo essa determinato il crollo 
definitivo dell'impero — per la sua posizione geogra- 
fica e per l'importanza delle sue relazioni commer: 
ciali economiche con tutti 1 vecchi ed i nuovi paesi 
dell'Europa centro-orientale, è indubbiamente il paese 
maggiormente è più da vicino interessato agli avve: 
nimenti di questa zona, e più di ogni altro paese è in 
grado di partecipare effettivamente ad un' opera di 
risanamento e di soccorso, come ha già fatto attra- 
verso e per mezzo degli accordi commerciali stabiliti 





con l'Austria e con l'Ungheria ed anche in conse 
guenza delle intense relazioni economiche e degli at- 
tivi scambi commerciali che mantiene, ad onta di tutto, 
con il vicino e confinante regno dei serbi-croati-sloveni; 
e si sarebbe dovuta escludere dal sistema anche la Ger- 
mania, malgrado la massa di interessi economici che 
questo grande paese industriale ha allacciati e man 
tiene specialmente con l'Austria e con l'Ungheria, 

Il piano del signor Tardieu è risultato inapplica- 
bile ed irrealizzabile ai rappresentanti delle grandi 
potenze convenuti a Londra su iniziativa ed invito 
del governo britannico per esaminare dlisgr di soc- 
corso da compiere in favore dei paesi del centro è 
dell'oriente europea. 

In questa conferenza la tesi sostenuta dal governo 
italiano ha costituito l'argomento centrale della discus. 
sione, e sul punto di vista sostenuto ed illustrato dal. 
l'on. Grandi si sono infine concordati i pareri e raccolte 
le adesioni dei delegati della Germania e dell" Inghil- 
terra, sanzionando in tal modo la impossibilità di ap- 
plicare il sistema prospettato nel progetto francese, 

La conclusione della breve e rapida discussione di 
Londra ha la sua notevole importanza politica, come 
aveva un preciso scopo politico il progetto avanzato 
dal governo francese. Questo scopo è stato partico. 
larmente compreso e giudicato dagli inglesi, ai quali 
inoltre può essere sembrata strana e sospetta la esclu- 
sione dal piano di soccorso francese, della Bulgaria 
e della Grecia la cui situazione non è migliore di 

uella della Rumenia, della Jugoslavia e della Ceco» 
ovacchia ed i cui interessi gravitano e si affermano 
nel medesimo settore europeo preso particolarmente 


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I rapprescalanti inglesi e francesi alla Conferenza delle Quattro Potenze a Londra: (da sinistra) Runciman, 
Neville Chamberlaia, Tardien, Mac Monald, Kandia, Fleutiaus e Simon. 


di mira nel progetto francese. La politica francese tema 
de a costituire una situazione tale che renda possibile 
la istaurazione di una egemonia della Francia in Europa, 
è questa politica urta con gli interessi vitali di tutte le 
altre potenze curopee cl nnche dell'Inghilterra, la cui 
indipendenza economica, la cui influenza politica ed il 
cui prestigio di potenza ad interessi occanici e mondiali 
sarebbero gravemente compromessi dal sopravwalere 
dell'influenza politica e dal predominio della potenza 
economica e finanziaria di una potenza continentale 
qualunque, ma particolarmente della Francia, 

Uno degli aspetti più preoccupanti della situazione 
creata dagli indirizzi e dalla condotta della politica 
della Francia è la facoltà negativa di qualunque ini- 
ziatiwa che possa essere presa dalle potenze per cer- 
care di porre rimedio e di mettere un riparo ai mali 
e ai danni della crisi che minaccia di travolgere l'ar- 
dine economico delle nazioni e di attentare alle basi 
stesse della civiltà contemporanea. 

Il mondo non può certamente attendere che i fran. 
cesi si persuadano della inutilità dei loro sforzi volti 
a soggiogare il Continente è della assurda concezione 
della politica estera comune a qualunque dei loro 
governi. E" risultato ormai evidente d'altra parte 
che il susseguirsi degli incontri fra i rappresentanti 
dei governi ed il ripetersi degli insuccessi e delle 
delusioni aggravano sempre di più la situazione, in 
Inogo di riselverla, e portano a considerare la più 
triste delle eventualità: la guerra. 

Da Ginevra a Londra, e forse domani a Losanna. 
i governi delle potenze si trovano sempre dinanzi al 
medesimo ostacolo, « la situazione peggiora perché 





la negazione non costruisce e non renlizza, ma é im- 
produttiva sotto tutti gli aspetti, perché crea la stasi, 
esaspera i problemi e sovreccita le passioni. 

Il Gran Consiglio del Fascismo ha preso in esame 
la situazione internazionale nella suna ultima riunione 
dell'otto aprile ed ha denunciato i pericoli ai quali 
il mondo viene sospinto da un sistema di discussione 
che si conclude sisiematicamente con rinvii umilianti 
e con insuccessi penosi ed esasperanti. C'è modo di 
uscire dal circolo chiuso dei convegni e delle confe- 
renze a seguiti successivi cd a conclusioni nulle? 

La situazione internazionale è turbata e falsata 
da alcune disposizioni insostenibili ed inapplicabili 
contenute nei trattati di pace. Occorre dunque rive- 
dere e riesaminare queste condizioni irrealizzabili ed 
insostenibili dei trattati attraverso l'organo interna- 
zionale particolarmente indicato a questa funzione 
dallo stesso trattato: baze di Versaglia: la Società 
delle Nazioni. 

L'articolo 19 del Patto contempla la possibilità di 
rivedere e di modificare quelle clausole dei trattati 
che fossero riconosciute inapplicabili, cause di disor- 
dini e capaci comunque di turbare la pace del mondo. 
Appelliamoci alle disposizioni chiarissime di questo 
articolo del Patto della Lega e risaliamo il cammino 
degli errori che sono stati compiuti nella turbata ed 
arroventata atmosfera della guerra. 

La crisi del mondo balcanico e danubiano è solo 
un aspetto della grande crisi politica e spirituale che 
è germogliata dalla pace malamente conclusa. E' per 
questa ragione che Roma ha posto il problema della 
revisione degli errori. 

LIDO CAIANI 





Adeolfo Hitler coi vuoi luogotenenti ad an'adunata del partito. 


CAMICE BRUNE IN MARCIA 


Per il movimento tedesco delle Camice Brune sono 
cia 1 mesi della lotta ad oltranza per la conquista 
el potere. Rapidamente, inavyertitamente, negli ul» 
timi tre anni questo partito che, fondato nel febbraio 
19210 da Adolfo Hitler, fu costretto dopo il fallimento 
del puiseb bavarese, ad un lungo periodo di inazione 
e di tregua impiegato soltanto nella riorganizzazione, 
ha saputo divenire il più forte dei partiti germanici 
e nel settembre del 1950, mandando 107 deputati al 
Reichstag. ove prima era soltanto rappresentato con 
sette od otto mandati, palesava la crescente sua forza 
destinata ad aumentare ancor più nei mesi successivi 
nelle varie elezioni politiche, od amministrative, sino 
alle elezioni per la nomina del nuovo presidente del 
Reich. Fer la sua particolare “Weltanschavung” 
Adolfo Hitler è stato anche dagli stessi suoi alleati 
caratterizzato come un non “tedesco” ma "uomo im- 
bevuto di idee romane”, un temperamento non suffi- 
cientemente nordico per essere il rappresentante della 
Germania dei Teutoni. Lasciamo all'orgoglio di una 
razza il suggerire un si peregrino giudizio, ed accon- 
tentiamoci di considerare Hitler ed il suo movimento 
nel quadro reale delle loro attività presenti e nel 
centro della lotta divenuta titanica fra due conce- 
zioni antistanti, quella democratica è quella nazio» 
nalista. Sugli sviluppi di tale lotta nessuno assoluta. 
mente può arrischiare delle previsioni, giacchè gli ele- 
menti mancano per giudicare a quale risultato con- 
durrà la sfida legale lanciata dal partito delle Camice 
rune ad un già decadente sistema demosocialista. 
Il movimento di Monaco, che ha bandito la guerra 

al marxismo ed al semitismo, si è diffuso intutta la 
Germania per genesi spontanen, si è preparato al- 
l'urto finale con costanza e certa intuizione degli av- 
venimenti. Poco a poco è penetrato nelle casematte 
del wecchio regime, nelle pubbliche amministrazioni, 
frammezzo ad una borghesia scontenta e ad un pro» 
letariato senza orientamento, si è accattivato le sim- 
patie dell'esercito, urtandosi col clero, con l'alta fi- 


nanzà di borsa, con la burocrazia governativa tenuta 
alle redini da una socialdemocrazia rimasta per molti 
anni padrona assoluta del campo. In qualunque altro 
prese un partito che fosse giunto ad una tale potenza 
e che si fosse portato al primo posto per numero di 
seguaci avrebbe ricewoto la consegna immediata del 
potere governativo, ma la Germania si trova in una 
speciale situazione ; nella quale essa è padrona dei 
proprii atti soltanto in modo relativo e deve preoc- 
cuparsi anche di ciò che si dice all'estero. Così è ae- 
caduto che il più numeroso partito tedesco è stato 
lasciato fuori della porta. 

Tm ogni località della Germania troviamo la "gau” 
nazionalsocialista con relativa squadra o gruppo di 
squadre d'assalto che vanno sotto il nome di Sturm 
Abteilung”. E l'organizzazione è veramente grandiosa 
specie in questo momento elettorale. A_Dietramzell, 
iccolo luogo bavarese, ove il Maresciallo Hinden- 
Lie da tanti anni suole trascorrere alcuni mesi di va- 
canza e dove egli possiede un castello col privilegio 
di una tradizione famigliare, Hitler ha ottenuto più 
voti nelle ultime elezioni dello stesso presidente; 

In questi giorni si parla di depositi segreti di armi 
allestiti dalle Camice Brune per ogni eventualità, ed 
il fatto semplice che fu ordinato a tutti i militi na- 
zionalsocialisti nel giorno 15 marzo di rimanere con- 
segnati e concentrati nelle loro sedi ha dato adito a 
tutte le voci più allarmanti. 

La propaganda che si fa partendo da Berlino a 
favore di Hitler si serve di tutti i mezzi più moderni 
sin dell'acroplano di cui si gettano tonnellate di ma- 
nifestini è addirittura pacchi di giornali: nelle fab- 
briche esiste quasi ovunque la cellula nazionalsocia: 
lista e fra gli impiegati, anche statali, l'agitazione ha 
potuto prender piede con insospettata rapidità. 

Il partito è divenuto una massa di manovra che 
copia in gran parte l'organizzazione dell'antico eser- 
cito germanico e nulla ad esso è sconosciuto di quanto 
costituiva la pratica normale ed il segreto di prepa= 





razione delle vecchie truppe imperiali. Per massima 
parte questi legionari sono giovani; sono appunto le 
nuove generazioni che da un trattato di pace sono 


condannate ad espiare le 
colpe dell'altra generazione, 
quella che nel 1914 dichiarò 
guerra al mondo intero. Gia. 
vani che hanno il seme del 
combattente nell'animo e 
sono animati da spirito pa- 
triottico. La monumentale 
costruzione delle armate di 
Hindenburg, di Ludendorff, 
di Mackensen si ritrova in 
queste falangi bruno westite 
che alzano il braccio per il 
saluto romano gridando: 
"Deutschland erwache!”, 
Costruzione finita nei det- 
tagli, sino alle misure contro 
i possibili nemici nascosti 
tra le file regolari, sino a 
porre in guardia contro le 
apie; "Achtung! Der Feind 
hurt mit!" sta seritto ac- 
canto ni telefom delle varie 
sedi hitleriane, "Attenzione! 
Il nemico ascolta!" E nelle 
circolari è menzionato di 
continuo il pericolo dello 
spionaggio politico di par- 
tito, come è ricordato a tutti 
i seguaci di non farsi trasci- 
nare da agenti provocatori. 
Fra i militi circola la parola 


Sopra: La" Cos Bruna” sede 
Sella Direzione del Partito di 
Hiller a Monaco di Baviera. 





d'ordine come fra bravi soldati di un corpo di guar- 
dia. Questa parola d'ordine, detta “relais'. riporta 
involontariamente nell'atmosfera di battaglia. Il par- 


tito delle Camice Brune si 
è creato una sede centrale, 
io nel cuore di Monaco 
i Baviera, a chi metri 
dal Consolato d'Inghilterra, 
la Casa Bruna; però, nel 
ieno della lotta politica, 
ostato maggiore hitleriano 
si trasferisce di solito a 
Berlino, nell'Hotel Kaiser» 
hof, di rimpetto ni palazzi 
del governo ed è che 
Hitler riceve di consueto i 
rappresentanti della stam- 
pa estera per comunicare 
ad essi direttamente, senza 
il tramite di agenzie ulfi- 
ciose o semiufficiose, le sue 
decisioni. 
Ad ogni stormirdì vento, 
tutti guardano incuriositi 
od ansiosi a ciò che si svolge 
fra le dorate sale dell'an- 
tico lussuoso albergo ber- 
linese, ove è comparso ne- 
glî ultimi tempi già tre 0 
È go volte il segretario 
1 stato Meissner, l'emis- 
sario di Hindenburg, e da- 
ve fa qualche volta appa- 
rizione anche il famoso gen. 
Schleicher, detto "l'emi- 


à sinistra: La croce naci 
nala, simbolo del partito, sui 
vessilii dei vecialnazionali. 








Adolf Hitler 


fCoricalina HOP. Garretle) 


mit mo dm Lioni muum ì mm. fi Ci muri 


- 


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Hitler passa in rivista un reparto di Camice Brune. 


nenza grigia" del Ministero della Guerra. La pro- 
clamazione della assoluta legalità di partito autorizza 
in certo moda il capo delle Camice rt parlare 
come da pari a pari a qualunque delegato del governo. 
Gli altri hanno: Fauforità, pri ha Li fes. cl 

Lo speciale momento politico tedesco è non pbco 
interessante per questa situazione veramente eccezio- 
nale nella quale un partito, temuto più di qualunque 
altra cosa dagli ambienti politici, per effetto della 
sua organizzazione, è trattenuto tuttavia con tutti 
gli espedienti della piccola politica, con ogni sorta di 
manovre, lontano dal timone di comando. 


Sulla sponda opposta a quella su cui si trovano i 
eroceuncinati, non vi sono che gruppi dispersi, deci- 
mati di numero, stremati dalla guerriglia quotidiana, 
sempre più abbandonati dalle masse. Ciascuno di 
questi gruppi non potrebbe nulla da solo contro la 
travolgente marea delle Camice Brune, contro la fiu- 


“ana sempre più compatta dagli scontenti, ma tutti 


assiame quei gruppi, posseduti dal panico, formano un 
fronte eterogeneo, una barriera che impedisce l'inol. 
trarsi del numeroso esercito nazionalsocialista. I profeti 
della politica già vedono però il frammentarsi di questo 
fronte e l'inevitabile vittoria di Hitler. F. BOJANO 





Una sfilata di Camice Brune in una città della Rubr. 


Hi ATTI anniversario dei Fasci a Roma. ll Duce parla dal balcone di Palazzo Fenezia, 





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Il 


Sr 


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Ù 


fv'imponente sdunala di popolo in Piazza Venezia in allesa del acanto del Capo del Governe. 
Sopra: dl Duce presiede nella eterica ricorrenza il Consiglio Nazionale del Partito al Palazzo del Liltorio. 





lanniversario Fascista celebrato a Milano colla solenne consegna dei brevelli ni Sansepoleristi. 
Sopra: L'adunala nollurna dei Fasci Giovanili in Piazza del Duomo, 





fl Puce per le opere della vcienza e per le impreve del favore. Una visiti alle bonifiche dell'Opera Combattenti nell'Agro 
Pontino. Sopra: La Commissione per la fondazione sella nuova Città Universitaria riunita presso il Capo del Governo. 





IL IX ANNUALE DELLA FORZA ARMATA 
DELL'ARIA 


Il 29 gni passato fu la ricorrenza della data 
nel 249; quando il Sovrano firmò il decreto istitu. 
zionale della Regia Aeronautica come forza armata 
a sé stante distinta dall'Esercito è dalla Marina. 

Non occorre rievocare in queste pagine in quale 
inopia ed natassia l'Avinzione Facionalia fosse cadula 
agli: anni buî del dopo guerra. Non occorre rienu: 
merare le graduali tappe che han portato la Regia 
Aeronautica, costituità e rallarzata per volere del 
Duce, alla situazione odierna. Non occorre neppure 
riprospettare questa situazione di forze, di potenza, 
di prestigio non soltanto nei cieli d'Italia ma nei 
cieli del mondo. per l'opera precipua del Ministro 
Generale Ba lbo. 

Tutto ciò fu più volte trattato in queste pagine 
illustrate cd è costante doverosa cura di chi mi scrive 
il trattarne. 

E' curioso rilevare che proprio mentre si arvi. 
cinnva la celebrazione del IX Annuale sia stata apertà 
sui giornali, da parte di alti ufficiali dell'Esercito, 
sulla utilità di un'Aviazione militare forte, una discus- 
sione nella quale la correttezza inappuntabile della 
forma celava male l'acerbità della sostanza. Impulso 
& tale riesumazione d'argomenti fu probabilmente la 
costituzione in Francia di un Ministero della Uhfesa 
Nazionale riunente in sé Esercito, Marina cd Acero- 
nautica. Ma ogni Nazione fa quel che xuole e la 
Francia € abbastanza ricca per pagarsi questa novità 
che non tarderà a rivelarsi un errore, Tanto più 
grave errore sarebbe per l'Italia, sebbene il massimo 
scrittore italiano di cose aviatorie (ora defunto) abbia 
tra l'altro propugnato anche tale provvedimento. In 
Italia {e dovunque sia un'Autorità forte) il Ministero 
della difesa Nazionale già esiste: è il Governo nel 
suo complesso, che riunisce la direzione di tutte le 
forze armate e non armate (industriali, agricole, eco- 
nomiche, morali) della Nazione, le quali tutte con- 
correranno in una guerra futura alla difesa, all'offesa 

e alla vittoria, 





Gli ufficiali decorati e i parenti dei secorali alta 


Ma non proseguiremo nella digressione; con la 
penna spontanea di alcuni suoi scrittori che pur 
restando anonimi non cessano di essere autorevoli e 
capaci, la Regia Aeronautica ha rintuzzato vivamente 
le argomentazioni che a tuili i non provvisti di men» 
talità arretrata sembrarono vecchie e superate. 

Poi venne il IX annuale, e la risposta fu più fra. 
gorosa c più eloquente nelle motivazioni «elle meda- 
glie al valore che il Duce puntò sul petto dei valo» 
rosi dell'Arma Aerea e nel rombo dei motori che 
malgrado il vento di bufera si levarono a volo è sfila- 
ronòo a volo rasente in parata davanti a Benito Mus- 
solini Animatore, 

(Quest'anno anziché nel piazzale della caserma 
aeronautica sita in città, come nei passati anni fu 
fatto, la cerimonia è stata celebrata sull'aeroporto del 
Littorio, in una comive aviatoria al cento per cento. 

Il Duce, nella divisa di Primo Caporale d'Onore 
della Milizia, accompagnato dal Generale Balbo e 
dalle altre principali Autorità Aeronautiche, passò in 
rivista il VIÉ Gruppo Autonomo Aeroplani d'Assalto, 
il a0° Stormo da ricognizione terrestre e il 26° Gruppo 
Autonomo da Bombardamento nottorno schierati sul 
campu; poi iniziò la distribuzione delle ricompense. 

La consegna di undici medaglie d'argento e di 
lironzo alla memoria dei Caduti, poste sul petto dei 
congiunti in gramaglie, costitui il primo atto; non si 
ritvocaronò senza commozione i nomi del Capitano 
Monti e del Tenente Bellini, del Reparto Alta Velo: 
cità, del Capitano Gaudenzi e del Maresciallo Gaddi 
dell'Aviazione libica, del Sergente Mastantuono del 
VII Gruppo d'Assalto e di tutti gli altri. 

Poi seguirono 41 medaglie d'argento al walore 
militare ad aviatori libici, tra cui due per ciascuno 
ni Capitani De Matera e Vitali e al Sergente Mag- 
giore Faccenda, e una medaglia d'argento al valore 
aeronautico all'aviere scelto Croce. 

Furono concesse ventuno medagl 
valore militare e dieci medaglie di 


ie di bronzo al 
ronio al valore 


ia 


memoria. fa alto, il palco delle Autorità, 





di duce abbraccia nn afficiale vecorato. 


aeronautico, tra cui al Sottotenente Anelli del VII 
Gru d'Assalto. 

Un'ora durò la cerimonia concernente in com- 
plesso ottantacinque decorazioni; quindi un reggimento 
misto di avieri, di soldati, di marinni è di camicie 
nere sbilò in rivista dinanzi al Capo del Governo, 
del Fascismo e delle nuove forze d'Italia, i 

Subito dopo, dinanzi li sechi ammirati delle 
numerose rappresentanze de Governo, dell'Esercito, 
della Marina, delle Camere, del Popolo, sfilarono a 
bassa quota, scrollate dal vento ma in formazione 
tuttavia compatta, le squadriglie 37% e 121° del I° 
Gruppo da ricognizione e le squadriglie 76°. 86°. g8° 
99°" del VII Gruppo d'Assalto. 

Giusta risposta a ogni dubitoso nell'avvenire del- 
l'Ala armata! di. i. 


L'Esercito ha inviato il seguente telegramma: 

Con fraterno sentimento l'Esercito fera coli augurali 
per gli equipaggi glorioni è per i camerali tutti della Regia 
Aeronaulica cui ricorre oggi in lieto anspicio il none 
daanicersario della corliluzione. 


La Marina ha inviato il seguente telegramma: 

Ga Afariaa fervidanente imita alla AR Aeronititica 
parlecipa con cuore fraterno alla celebrazione del IN 
annuale della costituzione dell'Arma del cielo ed invia 
il suo salato dugurale. 


La Milzia ha inviato il seguente telegramma: 
Nel nono annuale della fondazione della gloriosa 
den del Cielo le Canticie Nere della Alilizia Invano 


iti fratelli di fede i lora voli augurali. 


O O" —_—__ombpbpbbbbaòpòpbP9P»Pmm____rr_ éeée_e_——— 





Aitilio Longoni. 


ATTILIO LONGONI 


Povero e caro Longoni! Partito, quasi fuggito 
dalla vita ora che un raggio di sole più tepido, o più 
luminoso, sembrava volesse riscaldarne i giorni meno 
duri. Non è trascorso gran tempo dal nostro ultimo 
colloquio, durante il quale l'ascoltai ancora parlarmi, 
con sempre fresco entusiasmo, del suo sogno, del suo 
unico sogno: il trionfo dell'ala italiana. Ma per quanto 
la sua voce avesse improvvisi abbassamenti e il suo 
occhio si chiudesse come stanco ed il suo valto por- 
tasse più marcati i segni di una sofferenza nascosta, 

ure io non avrei mai supposto che oggi, su questo 
fre ddo tavolo, ne rievocherei con l'animo commosso 
la nobile figura così repentinamente scomparsa. 

Attilio Esssoni fu un credente nell'avvenire della 
aviazione italiana, così come fu un credente fedele è 
fervido in Benito Mussolini che all'ala italiana doveva 
dare più robuste penne e la potenza per i più ampi 
voli. Egli segui il suo Duce sino dai primi appelli; È 
a San Sepolero ed ebbe il grave e delicato incarico 
di dirigere in quei burrascosi momenti, in cui aveva 
inizio la nuova storia d'Italia, i primi Fasci di Com- 


battimento. 
Fu per questa nuova grande battaglia ch'Egli la- 
sciò il suo prediletto Maestro, come si compiaceva 


chiamare l'amato fratello mio Tullo, il primo giorna- 


lista dell'aviazione nostra — precursore e martire — 
col quale aveva lunga affettuosa comunione di ideali 
e di propositi. E fu allora, ai primi del maggio del 
i919 che Tullo Morgagni, comprendendo quanto fosse 
necessaria ed indispensabile l'azione del suo prezioso 
collaboratore presso i Fasci di Combattimento, impe- 
gnati nelle prime ardue prove, scrisse una lettera che 
é un mirabile documento di fede e che riporto quia 
eiaccna e ad onore degli arditi scomparsi: 

ella ba veguila lo stimolo del sua fem: 
salle we sua passione. Non gliene posso far 
rimprovera, poichè ie pure penso che l'opera «00 sarà utile 
e canlaggiosra ai comuni Hani è per le neciproche idealità. 
Par fullavia mi rimeresce il sno allontanamento, sia pare 
non asrelulo, dal nilo giornale. Tanto per l'aviazione 
italiana suona da morto ed in ogni modo è preferibile 
sempre antecedere la cura e l'allenzione ai Aiagrazialissimi 
pedoni della vecchia terra. 

Suonava morta per l'aviazione e per le stesse 
fortune d'Italia... Ma i pionieri non s'avvilirono. Quel 
suono anzi riaccendevwa, in loro, nuove faville, nuovi 
entusiasmi e più decise energie. 

Longoni crea un giornale, £a Gossella dell'Aota- 
zione, la cui storia, suggestivamente narrata dal fon- 
datore nel suo libro Fostirmo e Asiaziare, £ un com 


Ù Pa T i 
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La salma di Altilia Longoni esce dalla vede del Gruppo Sciesa a Milano. 


movente romanzo. Benito Mussolini conforta col suo 
valido appoggio morale il nuovo strumento di batta» 
glia, «d Egli che già era aquilotto dei nostri liberi 
cieli, trovava anche il tempo di sforbiciare materiale 
che poi mandava, con gentili espressioni, all'infaticato 
banditore della conquista del cielo. 

Longoni, che prima ancora della entrata in guerra 
aveva costituito il Battaglione Volontari Aviatori è 
si era arruolato volontario e aveva combattuto nel 
cielo e volato sul nemico, non poteva dimenticare i 
sugi compagni d'ardimento e li volle uniti nei ricordi 
e nell'azione. Costitui, quindi, e diresse la Federazione 
Mazionale dei Gruppi Aviatori, insistendo con l'azione 
e con gli scritti perché si formasse in Italia una vera 
e salda coscienza aviatoria. Perché la sua opera avesse 
una nuova palestra di penetrazione, fondò la bella rivi- 
sta L'ala d'Italia che ancora, dopo dieci anni, prosegue 
la battaglia perché il mo- 
vimento aviatorio fasci- 
sta raggiunga tutte le 
sue mete. 

Chiamato nel dicem- 
bre 1923 a dirigere il 
Fascio di Milano, volle 
che avesse sede degna 
nel sontuoso palazzo di 
Corso Venezia. Durante 

vella sua fase direttiva 
Egli divise il Fascismo 
milanese in zone, costitui 
i Gruppi Rionali e diede 
cordiale appoggio allo 
svilupparsi ed all'affer- 
marsi delle prime orga: 
nizzazioni giovanili. Ri- 





chiamato dalla sua passione all'aeronautica, trasformò 
i Gruppi Aviatori Fascisti in Sezioni della Lega Ita- 
liana Aeronautica e fascistizzò l'Aereo Club d'Italia. 
Per molte opere benemerito, Egli non portò mai 
il conto delle sue generose prestazioni. Visse modesto 
in un raccolto silenzio, tutto rapito nel suo ideale di 
bontà e di forza, caro ai molti amici, prediletto dai 
giovani in cui aveva suscitato l'amore per il volo, 
stimato da tutti, anche da chi, non comprendendolo, 
non ne apprezzava la fervida instancabile operosità. 
Presente ovunque la sua opera fosse necessaria, 
accettò diversi altri importanti incarichi nelle Fede- 
razioni Sindacali Fasciste e ultimamente, come Com. 
missario nella Federazione della Gente dell'Aria e in 
ogni mansione spiegava il suo zelo sorridente ed instan- 
cabile, pronto alla fatica, lieto del dovere compiuto. 
Molto si ripromeiteva ancora di fare per il suo 
sogno e per la sua fede. 
Ma la morte repentina 
ha troncato il suo sogno 
quando la fede gli ardeva 
sempre più viva nel cuore. 
Ed ora egli riposa là 
accanto all'Urna dei 
martiri fascisti come ha 
desiderato, e la parola 
del Duce, ch'egli ha 
servito sempre da buon 
soldato con fedeltà ed 
onore, lo adedita ai ven- 
turi come il “fedele della 
prima e di tutte le ore 
e il pioniere delle ali 
italiame””. 
MANLIO MORGAGHI 


ll corteo funebre «ila in via Manzoni. 


LE FORME DI RECLUTAMENTO 
DELL'OPERA NAZIONALE BALILLA 


Serivendo qualche tempo fa su queste colonne 
abbiamo cercato di esaminare con rapidità le diffe- 
renze di teoria e di metodo che esistono tra le orga» 
nizzazioni giovanili che vanno per la maggiore negli 
altri paesi € l'Opera Balilla. 

Come il lettore ricorderà, siamo venuti nella cons 
clusione che non esistono ragioni di identità in quanto 
il Fascismo, seppur creato in ordine di tempo susse- 
guentemente, non ha assorbito nulla ove si escluda un 
doveroso riconoscimento, anché è sopratutto in seno alle 
masse organizzate dei giovani, a quella idea universale 
che é rappresentata dalla Chiesa Cattolica Romana. 
Chiesa che Dio volle in Roma per i suoi imperseru» 
tabili fini, ma anche perchè dalla capitale del mondo 
potesse irradiarsi trionfante in un glorioso bimmllenarnio 
dominio spirituale. 

Le panzane sulle costrizioni morali e sulle impo 
sizioni materiali del Fascismo hannò cessato da tempo 
di aver corso anche in quei paesi la cui stampa bende 
periodicamente a svillanneggiarci. 

Ormai, visto che l'argomento della ferocia fascista 
non ha attaccato, si sono cercati e si stanno cercando 
altri motivi polemici tralasciando con allegra disin- 
voltura gli argomenti che per quasi un decennio hanno 
formato il quotidiano pasto dei lettori creduloni. E, 
per concludere la premessa, aggiungeremo che pare 
che le polemiche da parte di certa stampa estera, 
ammaestrata dalle gaffes del passito, vadano assu- 
mendo un tono relativamente più alto; se così si con- 
tinuerà, pur rimanendo ciascun fermo spiritualmente 
al suo posto, non saranno gli italiani a dolersene. 

Quando, all'inizio del 1926, l'Opera Balilla sorse 
furono strilli e lai altissimi da parte dei gazzettieri 
che non si erano degnati nè di leggere gli intendimenti 
legalissimi della istituzione, nè di venire nella liberis- 
sima Italia a constatare & sivu come andasse stabi- 
lendosi l'ordine nuovo. Si usarono i luoghi comuni alle 
democrazie oltremontane dipingendo la gioventù ita- 
liana come una massa di carcerati. 

Visto poi che il Fascismo continuava ln sua opera 
educatrice imperterrito si modificò un poco la parola 
d'ordine corsa per tutti i foglietti più o meno lividi 
d’oltre frontiera ed i giovani italiani che, secondo le 
statistiche rese di pubblica ragione continuavano ad 
accrescere le nuove schiere littorie, diventarono una 
massa di pervertiti o giù di li cui si andava istillando, 


contrariamente all'ordine morale, l'amore per la rapina, 
il saccheggio, l'assassinio è così via. 

Ma quando ancora questa palestra di presunti 
delinquenti mostrò al mondo in succinte pubblicazioni, 
austere e commoventi nella ben contenuta forma che 
elenca dati ed evita commenti, come annualmente pa- 
recchie decine di giovanetti, fieri della camicia nera, 
compiano gesti di eroismo dettato dal più nobile spi- 
rito umanitario perdendovi la vita con stoica consa- 
pevolezza,allora i meno canaglia ammutolirono e qualche 
voce, dapprima isolata, incominciò a dire il vero. 
Quello però che è ignoto non solo all'estero, ma anche 
a molti italiani, è il mado con cui l'Opera Halilla 
accoglie nelle sue file la massa enorme di adolescenti 
che ogni anno, con baldanza e entusiasmo, rinnova, 
naumentandali, i comtingenti delle Legioni. E' di pochi 
giorni fa la statistica della Stefani in cui erano ripor- 
tati gli elementi di fatto attraverso i quali risulta 
un aumento di tesserati di un milione, rispetto alla 
corrispondente statistica dell'anno scorso. 

Ci si avvia veramente a quella organizzazione di 
carattere totalitario cui il Duce ha auspicato e che 
farà benelicare di tutte le provvidenze apprestate dal 
Regime i figli di tutto il popolo che ne trarranno 
grandi benefici in senso morale e materiale, essendo 
il Fascismo, nella sua opera (democraticissima nel senso 
più nobile del termine) guardingo e cauto acchè i due 
elementi si contemperino. 

Se ancor oggi la totalità dei nostri bimbi non si 
aduna sotto le insegne dell'O.N.B., ciò è relativo alle 
ingenti difficoltà di caraltere economico, gravi in tutti 
i loro aspetti mondiali e necessariamente riflettentesi 
anche sulla organizzazione dove un apporto cospicuo 
fatto con ogni simpatia dallo Stato, dagli Enti, dai 
privati, non è ancora, seppur imponentissimo, sufii- 
ciente allo sviluppo di tutto il grandioso programma 
preordinato. Se questa ultima difficoltà, creata da 
avvenimenti che esulano dalla nostra competenza in 
quanto riguardano tutto il mondo, sarà presto supe- 
rata dalla nostra Patria ordinata e laboriosa sotto la 
guida del Duce, gli stranieri attoniti vedranno le nostre 
Legioni giovanili aumentare in proporzione geometrica, 

Già adesso la massa è grandiosa e non ha possi- 
bilità, tanto le sopravanza, di essere paragonata alle 
sparute organizzazioni giovanili ante fascismo o a 
quelle che sorgono, con carattere confessionale o meno, 





Serna sel reclutamento dei Halilfa mei quartieri popolari di Roma, La vestizione e il sancte. 


i E E I | 


FA| 





Reclulamento e diriribuzione delle diclae ai Balilla nel suburblo A Roma. 


sovversivo o sciovinistico, in altre nazioni, Come ac- 
corre sotto i nostri labari tutta questa gioventà? 
Innanzi tutto in modo completamente spontaneo. 

Diremo di più: senza altra propaganda che le gran- 
diose realizzazioni del Regime, senz'altra spinta all'in. 
fuori di quel desiderio nobilissimo di partecipare ad una 
impresa épica sia pure confuso nei ranghi che il Duce 
emana, atmosfera eroica che tutti viviamo e dalla quale 
nasce tutta la nostra gioia e tutta la sofferenza di non 
saperlo servire com'Egli merita e come vorremmo. 

Nessuno va per le case a chiedere alla famiglia il 
bimbo cod il giovanetto, ma è questa che li dona con 
una spontaneità commovente. Gli inizi, quest'è vero, 
non furono questi, e soltanto a Lstgrn di un'opera di 
persuasione intensissima noi vec dirigenti potevamo 
ottenere dalle famiglie giustamente pavide nel 1920-21 
che al ragazzo si lasciasse la libertà di appartenere 
alla Avanguardia Studentesca e, più tardi, alla Avan- 
guardia Giovanile. 

Ma ora son le mamme che ce li portano poiché 
hanno imparato a conoscerci e gli uffici dell'Opera 
Balilla sparsi per tutta la penisola Sanno quante cor. 
tesi insistenze, signore e popolane, esercitino per far 
accogliere i figli nelle nere Legioni. 

La scuola è naturalmente il vivaio dei Balilla. La 
riunione nell'aula scolastica, la parola dell'educatore 
fascista, sono gli incentivi spirituali migliori perché 
il bimbo veda tutta la bellezza del Fascismo e domandi 
di essere educato da questi anche nell'azione post 
scolastica: azione che dal lato estetico e per le forme 
stesse di sano svago che importa & destinata inelut- 
tnbilmente n colpire con efficacia la fantasia del fan» 


ciullo, Quand'uno è riuscito ad entrare nei Balilla non 


se ne distacca più, E' questa la migliore riprova della 
bontà della Istituzione in quanto il bimbo, pur nella 


innocenza dei suol atteggiamenti, è fornito di tremende 
possibilità critiche. 

Se egli non sentisse, sia pure senza rendersene conto 
esattamente, tutto il fascino della organizzazione e tut- 
ta la necessità spirituale di appartenervi, si allontane» 
rebbe a poco a poco, attratto da altri miraggi, Invece 
i nostri piccoli militi, una volta varcata la porta delle 
nostre Case, non le abbandonano più e per anni ed anni 
seguono con amore le vicende della propria squadra, 
della propria Legione che procede, procede nel tempo 
facendo del piccolo bimbo un adulto giovane che la 
lascia con certo trasognato rimpianto, quando dalla 
schiera dei giovani fascisti passa ad imbracciare il fu- 
cile nei gloriosi reggimenti dell'esercito del Re. 

Nei paesi di montagna è nelle zone prettamente 
rurali ed operaic, lasciata al limite di legge la scuola, 
il giovanetto non si disperde affatto, ma continua, 
dopo l'officina od il lavoro del campo, ad accorrere 
nella sede che gli è consueta, trascinandovi prima 
un poco timoroso per timidità, ma poscia convinto ed 
entusiasta, l'amico od il parente rimasto per esigenze 
di vita sino allora lontana. 

In alcuni quartieri popolari della capitale l'Opera 
Balilla ha voluto esperimentare una forma popolaris- 
sima di reclutamento e di vestizione: 1 bimbi accom- 
pagnati da un parente, comprovando la identità veni- 
vano accolti e vestiti dalla fiera divisa del Balilla. 

Per quei rioni fu una festa, un lieto gridio di bimbi, 
un raccomandare di madri, un metter avanti il figlio 
con soldatesca commossa baldanza da +ecchi operai. 
A noi poco importano i misconoscimenti, passati o 
presenti, degli stranieri; ma li avremmo voluti pre- 
senti i denigratori d'ogni tinta, non solo per convin- 
cerli, ma per dare a qualcuno che se ne stupisse, 
lo spettacolo della gioia del nostro popolo. 


LUIGI GRASSINI 





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Ga Doppia Croce dominante nel centro della Galleria Viltorio Emannele a Alilano per la raccolla di fondi durante 
la giornata anlitubercolare. 


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L'Italia fa da sé 


{Disegna A JM. Sinoni) 





Alapria alla “Birioia MMwiarata dal Papale d'Italia” n, 4 -{Aprila 1603 - Xx] 









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Fiera di Tripoli. Ml Padiglione della Tripolilania. 


L'ANNO X IN COLONIA 


La Fiera di Tripoli ci permette ogni anno a pri» 
mavera di constatare il progresso delle sue forze è 
l'incremento delle sue ricchezze al traguardo di una 
mostra campionaria che a ragione può considerarsi il 
bilancio economico e morale della colonia. In parti. 
colar modo importante quest'anno è stata la VI Fiera, 
se si pensa che essa è avvenuta a un anno dalla li- 
berazione integrale della Cirenaica, vale a dire nel- 
l'anniversario della sua conquista assoluta dal mare 
al Sahara, pes la parola “ribellione” — ha detto 
il Maresciallo Badoglio — va cancellata dal vocabo- 
lario, essendo essa stroncata per sempre. I reticolati 
del generale Graziani, stesi per trecento chilometri 
lungo il confine egiziano, dicono che la nostra fron- 
tiera da Bardia a Giarabub £ un fatto compiuto, e 
che la presa di Kufra non fu solo un episodio muili- 
tare, ma rappresenta la fine della guerriglia è il prin- 
cipio di nuova &ra di pace. 

Infatti la Fiera, nata con criteri nazionali, ha rag- 
giunto quest'anno una sfera di interessi intercolomiali 
nel nord Africa, il che dimostra che essa non è solo 
una difesa della colonia stessa, ma prende contatto 
col mondo, allaccia rapporti con le colonie di altri 
paesi, sviluppa il proprio bacino commerciale è agri. 
colo, chiede è offre, crea è acquista, produce e scambia. 

Fra le nuove e più importanti manifestazioni del- 
l'anno X in colonia dobbiamo considerare: la Cire- 
naica che si è presentata con un padiglione permanente 
in muratura, una bizzarra interpretazione dello stile 
arabo attraverso il Novecento: l'Eritrea, e la Somalia 
che ha raddoppiato la mostra dei suoi prodotti in 
una mobile gara tra le colonie sorelle. Senza contare 
il Governo della Tripolitania che con un suo grande 
sand, in successivi diorami mostra come dalle mobili 
dune della steppa l'agricoltore italiano sin riuscito a 
fertilizzare e a fruttificare la terra selvaggia d'Africa. 

Tre le nazioni partecipanti: la Francia si è pre- 
sentata coi prodotti della Tunisia, Algeria, Marocco, 


ea si 


€, Afbita occidentale è Madagascar; mentre il Belgio si 


È sasa in un padiglione proprio con la mostra dei 
suoi ricchi rivenin enti nel Congo. E' evidente lo 


. Beopo cu Tripoli tende: conquistato l'hinterland, ri- 


condurre. a sé e mantenere vivo e fiorente questo 
centro d'interessi convergenti dal nord Africa, desti. 
nati a risolversi non solo nel bacino del Mediterraneo, 
ma a raggiungere i paesi del settentrione e dell'occi» 
dente curopeo. 

Quando si trattava di conquista militare si par- 
lava di pozzi e di strade, ed era chiaro che tale pro- 
blema interessava ugualmente la conquista morale 
della colonia. Inquadrare la Libia in questo scacchiere 
logistico, significava compiere l'immane sforzo di 
tare le strade verso l'ignoto, che oggi sono le realiz- 
zate rotabili terminanti alle estreme regioni del Sahara. 
E' venuto da sè che, pacificata la colonia, la sicurezza 
di tali strade riconducesse le carovane dirette a Tu- 
nisi verso Tripoli, riattivasse il commercio dall'interno 
al mare, ripopolasse il bestiame vittima prima delle 
razzie dei predoni, permettesse il lavoro sedentario 
che lega finalmente questo popolo per tradizione no- 
made a metter radice nella terra che lavora, si ef- 
fettuasse insomma la ricostruzione dell'impero nei 

1 di Roma, riscattando a una più alta dignità ru- 
rale l'immenso territorio che stiamo faticosamente fer- 
tilizzando dopo duecento secoli di abbandono, per la 
rovina delle sue tribù e per il tradimento della Senussia, 


Adesso si tratta di intensificare la colonizzazione 
intellettuale e morale della Libia, Il nome Italia non 
subisce più interruzione dalle Alpi al Sahara: Tripo- 
litamia è Cirennica sono due altre provincie nel cuore 
della madre patria, ed è quindi da considerarsi par- 
ticolare elezione l'essere chiamati a lavorare e a colla- 
borare per l'incremento della colonia, agli ordini degli 
womini che ne guidano le sorti per volontà del Duce. 

Le città costiere sono una quotidiana conquista 


24 


ll Governalore Badoglio è alle autorità 
all'ingrenso del Padiglione di Roma. 


morale dell'Italia fascista nell'Africa ro- 
manna. La Cirenaica — dice il generale 
Graziani — cenerentola fra le colonie, 
sta già ritrovando la sua antica tradi- 
zione di Moridezza rigogliosa. L'imminente 
porto, le ferrovie, i palazzi, il teatro 
nuovo € la nuova cattedrale, l'ampia rete 
di strade che si snoda per le balze mon- 
tane, le comunicazioni aeree © terrestri, 
l'operà appassionata e tenace dei coloni 
che preparano la rinascita, chiamerà 
altre numerose falangi di razza e di 
cuore italico a cui si uniranno le genti 
native redente nei segni del Littorio. 

Quello che rappresenta (Cirene come 
importanza storica, tutti lo sanno, La 
Pentapoli è considerata la zona archeo- 
logica più interessante del mondo, Lo 
stesso dicasi per le città marmorre che 
andiamo discoprendo a Leptis Magna e 
a Sabrata, templi è statue dissepolte 
dal cuore di sabbia in riva al Mediter- 
ranco guerreggiato, di cui basterebbe rie 
cordare la Basilica di Settimio Severo, 
ricostruita molto opportunamente nel 
parco di Vincennes per dimostrare lo 
stato civile della nostra colonia: vale a 
dire che la Libia era patrimonio nostro, 
eredità dei padri osurpata da terzi, vit- 
tima di malversazioni, e che abbiamo 
dovuto rivendicare col sangue. 

Lezione che non ha fatto male a chi 
non vuole intender ragioni e crede che la 
Libia ci sia stata data per trattati, pin- 
gue e ferace. . 

La nostra intelligenza colonizzatrice 
è certamente uno dei fenomeni più eroici 
della razza italiana. Per virtò del sol- 
dato che prima di conquistarla ha dovuto 
trasformarsi al suo clima, alle sue cru: 
deltà atmosferiche, al sacrificio delle ri- 
nuncie più semplici come l'acqua, il cibo, 
il ristoro al caldo o al freddo eccessivo, 


magnifico collaudo delle nostre possibilità fisiche che 
ci hanno spinto fino ai margini del Sahara con la vit- 
toria im pugno. Nessun dubbio che da tale disciplina 
logistica ne sia traita una stirpe di colonizzatori i i quali 





Il Padiglione della Somalia, 





gico 3556 ibi ili GR 


hanno depusto il moschetto per impugnare la va 

L'avanzata della colonizzazione verso l'interno ha 
prodigioso. Dalle città costiere spente una volta 

nella. turpitudine berbera, il paesaggio 3'inizia con po» 


deri modello ove i fortim utiliz- 
zati a fattorie mostrano gli at- 
trezzi del lavoro al posto degli 
strumenti di guerra, s'inoltra per 
molti chilometri su filari di aca- 
cia e robinia, di eucaliptus e ri- 
cino che proteggono dai venti le 
dune incatenate e rese feconde. 


Adesso è il popolamento del. 
l'altipiano del Garian che si 
compie metodicamente con una 
scrupolosità religiosa. La colo- 
nia è la facina dei veri uomini, 
mon Din quindi imbrattarla 
di gente insufficiente o di man- 
cati in patria. La loro opera di- 
venta quaggiù un sacerdozio che 
avrà il più ambito dei premi: la 
proprietà. In trent'anni essi. 0 per 
essi i figli, saranno padroni della 
terra =D lavorano. 

Abbiamo voluto interrogare 


2 


ll Padiglione di Rama, opera del cosipiante 
anch, Limongelli, che lanto ba contribuito 
nella «sistemazione edilizia di Tripoli. 


secondo le statistiche attuali di sei figli 
in media ciascuna, vale a dire quattro- 
mila persone. Il Garian non sarà più l'al. 
tipiano dei solitari ulivi, ma diventerà 
una nuova regione italiana col suo popola, 
le sue chiese, le sue canzoni e le sue 
feste nella gioia di vivere e di lavorare. 
Di ogni più lontana onda di vita giun- 
ono le vibrazioni a Tripoli registratore 
i tutti i fenomeni della colonizzazione, 
Questa capitale giovane di vent'anni 
mostra l'impazienza di rinnovare la sua 
fisonomia architettonica, di allargare le 
strade, ampliare le piazze, arricchirsi di 
palazzi e banche, di scuole e officine, in» 
quadrando il barocco delle sue cupole 
arabe con l'armonia del Novecenio co- 
loniale entro la cornice del paesaggio bo- 
tanico mediterraneo, Chi non conosce Tri. 
poli non può farsi un concetto della sua 
anima africana, nell'alternarsi del nuovo 
e del vecchio, del classico e del moderno; 
accanto all'arco di Settimio Severo la 
moschea di Gurgi, accanto al Suk, metà 
galleria e metà pergolato, i negozi degli 
ultimi sport a cui si stanno allenando ora 
anche arabi e ebrei; sotto il Castello 
dei Cavalieri il Museo romano ellenico 
e, su tutta la città sonora di radia, la 
cattedrale dominante con la luce della 
sua croce latina. 
be Cgni giornata che termina segna un 
avvenimento nella vita della colonia; ogni 
alba che sorge è la sveglia per una nuova 
battaglia ove ciascuno deve trovarsi al 
posto assegnato. Al tramonto due uomini 
a cavallo si disegnano sull'orizzonte: il 
carabiniere e lo zaptit, il bianco è il sud- 
dito che vigilano sulle dune riconquista= 
te... All'alba, oltre l'oasi, indietro, i cam 
melli si drizzano sui rinoechi e riprendo 
no il cammino; l'arabo batte il tasto nel 
posto telegrafico; alle bocche del deser- 
pali primi nuclei regionali emigrati sul Garian. Sono to, l'indigeno accanto all'italiano raccoglie l'acqua nel 
miglie abruzzesi che hanno passato il mare, un po' cavo della mano. 
con quel sogno romantico di ogni pastore che in fondo La colonia tutta si desta e lavora. E" la potenza d'I- 
al cuore ha il sonno di Aligi, ma porta con st tradi- talia che dà il buon giorno alla vita! M. MISEROCCHI 
zione di doveroso lavoro, onestà 
intatta, silenzio interrotto da can- 
zoni quiete e sopratutto abbon- 
danza di figli: i futuri coloni d'A- 
frica. A ciascuna famiglia è asse- 
gnata una casetta nuova comple- 
ta del necessario per vivere lire 
gamente, e arredata di mobili e 
utensili razionali che sono] verbo 
di un nuovo stile coloniale e fa- 
scista, libero dell'inutile ciarpame 
paesano. Ogni casa ha il suo ter- 
reno coltivato parte a tabacco, 
rte a orto per il sostentamento 
dei coltivatori. Nell'autunno 
prossimo, a questi primi nuclei si 
aggiungeranno altre famiglie, per 
le quali si stanno completando 
le ultime case e limitando i po- 
deri. Frà cinque anni la coltiva- 
zione di tabacco di Stato intensi. 
ficata nella conca verdeggiante, Arcari 
reclamerà cinquecento pra E 


ll Padiglione della Cirenaica. 


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IL GUSCIO. E IL 


I titoli hanno una loro malia. Lucio d' Ambra è 
maestro nel trovare il timbro giusto di questa malia 
musicale, quando, col primo accordo di due o tre pa- 
role brevi, compone il tema fondamentale della sin- 
fonia del libro. Tutti i suoi titoli sono facili e belli, 
rallegrati da una strana luminosità che é trasparente, 
senza per questo rivelare il mistero che deve rendere 
ansiosa la nostra ricerca di pagina in pagina, fina 
all'ultima del romanzo moderno. 

I titoli sono sinceri: pongono l'autore di fronte al 
pubblico della vetrina, denunziano la sua vanità o la 
sun ritrosia, il suo sorriso o la sun grinta, la sua ga- 
lanteria o la sua ruvidezza: fanno della copertina del 
libra una specchio rettangolare. Dentro questo piccolo 
specchio, se sai guardare, tu vedi l'autore che si 
stringe il nodo della cravatta prima di salire sul 
pulpito a raccontare per la folla le tristi o le liete 
vicende del suo ultimo sogno, E vedi, e giudichi l'uomo, 
aspettando di conoscere e di giudicare il poeta. 

Gli editori, aggi, dànno una grande importanza 4 
questi titoli per lo smercio più rapido della prima 
sfornata del libro. Ma il loro valore commerciale è 
minimo. Il titolo non valorizza il libro: è il libro che 
valorizza il titolo. Quando tu senti che un ragazzo 
ha un nome strano, non giudichi il ragazzo per quel 
suo nome: giudichi la tendenza lirica, o l'istinto ra- 
mantico, o le simpatie letterarie, politiche, storiche, 
mitologiche o guerriere del padre. Perciò ho detto che 
la copertina molte volte è uno specchio per l'autore 
che stringe il nodo della cravatta. Il testo è il figlio 
di quell'autore, Si sa che i figli non sono sempre spec» 
chi fedeli della vera fisonomia del padre. 

Scorro, in capo a quest'ultimo romanzo di Lucio, 


l'elenco vistoso delle sue opere. I romanzi propria. * 


mente detti sono quindici: altri venti o venticinque 
volumi già apparsi compongono gli scritti di critica è 
di memorie, e le raccolte dei racconti e delle novelle. 
Tutti bei titoli chiari, pieni, splendenti: e quasi tutti 
rivelatori, nello specchio della loro sincerità, di un 
sorriso arguto e soddisfatto, di un piglio sicuro, d'una 
calma fierezza è di una signorile tracotanza che schia- 
rano il volto dell'autore prima che si spalanchi la 
porta sul pubblico e quel volto appaia a raccontare 
le sue umanissime fiabe. 

Ma tre titoli di romanzi si sono accostati improv- 
visamente dinanzi alla mia attenzione per rivelarmi, 
ancora una volta, il creduto fondamento essenziale è 
negatore della filosofia di Lucio d'Ambra, che ora si 
avvia risolutamente invece verso il senso della fami» 
glia, della terra, del patriarcato e della felicità alta 
e solitaria. 

Conversione improvvisa o pure lento, naturale e 
logico processo di evoluzione e di maturazione spiri- 
tuale? Vediamo. 

I tre titoli sono questi: fl Mestiere di marito, La 
Professione di moglie, L'Arte di essere amanti. 

Non è chi non veda il taglio netto e la sapienza 
ironica che separano queste tre diverse parole: Mfe- 
stiere, Professione, Arté, lasciandole legate a tre fatti 


MONDO 


diversi: il paziente e duro martirio quotidiano dei 
mariti, la scaltra speculazione agile, elastica, fortu- 
nata e quotidiana delle mogli, la divina ebbrezza, 
che conosce soltanto se stessa e che vola oltre ogni 
pregiudizio gretto ed ogni ingiusta condanna, di coloro 
che amano e che traducono naturalmente il peccato 
in gloria, la colpa in virtù. 

La condanna dunque dell'istituto del matrimonio, 
secondo la vecchia tesi dell'agguato femminile e della 
inevitabile e miseranda capitolazione maschile, appare 
lampante nei tre titoli che rispecchiano tre atteggia- 
menti diversi dello scrittore, ma un solo ed invaria- 
bile sorriso: un sorriso melanconico e mordente vigi- 
lato in alto, sotto la fronte curva, da un'arguta striz- 
zatina d'occhio: alla Goldoni, 

Poi che il diavolo ha saputo farsi frate, anche il 
buon Lucio galante vagabondo = Parigi, Costa azzurra, 
teeping-car - ha pensato di farsi patriarca? 

Leggo avidamente questo Goecio e il Mando (A. 
Mondadori, editore, Milano), e poi, ritrovo certe righe 
sotto le quali s'è indugiato il lapis:—... "i prati 
di Merz'Ombra. Li porre, partendo, la prima pietra 
della nuova casa. Li pronunziare, a fianco delle pro- 
prietà distrutte, la preghiera di risurrezione... Allon- 
tanarsi così, pur in un indicibile strazio, era possi» 
bile: lasciando in quella terra dei suoi per tre secoli 
ed ora non più sua, un palmo di mondo che è ancora 
suo, che gli appartiene, ed in quel palmo di mondo 
una pietra, un mattone scolo, il primo, che sarà la casa 
nuova, la catena interrotta ma riannodata, la dinastia 
che vuole continuare, l'ubbidienza del superstite al 
silenzioso ordine dei morti, il riscatto necessario ". 

Ma queste ultime, dopo che Ludovico Buon- 
comvento ha rimunziato, ha lottato, ha solferto per 
ricostruire la grande casa avita, e l'ha veduta popo: 
larsi e vede i sette rondinotti fuggire in sette dire- 
zioni diverse incontro al loro libero e crudele destino, 
queste ultime che racchiudono in un accordo sinco- 
pato una ben più alta e maschia ed erdica filosofia 
negatrice, mi dicono che in tutto il pensiero artistico 
di Lucio d'Ambra il tono fu costante, è non mai fri- 
volo, e non mai cinico, ma accorato sempre anche 
sotto la maschera della galanteria, e voglioso di bene 
anche in quella che pareva non solo un'indulgente com- 
prensione, ma una spregiudicata assoluzione del male. 

— "Wuota la casa. Vuota la vita così. Ora son 
via tutt'e sette... E non sono che ricordi l'incendio, 
la vita ridata. Nessuno che vedendo la guancia arsa, 
rammenti, riveda, misuri... Misurar che? Il patriar- 
cato infranto e il patriarca deriso? Sciocchezze... Il 
dolore dei padri? Nulla. Necessità. La vita... Il 
diritto dei giovani ", 

Ecco: il diritto dei giovani, Il quale fra una gene- 
razione è l'altra crea questo duro contrasto, e spiega 
il volo incontro all'illusione, e prepara il ritorno verso 
la solitaria e raccolta meditazione. 

Un figliolo resta accanto a Ludovico Buoncon: 
vento: e gli altri torneranno, Torneranno dopo di 
aver incontrato, i maschi, schiarato e falsato da 


Lucio d'Ambra 


altre menzogne il volto indistruttibile dell'Eva che 
eternamente c'irride e c‘incanta, di Eva Sturm; dopo 
di aver conosciuto le femmine, le delusioni vitupere- 
voli e i tragici incantesimi dell'anima, gli agguati insi- 
diosi della vita galante: tutto quel cumulo di inevi- 
tabili oscure o dorate miserie insomma che altre opere 
di Lucio d'Ambra indicano con una intenzione che è 
sopra tutto ammonitrice, anche se in apparenza poteva 
sembrarci spregiudicata. 

Il vero Messia è quegli che sa essere indulgente 
e arresta il furore contro l'adultera con le parole: 
‘ Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra". 
E' quegli che si curva sulla vita con la precccupazione 
di confortarla e non con la presunzione di mutarla. 

“ Mecessità. La vita..." Ecco, coronata da questo 





di 


bre 
ded Si 


I 
3 
} 
id 


nella sua cosa. 


ritornò alle fonti pure, come si svolge con le sue tragi- 
che e meschine necessità, tutta la moderna vita nel- 
l'opera moderna di Lucio d'Ambra: la vita del salotto 
e quella del podere, la vita del nomade e quella del- 
l'eremita, la vita dello scapolo devastatore e deluso, e 
quella del patriarca ricostruttore e più deluso ancora. 
Insomma: tutti gli aspetti, tutte le tesi, tutti i 
climi, tutti i volti e tutte le esperienze, tutti i dolori 
inutili e tutte le gioie possibili, nel ciclo di un'opera 
vasta che s'è avviata con tanta fortuna, e che for- 
tunatamente promette di continuare, perché il lettore 
tragga da ogni diverso aspetto della realtà la sola 
forza sana, che oggi aiuta gli uomini a procedere nel 
tumulto del mondo che improvvisamente s'è fatto più 

vasto e più periglioso: la conoscenza. 
GINO ROCCA 


I LIBRI DEL MESE 


* 


La personalità di Massimo Boa: 
tesapelli deh può cite avvicinata 
a quella di nessun aliro fra 1 noniri 
moderni scrittori, Egli ha conquistato 
nen sclianto uno alle, ma va genere 
marrativo “suo”, E un vero maewiro 
nella più diflicile della arti: l'uma- 
rismo. Per averne una nuova prora, 
leggeto La famiglia dl fabbro (Mon 
dadori, editore): l'ultima sua opera 
che egli chiama romanzo, ma cho in 
verità £ sopratutto un ironico ® ori 
ginaliszimo “'riiratto di passe". 

Lo spunto «di questo racconto è 
geniale: nella cittadina di Valoria, 
una mattina all'alba, da ina lati 
vendola cho si reca a Fare il solito giro. rieno troralo uteleo, 
aliraverzo i gradini di una casa, un uomo. Si fanno vane ri: 
cerche. L'unico indizio cade so ua fabbro arricchito, che vive 
per gran partie dell'anno in campagna; ma questi & inno 
cente. Tuttavia gli wion fatto il processo. E il fabbro, assolto, 
continua ad esser ritenuto, quasi preteso. dalla cruilelià della 
popolazione, colpevole. A tal punto che il pover'uomo quasi 
ne impassince, cd è asvillato dall'idea ché a tutti i costi si 
rifaccia — a lui innocente = il processo, per dimostrare che 
non irulîi& la giustizia, 

Ma quel che più conta è il tono del racconto: è lo stile 
indimenticabile con cui è disegnata Valoria, città di circane 
dario, dai selciati deri 0 dagli abitanti duri come i nelciati, 


“iste STILI A 
Eerne PI. 


LA FAMIGLIA 
DEL FABBRO 





e 


Pocke ligure di monarchi hanno 
dato da fare a storici, a letterati è. 
anche recentemente, a uomini ali 
icatro, ci quella del figlia di 
Antonio di Borbone e di Giovanna 
d'Albrei, Enrico di Navarra. 

Dra ecco che sppare: im mena 
accurata edizione della Casa edi 
trice Corbaccio, arricchita da ma- 
mercae © intercasanii riproduzioni 
di stampe dell'epoca. una muova. 
vasta e compiuta biogralia di Fe 
rice TT per opera di Giorgio Da: 
sevi, che ba, sulle precedenti, questo 
grande merito: di essere costruita 
in baie ad un'opporiuna e severie: 
nima selezione di fonti storiche. li Basevi, infatti, temendo di 
perdere * l'obbiettività del giudizio e il senso del berpo nel 
quale la ava Fantasia avrebbe dovuto agire e vivere”, s'è al 
lontanato da tutti quei biografi di Earico IV {e c'é un'iniera 
letteraivra) che non chlbero modo di avvicinarlo è di sivere 
nel avo ambiente, e perciò lavorarono malto di fantasia; «ed 
ha fatto tesoro soltanto del copiosissimo epistolario dello stesso 
Re di Francia, o delle " Memorie” di sacd contemporanei ed 
intimi, come Pasquier e Bassompierre, Villegomblain e la 
stessa Margherita di Valoia... 





Lina vicenda semplice ma lineare e condotta con sobrietà 
ali tocchi cipressivi, © quella narrata da Nina Horrano nel 
romanzo dee fe vita (Licinio Cappelli, editore - Bologna). — 

Protagonista é una ragazza dei 
noalii È i, gioconda e serena lin 
dalla nascita, senza preoccupazioni 
romantiche: Letizia, Figlia di un lf 
gure è di un'americana, ella assiaie 
al divorzio dei suoi con fermerza 
d'animo; e affidata alle provride cure 
d'iuma zia, cresce Forte, spregiudicata 
© gonerara, Finch, capite di una ca- 
raiteristica famiglia di parenti sul Îla- 
go di Coma (Fimiglia che A. ciserva 
e dertrirvo con piltorcica ovidenza) 
desta mel rattristaio cuore d'un cus 
gino l'amore: e sposandola diviene la 
mamma d'una bimba natagli da un'a- 
== mante che mori nel metterla alla luce. 


Stadi PT passi i Ì 


AMO LA VITA || 





“Mon c'è nulla che insegni a vi: 
were, come il viaggiare LACrica. 
L'Africa, intendo, che al può girare 
alla zingara, irascinandosi dietro una 
fila di muletti, di cammelli è di 
negri: l'Africa dove il mando è an 
cora come Dio lo fece, a voi ci pas 
sale in mento icnra lasciar traccià 
che lo muti... Perchî dall'Africa si 
ritorna con la pelle conciata e indu: 
rita, anehe dai malanni, © coi nervi 
di 6l di ferro... E anche chi ne ri 
torna sciaguatiato e male in gamba, 
se riesce a purgarsi del sangue tuite 
le malario, le ambibe, i iripanosini e 
gli altri cancheri che a'è succhiato, 
© a rimellerzi su, non irova poi iramaniana è solleone che 
l'ammazzi: © fino a che non l'ammazzi qualche altra cosa, 
resla giovane, più giovane di tanti ragarzi che condica...". 

(Chi parla cos + Guelfo Civinini, in una delle tipiche pa: 
gine dei suoi Ricordi di carevana (A. Mondadori, editore), che 
abbiamo ciiato perché pochi acritiori possono aver acquistato, 
nel discorrere di ciaggi, di colonie, la nua compatenza cd espe 
rienza: e pochissimi posseggono la sua pittoresca efficacia nel 
descrivere e nel raccontare. 

{umili ricordi si riferiscono ai viaggi nell'Abiisinia sebten= 
irionale e occidentale del 1934 è = fer sono nete di 
diario, ma divengono, per lo atile è per il contenuta, testimo» 
nianze preziose di un porta e di un osmaervatore d'eccezione. 





Muiitericia e complessa periona» 
lità, quella del fanciullo. Ecco uno 
scrittore, Qnornaio Fava, che sa oe 
Cupariene con intelligente amore, pas: 
sanilo in rassegna, in un volume in- 
titolato fi farciulle sala latteratura 
(Casa editrice Nemi « Firenzo), le 
pagine più elette di scrittori antichi 
e moderni che ebbero per la palco: 
lagia infantile una cura particolare. 

Da Socrate ad Aristotele, da Se- 
neca a Plutasco, da Vittorina da 
Felire a Montaigne, da Carbesto a 
Locke, da Kant a Rousseau, da Pe- 
stalaezi a Frbbel. da Aperti a Ra 
amini, dia Bain a Spencer. da Comte 
a Perez, quanti uomini insigni dedicarono al fanciullo pagine 
di aiudio attento è denio d'ali significati? 

Ma il Fava si occupa largamente anche degli autori con 
temporanei (da Giacosa e Fogazrzaro a Pascoli e Zuecali, fra 
i mostri: e, fra gli stranieri, da Rolland e Selma Lagerlif); 
e con la sua rassegna, più antologica che critica. può dirsi 
veramente ricca cd esmdaricnte: è io di tutte le imagini 
che il fanciulla destò nelle opere d'arte, atiraverio il iempo 
© lo spasso, attraverso infinite sensibilità di filosofi e di ar 
Wisti. di pensatori e di scienziati. 


IL FANC IULLO 
«LETTERATUE 





E poichè siamo in questo tema, ecco va romanzo moderno 
che ha per protagonisti, successivamente, due ragnizi; Lire 
mella folla di Lino Masala (Casa editrice Ceschima - Milamo). 

Sa tratta di un romanzo che si 
inazia tra vivaci colori, nell'atmoalfetà 
iraiparente e serena di un lago set 
ientrionale, e aggrovigliandosi in va 
moilo sempre più drammatico, Len 
mina iragicamento, Ma il suo mag: 
gior interesse è dato dalla cura con 
cui l'aatore si solferma sul carattere 
di Stefano Brangiglioni. cho al prin 
cipio del romanzo è un ragazzone 
diciottenne. e poi su quello di sua 
figlio Corrado, bambino, adalricente, 
giovinetto, spirito indiavolato, anima 
ardente e inquieta. con molte peo 
culiarità  paicologiche ed estetiche 
che recano il segno dei tempi. 





{nuseppe Cavaciorchi ha ados 
tato uma forma assai nuova per frac 
ciare nel suo valume Massaia {Val 
lecchi, editore » Firenece), un ritratto 
del Duce, 

lnvece di svolgere per disteso 
una alelle tante biografie che »rguoni 
su per giù la stesso iracciato storico, 
il Cavaciocchi ha cercato di delinire 
là figura ali Manito Monia in 
trenta brevissime “sintesi critiche 
che xaogliono cogliere i caratteri pre- 
cipasi della Sua personalità Cl gli 
aspetti fondamentali della Sua azione 
di condottiero. E bisogna dire che 
tala sine ni art, in uma aliena asziul= 
terrà di atile, molto riaicite. Ne scegliamo una fra le migliori: 

“Commette la peggiore delle colpe l'uomo ili Siate, che 
predica al popolo più il diritto del dovere, 

"Il diritto poò affacciarsi alle menti ed alle coscienze ed 
assumere l'aspetto di entità solo allora che ai siano assolti 
tutti i aboseri, in quanlo, sr foaite il contrario, non esisterebbe 
più equilibrio, senza il quale la vita avrebbe i giorni contati. 

[dovere è, dunque; la risultante di multifermi e «fiaturni 
sacribica, che jr Uesislenza, piasanti paragonarzi alle ari T 
alle tesi della prosadia classica. Il diritto, invece, costituisce 
il premio {e più ambito e più duraturo) di tuiti questi sacrifici, 
Ecco perché il Docce non disgiunge mai = nei suoi sertiti e nei 
vuoi discorsi al popola — il diriito dal dovere”. 


AILSarA dit nia 


MISSOLINI 


Franco Vellani: [ianisi, conosci 
fore e siudioso ira i più prolanali 
della nazione unghercae, nella palitica 
come nella storia, nella leiteratura 
come nell'arte. poria un noievale con- 
iributo alla condacenza di una dibattuta 
questione internazionale col volume di 
prebiama ferviloriale fniasiiorao {Kicola 
Zanichelli, editare + Bologna), 

Partendo dalla tevi di Lord Rather 
mere — la poù facilmente accettabile, 
fra tanie — l'aiitare la ditcuio con 
passione e conclude come essa lasci 
aperta una piaga insanabile. 

Cali Ungheresi infatti nani potranno 
mai accettare per definitiva una fron- 
tiera che tagli fuori dal loro Regno la Transilvania. Perciò 
il Wellani-Dlionisi braccia a grandi lince una framtiera poluiico= 
naturale-ctnografca che risolverebbe il doloroso problema. 
Egli cerca di dimostrare come l'Ungheria, che atoricamente 
avrebbe diritto alla Transilvania iniegra, ceda ogg! questo 
diritto anche volontariamente; ma come essa, in dipendenza 
di ciò, nom possa frattanto rinunziare a quei figli che abitano 
il suo territorio antico. Condizione fandamentale al raggiun: 
gimento dello scopo sarebbe un accordo magiaro-rumeno, che 
ralforzerebbe una linea etnica di per at atessa debole. 





Mario Gastaldi intitola La Moafa pronte va sua rie 
colta d'articoli che vede la luce ih un'accurata edizione di 
Emo Cavalleri (‘Quaderni di Poesia” « Comol, 

E che cosa significhi * Santa pair 
sione è aulito spiegato dall primo 
di tali articoli, umo dei paù sigmilica= 
tivi: è la passione giornalistica cone 
alderata nel riguardi del giornalismo 
di provincia, le cui mansioni oggi 
giorno si possono riassumere in un 
motto : sncrbero Cal silenzio, 

Poi, e una serie di personaggi 
di maggiore o minor celebrità che 
sfila sotto gli occhi del lettoro: da 
Fausto Maria Martini a Slaiaper, 
da Aagelo Dall'Oca Bianca a dda 
Negri, Sona interviste è profili, trae: 
ciati con efficacia e con gusto, da 
un consscilare sicuro e devoia. 


MARIS LASTALM®Ì 





Mirto RAP E RIE 


Un volume pubblicato in America 
e in Inghilierra al principio dell'anno. IL 
e lradoito subito, con velocità sor- 
prendente, in cinque lingue, appare 
oggi per merito dell'editore Bompiani 
nella collana dei “Libri scelti” che 
servono al panorama del nostro Lem: 
po. in una limpida ed efficace tradu 
sione italiana: dI piano gaiieguanale 
stento di VI. R. Kricekerbogket. 

H. R. Kickerbocker è un redai: 
tore dell'“Evening Post. Le sue 
qualità ali giornalista acuti leen 
orientato sui grandi problemi inter: 
nazionali lo hanno spinto a fare per 
primo (ELI "inchiesta personale, EEUETI 
importanie, sui luoghi dove la Russia Sovietica lavora è produce, 
da dae anni, con accanimento febbrile. Ed intercssanie è con: 
alalaro come la acriltone, partito don prevenzioni qatili, abbia 
dovuto concludere lealmente che il “ Piano quinquennale” è una 
realià, il cui successe linale ai può considerare assai probabile. 

lo che coia consiste il famoso " Piano'"7 Si tratta del più 
ambiziosa tentativo che sia mai stato fatto di metter in pra: 
tica il principio abella preorganizzazione: e cioé di regolare i in 
anticipo, par cinque anni, di corso dellla «ità di una mazione 
di 150 milioni di uomini. Ma lo scopo immediato del ‘“ Piano" 
{nil ceco la parte più saliente che VA. illusira con chiarezza) 
© di portare il processo di industrializzazione a tal punto da 
potersi opporre a qualusque blocco delle nazioni capitalistiche, 


MT, CHOCKENE DEE 
PIANO 
QUINQUENNALE 

SOVIE 








In questo breve libro fama | 
di Mrenms, edito elegantemente dal- 
l'Augustea, Enrico Lelli hà, com 
vigoria di stile. condensato una | 
mon indifferente mole di pensieri 
E alli comderarzioni sul mismentòo 
politico che volge. Ricordati gli 
appelli di Hemito Mussolini alla 
saggerza dell'Europa Cl agli dimo 
ricani © riportato il famoso arti. "i 
colo apparso il ia gennaio del ici MORI 
"Popolo d'Ialia” col titelo: Dr neca "trento anni 
scanso all Aaserica, che tanto fer 
wore di commenti ha suscitato nel 
monia, al Lelli si sofferma hh Cer 
carne l'effeito avuto in Francia, 
eve più che alirove esso poteva rappresentare una sicura guida 
mero la salutò è la pare. Inintoe la noalra cara sorella latina 
si è chiusa ancor più nel suo vicolo cieca di inragionevoli 
egoiami ed inaiste e persiste nel suo sterile quanio pericoloso 
irrigidimento, Da queita flunsconò in lunga è copiosa icrie, 
espresse con eflicace chiarezza, alire © pur profonde consta: 
tazioni sulle rsealià dell'ora. l'incomprensione dei governanti 
c la terribile competizione di totti gli egoiami che ci allonta: 
nano sempre più dallo scopo primo cui devono tendere tutti 
gli alorti uniti, la pace. cioé, e la giustizia nel mondo. 


bg dpiba 


Lio MARA 
DI BRENNO 


“ Piano quinquennale sovietico, del quale accennammo 

ila bt ci richiama diretiamente anche un aliro recentissimo 
pi pubblicato dalla Casa Hocpli, Lo Zar Ras di Christian 
W'indecke. pseudonimo soito il quale 
si nasconde un davlore mialericao. 
Inflesvibile animatore e despoia 
del Piano quinquennale è appunto il 
cai dello Zar Kosso, è cioè Stalin, 
del quale il volume (ellicacemente 
tradotto da G. Prampolini) offre una 
movimentata è pittoresca biografia : 
da siudente di seminario a compirà» 
tore terrorisia, da esiliato in Siberia 
è generale contro gli eserciti bianchi, 
da segretario dell'ufficio politico del 
partito & capo riconosciuto di tuiti 
i comunisti del mondo, il iemace dli- 
scepolo di Lenin appare oggi il vero 
dominatore dei destini della Russia. 


No no, è proprio così, noi italiani siamo piuttosto 
refrattari per quanto riguarda lo studio delle lingue 
moderne. Forse è mancanza di sfrontaterzza: nòn sap 
piamo gettarci avanti all'impazzata, come vien viene, 
in lando spropositi su spropositi, ma riuscendo infine 
a farci comprendere. Studiamo le lingue moderne come 
le lingue morte. Troppa grammatica, All'atto pratico 
ci vengono in mente tutte le regole, il genitivo e il 
dativo, il raddolcimento delle vocali è Vacca muta, 
ma non spiccichiamo una parola. Gli stranieri, invece, 
vengono in Italia: e ceci e cela, kcaput e bockiag, sanno 
sempre trarsi d'impaccio. E' anche +#ero, però, che 
viagriano assai più di noi. E gli Slavi, beati loro: essi 
a parlare correntemente una nuova lingua non mettono 
più del tempo necessario a cambiave il disco di un 
fonografo. La puntina, il disco, la manovella, è win... 

Guardate Giannetto Rossi. Non ve lo ricordate? 
era nostro compagno di scuola, uno dei più studiosi. 
che lasciò poi il ginnasio per l'istituto tecnico, Alto, 
grosso, il volto lentigginoso, i capelli rossicci rasati a 
zero, Non ve lo ricordate? Un ragazzo non rumoroso, 
poco espansivo, con idee tutte sue, che faceva colle- 
zione di francobolli e non parlava mai di donne. Ma 
ingegno ne aveva; e in matematica nessuno lo supe» 
rava. Ora è in Germania; in una cittadina meridio- 
nale della Todescheria: l'ho trovato là ultimamente, 
durante il viaggio che sapete. Ebbene, Giannetto Kossi 
è una prova lampante della verità di quanto io vi 
dico, E già che ci sono, né approfitto per chiacchie- 
rare un po"; e non importa se uscirò di carreggiata. 

vando, vent'anni fa, passò dal ginnasio all'isti: 
tuto tecnico, il tedesco gli piacque subito, anche per- 
chè qualcuno gli aveva detto che il tedesco era ne- 
cessario per riuscire nella vita. Le difficoltà della co- 
struzione, simili a quelle che gli avevano fatto fuggire 
il latino, nel tedesco lo allettarono. S'incaponi, voleva 
conoscere a fondo il perchè di ogni regola, e convincer- 
sene, così come della soluzione d'un teorema. E in poco 
tempo, come in matematica e nel disegno, riuscì a ri- 
portare la palma anche nel gotico su tutti i compagni. 

Ma, terminato l'istituto beenico, quanda s'impiégà, 





il tedesco gli servi poco, salvo per qualche lettera 
commerciale stercotipata. Il suo desiderio di far pra- 
tica della lingua rimase lettera morta; è le poche 
volte che ebbe occasione di avvicinare qualche stra- 
niero visitatore della nostra città etrusca il coraggio 
gli mancò; più che fat e sein non seppe dire e non capi. 

Venne la guerra e ci ritrovammo insieme ufficiali 
alla fronte, Qgni volta che dovevamo compilare un 
prospetto coi dati di ciascuno di noi, ogni volta che 
ci era richiesto un elenco di coloro che conoscevano 
le lingue straniere, Giannetto si faceva avanti: “Co. 
nosce il tedesco", Poi c'erano le domande: “Lo par- 
la correntemente? lo serive? lo legge?" Modesto, Gian: 
netto specilicava: “Lo legge”. Poi aspettava paziente 
un ordine di partenza, la destinazione presso un co. 
mando superiore, 

Non desiderava imboscarsi; lo vidi più xolte in 
combattimento, e faceva sempre il dover suo sino al- 
l'ultimo, Ma il fakto di conoscere il tedesco, fra tanti 
latinisti mancati e fra tanti gallicisti faciloni, suscitava 
in lui una certa vanità, un'ambizione mal frenata, 

— Potrei essere utile — diceva. 

Non lo chiamarono mai, senza che per questo egli 
s'addolorasse troppo, ché anzi lasciare i compagni, 
dopo tanti mesi di vita comune e di comuni patimenti 
in trincea, gli sarebbe stato daro, 

— Mi sembrerebbe — riconobbe una volta — di 
essere quasi un disertore. 

Rimnsze: è, quando ci fu il finmoso niincco austriaco 
che minacciò di sfondare le mostre linee è fini invece 
miseramente con la resa degli assalitori, Giannetto 
Rossi pareva trasfigurato dall'entusiasmo. Chi avrebbe 
riconosciuto in lui il matematico raccoglitore di fran» 
cobolli della terza ginnasiale? 

A un tratto, però, mentre i poveri cecchini travers» 
savano avviliti, a uno a uno, le nostre linee, gettando 
le armi, Giannetto si raddrizzò come preso da un'i- 
dea luminosa. Veniva quasi ultimo un grosso mag- 
giore austriaco, rosso paonazzo in volto, gli occhi torvi, 
1 lunghi baffi già spavaldi ora spioventi in bocca. 
Giannetto parve studiare il suo uomo, esitò ancora; 


poi si lanciò avanti e da nemico cavalleresco, lui gio- 
vane sottotenente, recò la mano al berretto: 

— Sprechen Sie Deutsch? 

Il grosso maggiore, nell'udirsi interpellato così a 
bruciapelo, trasali; guardò Giannetto come per assicu- 
rarsi se la domanda fosse fatta sul serio; poi, sde- 
gnosa, vali il capo altrove e passò. 

Ritornammo alle nostre case, dopo il periodo eroico, 
È riprendemmo la nostra vita d'un tempo; è, almeno, 
tentammo di riprenderla. Giannetto Rossi riebbe il 
suo placido i impiego e non pareva chiedere di più. 
Poco dopo, però, prese ancora uno dei suoi improv= 
visi dirizzoni: si sposò. 

Dovete ricordare la cosa, poiché suscitò un certo 
scandalo nella nostra piccola città. Sposò, nato di 
buona famiglia com'era, una serva, la serva sua di 
casa. Non capitò male, tuttavia: era una bruna for- 
mosa, con due occhi che parevano carbonchi. Non le 
mancavano nè bellezza nt salute; grazie a Dio: e sul 
conto suo, fino allora, nessuno aveva avulo da dire, 
Tanto che con Giannetto Rossi ella si poté impuntare: 

= 0 il matrimonio o nu 

Poco meno che analfabeta, questo si, ma intelli- 
gente e facile assimilatrice, la nuova signora Rossi 
seppe trasformarsi in poco tempo; e invano avreste 
poi ricercato nei suoi modi e nelle sue parole la 
stessa persona che fino a pochi giorni prima xeniva 
ad aprir l'uscio con le mamche rimboccate e il bianco 
grembiule. 

Ma sapete come sono le donne? lo ebbi un bel di- 


I 


fendere Giannetto in casa mia: mia moglie non si la- 
sciò mai indurre a ricambiare una visita faitaci dalla 
signora Rossi; e l'altra, ferita nel suo orgoglio, ottenne 
dal marito che anch'egli diradasse gli incontri con me. 

L'amicizia nostra, che dai banchi di scuola si era 
mantenuta intatta cementandosi in guerra e nel dopo- 
guerra fortunoso, si raffreddò. Quando ti incontra» 
vamo qualche volta, non riuscivamo più a liberarci da 
un impaccio sempre crescente e non ci chiedevamo 
nemmeno più notizie delle nostre famiglie, 

Poi non ci vedemmo più, per molti anni. lo da una 
parte, egli dall'altra. Finchè, due mesi or sono, come ho 
già accennato, ritrovai il mio vecchio e buon Giannetto. 

La mia ditta più di una volta mi ha mandato con 
qualche incarico di fiducia all'estero. lo me la cavo 
abilmente. Un pa” di francese nell'albergo, con molta 
mimica e con qualche consulto fra i camerieri. Anche 
se mi portano l'opposto di quello che chiedo, faccio 
finta di nullo. Ma le faccende della ditta le so sbrigare. 

In Germania era la prima volta che andaro. 

— Tu che vai in Baviera — mi disse qualcuno — 
sai che a un'ora di treno o poco più da Monaco c'é 
Giannetto Rossi? 

— Ci vado — mi dissi subito, E vi andai. 

Un'esplosione di gioia. Esclamazioni su esclama» 
zioni. Abbracci su abbracci. E domande su domande, 


ricordi Sul ricor 

— Aspelta — galtò a dire a un tratto Giannetto — 
ora chiamo anche mia moglie. 
anche per lei! 


Chi sa che sorpresa 





La signora venne, e fu ancora gran festa, Ammi- 
revole, in verità, per cortesia, non si stancava di do» 
mandare di me, dei miei, con sincera sollecitudine. 

— Ma doveva condurre anche la sua signora — 
insisteva. — Che cattivo marito! 

Pareva che si trattasse della sua migliore amica. 
Si sa, la distanza e il tempo annebbiano certe cose. 
All'estero, poi, tutti i ricordi della patria lontana di- 
wentano cari e belli. 

Era, però, divenuta di una distinzione perfetta, pur 
nella sun semplicità, la signora Rossi; e parlava bene, 
senza strafalcioni e senza stonature. Godeva palese» 
mente, come il marito, nel discorrere con un conna» 
zionale e per di più un amico, dopo tanto tempo, nel 
linguaggio nativo. lo stesso, che pur mancavo solo da 
alcuni giorni dalla patria, ascoltavo con piacere certe 
inflessioni calde e dolci della sua parola, inflessioni che 
mi ricordavano non so più quale lontana voce femmi- 
nile di casa mia. 

Naturalmente rimasi ospite di Giannetto Rossi e 
fui trattato in modo regale. Prima di sera egli mi fece 
visitare la casa è l'annesso ufficio. 

= Sono qui da un anno o poco più. Quando il 
mio direttore mi chiese se fossi disposto a stabilirmi 
in Germania per un certo periodo di tempo, accettai 
subito. Mi trovo bene. Ho due im segati e moi signo» 
rina, tedeschi tutti, alle mie dipendenze. 

In quel momento mi ritornò in mente la sua antica 
passione per lo studio del tedesco, è sorrisi ripensando 
all'innocente mania, alla piccola vanità degli anni lontani. 

— Sicché ora potrai sbizzarrirti a tuo piacere in de- 
sinenze in auf e in aes Avrai avuto campo, linalmente, 
di far quella pratica del linguaggio che tanto desideravi. 

Giannetto s'abbuiò un poco: poi arrossi. 


— Che vuoi? E' una benedetta lingua... — een im- 
pacciato. — Più credi di esserne padrone e più ti s 

Mia dovetti convincere io stessa, quando lo sid ali 
prese col Sud impiegati, che grandi progressi non 
ne aveva fatti. Anzi, pieno d'amor proprio com'era, 
l'evidente timore di non comprendere, la preoccupa- 
zione di non sbagliare, gli impedivano addirittura qua» 
lunque conversazione, 

— Ma come fai, allora? — dovetti domandargli 
trasecolato. 

— Che vuoi che faccia? Lo sono un pesce fuor 
d'acqua. Bisogna nascerci in questa terra; un anno di 
dimora qui non basta. E, bada, ho tentato tutto: pri- 
ma di partire chiamai una professoressa viennese in 
casa e seguii anche per tre mesi un corso pratico 
serale: ho sperimentato il metodo Onniglotta per par- 
lare ama lingua in cinque giorni e quello. Fallbopf con- 
densato, che vi rende lo stesso servizio in tredici ore. 
Tutto ho tentato: dai dischi fonografidi alle lezioni 
per radio... 

= Ma come fa? 

Egli abbassò il capo, 

— Mi fa da interprete mia moglie. 

Rimasi sbalordito, senza parola, Giannetto mi 
guardò di sotto in su e il mio sbalordimento parve 
essergli di qualche conforto nell'umiliazione, Ed ebbe 
un ape d'orgoglio negli occhi, quando soggiunse: 

— È un portento, sai?... 

Pai concluse, sorridendo: 

— Le donne a tutto potrebbero e saprebbero ri- 
mungiare; ma a ea a farsi intendere, a conver- 
sare, questo no. Dopo un mese che era qui, lei, senza 
nemmeno sognarsi d'aprire un libro, ne aveva d'a- 
vanzo, E ne sia ringraziato il Signore! 

ARRIGO DE ANGELIS 





33 





I grandiosi lavori di demolizione e di scavo ni Mercati di Traiano. 


“ROMA DI MUSSOLINI" 


LA 


"Roma deve apparire meravigliosa a tutte le 
genti del mondo: vasta, ordinata, potente come fu nei 
tempi di Augusto. Vai continverete a liberare il tronco 
della grande quercia da tutto ciò che ancora l'aduggia: 
farete largo attorno all'Augusteo, al Teatro Marcello, 
al Campidoglio, al Fantheon. Tutto ciò che vi crebbe 
attorno nei secoli della decadenza deve scomparire... 
Voi libererete anche dalle costruzioni parassitarie e 
profane i templi maestosi della Roma Cristiana: i 
monumenti millenari della mostra storia devono gigan- 
teggiare nella necessaria solitudine. Quindi la terza 
Roma si dilaterà sopra altri colli, lungo le rive del fiu- 
me Sacro fino alle spiagge del Tirreno... Un rettilineo 
che dovrà essere il più largo del mondo porterà l'em- 


pito del mare acalrum da Ostia risorta sino nel cuore 
della città dove veglia l'Ignoto. Dare case, scuole, bagni, 
giardini, campi sportivi al popolo fascista che lavora". 


Così il Duce nel discorso in Campidoglio. 

Il 14 aprile 1950 la Commissione per la prepara- 
zione del nuovo Piano Regolatore della Città di Roma 
era dalla sua altissima autorità insediato; è il Go. 
vernatore Principe Boncompagni - Ludovisi enunciò, 
alla presenza stessa del Capo, alcuni propositi, che 
qui non giova ricordare, dacchè essi li ritroveremo 
cammin facendo e come principii direttivi, e come 
realizzazioni avvenute o da avvenire nella trasfigura. 
zione edilizia stradale di Roma. Giova invece ricor 





Veduta parziale della zona sei Mercati Troionei durante i favori di sgombro. 


dare i rilievi che nella medesima seduta il Duce ai 
compiacque di fare, e che possono così ricapitolarsi: 


I, Si tratta”, per ciò che concerne il compito 
difficile che la Commissione del Fiano Regolatore è 
chiamata ad assolvere, “di armonizzare tra loro al- 
meno quattro ciltà coesistenti in Roma, ognuna delle 
quali ebbe uno scopo e conserva un carattere. Questo 
carattere architettonico, e non un colore locale, tal- 
volta di pessimo gusto antigienico e entiestetico, si 
deve conservare". 

II. Siechè “ per rispetto a questo carattere Roma 
non potrà mai assumere l'aspetto modernissimo di una 
città come Chicago, perché Roma in tal caso non 
sarebbe più Roma". 


III. Bisogna “salvare Roma antica non solo nelle 
sue mirabili chiese, ma anche nei solenni monumenti 
dell'epoca imperiale”, la qual cosa “non risponde 
soltanto ad una necessità architettonica, ma anche al 
bisogno di conservare una documentazione, che in al- 
cuni casi è unica, di memorabili eventi di quella glo- 
riosa epoca", 

IV. “La conservazione dei monumenti imperiali" 
dando a Roma “un carattere... incspettalo © somma. 
mente interessante, ha anche un alto valore turistico, 
in quanto richiama centinaia di miglinia di visitatori 
dall'estero”. 

V. “La liberazione degli antichi monumenti dalle 
casupole che li circondavano e, in parte ancora li 


circondano, ha anche il felice risultato di ridare la 
plastica visione dei sette colli, che erano quasi som- 
mersi dalle caotiche costruzioni dei secoli passati‘. 


VI. Inderogabile è "la necessità di contemperare 
le esigenze artistiche con i bisogni sempre crescenti 
dei traffici"; e a questo proposito Egli esortò i mem- 
bri della Commissione a tener conto, nei loro studi, 
non della Roma del 1930, ma della Roma del 1950, 
con qualche anticipata visione della Roma del 2000, 


WII * Bisogna anche preoccuparsi di dare alla 
città nuovi parchi, giardini, bagni, palestre, per fare 
circolare ancora dentro i quartieri affollati quell'aria 
e quella luce che fu vanto delle purtroppo soppresse 
ville della Roma del Rinascimento ". 


VIII. Due elementi infine, Egli awvertiva, dove- 
vano esser posti in primo piano nel iracciamento del 
Fiano Regolatore: i colli e il mare "onde Roma ha 
vie naturali di accrescimento e di bellezza ". 


Sei mesi dopo il Principe Boncompagni rassegnò 
al Duce il progetto di massima che alacremente la 
Commissione avera svolto attenendosi ai concetti so- 
pra ricordati. Compilato di poi, e poscia emendato, 
il Progetto fu approvato con R. Decreto-legge 6 lu- 
glio 1931 n. g81, E con R. Decreto-legge 21 luglio 
1931 n. 1001, emanato su proposta del Capo del Go- 
verno, fu disposta per quindici anni l'assegnazione di 
So.000.oc0 annui, a titolo di concorso dello Stato sulle 
spese per l'attuazione del Piano. 


= LL «6——————_____t_t————__%2z»2%z%=x-—.—.--+—+—.—.— FT mt 


15 





Particolare dei Mercati Traianei colla Loggia dei Cavalieri di Rodi, come si vedenò aggi. 


A noi non spetta di discorrere circa ciò che in 
base ad esso sarà fatto. Noi intendiamo piuttosto re» 
dere ciò che è stato compiuto, nelle singole zone del- 
I" Urbe, e compiuto « sebbene in anticipo - giusta i cri- 
teri che il Duce espresse il 14 aprile 1930, dei quali è 
fondamentale quello di contemperare "le esigenze ar- 
tistiche con i bisogni sempre crescenti dei traffici ". 


Questa contemperanza vuol essere debitamente 
chiarita. La Roma storica, la Roma antica che rivede 
la luce in virtà dell'alacre politica edilizia di Musso- 
limi, solo oggi, possiamo affermare, è da noi sentita nel 
suo vero ed intimo significato, Se noi oggi ci volgiamo 
agli avanzi delle gloriose mure e dei fastosi templi, 
dei fori memorabili, e se ne sentiamo la profonda Vitta 
nerazione che ci spinge ad inchinarci e a ricordare, 
non è in verità per pura passione archeologica, ma 
perchè nelle anime nostre Roma esercita un fascino 
nuovo, il fascino che sola essa può esercitare in cor- 
rispondenza dei nostri nuovi e più elevati sentimenti. 
Noi viviamo in un'epoca eroica di grancerza romana; 
ed è perciò che la magnificenza accertata dai nostri 
mvi nei superbi monumenti ci commuove ed esalta è 
rincalza in noi le più nobili emozioni. Siamò tornati 
ad essere ciò che per fato era legge: 1 diretti discen- 
denti delle generazioni di Roma unica al Mondo, 

Ma, se ciò è vero, di Roma noi dobbiamo anche 
raccogliere l'ammonimento è l'insegnamento indero» 
gabile, Noi dobbiamo esplicare tutte le nostre potenze, 
attuando tutto quello che ci è aperto, realizzando, come 


Roma antica fece, tutte le nostre energie. Le quali 
rimarrebbero oppresse, nè plasmerebbero la realtà 
con la nostra indelebile impronta, ove la nostra vita 
di uomini, di popolo e di nazione moderna (l'Italia è 
all avanguardia della modernità del mondo, da dieci 
anni, ineccepibilmente) non trovasse il suò ambiente 
adatto, il suo clima confacevole e tutte le possibilità 
materiali e pratiche che le permettano la più libera 
© la più vasta espansione. 

Una città è appunto uno di codesti ambienti, uno 
di codesti climi. Il ritmo della vita si svolge in essa 
a seconda delle possibilità che essa offre, Dove ella 
sia misera e angusta, altrettanto lo è l'attività dei 
singoli e delle masse. Dove al contrario siano presenti 
tutti 1 mezzi necessari alla esplicazione d'una vita 
intensa e veloce quale è la vita dei popoli moderni, 
e quale dev'essere necessariamente la mostra, ivi la 
civiltà e tutte le arti e le forme della civiltà crescono 
con una progressione mirabile. 

La Roma mussoliniana pertanto vuole armonizzare 
il passato storico col presente che marcia a grandi 
insonni tappe verso l'avvenire: il magnifico aesenire 
degno, come conlinuazione, del gigantesco passato di Roma 
imperiale: i cui monumenti parlano all'intelletto ed al cuore 
parele e consigli, tanto più eloquenti quanto più mali, di 
emulazione generosa Una Roma modernissima dunque 
— Metropoli nel senso esatto della espressione — è 
una Roma che; per quanto sia fiorita ora È venti ses 
coli, rivive, con 1 suo resti, con le sue dottrine, col 
suo fiero sentimento di st, nell'anima nostra. 





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i favori di sistemazione in Piosza Araceli verso Palazze Venezia eieti dai giardini cel Colle Capitelino, 
Sopra: Demolizione sul fianto sinistro del Filtoriano dave sergerà l'Esedra Arborea. 





17 





| Cose demolite sul franco destra cel Filtoriano doee aenà inizio la grindiom Fia dei Colli. 
Sopra: La sona liberata a destra del Monimento che uninî Piazza Kenezia col Foro Traiano. 


N colossale lavoro di sgombro e di stavo in Via Tor degli Specchi fra il Filloriane e il Teairo Mad 








i questo Il principio della Via del Mare. 





La vecchia Via Tor degli Specchi, alla base della Rupe 
Tarpea, irasformata in un meravigliovo viale. 


Questa Italia concorde e unita, nazione definitiva- 
mente compatta, che è idealmente un impero e che ha 
creato una espressione di vita che il mondo conosce, 
doveva ben avere una capitale degna della resurre- 
zione gloriosa, 


La duplice Roma — antica e moderna — si rispec» 
chia, come realtà conseguita in gran parte, nella sona 
del Filforiaone: fra l'Altare della Patria, il Campida- 
glio, la Rupe Tarpea, il Teatro Marcello e i Templi 
del Foro Boario da una parte; € dall'altra fra lo 
stesso monumento e Fori Imperiali. Le due strade 
preconizzate dal Duce, quella del mare e quella dei 
colli sono per partire di lì, da quel centro, che è testi- 
mone di due vittorie: quella della guerra vinta, € 





Lia nices via censo il Tealro Marcello. 





ia dei Colli. 


intorno al Foro Troiano dove comincerà la F 


rame 


Liri 


Lavori di denal 


41 





La poceront opera ci sistemazione per fo vbocco Sella Via 


quella della guerra combattuta quotidianamente dal 
genio del Duce, laborioso nel Palazzo Venezia. 

La trasfigurazione di ciò che è oggi Piazza Ve- 
nezia, ricongiunta all'arte capitolina e ai Fori Impe- 
riali può dirsi abbia avuto inizio nel 1925, quando co- 
minciarono a venire in luce i resti del Foro di Au- 
gusto. Ma è una data già troppo retrocessa nel tempo 
poichè la Piazza in sé stessa non subi per allora al- 
cuna trasformazione. I lavori per la liberazione del- 
l'emiciclo omentale del Foro Traiano risalgono al 22 
di aprile 1936, con lo sterro della zona retrostante 
alle case ivi esistenti, verso la collina di Magnana- 
poli. Nel 1927 venne effettuata la demolizione della 
caserma di 5, Caterina, rimesso in luce l'antico edi» 
ficio e ritrovata la Via Biberatica. Le strutture tor- 
nate alla luce richiesero tuttavia una sapiente opera 
di restauro, alla quale fu proceduto durante il 1938 
e il "29. Venivano quindi abbattuti i weechi fabbri- 
cati fronteggianti la piazza e lungo la via Alessan- 
drina, si da ridonare al Foro Traiano il grandioso 
sfondo che avea in antico. Tale ingente lavoro, ini- 
ziato alla fine di agosto del 1928, fu condotto a ter- 
mine con una prodigiosa rapidità. 

Quanto all'altro versante — quello di ponente — 
non minore fu l'alacre opera di demolizione è di re- 
stauro che vi ebbe luogo. La demolizione di Via Tor 
de' Specchi fu iniziata il 10 agosto 1928: il 28 otta- 
bre, al sorgere dell'anno VIII, un primo lotto di fab- 
bricati non esisteva già più. Dal Vicolo della Rupa 
Tarpea all'Arco dei Saponari, il piccone non lavorò 


dei Colli che conyiungera Piazza Venezia col Colosrro. 


meno intensamente: tanto che in brevissimo tempo 
quell'augusto budello fu squarciato e abbattuto per in- 
tero, si da scoprire la mirabile pendice della Rupe, 
ad Ovest. 

I Fori da una parte — il Foro di Traiano, il 
Foro di Nerva, il Foro di Augusto, la Regione dei 
Mercati Traianei, la splendida ed elegantissima loggia 
dei cavalieri di Rodi, — fanno orà mostra mirabile 
di sé, a oriente di Piazza Venezia che si ricongiunge 
con essi senza interruzione, demolite le ultime bicoc- 
che e 1 decrepiti fabbricati che costruivano la vista 
di quei monumenti incomparabili. 

Dall'altra parte, abbattuto il mostruoso velario di 
case addossate al monumento alle falde della chiesa 
dell'Aracoeli e a quelle della Rupe Tarpea, Piazza 
Venezia si ricongiunge con il Campidoglio, con il quale 
forma un insieme unico, di una bellezza stupefacente 
costituendo la più grande e certo la più splendida 
piazza di Roma. 

Da Piazza Venezia dovranno partire le due wie 
— ora in piena costruzione — dei Colli e del Mare. 
Dei Collì, attraverso i Fori Imperiali, presso il Co- 
losseo, e di qui a S. Giovanni per un ampio viale che 
si calcola in media largo sessanta metri: dal Mare, 
per la Rupe Tarpea, il Teatro di Marcello, attra- 
verso il Foro Boario, fino a S. Paolo. Queste due 
arterie si immetteranno quindi nelle due immente sone 
archeologiche completamente liberate e verranno a 
rappresentare non pure il tramite per cui tutta la 
vita moderna confluirà, convogliandosi dalla più lon- 


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Fedole del favori sul iracelato cella Via del Colli dal Colonzeo al Vittoriano. 


tana periferia alla piazza, ma le due grandiose vie 
che accoglieranno tutto ciù che di più classicamente 
romano sussiste in Roma. 


Fino all'avvento del Governo Fascista, Pinza Ve: 
néeria èerà come una qualunque piazza di Roma. La 
Piazza di S. Marco ne era separata. Una straducola 
angusta e buia — Via della Pedacchia — conduceva 
in Via dell'Aracoeli, avvolgendusi lungo la linea di de= 
crepiti edifici schiacciati sul fianco destro del Vitto 
riano. Un'altra win non meno angusta, Via di S. 
Marco si dipartiva ad occidente incuneandosi in via 
delle Botteghe Oscure, Via Giulio Romano, Via Tor 
de' Specchi, Via Montanara comprimevano il mo- 
numento e il palazzo dei Conservatori, nascondendo 
le loro casupole la grandiosa base di quello e il clivo 
della Rupe Tarpea. Via Marforio, altro ignobile vi- 
colo angusto e mostruoso, soffocava dall'altra parte 
il monumento, fin sotto il Musco Capitolino, Vie pa- 
rallele che sboccavano in Piazza del Foro Traiano, 
erano Via Cremona e Via Alessandrina, entrambe 
intransitabili, tagliate da Via Bonella che andava a 
terminare all'arco del Pantano, Tutta la Piazza del 
Foro era frattanto aduggiata da un caseggiato senza 
stile, con poveri negozi a contrasto delle vestigia mar- 
moree. E sotto questa sovrastrattura di mal gusto 
moderno, al di là e nel mezzo di essa interrati i Fori 
Imperiali e la regione degli antichi mercati. 

Aprire varchi, sventrare tutto ciò senza remis- 
sione, ricondurre alla luce quante, con geniale intuito, 
Corrado Ricci aveva immaginato dovesse nascondersi 


là in mezrzo, È stata opera, suspice il Duce, del Goa» 
vernatorato, che così ha ridonato a Roma il Foro di 
Augusto col suo ampio fornice, il famoso Arco dei 
Pantani, sotto cui passava il tratto orà scomparso di 
Vin Bonella: gli avanzi del Foro di Nerva su Vin 
della Croce Bianca, visione imponente di grandezza è 
di maestà weramente romant; € alla cui opera di re- 
surrezione vedemmo nelle notti che precedettero il 
primo giorno dell'anno VIII alla fantastica luce di 
miglinia di torce maestranze operose ed infaticabili: 
i mercati Traianei è il Foro Traiano nel vasto emi: 
ciclo orlentale che abbraccia tutta la ora demolita 
Via Alessandrina: la leggiadrissima Loggia dei Cas 
valieri di Rodi, sulle rovine dei Fori, miracolo del 
Rinascimento che si apre illuminato al cielo, imma: 
gine di unn visione; la Rupe Tarpen sistemata, nel 
suo clivo occidentale, a terrazze, sul fianco di vin che 
è ora Tor de' Specchi, fra le più ridenti è le più lar= 
ghe wie della Roma moderna: tutte le pendici del 
Campidoglio su Piazza dell'Aracceli sgombrate e pu: 
rificate dalle miserevoli costruzioni onde erano op- 
presse, e finalmente il Campidoglio il Foro Traiano 
ex Piazza Venezia congiunti e confluenti in un am- 
plissimo unico spazio quale appariva follia concepire. 
Le due strade — del Mare e del Monte — che, 

ad est ed ad ovest, nel tratto urbano si staccano da 
Piazza Venezia già dimostrano quali meravigliose ar- 
terie esse offriranno sia allo sguardo che chiede di 
appagarsi in una visione di fastosa armonia, sin al 
traiico che di giorno in giorno si moltiplica e cresce 
col moltiplicarsi della feconda popolazione dell'Urbe, 
FRANCO CASETTI 


Fasapralia gaavilmzata larga dalll'Iaasa LUCE 


4 





Anonimo della fine del 1400. Scuola di Avignone: 


LA MOSTRA D'ARTE 


La grande esposizione d'arte francese a Londra 
occupa quest'anno lo stesso edificio dell'accademia, 
occupato due anni fa dall'esposizione d'arte italiana, 
la casa Burlington. Perchè Londra è come Venezia: 
le abitazioni dei privati — [Dio sa quanto grandiose 
e suntuose — tuttavia si attengono gentilescamente è 
signorilmente al nome di “case”. “Palazzo” è, roma- 
namente, solo quello del sovrano come a Venezia si 
diceva ‘palazzo’ i scene ‘altro, il palazzo ducale. Tutte 
le altre sono la ca d'oro, la ca' Pisani, la ca' Bembo. 
A Londra come a Venezia, questo dà un'idea della 
idea che 31 aveva dello stato. 

“Ah, i nostri italiani! averlì visti scomparire, che 
tristezza! vederli ora sostituire, che indegnità!”, ge- 
mono alcuni fra i più accaniti italianisti d d'Inghilterra. 
Molti tono gli în lesi per i quali il concetto "arte" 
non si disgiunge dal concetto “sole” e “Italia”. E' una 


La scala di Giacobbe. 


FRANCESE A LONDRA 


associazione subcosciente, alla Freud, caratteristica è 
non tutta fallace. Che cosa è l'arte? L'arte è un'eva- 
sione verso la felicità, attraverso la bellezza, che è 
promessa di felicità. E chi vive nell Inghilterra, paese 
di patetica bellezza intima, imagina l'evasione verso 
una bellezza tutta opposta: solenne e travolgente in- 
sieme, profonda liberazione degli. istinti, non più com- 
pressi, anzi on a e redenti insieme, in composta 
armonia, lo che epicamente &vvenne è un (Goethe, 
la em attraverso l'Italia, è fenomeno comune, 
in piccolo, a milioni di pellegrini nordici. Senza tener 
conto di quei pochi i quali si meridionalizzano troppo, 
vittime, io le chiamo, dell'ubbriacatora mediterranea. 
“Vanno ai cani”, dicono gli inglesi; e il nostro pro- 
verbio commenta: "inglese italianato è un diavolo 
incarnata”, 

Con molta finezza gli organizzatori francesi si av- 


44 


widero che avevano un solo mezzo per sfuggire vit- 
toriosamente all'egemonia dell'arte italiana © al con- 
fronto schiacciante con il nostro rinascimento. E con 
molto co io vi si altennero. 

Malgrado le omelie dei professori è nonostante le 
predilezioni del francese medio, tenero in cuore per il 
"gran secolo”, circoscrissero a limitato numero di 
opere caratteristiche, anche se molto nate, la pittura 
aulica, iconografica e storica di Luigi XIV e di Ver- 
snilles, celebre oltre suo merito e noiosa oltre nostra 
sopportazione; così istrottiva e così inutile. Ricer- 
carono invece le opere più immediate e meno note 
dei migliori pittori francesi di quell'epoca, vissuti 
piuttosto fuori della corte. Così Lovis Le KNain, che 
insieme con i suoi fratelli Antoine e Mathieu viene 
di solito collocato fra i seguaci degli olandesi. lo mi 
ribello & quest'apinione quasi universale, Egli spinge. 
io penzo, l'influenza degli epigoni del nostro rinasci. 
mento, i naturalisti italiani Bassano, Pordenone e so- 
pratutto Caravaggio, così caratteristico nei contrasti 
di luce, sino a un esasperato incrocio con l'influenza 
dei pittori dei Paesi Bassi. E questi, a loro volta, 
rampollano dallo stesso tronco; possono dunque dirsi 
fratelli di Louis Le Nain, più che suoi genitori. 

E vi sono poi Claudio il Lorenese, e più ancora 
il Poussin, che vivono e operano molte in Italia: saturi 
di clima, di coltura e di tradizione romana e italiana, 
assimilata e trasformata specialmente dal mirabile, 
dal purissimo Poussin, per i bisogni e secondo la sen» 
sibilità spirituale della sun epoca, attraverso um tem- 
peramento di pensosa e delicata modernità. Le Cameri 
di Focione, del Poussin, è un esempio di pittura non 
freddamente classicista; classica nel più vivo e com- 
mosso sento, per levità aerea di colore, è insieme 
lucida solidità di composizione e di forme. Non è 
un aspetto di Roma, presente o passata, che si co- 
niòîca o si possa, anche lontanamente, identificare. 


Per questo, è Roma, con il suo valto ideale, sereno, 
castigato e grave; terra tutta divinamente modellata 
da un pollice creatore inesauribile, senza fincchezze 
è senza pentimenti; e, nel cielo, luce sfolgorante dif- 
fusa, luce d'immortalità senza tramonti. Sopra questa 
terra, contro questo cielo, egli risolleva idealmente gli 
sparsi ruderi di colonne e riordina i fastigi dei templi 
rovinati, con pacata e schietta poesia, come più tardi 
farà il suo figlivolo e discendente spirituale, Corot. 


Il settecento è rappresentato compendiosamente 
da una scelta di opere in parte inedite, perché seppel- 
lite nei musei di provincia è dell'estero, o nelle colle- 
zioni private, a coi difficilmente arriva l'occhio profano. 

Appartiene per esempio a Maurice de Rothschild 
il grande ritratto di Madama di Pompadour dipinto 
da Boucher; e al museo di Edimburgo lo studio più 
piccola, per lo stesso ritratto; entrambi wivi è ag- 
graziati, che fra maggiore e minore si è imbarazzati 
a scegliere. Il più vasto è forse più completo e scru- 
polosa, meno spigliato, nella preoccupazione di fare 
opera definitiva di pittura e di psicologia, tutto folto 
di fronzoli e ninnoli, mobili, dorature, amorini, inta- 
gli, libri, disegni, tavoli, tende, orologi, gale, fiocchi 
e cuscini, E tuttavia la pittura non è trita è l'in- 
gombro non £ casuale ma eloquente come pagina bia- 
grafica, Ognuno dei particolari è dipinto con piacere 
e con interesse, come fiore inlrecciato a ghirlanda 
per incoronare la bella ridente e sagace marchesa. 
E' sintesi descrittiva di una vita ricca e piena, alla 
quale l'artista si sente che partecipa da vicino, senza 
lode enfatica o servilismo, e senza neppure soggezione; 
con l'affettuoza simpatia del buon maestro verso la 
quasi regale protettrice e discepola. 


Due quadri, fra i molti di Fragonard, appaiono belli 
come rivelazioni della audacia di questo pittore, calco- 





|. Fouquet {140-140}: Aitratto di Slefano Chevalier, tesoriere di Curlo FIL 








Frangoir Clouet (1522-1572): Diana di Poitiers al bagno. 


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Watteau (1684-1731): L'inciferente. 


lato ai suoi tem pi poco più che un decoratore libertino, 
Mel trionfale quadro delle Bagnaati si vede in lui 
l'uomo che riduce Rubens a più delicata edizione, e 
premra la gloria epica, il ruscellio di carmi rosee è 
ianche di un Renoir. Dei grandi pittori di mudo, i 
nostri del rinascimento serbano sempre compostezza 
e armonia nel trionfo. Rubens è un tripudio superbo, 
«misurato ed enorme. | francesi cominciano con Fra- 
gonard a ritmare «di nuovo questa enormità secondo 
più raffinate esigenze di eleganza e di grazia, 
Un altro quadro di Fragonard, Le favandate, viene 
dal museo locale di Amiens, è perciò appare nuovo: 
due donne, sotto il cielo d'Italia stendono il bucato 


fra 1 cipressi e i marmi di una villa italiana. MNien- 
t'altro. Ma vi é già, in questo Fragonard, lo stesso 
modo, che tiene Corot, di respirare l'aria d'Italia, 
come una consacrazione di libertà e misura. Vi è già 
il germe dell'impressionismo in questa pittura chiara, 
limpida, permeata di luce è d'aria. Senonchéè, nell'at- 
mosfera di Roma, si va subito oltre l'impressionismo: 
Fragonard sl ricongiunge, come a Corot, così in un 
certo senso ai più moderni, a Cézanne, Vi é già una 
anticipazione del grande esperimento, & coli riuscirà 
il solitario di Aux. 

Dopo il periplo impressionista, superare l'impres 
sione di scintillio e sfarfallio fisico dell'aria e della 





Fragonard: (1752-1806): Le davandaie, 





Courbet (1819-1877): La domigella della Senna. 






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Corot (1796-1875); Poenaggio. 


luce per ricondursi a un tema e un piano di spiri- 
tualità, e con la fermezza del colore e la precisione 
del segno arrivare allo stile della composizione. 


Ogni quadro di Chardin è un rendimento di gra- 
zie a Dio. La sua pittura è semplice, schietta e piana. 
Tutto gli è reale, pieno di taciti è grawi sottintesi, il 
pane sulla tavola, nelle stupende nature morte, come 
fa fanciulletta che gioca al volano, e la madre che 
veste la figlivola per condurla alla Messa. 

Wattenu, il più penetrante e commovente, e il più 
significativo di questi pittori, è l'antitesi netta di Char- 
din, e in certo modo anche l'antitesi di Boucher e 
Fragonard. Egli esula da quanto è quotidiano e mor- 
tale, sia esso intimo e raccolto, o sia malizioso e su- 
perficiale, o sia anche lezioso. Evade verso un paese 
tutto suo, ereato con la nostalgia e il sogno. Tutto è 
alito e fragranza; colore delicato come l'iride sulla 
schiuma del mare al tramonto, forma plastica sottile 
e vaporosa, verità dell'anima umana nella dolcezza 
di sovrumana visione. E' pittura pura, non legata alla 
narrazione di aneddoti, alla rappresentazione di epi- 
sodi o azioni casuali; sconfina nella musica è nella poc- 
sia, si percepisce attraverso i sensi come un profumo. 


Sulla soglia del secolo XIX sta la singolare figura 
di Louis David, monolitica in apparenza; in realtà, a 
chi meglio guardi, complessa e anche duplice, sotto 

squadratura rettilinea. E' l'uomo di due secoli e 
di tre epoche, l'allievo di Boucher e il licenziosetto 
continuatore di Fragonard : l'austero convenzionale ; 
il regicida ribelle; il bonapartista ossequiente. 

Attraverso la sua Ri e gli allievi dei suoi al- 
lievi, e i discepoli e gli ammiratori dei suoi allievi, 
la dittatura dell'arte, ch'egli tenne diretta, e incon- 
trastata sotto la rivoluzione e l'impero, dura indi- 
rettamente per due generazioni, e, per una specie 


di corrente sotterranea, si prolunga persino oltre 
la parentesi impressionista, arrivando sino a noi. 
Ancora i, ogni volta che un pittore moderno — 
lo stesso Picasso, e Derain e Matisse, e più ancora 
i recentissimi avanguardisti d'oggi — si inspira ad 
Ingres, é a David che risale, sia pure senza saperlo. 

La commozione di Ingres è più sottile, la sua ma- 
teria plastica più grave, pastosa e morbida. E' un 
temperamento di pittore più interessante, forse perché 
più combattuto. In David stesso è traccia dell'intimo 
dissidio, che scoppierà nei suoi allievi, qui larvato e 
dominato, là aperto e drammatico sino alla tragedia. 
Gros, tra gli insegnamenti di David e il proprio tem- 
peramento romantico, trova disperato rif ugio nel sui- 
cidio. La stessa volontà classica dell'epoca rivoluzio» 
naria, così rigida e tesa; la sua volontà di potenza, 
esasperata e frenetica, sono fatti è prodotti di rea- 
zione romantica, if giunamento del Pallamaglio, Le a 
ment ch jeu de poume del David, è un quadro clas- 
sico? A guardarlo bene, lo scopriremo le gittimo an- 
tenato della Libertà sulle barricate di Delacroix. Vi è 
lo stesso senso di esaltazione, la stessa forma di mo- 
wimento delle masse agitate e sconvolte da un soffio 
ritmico di tempesta, come la cresta delle grandi onde 
che si rompono a riva. 


Arriviamo con Ingres e con Delacroix alla rivolta 
settentrionale della pittura moderna, e alla rivendi- 
cazione di tutti i suoi elementi di analisi compressi 
da secoli entro la sintesi meridionale: è rivolta nel 
nome della libertà, del sentimento, dell'individualismo, 
della realtà tecnica e della materia, contro una tra- 
dizione oramai tanto consunta, da essersi immiserita 
a convenzione, 

Siamo al 1830; ecco i paesisti che si ispirano dagli 
tagli come Daubigny. Lo stesso Corot rinuncia tal. 
volta a porre l'uomo misura e centro del creato; 


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Cézanne (1859-1906): 4 giamae filosefo. 


mei paia più sui, più significativi e 
più felici, una ninfa commossa dilegua 
per i boschi, o una giovane donna wi 
si sofferma amòorosa; altre volte aw- 
wiene che la natura, la foresta stessa, 
nella sua solitudine, sia protagonista 
della tela. 

Quasi insieme con la scuola dei pae- 
sisti di Fontainebleau, appare sulla sce- 
na Millet, Quel diritto di citiadinanza 
nell'arte, che Chardin aveva conferito 
con tanto semplice spontaneità al terzo 
stato, Millet lo -rivendica per l'uomo 
della gleba, con una insistenza così as- 
sertrice da divenire polemica: con una 
religiosità meno intima, più pesante e 
apparente. La gente di Chardin è spon- 
tanca e contenta, e dice Il Benedicile 
pensando solo al Cielo; quella di Millet 
ha sempre l'aria di sapere che manca 
la quarta parete, al posto della quale 
si affollano gli spettatori. Bisogna per 
essi mostrarsi dignitosi e gravi e reli- 

insi e anche ingiustamente maltrattati 
alla sorte: il che non significa falzità, 
ma rolianto ampollosa ostentazione re- 
torica di un sentimento sincero. E an 
che questo fatto è per essenza roman- 
tico, Come è romantico il realismo di 
Courbet, preoccupato di rivendicare al 
dominio dell'arte, soggetti “democratici” 
e altri elementi della vita è della renltà 


Manet (1832-1843): 4 ducale. 


quotidiana, piuttosto che del problema di tradorli sul 
piano dell'arte. 

La vera rivoluzione, portata sul piano dell'arte, 
è quella che si compie più tardi dagli impressionisti, 
nel nome della libertà soggettiva dell'individuo per 
l'inspirazione, e nel nome della precisione obbisttiva 
della acienza, per la tecnica, 

Del gruppo impressionista, Manet è il caposcuola 
di più forte e completo ingegno. Renoir è il pittore 
di puro genio, e Claude Monet il dogmatico più ligio 
alle prescrizioni formali di tavolozza e di impasto. 
Perciò è il meno interessante. Certi quadri della prima 
maniera sono ancora i suoi migliori, benchè quasi 
sempre abbiano aspetti narrativi e aneddotici, e com- 
posizione casuale. Nell'oltima parte della sua vita, 
specialmente dopo aver molto veduto Venezia e Lon. 
dra, e studiato Fuiar, si abbandona a un turneri- 
smo cdi seconda mano, un'orgia di tinte gialle, Posse, 
verdine, grasse disfatte e nauscabonde, come le chiazze 
degli olii minerali sull'acqu-. Le sue Ninfe: dell'Aran- 
ceria alle Tuglieri sono es mplari per cattivo gusto. 
E' sero che aveva molti auni quando le dipinse, ma 
i grandi pittori come i grandi vini sono quelli che 
migliorano invecchiando. E Renoir ne è prova, ben- 
ché oggi le sue opere tarde ancora siano le meno 
apprezzate dal pubblica. 

Vi è un'arte tanta più consumata nei Frans Hal, 
nei Tiziano, nei Renoir di quando quei grandi si sen- 
tono wicini alla morte! Sono "spogli" come si dice dei 
gran vini vecchi. Hanno lasciato tutta la parte mate- 
riale di sé, ridotti a essenza è profumo spirituale concen 
trati purissimi; quale fuoco, quale intima inebbriante 
forza e calore in quella nuda quasi incolore limpidezza. 





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A un certo punto della sua vita, Renoir sfugge 
all'impero della realtà ambiente, che del resto egli 
aveva sempre trattato da maestro, dominandola con 
l'eliminazione e la sintesi, senza mai lasciarsi da essa 
asservire. Ma, vecchio, egli sa il repertorio delle forme 
umane a memoria, dopo averle tanto studiate. E 
sarebbe meglio dire, francesemente, che le sa par corr. 
E" con la memoria del cuore che egli le conosce, non 
come una fredda nozione cerebrale. 

Vi si affonda, le trasforma, ne forma la “sua” 
verità, il suo mito, irreale è profondo. Quelle fanciulle 
attonite, con gli ccchietti piccoli, obliqui, cristallini e 
assorti; quei giardini, verdi e rosati come carmi di 
donne; quelle sue donne sopratutto, quei suoi nudi 
femminei, di dove li ha presi, se non dal suo grande 





49 
Renoir (1841-1919): La sorgente. 


cuore semplice, dotato della divi- 
na potenza, propria ai semplici, 
ai bimbi, ai popoli giovani, di 
creare la leggenda? 

Quelle donne, sarebbero la 
cuoca e la cameriera di casa, 
trovate per combinazione in cu- 
cina, e messe sul trono del mo- 
dello secondo attestano i bio- 
grab? Ma via, non vedete che in 
esse risuscitano faunesse, ninfe 
e sirene? L'antica mitologia gre- 
ca, verace come tutto quanto è 
poesia greca, ritorna qui alle sue 
origin naturaliste, nella defor- 
mazione, appena apparente, ap- 
pena liricamente esagerata, della 
testa piccola e greve, quasi bel- 
luina e ferina, del torso paffutello, 
bruscamente espanso ai fianchi 
larghi, alle coscie enormi, fatte 
per abbracciare, è che di nuovo 
si affusolano nella tornitura delle 
caviglie; passaggio, che gli imagi- 
nosi greci figuravano con la sal- 
datura delle due coscie appicci- 
cate l'una all'altra, e rastremate 
è guizzanti unite a guisa di coda. 

Con Cézanne e Gauguin, con 
Seurat e Signac si passa al pa- 
stimpressionismo e poi al divi. 
sionismo. E con essi termina la 
rassegna dell'esposizione, che ha 
voluto fermarsi ai soli morti. 

{ spivcane filosofo della ma- 
pulce collezione privata Reder 
una delle opere capitali di 
Cézanne, tutto armonia verde e 
bruna e composizione chiusa è 
serrata. Un altro capolavoro, 
esposto a Londra, è la sua ce- 
lebre Afoalagna Santa Fittoria. 
Un altro ancora, é il Lago & 
daneey; e ancora un altro, lo 
Grolagio nero. Ckranne è così rap- 
presentato in modo completo, con 
uno dei suoi quadri di figura più 
semplice e più maestoso e incisi- 
vo, nella composizione serrata, 
a blocco, nella sinfonia dei toni 
werde e marrone; con il Lago 
d'Annecy, tutto vasto azzurro e 
verde sfumato; con la precisione, 
il so © l'ampiezza di volumi 
della natura morta, dove ogni 
oggeito, come ogni piega della tovaglia, N AES impor 
tanza e significato definitivo ed enorme. EÉ infine, con 
lo stupendo paesaggio della Montagna Santa Fittoria, 
visione sconfinata eppure chiusa in una quadratura 

recisa, compendio delle verità geologiche che sono 

se elementare alla struttura della terra, avvolta 
di poesia non esteriore, ma intrinseca alla sun stessa 
organicità, 

Cézanne dipinge la terra da innamorato chiaro- 
veggente, al quale l'acuterza della visione non dissipa, 
anzi aggiunge ammirazione ed amore, per l'essere ama- 
to. La dipinge come Tiziano dipinge i nudi femminei, 
con una soave e morbida leggerezza di mano, che ram- 
polla dalla solidità della loro costruzione anatomica, 
ed è poesia schietta e genuina come acqua di vena. 


MARGHERITA SARFATTI 


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Delft da un quadro di J. WPermeer. 


IMPRESSIONE DI DELFI 


Vi al Museo Reale dell'Aja un quadro di Ver- 
meer che riproduce una strada di Delft nel 1600, Della 
strada non si vede che una parte: di una casa non 
si vede che un lembo della facciata; di un cortiletto 
uno scorcio; di un giardino soltanto il sommo di al- 
cuni alberi. Figurine di donne in cuffietta bianca 
muorono le linee rigide della casa, danno un sensa 
presente di anima alle pietre, ai mattoni, ai rami quasi 
traboccanti altre i muri, al triangolo di cielo rinser- 
rato tra il declivio dei tetti. 

Ma il senso del quadro è qualcosa di meno defi- 
nibile della figurà. Uno stupore d'attesa vi è come 
diffuso, un'attesa femminile, s'intende; attesa di donna 
che raduna paziente i bili del merletto, è sa che bi. 
sogna adattarsi ai capricci della fantastica trama, che 
così è, perchè così è, senza altra ragione che quella 
di un capriccio; attesa di donna che vigila con l'opera 
la casa, e la rende tranquilla è accogliente per il Lon- 
tano che verrà d'improvviso tra breve, o forse tra 
malta tempà, forse mai: mà deve “pere che un 
porto c'è al suo affanno, al suo ardire, alla sua sconfitta. 

Invano ho cercato a Delft la visione del quadro di 
Vermeer; ma ho capito invece che cosa fosse quel- 
l'attesa, e quale significato intenso il pittore dell'aria 
che scolora avesse voluto esprimere. 


Ho soluto visitare Delit due +«olte. Una piccola 
città, microscopica rispetto all'Aja, a Rotterdam è ad 
Amsterdam, mà piena di attrazione particolare. Na. 
scono spesso in chi viaggia predilezioni capricciose, 
per questa o quella terra, dovute a circostanze acci- 
dentali, più che a ragioni speciali intrinseche del luogo. 
Ma non è il caso di Delft. C'è prima di tutto in Delit 
una vibrazione che invano si cercherebbe in altre cit- 
tadine nordiche, per esempio, a Bruges o a Gand, cui 


pure si sarebbe tentati di rassomigliarla, specie in quei 
rari punti dove la vita delle strade si specchia nei 
canali è vi lascia un brivido di sogno, 

Qui non c'è il senso di riposo e di silenzio carat- 
teristico delle due città fiamminghe, ch'è fatto grave 
dalla quasi immobilità delle acque e a volta fa pensare 
a certe ore vissute in qualche città abbandonata dalla 
popolazione civile nei tempi di guerra. 

Delft ha una vivacità esteriore che interessa sue 
bito ed è ricca nello stesso tempo di una spiritualità 
che s'impone. 

Ho visto in America città modernissime, di super 
ficie immensa, popolate da milioni di abitanti, così che 
per percorrerle occorrevano ore di nutomobile: eppure 
non sono riuscito a fissare la loro fisonomia nella me- 
moria, come ho ben fissa quella di Dellit, a trovare 
un qualziazi punto di riferimento, a intuire lo spirito 
attraverso uno solo dei suoi abitanti! Prive di tradi. 
zioni gloriose; apparivano senza anima: quasi un de- 
serbo com l'in bro dii grandi edifici al centro è di 
piccole case alla periferia. (Cè una grandezza senza 
misura, senza proporzione, meglio, senza armonia che 
è tale solo nel senso spaziale. Due milioni di case 
l'una uguale all'altra, equivalgono in realtà ad una 
sola cass, all'unità di misura. Si parla di dinamismo 
moderno che vieta alle nuove città di darsi una fiso- 
nomia. La loro fisonomia, in conclusione, è quella di... 
non averne mai una. Ma noi, che pur ci sentiamo 
l'argento vivo addosso ed abbiamo l'ansia di progressi 
vertiginosi più degli stessi americani, non sappiamo 
concepire l'eroluzione umana senza queste sicure tap 
che gli uomini percorrono attraverso il tempo e ché 
sono fissate nella monumentalità delle mura, delle ca- 
stella, delle chiese, degli edifici pubblici, di tutto quel 
complesso di attività le quali si concretano nello spi- 








bi] 





Delft. La “Chiesa Naoca" ove è sepolto Guglielmo il Facilurno. 


rito attraverso la bellezza visibile a tutti, dominante 
nello spazio. 

Delft ci appaga come tante cittadine italiane piene 
di storia e ricche di carattere. 

Si attraversa un ponte su una specie di fossato, 
su cui si specchiano in lunga fila dei vecchi alberi, e 
si entra in città da una piccola porta, sotto l'unica 
guida dell’altissima torre della “Nieuwe Kerk" che 
avetta visibile e dominante dappertutto. 

Si capisce subito che le strade e le piazze non 
sono più quelle che appaiono allo sguardo e che anche 
li abitanti si trasfigurano nella fantasia, ed è perché 
a gloriosa storia dell'Olanda ci viene incontro con 
tutti i suoi fantasmi. Tra poco rivedremo le tombe di 
ammiragli e di condottieri, il sepolero di Guglielmo il 
Taciturno, Principe, il grande re del popolo olan- 
dese, e ci apparirà nella grande piazza la statua di 


Hugo de Groot, che nella nostra memoria si associa 
ad Alberigo Gentile da Sanginesio, precursore del 
“prodigium Europae" e divinatore di una dottrina che 
ancor oggi, sebbene limpidamente enunciata, non riesce 
a trovare applicazione nel mondo. 

Chissà che il Trattato di Vestfalia del 1648, che 
riconosceva l'indipendenza dei vari Stati e il loro ob- 
bligo di mantenere la pace fondandola su di una intesa 
generale, non fosse una benemerenza del grande cit- 
tadino di Delft? 

L'infuriare delle guerre non aveva fatto cbliare le 
leggi rivelate nel De fare belli el pacle: c'è in fondo 
alle umane relazioni un ordine morale fissato dallo 
Stato, il quale ne è l'espressione organizzata, indicando 
la condotta sempre perfettibile, obbligatoria così per 
le società singole come per la famiglia nella società. 

Miracolo di suggestione della grande tradizione 


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La "Nine Alen" eiala di un canale. 


latina e della ultra millenaria esperienza della cristia- 
nità medicevale che riesce ad imporsi in veste laica nei 

esi nordicil Altusio e Grozio certo riprendono è svi- 
uppano i concetti fondamentali della flosofia politica 
dei latini — di Machiavelli, di Bodin, di Padre Suare 
— è gli insegnamenti che il giurista marchigiano nveva 
dettato dalla cattedra di Oxford sulla fine del "500, 

Ma in De Monarchia non esprimeva forse l' Ali- 
ghieri le medesime idee? Oggi si torna nai pensieri 
eterni. L'umanità è stanca di considerare la guerra 
una specie di disciplinatrice degli uomini come Tacito 
ed Hegel, o come una espiatrice effusione di sangue, 
come un sacrificio propiziatore di misericordia, alla 
maniera del mistico De Maistre, Forse si torna a 
eredere alla unità genetica è teologica dell'umanità è 
nessuna filosoha contingente sembra più adatta a so- 
stituire l'eterno Iddio della fede religione. 


Ma ecco che appare l'ombra di Filippo Il, il ti 
ranno sotto la cui taglia veniva ucciso proprio a 
Delft, il 10 luglio 1584, il Principe Guglielmo. 

E' il Tiberio della Monarchia di Spagna, cattoli- 
cissimo tutore dell'ortodossia. Non sente ragioni: vuole 
lo sterminio degli eretici. La fede cattolica ha da tor- 
nare al suo antico splendore, ad ogni costo. Il dilagare 
del protestantesimo gli doveva apparire come un Hutto 
minaccioso, sterminatore, da arginare ferocemente. La 


Ca tomba di Gugliefato il Taciturno. 
Sopra: [in pontile pittorento di Delft. 


ferocia a fin di bene è santa. Allo sterminatore di 
eretici dovrà arridere la vittoria, e questa sarà be- 
nedetta da Dio. 
Perché mai Alberi avrà detto di lui; 
Chiuso incecessibi! core 
di ferro egli ba? 
Può avere cuore aperto alla pietà e al perdono chi 
si ritiene investito di una missione giustiziera sulla terra? 


ce dl antiar sarebbe 

che-al par di dui, di dui più cile io fossi 
«da penelrar lille le ascose eie 

dell’ intrigala infame labiriato. 


Ma é poi vero che la ferocia di Filippo Il avesse 
un movente cattolico come la resistenza di Guglielmo 
uno calvinista ? La letteratura è una cosa, la miste- 
ricsa «erità che muove gli uomini ad agire nella 
storia, un'altra! 

Filippo II non doveva essere un diplomatico. Se 
avesse saputo insegnare ai suoi popoli a dormire in- 
wece che a morire, néssunà eresia gli avrebbe potuta 








sopravvivere, Chi lo illudeva sulla bontà e utilità 
delle stragi sanguinose ? ll sangue ha sempre dato una 
strana ebbrezza alle vittime, ebbrezza che suggestiona 
i popoli fino alla esaltazione collettiva. E guai quando 
un popolo si sente investito di una missione è perciò 
non accetta di farsi complice del suo tiranno. 

E' stato detto che i gorerni sono vele e il popolo 
il vento. Mi par di immaginare le tremende burrasche 
su questo mare grigio e accigliato e il terrore intimo 
dell'oppressore che forse a un certo momento doveva 
sentirsi perduto tra i marosi, debole, solo e senza 
possibilità di perdono. 

Governare i popoli non è affare da nulla! E con- 
servare il potere deve essere più difficile che conqui- 
starlo, Non basta avere l'idea del comando e a quella 
rigidamente attenersi; nt basta avere la forza e questa 
duramente adoperare per imporre il rispetto dell'au- 
torità, l'ordine in una parola! 

- Che avesse ragione l'abate Galiani, il quale diceva 
che perchè una Nazione possa arrivare ad un alto 
grado di perfezione, bisogna che i governanti vi lascino 
molto disordine mescolato con l'ordine, molte pressioni 





53 





li atonimento a Hugo Grolins. 


in contrasto con molte ragioni, molte leggi con molte 
infrazioni, molte regole con molte eccezioni ? L'ideale 
di perfezione, la morale assoluta rappresenta il mo- 
vente essenziale di un accorto sovrano, ma la realix- 
zazione & lenta, faticosa, irraggiungibile. Chi ha fretta 
di arrivare a imporre il bene con la scure o col rogo, 
nega la legge di Dio, che è sopratutto legge di pietà 
per i trawati e legge di redenzione. 

Filippo faceva muovere la macchina del suo Im- 
pero con tale strepito e suscitando un tale trambusto 
che toglieva la tranquillità ai sudditi e faceva pensare 
che da un momento all'altro tutto sarebbe precipitato 
in frantumi. Poveretto, voleva essere l'eroe della fede 
cattolica! Ma forse al mondo non vi sono che due 
tipi di eroi: Amleto impotente e Macbeth vincitore. 
Però tutti e due appaiono spaventati da uno spettro... 


Eccomi di nuovo davanti alla grandissima piazza, 
sotto il &egfreie: entro nella Chiesa Nuova per rive- 
dere la sepoltura di Guglielmo. Grande pace in questo 
tempio, ma anche gelo, e senso di vuoto... 

Pare che lo spirito della fede abbia esulato di 
qui, proprio per colpa di Filippo II Chissà quanto 
tempo occorrerà per ridonare a questo popolo la fi- 
ducia nella grandezza e nella verità del cattolice- 
simo, « per mpopolare le chiese olandesi dell'antico 
spirito di Cristo! 

FRANCO CIARLANTINI 


ll Municipio di Delfi Sopra: Una porta 
monumentale del cortile dei Principi. 


“PALLA DE MOZZI” DI GINO MARINUZZI 
ALLA SCALA 


Con Palla de' Mozzi, ultima “novità” della presente 
stagione scaligera, la sola che il pubblico abbia mo. 
strato di accogliere coi segni palesi e inequirocabili 
del suo favore, Gino Marinuzzi è salito a pie' pari, 
come compositore d'opera, ai fastigi della migliore ri 
putazione, Le due precedenti prove ch'egli sostenne 
sulle scene liriche non condussero se non a quell'eu- 
femismo inconcludente che è il successo di stima. Là 
Burberita © Jacquerie, infatti, non furono che saggi di 
un facile ingegno teatrale: abili saggi, ma senza pre- 
cisì e forti caratteri espressivi, senza segni di grande 
rilievo artistico, Il primo, scritto ancora sui banchi di 
scuola, rivelò una così bella spontaneità musicale da 
poter venire considerato come una delle migliori pro- 
messe artistiche del suo tempo. Il secondo, che raccolse, 
senza dubbio, una esperienza d'arte più matura, ri- 
velò meglio le forze e le virtù musicali del proprio 
autore, ma parve in cerca ancora di uno stile, sembrò 
indeciso e smarrito fra opposte tendenze estetiche e 
privo di quel vigore espressivo che è la linfa vitale 
delle opere d'arte. Intanto, la fama stellare di Gino 
Marinuzzi, come direttore d'orchestra, brillava sempre 
più e saliva allo zenit. Gli impegni direttoriali ch'egli 
doveva assumere si seguivano, così, incessanti l'uno 
all'altro, e sempre più gravosi ed importanti, Al com- 
positore, quindi, non restavano che le brevi parentesi 
fra l'una e l'altra scrittura del direttore. Quello non 
voleva cederla però a questo. La musica, e più pre- 
cisamente la composizione musicale, era il miraggio 
più alto dello spirito artistico di Gino Marinuzzi: il 
richiamo maliosò del suo istinto ercativa. 

Infatti, scrivere un'opera lirica in condizioni di 
tempo più che misurato rubato — rubato ai necessari 
riposi di dure fatiche — non avverrà, certo, soltanto 
per la molla volitiva di un calcolo ambizioso. Bisogna, 
in qualche modo, esservi spinti da una necessità in- 
teriore, da un fatto passionale, da una imperiosità 
invincibile: dalla smania di una comunione artistica 
istintiva. Bisogna che la musica affiori da una miste- 
riosa intima saliente vena, o che grondi come aspre» 
muta da una spugna. 





IT terzo allo di “ Palla de' Mozzi" alla Scala. (Scene Fi A. Valente) 


Sia come si sia, £ un fatto chè Polla de' Mlazzi d 
ben altre virtù che non quelle delle due precedenti 
creazioni dello stesso autore. Certo è, ancora, che 
tali +irtà le sono state largamente riconosciute e che 
da questo é dipeso il felicissimo incontro pubblico. 

he cosa rappresenti nella storia del teatro lirico 
italiano, questo è un altro discorso. Un giudizio fuor 
d'ogni considerazione accidentale, astri a, cioé, dal 
successo che è ottenuto, non si può dare da queste 
colonne. Qecorrerebbe un esame minuto con le lenti 
indiserete ed acute della critica, e si dovrebbe dar 
fondo ad ogni questione. Non si è da tanto, qui. Re- 
stiamo sulle generali. 

Palla de' Mozzi non è un'opera che affronti e tanto 
meno che risolva il problema del melodramma italiano 
nel senso del suo awwenire, a seconda del nuovo in- 
dirizzo, auspicato ed auspicabile, che dovrà prendere 
per non arrestarsi all'inutilità dei luoghi comuni ed 
esaurirsi poi, come sembra si esnurisca. E° apparso 
a tutti, al pubblico indizio, che esprime il proprio pa- 
rere estemporaneo con un contegno che non inganna 
mai, ed agli scrittori professionali di critica, come 
un'opera che si rifà agli intendimenti ed ai caratteri 
del vecchio melodramma. Il dramma stesso a cui si 
ispira, col suo fondo storico guerriero, con le sue av: 
vampanti e contrastanti passioni, con quel che di 
coreografico, di macchinoso e spettacoloso che l'im- 
pronta, lo accosta di un subito alle vecchie opere del 
più pittoresco romanticismo verdiano. Bene inteso é 
un accostamento drammatico, e, in un senso lato, spi- 
rituale. Per meglio intenderci si dovrebbe dire un ac- 
costamento tendenziale, giusta il significato che questa 
parola À avuto ultimamente nelle discussioni dottri- 
narie della itica. 

Nella musica di Palla de Mozzi Verdi c'entra 
ben per poco. Tolto, quel che si diceva, il lato del 
contatto drammatico, il verdismo di quest'opera è più 
che altro nell'impeto passionale è nell'enfasi canora 
dei suoi personaggi, intesa la cosa, naturalmente, in 
sento generico. Il nécciolo, lo spirito e fin la quadra» 
tura musicale — quadratura come linea formale ed 


SR 
FORD ngi e 


Fasagrafie Camanni. 


bi 





"Palla de' Mozzi”, aeledmama di Marinuzzi e Ferzano. VMaa scena del primo alto. 


artistica — di Palla ce' Mozzi attinge da ben altre 
fonti e s orizzonta da un mondo allatto diverso. E' 
stato facile riconoscere, e non si può smentire, che 
il nuovo melodramma del Marinuzzi è tutto influen- 
zato da Wagner e da Strauss: che è assorbito da 
uesti due autori il carattere espressivo architettan- 
osi secondo i loro canoni costruttivi. Qualche altra 
evidente e più moderna vicinanza si può certamente 
notare, ma è trascurabile. Il sistema solare, per così 
dire, di Palla ce' Mezziè imperniato sull'astro wagne- 
riano e sul suo immediato satellite straussiano. 

Non c'é da formalizzarsi, e tanto meno da sor- 
prendersi. Non poteva essere che così, inevitabilmente. 

Gino Marinuzzi è sorto con l'ultima e più lussu- 
reggiante fioritura wagneriana: col trionfo di Riccardo 
Strauss. Direttore d'orchestra e sinfonico, egli avriù 
dovuto notare praticamente che il gran barbaro dagli 
occhi cerulei non dà avuto ai suoi tempi rivali che la 
battessero. La sua arte, anche quando veniva discussa 
ed avversata, giganteggiava su quella d'ogni altro suo 
contemporaneo. Qggi, ancora, chi àÀ superato la fre- 
nesia selvaggia di Salsa, il suo morboso furore? 
Chi si è posto al disopra dei blocchi monumentali di 
certi suoi poemi sinfonici? 

D'altra parte, poteva a lungo sorprendere ed al- 
lettare nelle nostre contrade il virtuosismo dei giochi 
sonori! E il decadentismo snervante, tutta shlaccia- 
tura morale, che presa poteva avere su noi? E il 
dadaismo ultimo dei cerebrali, coi loro trovati arcaici, 
avrebbe dovuto davvero menarci pel naso? 

A questo punto si può venire ad una conclusione, 
a mo' di morale. 

Palla de' Mozzi, innanzi tutto, è l'opera di un forte 
musicista: di un musicista che domina la materia so- 
nora con esemplare maestria artistica, © ciò non è 
da far difetto in tempi di allegra scapigliatura musi» 


cale, fra tanti maestri che s'illudono di poter masche- 
rare il loro autentico analfabetismo col non meno loro 
presunto genio. E' un'opera, alla stregua dei postulati 
estetici perseguiti, riuscita: che à una salda struttura 
formale, quindi un'indubbia consistenza musicale, 
una calda capacità emotiva: scene tagliate in grande, 
personaggi animati da forti passioni, Mon rappresenta 
un passo, è vero, verso l'avvenire, ed è già stato detto, 
e non ha segni è palpiti marcatamente originali. 

Per quest'ultimo rilievo si può osservare che l'at- 
tività artistica di Marinuzzi fu spesa in prevalenza n 
riempirsi, è il caso di dire, di musica d'altri e a im- 
medesimarsene per riesprimerla poi in quella seconda 
creazione, secondo taluni, che è il fatto è l'atto del- 
l'interpretazione, Non A avuto tempo e modo di ri- 
cercare st stesso nel più profondo dell'anima sua e 
di affinare ogni sua più personale virtù artistica: ri- 
cerca e allinamento che portano all'individualità e ad 
uno stile proprio, e sono le fatiche più difficili e lun. 
ghe dell'arte. 

Ciò, ad agni mado, riguarda un cass strettamente 
personale, e si può passare oltre. 

Resta il fatto di un grande direttore d'orchestra 
che non teme di passare per antiquato e retrogrado 
scrivendo, al giorno d'oggi, un melodramma autentica. 
mente melodrammatico, secondo i canoni tradizionalisti 
decisamente romantici. 

l che può significare che le presunte nuove vie 
del melodramma non Anno credito; che sono vicoli 
chiusi, - peggio: sentieruzzi che menano a impervi di 
cupi, aride brughiere. 

Sippare che per l'opera lirica non c'è che da bat- 
tere il passo. Forse siamo giunti a un traguardo che 
non à seguito — alla morte del dramma musicale, 
come vogliono taluni — o ad una svolta da cui si esce 
verso nuove e più alte mete. 


ALCEO TONI 


GIOVANI 


Il pubblico dei teatri di prosa ai giovani non crede. 
Parlo di quel così deito pubblico di buon senso che 
compera il novanta per cento dei biglietti che si ven- 
dono, e non vuole essere imbrogliato, e trae notizie 
dell'esecuzione è dell'opera per discuterle in famiglia 
dopo cena sotto la lampada, da informatori sicuri 
che non hanno niente a che vedere con la dannata 
genia dei giornalisti, 

Per quel pubblico — che è poi il pubblico grosso 
© grasso come la buona terra, redditizio è solido — 
i giovani deveno aspettar le rughe. Il fatto estetico, 
dunque, per la fortuna del teatro di prosa in Italia 
non ha alcuna importanza. 

Una volta Guido Salvini tentò un esperimento: 
giovane la compagnia, fresche e nuove le scene, im 
peccabile la recitazione, gaie cd eleganti le commedie... 
vuote tragicamente le platee. 

Il pubblico wuol roba usata. La bottega del nostro 
teatro drammatico è ancora un vecchio antro da ri- 
gattiere. La mentalità di chi acquista è sempre pro- 
vinciale, Di fronte a questa mentalità i vecchi fur- 
fanti solo hanno probabilità di fortuna. Î vestiti 
Lrappo belli, troppo nuovi, destano sospetti. Anche 
le belle donne non sanno suscitare che qualche com- 
passionevole espressione di furba e guardinga cupi- 
dligia: — Non me la dii ad intendere! Se séi ancora 
bella, cara, vuol dire che non sei ancora brava, E 
se di donne belle ha desiderio il mio estro dongio- 
vannesco, non è il teatro dove si recita l'banem che 
può logicamente ospitare i mici ansiti furibondi e i 
miei famelici grugniti! 

Il fatto estetico, dunque, per il teatro di prosa 
in Italia non ha alcuna importanza. Una non indif- 
ferente probabilità di successo ceco che per noi cade | 

Quel buon pubblico che si mette di malumore se 
vele uno scenario nuovo, un palcoscenico che gira, le 
luci che non s'appiattano più dietro il solco della 
ribalta per bruciare gli occhi e divorare il naso di 
chi recita, o qualche donnina troppo elegante, non 
ha ancora protestato mai per certi lampadari che 
ciondolano da una fune bisunta e non mutano forma 
st schiarano la reggia o pure la taverna, per certi 
fondali rappezzati 0 per certe cerimonie mattutine in 
abito da ballo di trent'anni fa. 

Esempi di spettacoli drammatici perfetti in una 
luce candida e pulita, con belle maschere e lusinghieri 
sorrisi e un confortevole odor di bucato sul palco, 
passati dolorosamente dinanzi alla indifferenza delle 
platee semivuote e naufragnti subito nel mar dell'oblio, 
in Italia sono purtroppo numerosi. E lo stesso lon- 
tano tentativo di Dario Nicodemi, che pur dava al 
cartello la garanzia del suo nome vittorioso e della 
S ELI og formidabile, venne accolto in sul prim. 
cipio d patetica commiserazione di molti. 

Il programma nicodemiano — bei ragazzi bravi e 
wolonterosi, fusi e concordì, belle scene nuove è pulite, 
non fiori di carta polverosi e striduli, ma finalmente 
fiori veri carnosi è profumati; © non più la galanteria 
convenzionale del palco che ha lo sparato lucido e 
la maglia unta e il color della carne pulità che nom 
varca i limiti della scollatura, ma l'eleganza che tra- 
apare naturalmente da ogni gesto, che alita in ogni 
parola = parve creato da un'idea assurda, che ancor 
oggi ci impaura. 

Ancor oggi nei camerini c'è gloria, ma c'è odore 
di commedia dell'arte. E mentre nuove è giovani regole 
igieniche fanno sorgere piscine accanto agli stadi, e 
trasformano ulfhci, scuole, chiese è caserme, il teatro 
resta immutato, con i suoi cnmerini lerci, con i suoi 


magazzini umidi e sconvolti, con i suoi cosmetici ran- 
cidi e con le sue biacche grumose, ostinatamente 
precluso, come il vicolo cieco che resiste nel cuore 
medicevale della vecchia città che rinasce, all'assalto 
della giovinezza nuova che «vole il trionfa di un'altra 
bellezza. 

E pure presto i padroni saranno questi bravi 
ragazzi che spuntano: ed il fatto estetico comincerà 
anche per i teatri italiani di prosa ad avere l'impor- 
tanza che merita. 

Guido Salvini, dunque, una volta tentò l'esperi- 
mento. Di questo esperimento, fedele ad una gentile 
religione del teatro, rimane in tutti coloro che lo 
hanno seguito un ricordo fresco è limpido come un 
risveglio cli primavera: e rimane inconfondibile la ma- 
schera di un giovane attore che oggi malinconica- 
mente trionla con le musiche delle canzonette: De Sica. 

Elegante e cauto, bel cesellatore delle battute, 
magnifico cesellatore di tipi, con il suo pronto sorriso 
luminoso è con la sua grazia ironica ed intelligente, 
il De Sica recità ignorato dal gran pubblico. Îl con- 
tributo estetico portato da questo giovane sano in 
un teatro dove la vera bellezza è ancora e sempre 
quella dei parruochini e delle dentiere, non poteva 
suscitare nemmeno curiosità, non poteva avere impor: 
ianza. Ci volevano le musiche. Ecco il trianfo di ogni 
sera; le platee gremite, la popolarità straripante. È 
dopo la recita, andando su è giù perla città deserta, 
riordinando nel silenzio le idee sconvolte dall'alto cla- 
more dei consensi, una grande malinconia, un pro» 
fondo senso di nostalgia, e il naso rivolto in su verso 
le stelle, e sulla punta di quel naso, in equilibrio 
come il bastoncino sulla punta del naso del chan, un 
punto interrogativo: Dovrà sempre continuare cosi 

Dicono che il pubblico vuole il divertimento facile, 
© che questa £ la ragione vera, è la causa unica che 
determina la crisi. Non sa più neanche divertirsi con 
le parole, se queste parole non si sorreggono con 
l'ala della musica: vuol ricordare zufolando, vuol son- 
necchiare canticchiando. E gli stessi sviluppi, anche 
di una commedia gria, per il solo fatto che si cons 
catenano, richiedono umo sforza di attenzione troppo 
lungo, non consentono una varietà leggera. Perciò 
nasce la fortuna dei quadri senza nesso, delle mac 
chiette indipendenti, del fatto teatrale che trova un 
subito e facile riferimento con il fatto di cronaca 
spicciola. Ma questi fenomeni di depressione baro- 
metrica, queste tiepide e molli calate di scirocco sulla 
spirito collettivo, non sono nuove e precedono quasi 
sempre lo strosciare della tempesta castigatrice, di- 
struttrite e rinnovatricè. 

Dopo, sfolgorerà il sole, E nel sole questi giovani 
saranno i viltoriosi, 

Per ciù agni battesimo deve essere salutato com 
certezza c con letizia, anche ac la casa è povera. Con 
maggiore letizia, anzi, perché la casa è poverà, è ogni 
vita che spunta non rappresenta una nuova insidia 
al patrimonio avito, ma un apporto di nuova ricchessa 
laboriosa e witale. 

Poche sere fa il pubblico salutava una piccola, 
astuta, intelligente, elegante apparizione: un'attrice 
giovanissima dalle mani nervose, dalla dizione per» 
fetta, già sicura padrona del palco e del pubblico: 
Kiki Palmer, 

E' certo che anche questa nuova forza saprà an- 
dare incontro coraggiosamente al creduto disastro 
generale, rompendo le ultime resisionze del teatro 
drammatico che non sa ancora rinnovarsi pur sapendo 
che non potrà mai morire, 


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Armonia plastica 


{Fotografia di Acbille Bolegna} 


Allaraca alla “Rivisia Bluwirata del Popolo dltalia” m « - fApeiba 1817 - Xx) 





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La celebrazione ufficiale del centenario di Goetbe al Teatro Nazionale di |Feimar con una recita del “Torquato 
Tasso” alla presenza dei Membri cel Governo Tedesco, 


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Un riccolatento nella sed della "Dante Alighieri" di Nae York in onore 
del nuovo Accademico d'Italia, Afoertro Ottorino Respighi (secondo da destra). 


MAESTRI ILLUSTRI E VALENTI INTERPRETI 
DELLA MUSICA FESTEGGIATI NEI DUE MONDI 










di aoestro Uriel 
NESS che, come 
direttore dell'Or- 
cheslea Siafonica 
di Mansion 
Texas), ottiene 
ifbraati snvecessi 





Riccarda Siraune ed ana sua iaterprete, Uualiro artisti italiani, Carminati, Scotti, Gigli e Meoranzoni, 
fa pianista veneziana Maleria Naeack. a bordo d'un transatlantico in viaggio censo la patria. 


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dl Teatro Reale dell'Opera a Budaperl. 


IL TEATRO ITALIANO IN UNGHERIA 


Pochi giorn addietro, Budapest ha concluso una 
serié di manifestazioni artistiche italiane, Il maestro 
Massimo Freccia si è fatto apprezzare da un pub- 
blico scelto {molto competente ed Fiipegliuiiao) in 
un ciclo di concerti di musica classica nei quali eran 
comprese le musiche italiane del settecento. All'Opera 
Reale Magiara si é dato il Fiato Asfecebino di GF 
Malipiero, sotto la direzione di Sergio Failoni, il 
maestro italiano che è da quattro anni a capo del 
massimo tempio lirico ungherese. La signora Giulia 
Recli {segretaria d'un sindacato femminile artistico) 
ha diretto una sun composizione — Le soci della fa- 
resta = eseguita dall'Orchestra municipale, Al Nuovo 
Teatro dell'Arte, che è diretto da quell'eminentissimo 
uomo di teatro che è Arturo Birdos, emulo d'un altro 
nativo d'Ungheria, Max Reinhardt, si annuncia la rap- 
presentazione della commedia di Pirandello Ciascaso a 
sue mode, nella traduzione del celebre commediografo 
ungherese Ladislao Lakatos. L'arte italiano si afferma 
sempre più dunque potentemente a Budapest, che è 
stata anche la prima città dell'estero ove sia apparso 
il Compe di araggio di Forzano. 

Ma allo straniero che sosti in Ungheria {special. 
mente se questo straniero è un italiano) appare su- 
bito come la produzione italiana non sia per dir così 
incannlata a dovere. Molta simpatia, molto interesse 
per il teatro della nazione amica, ma mancanza di 
una giusta direttiva. Perchè per esempio non si dà 
quasi mai Loper, nè Rocca, nè Ferrigni, nè Viola, né 
altri anziàm 0 giovani pur meritevoli? Perché non si 
dà Rosso di San Secondo, il più avanguardista (nel 
senso d'audacia) dei commediografi italiani, in una 
metropoli come Budapest che è decisamente volta al 
teatro moderno nelle sue più eninli conquiste? E 
tutto ciò non solamente con riferimento alla prosa, 
ma si anche al teatro di musica, poichè i maestri 
italiam rappresentati sono ancora Rossini è Verdi, 

scagni « Puccini. Grandissimi nomi, non c'è dub- 


bio, ma tra gli altri operisti italiani ve ne sono altri 
che meriterebbero il plauso dell'appassionato pub. 
blico magiaro. Eecezioni we ne sono, si capisce, RETE 
gubcative: cito Giordano « Zandonai, Respighi nella 
musica sinfonica, Wolff Ferrari, ecc. 


Quel che s'è detto valga per inciso, e si annoti 
comunque, compiacimento, che l'Ungheria fn s ta 
neamente di tutto per ricambiare ciò che L'Italia ha 
fatto e fa nei riguardi degli artisti magiari. Ché 
se poi si volesse andar fuori di Budapest, e un po' 
lontano nel tempo, si vedrebbe come qualche opera 
di Sem Benelli abbia ottenuto per l'addietro successi 
clamorosi {vedi, quindici anni fa, La cena celle belle), 
e come La maschera e il volte di Chiarelli abbia tro- 
vato qualche anno fa un pubblico plaudente nelle va= 
rie città di provincia, con la /eurafe del teatro da 
camera di Alapi. Sl piecafo Alana! di Mascagni non 
sarà stato dato ancora a Budapest, ma a Sxeged vi 
ottenne un successo non facilmente dimenticabile. 
Quasi tutte le commedie di Pirandello (il primo po- 
sto a Peassci, fGiscomino) han fatto il giro dei teatri. 
di Debrecen e di Sseged, per non dir d'altre città 
più è meno importanti. Atti unici di Testoni, Falena, 
ceco. sono apparsi anche nella capitale, sc pure sian 
stati recitati nei vari teatri a sezione. E si potrebbe 
contimuare per un pezzo. 

Ma a spiegare lo stato che chiameremo di ‘“incon- 
scia indisciplina"" nella scelta della produzione ita 
liana, giovano alcuni dati. 

E cominciamo col dire che se il teatro ungherese 
è oggi apprezzato nel mondo come merita, il processo 

i evoluzione ha origini pressochè recenti. Come si 
Eoò pretendere l'assoluto discernimento in quanto a 
isogni spirituali di scambio con l'estero quando si è 
saputo che un primo teatro in lingua ungherese sorse 
a Budapest appena cento anni fa? Che perciò a un 
secolo risale la tradizione (tutta la tradizione) teatrale 


idea 





Gl'interpreti d'una recita del " Falstafl"" intorno al maestro Laszio Martens, direttore dell'Opera Reale di Budapest, 


dei magiari? Che sono cent'anni di esperienza rispetto 
per esempio all'Italia, che vanta secoli di predominio 
col suo teatro a soggetto © pastorale, senza pensare 
al Goldoni e all'Alfieri? Perché s'ha da sapere che 
il Teatro Nazionale di Budapest sorse nel 1837, ed 
in quello fu ammessa la lingua dei padri, mentre 
fino allora la dominazione au: 
strinca aveva imposto, nelle arti 
come nella vità comune, la lin- 
gua tedesca, Gli Absburgo, che 
e già dominavano il Lambar- 
de enceto, non seppero imporre 
all'Italia simili stolte pretese 
{poichè la tradizione d'arte è 
di scena, in Italia, aveva splen- 
dori da abbagliare chicchessia) 
ma lo poterono nell'ex-regno di 
Santo Stefano, E a dir le ra- 
gioni sarebbe troppo lungo. 

À quel Teatro Nazionale si 
alternarono in origine il dramma 
e il melodramma, e risale a soli 

uarant'anni la separazione del- 
a musica dalla porsia, la quale 
ultima si trasferi nelle fastose 
sale di Via Andrissy, dove ape 
punto sorse il magnifico palazzo 
dell'Opera Reale Magiara. En- 
trambi questi due tentri furono 
Teatri di Stato (il primo trovò 
in seguito ospitalità nel vecchio 


Maria Némelb eccellente interprete 
dell'Aia, premiata coi massimi 





Teatro del Fopolo, Nearziabiz) e adesso vivono di 
vita propria, perchè malgrado la violenta crisi il pub- 
blico ama il teatro, sovratutto a Budapest, 

Una specie di succursale del Teatro Mazionale è 
il Teatro da Camera, dove, oltre alla fiioconda di 
D'Annunzio e a diverse commedie di Goldoni, si det- 
tero ottanta repliche di seguito 
dell'Afbr, 4 giorno e fa nette di 
MNicceodemi, è altrettante del 
Piacere dell'onestà di Pirandello, 
tradotto dal sottoscritto. Qui c'è 
stato anche Alessandro de Ste- 
fani col suo Calretale di Messina, 

Il teatro dove Niccodemi co- 
nebbe un altro grandioso suce- 
cesso con il suo Scampaola fu il 
Teatro della Renaissance, Ma é 
ormai un teatro defunta, per... 
mancanza di ossigeno. 

Appartiene ad un'impresa 
privata il Teatro della City, che 
é diretto da feno Heltai, il fa- 
moss umorista traduttore de 
l'on, da fadia e la cietà, rap- 
presentata proprio quiecon viva 
successo. Teatrino di principi, 
superelegante. Un altro teatro, 
il Teatro Comico, si vanta d'a- 
ver per primo rappresentato in 
Unghe rià i Sei pensmaaggi in cerca 
d'autore, dopo 1 disonesti di Ro- 


coli nel concorso nazionale 
ungherese per artisti lirici. 


bl 





Una scena del "Campo di Maggio” dato al Feateo Nazionale di Budapest. 


vetta e Cavalleria Rusticana di Verga. Venticinque 
anni fa vi apparre il ciaesle di Ferene Molnar; è 
alla recita assisteva Zacconi, il quale senza poter ca- 
pire il testo, restò ugualmente ammirato dall'insieme 
dello spettacolo e dalla bella recitazione di Grula 
HegedUs, tanto che si fece fare la traduzione del la- 
voro nella stessa notte — è tra- 
duzione di mano dell'autore stes- 
so — ela mattina fuletto, ca 
mezzogiorno fu firmato il con- 
tratto... Si sa che da Torino si 
aprirono le porte alla emigragio» 
ne delle opere del genio magiaro 

iusto con la recita de // diavolo 
di Molnari e si sa che da allora 
moltissime commedie ungheresi 
figurano sui cartelloni dei teatri 
di tutto il mondo. 

Zacconi ore il pretesto per 
ricordare le festose accoglienze 
tributate dai budapestini, oltre 
che a lui, a Eleonora Duse e a 
Ermete Mowvelli: e poi a Gio- 
vanni Grasso e a Emma Gra- 
matica e alla compagnia di Pi. 
randello con Marta Abba pri- 
mattrice. Passando dunque in 
rassegna i teatri di Budapest si 
può anche offrire un “panorama” 
del teatro italiano in Ungheria; 
panoramina, visto abbastanza di 


Hona Taniadi e Attila Pelbi 
valentissimi iJalterpreti 





sfuggita, ma non meno interessante nei suoi aspetti 
del presente e nelle sue possibilità avwenire. 

E l'opera in musica? Oltre il cenno che se n'è 
fatto in principio, si può citare uma anomalia: che 
la Readine di Puccini, che non si di mai do quasi mai 
in Italia, è apprezzatissima a Budapest! Del resto, 
Puccini è il com positore che do- 
mina in Ungheria, fra gli italiani 
e si ricorderà che la sua fin- 
ciulla del West iniziò proprio da 
Budapest il trionfale cammino. 

Dopo Puccini, il più rappre: 
sentato è naturalmente Verdi 
(Otello, Rigoletto, Traeiata, Tro- 
entore, Aida, Ballo in mascbera..) 
e poi Rossini, Donizetti, Ma- 
scagni con l'/rirela Cavalleria, 
Giordano con la Frssra e col 
ite, Wolf Ferrari con #/y, Zan» 
donai con la Fancerssca, {Un caso 
curioso: la Aoesndien di Gol. 
doni è stata portata sulla scena 
con la musica della Finta Gian 
sliniera di Mozart...). Insomma, 
più della metà del repertorio 
lirico è italiano, sempre. 

Poi ci sarebbero le operette. 
Lasciamo stare: quelle sono 
proprio austriache o ungheresi 
al cento per cento. 

IGNAZIO BALLA 


de "La Locandiera" di Galdoni al 
“Tealro da Camera" di Budapest. 


—yr rr I r_—__— 





LA PAGINA DELLE SIGNORE 


(Disegni & Bepi Fabiano) 


Riassumo la breve storia di tre cappellini, storia che ha 
quasi una maralo in fonda: 

Unà leggera paglia turchina, sollevata da una parte e guer- 
nita tutto intorno alla testa, anche li dove tiene la tesa al 
rata. da una folta corona di "nan ti scordar di me: un 
nudace iricarno mera, con qualessa di bianco solio la tria a 
tre punte, © da una parte, fuori dalla testa, uno aflirangiarei 
di piuma rossa, che ricade fin quasi alla spalla: è il terzo, 
un cappello bruno e discreto, di fine paglia esotica sottolineata 
da qualche accenna di calar roaa vecchio, stavano inileme in 
ina welfina, come ine pietre muiliami preparate dal destino a 
segnare la prossima svolta nella vita di tre donne. 

Una ragazza bionda, bella, maesira di asdacie, comperò 
il cappellino azzurro, perché le diverti molto vedere che, sotto 
la coroncina romantica, il auò vitetto sfrontato riprenderà. came 
per miracolo, la lantaniaiima cipreszione di candore che fia 
dalla gua prima iilaleicenza ella avera fatto ia modo di di 
iimaggere. Comperò il secondo una signora arfivala senza rad- 
segnazione alla malinconica è lempesiosa crisi del tramonto, 
perche le aveva arriso un momento la speranza di trarre da 
quella piuma rossa, nuove fiamme ispiratrici ed attraenti per 
aline giovineere. 

il ierzo cappello andò timidamente a sostituire, sopra um 
pallido viso di madre dalarosa, quel qualziazi cappello sero 
che lo era servito a coprire il capo, da anni; da quando, cioò, 
aver perduta la diuà unica bambina. 

E i tre destini mutarono. 

Davanti alla dolcezza inconsueta che il viso della bronda 
ragazia ardita, gli offriva nella nuova cornice, un giovane ine 
nameralo e paurcio, si era finalmente deciso al matrimonio 
che la fanciulla sognava, sensa riescire mai a fargli dire la 
parola definitiva. Il contrasto del grosso wiso pretensione è 
sliorito, col tricorno giovanile, saggeri tali rudi veriià all'uamo 
invidiato, che la matura amatrice lornò ragionevole è coniriia 
al coniuge cortanco 

E il cappello di nuova foggia e colore, che dava risalto la 


fine volto della madre statcaia da tutto. foce nentirà al mas 
rito, che disperata ormai di poterla disputare al dolore, che 
la ava donna chiedeva ancora di piacergli. 

Tre correnti deviate. E poi si venga a dire che la scelta 
di un cappello non ha importanza è non deve richiedere troppo 
di quel tempo che si impiega più wtilmente in coso gravi, Na 
anche im questo caso, le minime cause possano portare le più 
gravi conveguenmei la cornice ‘del aoittà vita non può casere 
considerata da meno della cornice che il pittore aceglie fra 
mille, per meglio meitere ia valore il quadro da esporre. 

In questo periodo, i cappelli da contemplare, da discutere: 
da paragonare e selezionare, abbondano in ogni velrina, né 
mancano nelle collezioni delle sartorie che han previo l'albitu- 
dine di mostrare lo loro modelle totalmente vestite, fin megli 
atceniori che ai conlannò ad agni varetà di atile. 

Coal anche la donna malsicura di at viene condotta in 
salrò nell'ambito porto della eleganza iena errori. 

La canoltiera a testa bassa, perchè ripiegata in dentro, è 
sempre elegante, pratica e mattinale, ma coll'amore sharar- 
zino che dà il sole di primavera, va più d'accordo il cappello 
bretone, che ha uma certa parentela col cappello del marinala 
americano. Tuito rialzato nella tesa, a mettere in mostra le più 
strane disposizioni dei capelli sempre corti, il bretone, l'opposto 
assoluto della vecchia campana accultatrice, è buon favorito, 
Si comseggerà, solendo, com ua piccelo velo quel che di crudo 
pub avere tale intero discoprimento del viso alla piena luce. 
E un capriccisio movimento asimmetrico dà alla tesa una ine 
dividualità che riesce a mettere fusri un po' di subcosciente 
e a compire così la persomalità nella sua perfetta, se pure 
ANCOra ignorata capressione, 

Il berretto pratico è sempre in voga, ma si fa qualche 
volta agatituipe da certo calottine arricciaie in meno alla ter 
stà e Bnite alle nommilà con un poso. Uno, sotto al pom 
pen ross, era di stolfa turehiaa a righe traverse bianche e 
rode, cd &ccompagnava un wealito di lana, gonna « figarelto 
aperto sa maglia sosia, colla solita sciarpa tricolore al cella 


Malti figaretti, si periano; molte guernizioni a righe vivaci, 
molte cappe di ogni foggia. che talvolta essendo di siofia leg- 
gara. sono iraltenate sla ciaturte che girano intorno al westito 
e sembrano farne parte. 

Una di queste cappe sapienti è costituita da una sciarpa 
di raso bianco che gira intorno al collo, imercatata, per mento 
di punte, a due ampie ali mero che, dapo avere indugiato sul 
dorso, vengono ad incrociarii davanti, sopra uno sparato bianco 
attaccato al collo. Questa specie di sciarpa mantello va col 
vestito che si euole, purché borsa, cappello. guanti e scarpetto 
siano anch'essi bianchi e neri, 

Men si porta quasi mai un vestito, semplicemente: su lubti 
si getta un morbido compimento, nia aciurpàa, cappa, bolero. 
Anche i vestiti da sera ni valgono di questa finizione, sia pure 
ridotta a due ali. appesantito da un bordo di pela, ma ta: 
gliate nella stessa stoffa 0 nello siesto merletto del vastità, è 
ché si possano iagliere. 

La scollatura sul davanti seguitando ad risero modali 
sima, le collane, di sera. non hanno più molta ragione di es 
sere e ni soglituiscoso con larga varietà di quei fermagli a molla 
che sono vanuti in uso da qualche anno. Se il vestita li com- 
porta, ni mieatianao al palni bracqialmiia ali relluto, chiusi can 
antiche Gbbie, a con vecchi fermagli di pietre colorate inse 
rite nello amalio è nell'aro ben lavorato. Hon più cinture, sul» 
l'abito da sera, e qualche manica coria, oppure volanti brevi 
o piccoli rigonfi ingenui, come ne abbiamo isti allargare le 
spalle delle nostre mamme; e questo delle spalle è il cambia. 
menta più importante della stagione, il più degno di nota. 

E' caratteristico assistere alla sfilata dei modelli muovi fra la 
curionità, l'intereize, | commenti vari delle signore convocate. 

Nelle numercie ialò di una grande casa milanese, le ni 
gnare erano lulte armale dii matite e taccuini, sui quali [Tall 
gravano, man mano, il numero del modello che maggiormente 
le aveva colpite. Molto lavoravano le matite. e nel seguirle, 
il viso delle venditrici ai illuminava: ma a mente calma, più 
tardi, la selezione si sarà perfezionata e ristretta, in modo 
definitivo, Chiacchere, commenti, sigarette, cagnolini, saluti, 
ficoncacimenti e piccoli pettegolezzi: un ritocco al viso, 
uno sguardo circolare, una notizia ghiotta propinata all'oreo» 
chio della vicida, è molle segrete ipe- 
ranze di riescire a ricordare qualche cosa, 
di tante novità, per uso pevemale, in 
dlipendentemente lalla elittaà tipoilirice, 

E le modelle passano strisciando, iu- 
diagiando: allacciando, togliedda la pie 
cola cappa; prendendo, inconsciamente, 
il carattere di quel vestito, o di quel 
colore, E i colori sono molti, 

Viraci per mattina e per diporto, ci 
danno inoltre tutta la gamma dei pa: 
atelli. Malta turchina, ia àgni gradazione, 
anche per soprabiti lunghi, in groma cre: 
apo di seta; col quale ai fanno pare cape 
pellini. Quel soprabito starà benissimo 
su un vestito di tutl'aliro colore, come 
pure sopra una tutt'alira tonalità di ax- 
surro. Per tutta allacciatura, un lembo 
tagliato col davanti, che ai infila per una 
apertora nell'altra metà e gira intorno 
alla vità per annodarsi mallemente dove 
la signora preferisca. 

Questa sciarpa che allaccia, stringendo 
a vaolenià, e ammorbidito tutto l'insieme, 
si inconira sorento © non soltania alla 
vita, ma talvolta anche al collo. 

Le gonne sono ancora rese aslerenti 
ai Banchi con sapienti giochi di iatarzio 
combinato, ma scanso mena abbondanti 
verso il basso, specialmente sul davanti 





GI 


Calle spalle tenute più larghe, colle maniche a rigonfio 
alto, questa gonna piuttosto attillata ci fa sempre somigliare 
a fiori, dicono i galanii commentaiori, ma a fiori. questa 
volta. in parizione naturale. Sollania pochi mesi or sono il 
calice era raresziato verso iema. Ora, dallo avelo flessuowo, 
ibercia la corolla ampia della vita complicata, delle cappe 
che allargano le apalle e dei cappelli ché tendono verso ra- 
gianeroli proporzioni salive. Più che mai dobliamo prostar 
allenzione & Queste proporzioni, in erlarione alle mostre, 

Gili insiemi ritornano, ei ame ae si preferiscono i manielli 
di esigua misura, abbiamo qualche soprabito lungo, con alcune 
dillerenae, naluralmento. Per arno, una *esbe ali lana wnata, 
sera, con sciarpe di leggera seta mera a pastiglio bianche al 
colla e anche alla cintura. avrà il soprabito di seta uguale alle 
èclarpe. Un altro Avrà RIF AMpio sprone ala »=CLa fantazia, uguale 
al vepiito, mentre il resto sarà di lana del colore del fondo. 

Una principessina marrone avrà la giacca cortissima di aiolla 
a righe bigie © marroni, a manica limitata, con guanti, scarpe, 
beria, sciarpa in cui si ripetono i due colori; tutto al più, mella 
mi Larpà, sc ne pub intradurre um brio, 

Un'alirà cappa originale imita il poncho garibaldina : tagliata 
in quadra {con un'apertura cestrale per la tonla)} due delle 
piante pendono sulle braccia a immagine r somiglismea di ma 
niche, mentre nel lato più breve, che ata sul davanti e può 
essere diviso, si aprono degli scchielli da allacciare sui bottoni 
della «ita cho ita notto, Le maniche essendo prevalentemente 
carte, teailoas in generale ad essere tagliato unite alla spalla, 
in quella forma che fu chiamata sila Grbeioba 6 alla Ragian. 

Per le stoffe a disegni colorati a a fiori, essendosi ritrovato 
un procciso di stampa a incisione su acciaio, ni porsono alle- 
nere ora delle fntzze inarrivaie che mettono in valore il di 
segno minufo ; querli vestiti seguitamo ad eiiero aricai e mor 
tvidi. Per i wealiliai pratici, dla diporto, le cimluròé adgiumono 
sempre maggiore importanza, al cudio esstndesi uniti degli 
strani ornamenti di acciaio, che talvolta si ripetono da un lato 
della scollatura. o ai polsi: per lo means a uno. 

La linea seguitando a preoccupare le signore, che tengono 
a conservare il paragone del fiore sulle stelo, ci fu una 
pornaliata a cerio di domande che chiese a H. GC, Welli che 
cosa debbono fare le donne por comniertarnai 
giovani. Senza essere specialmente com- 
prtente sull'argomento, l'autore inglese 
rispose con brevità: “ Essere povere”. 

Egli vuole dire infatti che ne la fatica 
le abbatte, la baitaglia, per contro, le 
anima. Quello che guasta, sopratatto, £ 
l'esuberanza di energia che mon trova 
impiego. Le donne ricche, in generale, ai 
annoiano, perchè a forza di sopprimere 
iloreri, e di semplicare obblighi, non sanno 
più come impiegare tempo ed energia. 
Così diventano pazze per il bridge, e per 
aliri passatempi qualche volta più peri 
colosi che il gioco nou sia, Intarpidite 
così, in un brevissimo cerchio di attività, 
diventano pigre © ingratiano:; nén ul 
timo, fra i nemici della Kata, a contato 
l'automobile. 

Crella atcaia idea è un poca la scul- 
trice Cecilia Beaux, la quale dichiara, per 
di più, che il lavoro mamuale è la mi 
gliare medicina coniro qualunque disturbo 
nerroto. Questo mi ricorda un vescovo in 
vacanza che ni vedeva, anni indietro, a 
Lanzo di Intelvi, sappare la terra intorno 
all'albergo dove alloggiara. A calmare 
lo stupore dei villeggianti, che al alfal- 
lavano, interveniva il dottore: “E' la mia 
ricetta, contro l'essurimento nericio ", 


MANTICA BARZINI 


= 


dA 


CHE COSA SUGGERISCE 

LULTIMA MODA 

IN FATTO DI TESSUTI 
È DI CAPPELLI 


I densa i lana pesante con disegno 
diagonale seni preferiti per la pani 
e il ctaggio. ba bella alleice cinema» 
lografica Germoine Aussey porta cos 


grazia nn complelo di andifo taglie. 


Fosa &, Bioder - fica 


Sotto: Adéilo di pomeriggio in mus 
volina di vela nera con cappello A 
eguale deralo. 


fas t- fa» Parigi 


Solto, a destra: Lomplelo di pame- 

riggio in lana mera con «sciama di 

«eta binnca=blen è dbernello bianco: 

im basso: Aliro atedelle sa passeggio 
ia land bei sci0d bendata 
























Lo) 


MODELLI 
RECENTI 
PER ABITI 
DA SERA 

















Abilo da cera bianco con 
cappa di seta nera guarnila 
di renare. 


Forsgralie Lo Wai 


Sotto: Una toilette da vera 
in pirzo verde antico, di 
effetto singolarmente nuoeo. 


linea ciasvica e laenralo di 
sela candida formano un 
modello dSirnialiaioe. 


ce 


A 





Le fotografie fatte dal velivolo vengono ingrandite e riprodotte con uno «peciale apparato. 


AEROFOTOGRAMMETRIA 


Farola lunga ed ostica a pronunciare, questa che 
designa la misura cella confiporazione del suolo per 
mezzo di fotografie prese dall'asroplano! 

bisogno di rappresentare la superficie della 
terra, ed anche talvolta le correnti acquee superfi- 
ciali sui mari, è antica quanto l'uomo. Nan saltanto 
i popoli giunti ad un elevato grado di civiltà, ma 
anche genti barbare, anzi perfino razze del tutto 
seleagge, fabbricano ed adoperano carte geografiche 
e topografiche più o meno rozze, rappresentanti più 
o meno vasta superficie. 

Un intreccio di bastoncelli serve a talune tribà 
polinesiane per insegnare la configurazione costiera 
dei loro territori, l'ubicazione delle isole vicine, per- 
fino la direzione delle correnti nel mare. 


Su scorza d'albero o su lastre di pietra; sopra 
tavole d'argilla o su piastre di bronzo, tutti i popoli 
dell'antichità si preoccuparono ed occuparono di trac- 
ciare con segni la rappresentazione della conoscenza 
ch'essi avevano della terra abitabile. Spesso la fan- 
tasia completava la mozione, sovente l'adornamento 
prevaleva sulla esattezza, talrolta la mitologia sosti- 
tuiva la scienza è schemi convenzionali tenevano luogo 
della verità indagata. 

Non di rado una parola con tono di mistero e di 
paura come: “ Hic sunt leones"” valeva ad ovriare la 
completa ignoranza d'ogni topografia e d'ogni altra 
cognizione sopra regioni non fàncora esplorate. 

Per secoli, anche nell'età storiche, i monti ed in 
genere i rilievi della terra vennero rappresentati in 





ii Laboratorio geragrafico 


modo del tutto generico, manie- 
rato, badando quasi soltanto 
all'effetto artistico. 

La conquista del mondo co- 
nosciuto fatta dalle armi romane 
valse a dare notevole impulso 
alla misura e rappresentazione 
del terreno, oltre che alla cono- 
scenza delle particolarità etno- 
grafiche, botaniche, zoologiche e 
climatiche delle varie regioni. I 
mensorei seguivano le legioni e 
preparavano i rilievi, gli itine- 
rari dei territori conquistati, 

Man mano alle incerte mi- 
surazioni sul cammino percorso 
si sostituirono quelle basate so- 
pra rilevamenti astronomici. Le 
aanrpe, le tabelle, le Joraga Mundi 
cominciarono a portare indica» 
zioni riferite a misure angolari e 
le proporzioni fra le superfici rap- 
presentate si avvicinarono me- 
glio al vero. 

La matematica, sopratutto la 
trigonometria, e la meccanica è 
l'ottica per la costruzione degli 
strumenti topografici, portarono 
un loro contributo essenziale ad 
tali progressi. La geodesia, la 
geografia, la topografia, diven: 
n&ero scienze csntte, non più in- 
terpretazioni arbitrarie delle in- 
certe tradizioni è delle relazioni 
di viaggiatori avventurosi, Og- 
gidi con misurazioni esnttissime;, 
con metodi di rappresentazione 


In mezzo: La inpiante fotogram- 
melrico italiano in funzione. 


dI 


Sella SA.R-A, & Roma. 


tecnicamente elaborati, con cal- 
coli minuziosi, con riproduzioni 
nelle quali non si sà sce ammirare 
più la fedeltà dei dati riportati, 
o l'evidenza informativa, o il 
buon gusto, la cartografia è scien- 
sa ad arte che serve ad ogni 
uso della vita sociale: dal turismo 
all'urbanistica, dal catasto al 
viaggio in volo. 

Tuttavia almeno tre decimi 
della superficie del mondo sono 
senza rilevamenticartografici; pel 
resto, almeno la metà ha una car- 
tografia del tutto incompleta è 
di un quarto la topografia avreb- 
be bitagno di un aggiornamento. 

Ciò accade perché le opera: 
zioni di allemsatento del terreno co- 
gli ordinari mezzi richiedono mol. 
to personale specializzato, note- 
vole tempo in laboriose opera- 
zioni in campagna ed a tavolino, 
epperò forte spesa. Quando dal 
relivoalo in volo si cominciarono 
ad effettuare fotografie planime- 
triche (ossia con la lastra o pel- 
licola disposta orizzontalmente) 
si pensò che colla semplice riu- 
nione a mosaico di più fotografie 
si potesse sostituire la carta to- 
pogralica. 

Ma presto ci si avvide del- 
l'errore. 

Anzitutto la fotografia rap- 
presenta il terreno tal quale apre 
pare all'occhio, con una falla di 


Sotto: Parlicolari di ua impianto 
comporto di molli apparali. 





Un apparato “correttore” nel quale le 

fotografie aeree (ebe spesso non sono 

prese verticalmente) vengono raddrizzale 
e giustaporte Vama all'altra. 


particolari che spesso nell'uso delle 
carte topografiche nònm interessano, 
mentre occorre che taluni di essi ri- 
saltino più nettamente del vero (per 
esempio le strade e le ferrovie), altri 
siano resi più evidenti nelle loro qua- 
lità (come le piantagioni, le paludi, 
alcune opere umane), altri infine siano 
del tutto omessi, 

In secondo luogo la fotografia pla- 
nimetrica dall'aeroplano rappresenta 
l'altimetria in modo errato, sia perché 
le cime dei monti e particolarità re- 
lative, essendo più vicine all'aeroplano, 
sembranò di superhcie maggiore delle 
corrispondenti poste nei fondi valle e 
pianure circostanti, sia perchè anche 
con la lastra perfettamente orizzontale 
i monti che si vengono a trovare al 
bordo della fotografia risultano ripresi 
un po’ di fianco come è molto facile 
intuire ed è troppo noioso spiegare. 

Ma ln così più importante è che 
l'acroplano non si sposta nel valo esat- 
tamente secondo un ideale piano oriz= 
zontale bensi con variazioni sia pure 
piccole di altezza e d'obliquità. Si 
comprende facilmente che due fotogra- 
fe prese oblique l'una all'altra mom si 
Leg mai riunire per il mosaico 

‘una immagine, 
Occorre proiettare le fotografie 


Le fotografie deret, di grandezza limi. 

lata (da due a quattro cecimetri quadri) 

vengono riunile a mosaico per la come 
posizione delle carte. 





ottenute sopra uno schermo, rachizzando su questo schermo l'im- 
magine, ossia resdituendo alle fotografie la loro posizione relativa 
nello spazio al momento in cui furono prese, è tomparando le fo. 
tografie dello stesso luogo prese da due punti di vista differenti. 

Il topografo, seguendo con l'occhio l'immagine sullo schermo, 
disegna la sua carta con talune accortezze è talune valutazioni 
che qui sarebbe lungo spiegare. Su questo lavoro di restifazione 
si basa la fotogrammelnia. 

Gli strumenti studiati costruiti adoperati all'uopo sono pa- 
recchi, L'italiano Forro fu uno dei precursori dei metodi foto- 
grammetrici. Tra gli strumenti sono da segnalare il Prospettome- 
tro Thiele, il Fotoprospettografo Schem lug. i Raddrizzatori Clere 
ed Ernemann, l'Integratore [anzer, il Fotorestitutore Roussilhe. 

Senonchè la fotogrammetria su fotografie prese da terra può 
effettuare questa operazione di ripristinamento abbastanza facil- 
mente perché risulta agevole determinare le condizioni di presa 
delle singole vedute, ma più difficile ciò riesce per le fotografie 
dall'aeroplano. 

Ed ecco da pochi anni applicata, prima alla fotogrammetria 
terrestre poi a quella aerea, il principio della stercoscopia che 
agevola molto la soluzione del problema. Ciascuno dei nostri let- 
tori può rendersene conto guardando attraverso a uno di quegli 
apparati ottici che si chiamano appunto stereascapi e che si usano 
anche per osservare, con tutta l'apparenza del rilievo data dalla 
visione binoculare, fotografie ritratte a coppie in modo opportuno. 


TAPPA FORO GRAPINCO DO MUNICIPIO DE SARE 


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i; "A m—- — 
pei Lr 1 


sic co i 


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pi) E condi. LR 
e re PORRE ‘Li Ga 


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li rilevamento foleplaniaetrico di San Paulo nel Bensile fatto con macchine e metodi Holiani, 


Furono inventati lo Stereocartografo del Von Orel, 
lo Stereocomparatore Pulfrich, l'Autografo Sander, 
l'Autocartografo Hugersholf, lo Stereoplanigrafo Ras 
uersfeld. I due ultimi strumenti hanno avuto ed hanno 
molte applicazioni perché di pratica utilità, e tra le 
illustrazioni del nostro articolo alcune riguardano ap- 
punto il metodo Rauersfeld. 

Ma in mezzo a tanti nomi stranieri brillano due 
nomi italiani, quelli dello Stereocariografo Santoni è 
del Fotocartografo Nistri, Nel primo la caratteristica 
principale oltre al rilievo fotostereoscopico è la de- 
terminazione del punto di presa nello spazio per mezzo 
della fotografia simultanea del terreno, del sole e di 
un cronometro. 

Nel sistema del Nistri invece tali dati non risul» 
tano necessari bastando il rilevamento stereofotogra- 
fico del terreno. Vorremo dare al lettore un'idea di 


questi procedimenti. Ecco: il velivolo vola a una de 
terminata altezza (tanto meglio se tale altezza sia co- 
stante e tanto meglio se il velivolo resti in assetto 
orizzontale senza inclinare) e fotografa il terreno in 
moda che ciascun punto di esso appaia su due la- 
stre successive. 

Naturalmente la serie delle lastre, epperciò la su- 
perficie del terreno fotografato, può essere infinità; 
importa soltanto che in ogni lastra, o almeno in qualche 
coppia di lastre di tratto in tratto appaiano alcuni 
dei punti del terreno previamente determinati da terra 
con esatterza matematica nella loro posizione e situa- 
zione altimetrica, ossia alcuni capinaloi trigonometrici 

Se immaginiamo di prendere una di queste nega- 
tive, metterla in una lanterna da proiezione e vagare 
di notte nel cielo proiettandola contro il suolo, noi 
troveremmo un punto dello spazio donde la proie- 


ue. 





ba punta del lapis, abbedendo all'indice cbe segue la inacciaà Sella J'alografia, disegna do pianta 
topografica della zena in lavoro. 


zione coincide col terreno; quello è il punto, quella 
è la posizione donde la fotografia fu ritratta, 

Se prendiamo l'altra negativa che contiene gli 
stessi punti del terrenò è immaginiamo di ripeterà il 
giuoco, troveremmo un altro punto dello spazio e 
un'altra posizione che son quelli donde la seconda 
fotografia è stata ritratta. 

Mettiamo invece le due negative in due lampade 
da proiezione nell'apparato cartografico, e proiettin- 
mole sopra un piccolo schermo di #etro traslucido. 
Con successivi tentativi di reciproca posizione delle 
negative e dello schermo troveremo almeno un punto 
in cui le proiezioni coincidono esattamente sullo 
schermo stesso, 

Con altri schermi diversamente disposti trove- 


remo altri punti di concordanza fino a che la posi» 
zione delle due negative nello spazio non risulti esat- 
tamente determinata. 

In tal momento comincia il lavoro di disegno della 
carta. Ai molti schermi piccoli è sostituito un solo 
schermo più grande. 

Quando esso sia disposto alla esatta distanza 
dalle negative proicttate, uno o più punti appari» 
ranno chiari e netti; allontanando è avvicinando tale 
schermo 1 punti suddetti diventeranno confusi e altri 
punti (corrispondenti a diverse quote altimetriche del 
terreno) appariranno nettamente. 

Per rendere più evidente questo fenomeno e faci- 
litare il compito al disegnatore le proiezioni delle due 
negative vengono occultate alternatamente con un si- 





stema detto brillamento. Allora 
i punti giustaposti appariranno 
fermi, quelli sfalsati in alti- 
tudine appariranno invece 
oscillanti. 

La precisione del metodo 
è tale che mettendo fermo il 
tetto d'una casetta la base ap. 

rirà oscillante e viceversa! 
Jaturalmente l'opera di dise- 
gno viene fatta meccanica. 
mente da una punta scrivente 
moventesi in corrispondenza 
dell'indice che l'operatore fa 
spostare sullo schermo sopra 
detto seguendo i punti e le 
linee che risultino fiere in 
proiezione ossia di eguale alti. 
tudine sul terreno. 

I metodi e gli apparati 
stereofotogrammetrici italiani 
(sopratutto il metodo del Ni. 
stri) si sono imposti neila 
pratica dei rilevamenti carto- 
grafici in molti paesi del mondo 
a cominciare dall'Italia, in 
fiera concorrenza con metodi 
e apparati inglesi, francesi € 
sopratutto tedeschi. 

Con mezzi finanziari è con 
una organizzazione industriale 
meno potenti, i nostri topo- 
grafi aerei, per la bontà in- 
trinseca dei sistemi e per la 
diligenza estrema nella esecu- 
zione, hanno soddisfatto ogni 
aspettativa. In Italia si ebbero 
fra i più notevoli i rileva» 
menti della zona asfaltifera di 
Ragusa, di alcune zone della 


A sinistra: AMue macchine da 
proiezione diuposte  opporluna- 
mene e in cui von poste le nega- 
live prese dall'aeroplano Sanno la 
visione stereoscopica del lerreno 
sopra uno è più acdolli schemi. 








"i 


campagna romana e del comune 
di Roma, dei nuovi territori in- 
clusi nel comune di Milano; con 
l'intervento spesso di commis- 
sioni di studio francesi, ameri- 
cane, crecoslovacche, romene: 
all'estero il rilevamento di mag- 
giore interesse è quello del 
città di S, Paulo nel Brasile. 
Così anche in questo nuovo 
© peregrino campo d'attività 1 
nostri tecnici servono silenzio. 
samente ma utilmente la grande 
Patria Fascista. 
AMEDEO MECOZZI 


Lo slereoplanigrafo, col 
quale «#0 ricerca e «i deler- 
mina la posizione dei vari 


punli del terrene folografato. 


tì 











LA FANTASTICA CORSA DELLE "MILLE MIGLIA" 


Qttantasette partecipanti. Tutti i records battuti. Borzacchini con Alfa 

HKomeo Wincibore Pili quis LIE chilometri ali midi: accondi di quindici 

minuti i giovani Trossi e Brivio, Ecco le cilre miracolose del successo. 

A destra: Horraccbini all'inizio della pred dppiosd Juri sti degna 

Sotto: / viacifari dapo l'arrivo, - L'AIfa Romeo di Borzacchini e Bignami, 
che ba compinlo i 165g chkilemelti in cre agi e 19”, 


Fa ipa lalerna di Alinoia, fidato after ata srottata 








79 


SULLE NUOVE STRADE D'ITALIA 


I piloti e le macchine italiane hanno stupito 1 tecmei 
e gli sportivi di tutto il mondo; mà non è meno am- 
mirata la stupenda disciplina del popolo italiano. 
Nel centro, sotto: La folla a Sirena prima sella partenza. 
Sotto: (Gli assi dell'antomebilizao iaternazionale «lla 
Rallcora: Carnceciala- Bonini, primi è Roma, Nuvolari- 
Cruipotti, Marzi-Cosielbarco è Arocebek-Sebastian, 










Ir enrica 
4 i Ubi È” . 





Foiagraii Fumagalli. Argo è leiab 


Ta 





Un niro campione del puro sangue. Jacopa del Sellaio di Federico Tesio cince a Romae a Alilano fe ire corse 
classiche dispatate, L'arrivo del Premio Parioli alle Cappannelle, davanti ad Agrifoglio e Don Garzia, e sopra, il 
ritorno della vincitrice Sope fa corsa, 


73 





ll carro dedicato all'Italia che 
raffigura Vingilio, 


FESTE E CORTEI 
Falò Seban 


Ta marte di Stafride fprnesoa= 
tala dal carro della Germania 










A sinistra: L'OMandi con lar. 
riva di Graglielao F'Orange. 


DI PASQUA A MERANO 
Fato Seh&ner 


Un quadro delle “Mille è una 
molle" rappresenioale fa Turcbia, 


inantaon 
Ga favola “Alice nel pacse delle meraviglie" per l'Inghilterra. 


Una qualora allegoria contro i piagnoni della crisi. 





Le vittorie dello vport italiano, la alto, una fare della partita vinta contre la Francia a Parigi e, volto, la seconda 
squadra nazionale mentre, nella stessa giornata, entra in campo a Como per battere i rappresentanti del Lursenbango, 


Un spivodio caralieristico del rugby, collo magistralmente Aell ebbieliivo in una partita inglese. 





Ta 





Fe 


Arte decoraliva nelle cose ciciche di Vienna. Un monumento del peste palla nel cortile d'un nuovo gruppo di costruzioni. 


dia 





SE. Boltal visita, depo l'inaugara 


elone, le cante avavire della Fiera. 


LA SECONDA FIERA NAZIONALE DELLL'ARTIGIANATO 


Che la crisi artigiana derivasse più da scarsezza 
di acquisto che da inaridire di creazione, più dalla 
difficoltà del commerciare che non dalla possibilità di 
restituire alla produzione quelle caratteristiche di vi- 
vacità e di personalità che ne costituivano il pregio 
maggiore, fu ragione immediatamente individuata ed 
interamente compresa, allora che al suò superamento 
fu deciso Givi: E come in ogni altra opera cui 
il Fascismo ha dedicato la sua attività fatta d'intelli. 

nza ed insieme d'amore, la maniera precisa fu stu- 

iata — e trovata — affinchè l'artigiano, una volta per 
sempre alfrancato dal timore di vedere la propria fa- 
tica immobilizzata sulle tavole della bottega è tutto 
liberato nella sun bella vena d'ispirazione, sapesse fa- 
cilmente intonare l'una e l'altra a quel respiro di rinno- 
vamento che è regola dell'ora attuale, sottoponendo 
la medesima intenzione d'arte a tutte quelle esigenze 
che il mercato d'oggi giustamente richiede e comanda. 

Nè la strada da percorrere fu piana, di certo; 
come non ancora può dirsi sia stata raggiunta la meta. 
Nondimeno, pur nel corso di un Silio: di tempo re- 
lativamente assai breve, i risultati ottenuti sono stati 
tali da confortare qualunque speranza, poichè la sem- 
pre giovine anima artigiana — quella che suole vivere 
la fatica siccome una gioia — ha risposto con por- 
tentoso riprendere alla chiamata d'ordine, all'impresa 
che poteva sembrare In più audace, offrendo il com- 
penso, quale nessun altro forte e generoso, di una 
passione e di una fede mai spenta. 

La I" Fiera Nazionale indetta l'anno scorso a Fi- 
renze fu la riprova ufficiale: quella di quest'anno è 
valida conferma. E se l'anno scorso ancora colui che 
veniva a visitare la Mostra non più come amatore 
casunle alla ricerca di un oggetto di capriccio, arti- 
stico o meno, bensi come persona che all'esemplare, 
oltrechè l'opera dell'artigiano, domandava la sicura 
possibilità di una riproduzione a serie, era concesso 
Ammirare, compiacersi ma anche riservarsi il diritto 
di un qualche dubbio, non fosse stato che in merito 
alla regolarità delle eventuali consegne, il visitatore 


di quest'anno è arrivato alla Mostra con animo as- 
solutamente mutato. Tranquillo: tranquillissimo anzi. 
L'esperimento è stato sufhiciente: l'aspettativa non è 
mancata, in niente, dal momento che ogni commissione 
ha avulò esito rapidissimo e tale da soddisfare il 
compratore più meticoloso. 


E' stato appunto in quest'atmosfera di così franca 
cordialità fra compratore e produttore, fra artigiano 
e commerciante — monché nell'entusiasmo sincero di 
tutti che, ben giustamente, s'interessano ad uno fra 
i più importanti problemi della vita attuale — che il 
30 marzo scorso, alla presenza di S. E. Bottai, del- 
l'on. Buronzo, di autorità è personalità numerosissime, 
si è inaugurata a Firenze — paragrafo primo del- 
l'ormai classica “ Primavera" — la Îl* Fiera Nazio- 
nale dell'Artigianato. Ed è stato proprio in virtù di 
questo stabilito rapporto di fiducia che l'artigiano ha 
potuto finalmente tornare n lavorare con certezza di 
fervore, e non ha disdegnato, laddove seguire le vec- 
chie formule significava non già fedeltà di tradizione 
ma solo impoverimento di talento, sbirzarrirsi con 
spirito vivace alla ricerca di un nuovo capace di ri- 
vendicare al mestiere quel primato di gloria che aveva 
accennato a scomparire. 

Dato l'enorme concorso di espositori, alla neces- 
sità di una più precisa selezione ha dovuto del pari 
adattarsi l'ambiente: sì che, nel vecchio Farterre di 
San Gallo, ai lati del già esistente {e non bello dav- 
vero) Palazzo delle Esposizioni « dei due padiglioni 
di più vicina data, altri edifici sono stati costruiti, 
tirati su alla svelta, senza pretese e senza eleganza, 
ma con il solo diletto di servire allo scopo e di sban- 
dierare subito, fin dall'ingresso, quella che è la con- 
segna della Fiera, la massima sicura cui l'Artigianato 
d'oggi s'ispira: rinnovare. In questi edifici tutti — a 
particolare cura del cav. uff. Lorenzo Romanelli, pre- 
sidente, del suo segretario dott. Bartoli e di quanti 
altri volonterosi e competenti si sono adoperati alla 
miglior riuscita dell'iniziativa — è stata ordinata la 





Particolare del Padiglione dove sind esposte le pelletterie. 


Fiera, disponendo il vastissimo materiale raccolto con 
tal senso di modernità e di buon gusto da porre la 
manifestazione in primissimo piano fra quante del ge- 
nere, di carattere nazionale ed internazionale. 

A cominciare dal Palazzo delle Esposizioni — nel 
cui vestibolo sono stati distribuiti in appositi «fans 
l'ufficio bancario, l'ufficio posta, telefono e telegrafo, 
l'ufficio vendita e l'ufficio direzione — la prima mostra 
veramente importante è quella del Mobilio. Meno ar- 
tigiana delle altre, se si considera il lavoro artigiano 
nel suo Na orari più stretto e piuttosto -opera di 
piccole industrie all'artigianato consorziate, la produ» 
zione messa in esposizione è tale tuttavia da deter- 
minare immediato il mutato indirizzo del lavoratore 
che deliberatamente abbandona l'oramai troppo sfrut- 
tata contraffazione dell'antico (quei pochi che ri- 
mangono sono proprio il fior fiore di una classe mae- 
stra nel trattare la patina 
quattrocentesca e l'intar. (7 
sio), la propria sensibilità 
dirigendo con intuitofelice 
versoilnovecentesco amo- 
re alla geometria. È ne 
sono usciti fuori dei mobili 
bellissimi, per linea e per 
lavorazione, tutti con ma: 
mfesta preferenza costrui. 
ti in quella radica di noce, 
che tanto si presta alla 
calda lucentezza che è uno 
dei mà gsimi pregi della 
molto ammirata produzio- 
ne di Cantù, Cascina, Ma- 
riano Comense, Firenze, 
Prato e Faenza. 





Fai, Lacghi. 


In questo stesso reparto, doppiamente interessanie 
per l'associata fatica dell'architetto e del lavoratore 
del legno, è una grande sala nella quale sono riuniti 
i vari “Studi di tipo moderno" presentati per il Con- 
corso a tale scopo indetto dall'E.N.A.P.I Asti 
mobili di vimini e paglia, quelli caratteristici di Tosi, un 
divertente salotto stile carretto siciliano, altro origi- 
nalissimo lavoro tipico di Ciociaria, nonchè numerose 
applicazioni sarde di paglia grezza e bruna. Quindi 
mobili da cucina, mobtnli in ferra per infermeria e per 
sale di toletta. 

Sempre nel Palazzo delle Esposizioni ha sede inoltre 
la produzione svariatissima degli artigiani indigeni tri- 
polini, in tappeti, pelletterie, profumi, avorio e filigrana; 
una ricca sezione di meccanica pesante, come macchine 
agricole e attrezzi di trasporto; gli apparecchi orto- 
pedici e gli strumenti chirurgici. 

E la visita continua at- 
traverso i padiglioni ester- 
ni. Insieme a quello per 
lo "Studio moderno”, al. 
tri concorsi di molta im» 

rianza sono stati indetti 

l'E.N.A.P.I. in occa- 
sione della Fiera: uno per 
l'alabastro, uno perilferro 
battuto ed uno per l'allu- 
minio. Per l'alabastro, 
concorrente magnilica 
Volterra in quella sua la- 
vurazione che, decisamen- 
te distaccandosi dal vec- 
chio tipo, ha saputo adat- 
tare la materia ad un'arte 
più leggera, agile purnella 


La angolo del padiglione del ferro baltuto. 





ll salone delle vesdllure in legno dell'Alto Adige. 


pesantezza della stessa pietra, tanto abilmente ne ri- 
sulta la grazia più segreta; per il ferro battuto, Ra- 
venna, Faenza, Pordenone, Trieste, Vicenza, Cremona, 
Foggio Rusco con alcuni esempi ispirati ancora alla 
vecchia lavorazione ed altri, invece, a motivi nuovis- 
simi, di segno rapido e squisitamente moderno, sia in 
cancellate, in rampanti per scale, tripodi porta vasi, 
ggetti vari e minuti come certe deliziose statuette 
dal sapore quasi rustico e alcuni quadretti tracciati 
con lo scorrere breve di una profilatura sola. Ma, 
fra tutte le materie chiamate in concorso, quella che 
all'ammirazione del pubblico offre le novità più impre- 
viste — sia per trattamento che per applicazione — 
è l'alluminio; ed anche qui, a partire dal comune og- 
getto di praticità domestica per arrivare alle molto 
originali ringhiere, ai porta ombrelli, alle statuette sti- 
lizzate, alle lumiere bellissime, attraverso il concorso 
degli artigiani dij Padova, 
Varazze, Milano, Torino, 
care Venezia. 

ello stesso padiglia» 
ne dell'alluminio e del 
ferro battuto, la sezione 
dei bronzi. In un padiglio- 
ne separato, quella della 
ceramica; ed ecco che an- 
che in questo campo, pur 
conservando una maggiore 
fedeltà alle caratteristi 
che costumanze paesane, 
l'artigiano, se anche non 
sempre con risultato al- 
trettanto felice, tenta il 
miracolo dei motivi lineari 
dei colori vivaci, ben as- 


i Sri 





Fai. Looghi: 


sorbti o talvolta fermati in una nota sola: sia pro- 
duzione faentina o romana; di Montopoli, di Vicenza, 
di Pordenone, Bassano del Grappa, Castelfiorentino, 
Chieti, Pescara, Albisola, Grottaferrata. 

Il medesimo actcennò ad una direttiva di spirito 
moderno, accettata magari con quella discrezione cui 
certe materie costringono, pur contro la migliore in- 
tenzione, costituisce il principale motivo d'interesse 
e di nuovo anche nei reparti di pelletterie, di giocat- 
toli, in quelli degli strumenti musicali e strumenti di 
precisione. Un padiglione di tipo tutto particolare è 
ancora quello che riunisce la sezione abbigliamento (se- 
te, velluti, trapunti, merletti, tessuti stampati e da- 
maschi); un altro, quello della originale e paziente pro» 
duzione artigiana dell'Alto Adige, in sculture su le- 
gno, ceramiche e tessuti. În poche parole — nella 
espressione generale e nel dettaglio — un complesso 
eccezionalmente interes- 
sante ed armonioso, nella 
realizzazione del quale con 
chiarità evidente si di» 
snoda il rapido svolgersi 
della più intelligente atti- 
vità artigiana d' Italia: 
quell'attività alla quale fa 
obbligo il “rinnovarsi è 
morire” e che, con rara 
destrezza, ha saputo, evi 
tando il malanno, godere 
il vantaggio, in nessuna 
forma recando disdoro al- 
la tradizione, ma ad essa 
anzi apportando ragion di 
nuova luce e nuova gloria. 

GIANNA BASEVI 





l'e 


Dettaglio del padiglione delle ceramiche. 


è “2% 


LE RIESUMAZIONI DELLA TRATTA DEI NEGRI 


E LA PROFILASSI 


Il pessimismo è una malattia dello spirito che ha 
spesso le sue radici nello stomaco è nell'intestino: in 
ogni caso è una antipatica infezione contagiosa, anti- 
ssciale, inutile e dannosa, che attesta prima di tolto 
la suprema ignoranza di colui che ne è colpito. Esso 
non è che la risultanie di un errore di prospettiva 
spirituale, perché il pessimista dimentica il passato 
per ricordarsi solo delle creazioni del proprio desi 
deri: ed è quindi errore che non giova né al colpito 
né ai sani che stanno attorno. 

La civiltà corregge lentamente gli errori umani, € 
con una velocità molto ridotta migliora l'anima anche 
se fa progredire rapidamente la tecnica del comfort per 
l'esistenza. Ma questa lentezza non taglie che qualche 
miglioramento si compia: non impedisce che accanto 
all'istinto del lupo sorgano freni di origine divina. 

Un esempio che può mirabilmente giovare per la 
profilassi è la cura di questo facilismo pessimistico, é 
quello che consiste nel considerare il mutamento av- 
venuto nel fenomeno della achiavità. 

Gli antichi dichiaravano la schiavità utile e ne- 
cessaria per lo sviluppo dei popoli eletti: essa era una 
delle forme di soluzione semplice di problemi econo- 
mici e sociali. Il che spiega come essa non ripugnnsse 
a filosofi che pur sentivano | richiami della umana 
fratellanza è dell'umano dovere. 

Cristo portava alla schiavità un colpo mortale. 
Come abbia potuto resistere dopo Cristo la schiavità 
e come abbiano potuto nccettarla dei popoli cristiani 
resterebbe inesplicabile, se noi non conoscessimo la 
forza dell'egoismo umano. 

E’ vero che non si esercitava più la schiavitò sui 
cristiani bianchi, ma si trovò modo di giustificarla 
verso i negri. Argomentazioni artrate {dietro esse si 
nascondeva semplicemente l'egoismo umano) tentavano 
di dare una parvenza di diritto razionale a questo 
istituto selvaggio. Si giungeva persino ad alfermare 
che la condizione dei negri schiavi era sensibilmente 
migliore e superiore a quella dei negri wiwenti in li- 
bertà sul continente africana. 

Ciò che più meraviglia è che Stati cristiani e per 
giunta cattolici abbiano tollerato questo fenomeno sino 
a periodi molto vicini a noi (il Brasile aboli comple- 
tamente la schiavità soltanto nel 1888 e la Liberia la 
tallerò in forma semilegale sino al 1garti è non meno 
furba il fatto che molti bianchi abbiano continuata la 
tratta dei negri dopo il primo quarto del secolo pas- 
sato, è cioè dopo che l'Inghilterra aveva dichiarato 
la tratta dei negri inconciliabile colla civiltà, consi» 
derando come pirati (e per conseguenza passibili della 
forca) tutti i negrieri che i suoi brigantini incontra» 
vano sui mari, 

Nessuna migliore forma di profilassi per i pessi» 
misti £ pensabile di questa, di meditare sul fenomeno 
della tratta degli schiavi, per giungere alla persua- 
sione che qualche po' di cammino è stato percorso. 


Imbarco clandestino di sebiavi al largo dalla corta africana. 
Disegno di Covarrubias dal volume “Adventures of an 
African Selaver", Edit. G. Routledge di Londra. 


DEL PESSIMISMO 


La tratta dei negri ha costituito una delle più 
scandalose piaghe dal 1550 al 1850; è la civiltà bianca 
deve nettamente vergognarsi di avere eccitato prima, 
tollerato poi, un commercio infame, il quale si è nella 
pratica tradotto in una vera è propria caccia al negro. 

Si deve anche ammettere che senza l'intervento 
dell'Inghilterra, la quale nel 1803 dichiarava illegale 
e immorale il commercio dei negri è dava una caccia 
senza quartiere ni negrieri, questo feroce commercio 
avrebbe continuato a lungo. E' bensi vero che la 
Spagna nel iftao {dietro un cCOMpenso pecuniaria del» 
l'Inghilterra) proibiva la tratta: ma nella realtà dei 
fatti essa tollerava che i nuovi negri giungessero alle 
colonie; e siccome poi nelle sue colonie (ad esempio 
a Cuba) il commercio degli schiavi era legale, coope- 
rava indirettamente al mantenimento di questo verò 
e proprio commercio di carne umana. 

La riesumazione di una interessante narrazione di 
questa caccia e di questo mercato, viene oggi a rin» 
frescare la memoria intorno alle gesta dei negrieri è 
intorno all'ultimo periodo della schiavità. Si tratta 
della narrazione di un tipo interessantissimo di ne. 
griero francese, Teodoro Canot fAsbeniune of an Adfri- 
can delaeer, ed. George Routledge & Sons), il quale 
per un quarta di secolo circa continuò in questa im- 
presa. Dopo il 1850 la tratta era però estremamente 
pericolosa. Le navi da guerra inglese incrociavano 
senza tregua lungo le coste atlantiche dell'Africa, e 
non davano quartiere ai negrieri sorpresi; i quali erano 
trattati come pirati e condannati a morte. 

La tratta cera molto proficoa: ma il rischio fini 
coll'essere così grave che il Canot, dopo rischi molte 
tangibili, dovette abbandonare la posta. 





Un veliero di negrieri abberdato da una nave di pirati. 
Disegno di Covarrubias dal volume “Adventures of an 
African Selacer". Edi. G. Rouiledge di Londra. 


Ridotto in modeste condizioni ebbe occasione di 
narrare con un cinismo che non manca di qualche 
attrazione, ad un giornalista inglese, la sua vita, Ne 
usci una narrazione estremamente interessante, bene 
dettagliata così da avere tutto l'aspetto della verità: 
e la narrazione di Canot è forse il più nitido docu. 
mento nei raffronti di questa umana aberrazione. 

I negrieri acquistavano gli schiavi dai piccoli 
sultani della costa africana (e il compenso era costi- 
tuito da paccottiglie di vario ordine e di vile valore) 
i quali con vere caccie organate all'interno, si pro- 
curavano il materiale umano, I carichi si facevano su 
navi a vela di modestissima portata : raramente questo 
naviglio superava le 400-500 tonnellate, e anzi spesso 
appena giungeva a 200-250 tonnellate. I negri venivano 
disposti letteralmente come sardelle nella cala e in uno 
dei ponti: e con una diabolica abilità si riusciva a 
radunare, in una di queste mediocrissime navi, sino a 
quattrocento negri. Anzi in alcuni casi la cifra era 
superata. 

E" facile immaginare in quali condizioni viaggiasse 
questo carico umano! (Quasi immobilizzati, ridotti a 
vivere in mezzo al luridume di ogni specie, i negri 
ammalavano e morivano con facilità considerevole. Se 
poi una epidemia scoppiava, il numero delle vittime 
giungeva a percentuali terrificanti. 

I négrieri non erano crudeli verso gli schiavi per 
la ragione molto semplice che ciò non era nel loro 
interesse: al più si accontentavano di essere spietati. 
Più di una volta una pozione soporifera troncò il pe- 
ricolo di un negro sospetto per una malattia infettiva 
in incubazione; è quando l'esempio di una resistenza 
passiva col rifiuto del cibo, poteva diventare conta- 


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gioso, si ricorreva all'esempio (salutare dal punto di 
vista megriero) del ribelle-passivo finito in bocca ad 
un pescecane. 

E° noto il feroce incidente di un brigantino ne. 
griero al quale una nave da guerra ordinò l'al. La 
sera calava accompagnata da una fitta nebbia e l'av- 
vicinamento e la visità non potevano farsi se non 
all'alba. Nella notte tutti gli schiavi furono legati, in 
ordine ben disposto alla catena dell'ancora è poi l'an- 
cora fu calata in acqua. Così al mattino di schiavi 
non una traccia, salvo il fetore persisiente |! 

Era questo fetore che a due-tre chilometri rive 
lava la natura della merce: e più di una volta i ne- 
grieri furono catturati per le rivelazioni olfattive. Le 
rivolte degli schiavi erano eccezionali, prima di tutto 
perché questa merce umana di norma era raccolta in 
mezzo alle tribù note per mitezza di carattere e di 
costumi; poi perché la mancanza di armi, la rapidità 
delle esecuzioni sommarie, toglieva ogni desiderio di 
ribellione. Però rivelte si ebbero in qualche occasione, 
e talune non prive di risultato. 

Ma più frequenti delle rivolte erano i casi di di- 
sperazione seguita da suicidio, La massima parte dei 
negri accettava con relativa tranquillità la schiavità: 
ciò che si lasciava a tergo era così triste da togliere 
gran parte del suo feroce significato alla umana situa- 
zione: e talvolta si desiderava l'America come un 
minor male. Ma in alcuni casi il sentimento — sia pure 
vago e mal definito > della libertà, sopravvivera € 
gettava nel baratro della morte colui che questa li 
bertà aveva perduta senza speranza di riconquista. 

Tutto ciò è lontano. Appena mezzo secolo è tra- 
scorto dall'abolizione della schiavitù, ma cessa pare già 
istituzione remota appartenente a un remotissimo me- 
dicevo, E la meditazione di tutto cià, può essere buona 
forma di cura per il pessimismo che vede il nero di 
oggi e non il buio pesto di ieri. E. BERTARELLI 


Esame è controllo di scbilavi da 
parte del negrieri. Disegno di 
Corsrrubias dal volume precetto. 


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li centro di Siena è, sopra, | palazzi del Campidoglio a Roma. 








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Dirttiane responiabille: MANLIO MORDAONI 


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tutti i capoluoghi di provincia ed anche in altre loca- 
lità del Regno che siano centri industriali, nelle Cor 
lanie e nelle Isole Egee. Pubblica dal 1914 in Roma. 
Piarà Cavour 3. la riviità menille Rassegna della 
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LA RILIVISILA 


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Fondatori: 
[rettore : 


“POPOLO D'ITALIA" 


ARNALDO MUSSOLINI - 
MAKNLIO MORGAGNI 


MANLIO MORGAGNI 


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Anno X - N &- 


Maggio igda - 


LA RIVISTA esce ogni mese 
ABBONAMENTO per dl 180 L100 Etero LO: NUMERO SEPARATO L. IO 


Palbblicitb 1 Cossormianeria satliittà Uatana Pobbleni luallesa SA, — | dirti di riprodiicanà è di aradaibità ea mbirali par 


I 


Si sono adunati in questi piovosi e variabili primi 
giorni di maggio in Biologia. l'antica e sempre nuova 
madre degli studi, i giovani universitari italiani e fa- 
scisti per disputarvi sulle libere arene i primati spor- 
tivi. Le aule per poco abbandonate non avranno a 
rimpiangere il breve silenzio, perchè il fiume di gio- 
vinezza che vi rifluirà dopo le atletiche competizioni 
vibrerà di più forte rigoglio è di più fresca energia. 

I resoconti delle gare vivacemente contese tra i 
rappresentanti dei diversi Atenei ed in ogni campo e 
specialità, nella scherma, nella atletica leggera, nel 
tennis, nel nuoto, nel canctitaggio, nel pugilato, nella 
lotta, dimostrano come la gioventù goliardica che ha 
così vivacemente partecipato ai Lilfariali, sia non solo 
animosa ed agguerrita ma sapientemente allenata. Ed 
è con vivissimo compiacimento che si constata questo 

agnifico risultato. 

1 Duce ed il Regime hanno posto come principio 
fondamentale il miglioramento della razza per mezzo 
di una particolare e compiuta educazione fisica. Per 
questa rinascita nulla il Regime ha trascurato, creando 
gli organi ed i mezzi adatti e provvedendo copiosa» 
mente a tutte le esigenze perché l'attuazione portasse 
a sicure conquiste. 

Fu con crescente soddisfazione che potemmo se- 
guire gli sviluppi e i raggiunti risultati sino dai primi 
incerti inizi. E da non più di una decina d'anni che 
la gioventù s'è con così diffusa generalità e passione 
dedicata alla vita sportiva. Ma le prime erano ma- 
nifestazioni alquanto confusa, slegate, inconcludenti 


e né 

gg al governo, anche in questo principa- 
lissimo e delicatissimo sampa; fu pronto a provvedere, 
guardand D lontana è pensand [n] all'aceto Quindi la 
pesa impellente ed inderogabile di disciplinare, in- 

organizzare per il solo, unico e supremo 
gela razionale le diverse iniziative ed attività perché 
non muocessero anzi che giovare. 

Allo sport venne infuso un alto contenuto spirituale 
e non si permise che rimanesse più oltre sterile stru» 
mento di svago fine a sé stesso, Si volle fosse Invece 
campo fecondo di nobile emulazione e scuola genera» 
trice Poli virili sensi e di civile educazione. 

La gioventù studiosa, più dell'altra bisognosa di 
aria, di luce, di moto, perchè la mente è sana se il 
corpo è sano è l'energia fisica giova più che ogni al- 
tra cosa alla energia intellettuale, trovava finalmente 
l'adatto campo per vivere ogni giorno almeno un'ora 





LITTORIA LI 


di esercitazioni salutari. Non più l'intelletto contro il 
corpo, il pensiero contro il movimento, ma armonia 
costante e feconda dello spirito e della forza in un 
unico, complesso agente ed operante e tendente ad 
un nobile fine, E non si tema che abbia a soffrirne 
il profitto e l'acquisizione della cultura e del sapere. 
La concezione che migliore studente fosse quello che 
più assiduamente martorizzava se stesso nella appli» 
cazione rinchiusa di lunghi studi, è superata e per 
sempre. Anche perché la esuberanza del sangue gio» 
vanile reagiva e conduceva così a cercare la neces- 
saria distrazione nei divertimenti malsani, nel bagordo 
e nella dissoluzione. Lo sport apre la mente, tempera 
i muscoli, prepara lo spirito ad affrontare ogni diff- 
coltà, corrobora la volontà è preserva dalla corru- 
zione mornle e materiale. 

Oggi lo studente non ha più la consuetudine del 
caffé o del circolo di gioco è di peggio, ma corre ad 
esercitare nella competizione ginnica i suoi muscoli e 
la sua volontà. Non é più la selvaggia gara per strap- 
pare un primato, ma il campo di esercitazioni disci» 

plinate e razionali fieramente e profondamente edu- 
Dave; Così la classe dirigente di domani, i continua 
tori nel tempo della dottrina fascista, i conservatori 
delle conquiste della rivoluzione e dei metodi di go- 
verno instaurati da Benito Mussolini, non saranno s0- 
lamente dei pedanti meccanismi di ragionatori medi. 
tativi e concentrati, con la vasta testa, colma di pe- 
santi cognizioni, traballante su le deboli membra, ma 
un esercito forte è saldo di intellettuali, vigorosi nella 
mente e nel corpo, atti alla speculazione scientifica 
così come alla fatica fisica, alla concentrazione del 
pensiero come allo sforzo delle membra; resistenti è 
tenaci, volitivi e costanti, vera forza, viva e sana, 
della Nazione rigenerata. 

I filferiali non finiscono in campionati di categorie, 
né sono la palestra di eccezionali singole capacità. 
Ciù risponde ad un principio gltocinzi Fascista 
di educazione che si preoccupa della massa più che 
del singolo, ò si interessa della formazione del singolo 
per quel valore ch'egli avrà nella massa. La prepa- 
razione, l'esercitazione, la competizione gi rivolgono 
all'insieme, cui il singolo partecipa senza che abbia 
avuto bisogno di mostrare in antecedenza specifiche 
qualità. Di conseguenza | HiWoriali sono la esposizione, 
l'esame e la prova delle più elette forze spirituali è 
fisiche che vanti la Nazione; quelle forze, cioè, su 
cui il Paese, che ha riacquistato la coscienza del 





HI Duce ai goltard, 


proprio valore, fonda le sue speranze per l'avwenire. Più 


queste forze saranno eflcienti, preparate e pronte e più 


il futuro ci apparirà prometoata e sicuro, I progressi 
ottenuti, del resto, né maggiori garanzie, 

Hon sono passati che sai anni dagli i inizi della 
organizzazione fascista c po gioventù universitaria, € 
già si segnano risultati ammirewoli e sorprendenti. Le 
prime combattute e dure vittorie, che pure significa 
rono splendide tappe, ci appaiono lontane quantunque 
ci siano così vicine nel tempo, tanto ed abbagliante 
è il fulgore degli ultimi trionfi. Le ardite partecipa» 
zioni alle Olimpiadi ed i successi riportati a Roma, 
a Parigi, a Darmstadt oggi non si ricordano che come 

messe cui si ha net ia Masiè andati più oltre. 

T Giltoriali hanno dimostrato che ben mutata nel 


profondo è la gioventù formata alla scuola di Benito 
Mussolini, Con la tempra fisica provata alle lotte ed 
alle vittorie, è la coscienza nuova che si è venuta for- 
mando e consolidando. Ed è questa coscienza quadrata 
che fa wincere le più ardue prove, poiché Nessuna 
forza vale, quando lo spirito non regga. 

OQegi l'educazione fascista conta una nuova tappa 
raggiunta. La marcia prosegue... Il Duce che nell'anno 
garibaldino ba voluto i Littoriali della giovinezza italiana, 
per sempre meglio femprare i nostri spiriti e i nostri mu 
«tali, ha mostrato ai goliardi dal Palazzo di Venezia 
le armi per la vittoria: il libro ed il moschetto, 

La giovinezza italiana, in una entusiastica apoteosi 
ha salutato i simboli ed ha giurato fede al Duce chele ri- 
dava i segni di Roma ela guiderà verso le mete supreme. 


1 ci 


“Spirito e muscoli verso la mita” 


(Disegno di Alario Sironf} 








“Mnetmrtifuo afuapue dite pi d apaf ie bp bip) smigf ]b bpirò pirsuta q DETIET DI Bibwnpo ipope po porpuripol pr saurtoonii ori 





ASPETTI DELLA SITUAZIONE EUROPEA 


Alcum aspetti ed alcun episodi della presente si» 
tuazione politica internazionale somigliano stranamente 
agli avvenimenti che precedettero il tragico agonta 1914: 

I pericoli di questa ripetizione non sono forse gravi 
ed immediati come il raffronto potrebbe far temere, 
perchè i ricordi degli orrori e delle miserie dell’ul- 
tima grande guerra sono ancora presenti alla memoria 
degli uomini e le delusioni che ne sono seguite nel 
campo dei vinti come anche fra i vincitori ammoni- 
scono e rendono circospetti i governi, e poi perché la 
crisi economica e finanziaria che travaglia il mondo 
rattiene anche i più ricchi ed i meno colpiti dall'ab- 
bandonarsi al lusso e alle incognite di una guerra. 

Ciononostante l'indirizzo dato alla politica estera 
di alcuni paesi europei e la situazione determinatasi 
in sone geograficamente lontane dal nostro continente 
ma politicamente legate al sistema e agli avvenimenti 
europei, potrebbero facilitare l'avwerarsi di quell'im» 
previsto che è sempre la causa ultima determinante 
delle grandi tragedie della Storia. 

E' venuto a mancare al senso di tranquillità dei 
popoli una di quelle vaghe garanzie morali di sicu- 
rezza che determinano talvolta una diffusa opinione 
sulla improbatilità che possano verificarsi certi avve- 
nimenti, Questa delusione è data dalla sempre più 
evidente incapacità della Società delle Nazioni a re- 
golare i conflitti, ad eliminare le cause di attrito fra 
i popoli cd a garantire il rispetto della equità e della 
giustizia, clementi indispensabili al mantenimento della 
pace e dell'armonia fra le nazioni. 

La constatata incapacità di Ginevra è tanto più 
pericolosa e più grave in quanto non dipende da una 
sua propria dabciinez od imperfezione organica e fun- 
zionale, ma bene dai riflessi diretti ed immediati degli 
atteggiamenti che i governi di alcune potenze prendono 
nei riguardi della Lega e allo stato delle relazioni 
che questi stessi gowerni mantengono con i governi 
di altri paesi. 

Questo stato di cose impedisce la realizzazione dei 
sommi postulati di pace che alla Società delle Nazioni 
furono assegnati come prima sun ragion d'essere e di 
funzionare. C'è di più e c'è di peggio: le imziative 
che la Lega riesce nil organizzare servono ben presto 
a dimostrare cd a mettere in rilievo, se non ad acuire, 
i contrasti e gli indirizzi divergenti della politica è 
degli scopi chel governi delle potenze maggiormente 
interessate al mantenimento della pace nel mondo. 

La conferenza del disarmo — inizio è tentativo 
di realizzazione di un postulato societario — si urta 
contro determinate volontà di opposizione che non 
sono che il risultato di tutto un indirizzo dato alla 
politica di alcuni paesi. Il fallimento di tutte le ini- 
ziative prese o tentate allo scopo di trovare una via 
di uscita ed un rimedio alla critica situazione eco- 
nomica dei paesi balcanici e danubiani conferma la 
opinione ed il sospetto, che per noi è purtroppo cer- 
terza, della esistenza di una volontà precisa e di um 
piano preordinato contro gli interessi della pace e 
della prosperità del mondo. 

E' evidente che la politica della Francia si iden- 
tifica con il movimento di opposizione agli sforzi delle 
altre maggiori potenze europee è degli tati Uniti di 
America volti a sollevare il mondo dalla crisi che 
lo travaglia ed allontanare i pericoli che minacciano 
la pace con la ricerca, l'esame e la eliminazione delle 
cngse prime ® profonde del presente disagio. 

Un paese solo, oggi, in Europa è pronto, con i 
mezzi e con gli spiriti, ad assumersi la tremenda re. 
sponsabilità di una guerra. Questo paese è la Francia. 


In una tale situazione si ritrovano gli aspetti ed i 
motivi della situazione verificatasi in Europa negli 
anni e nei mesi immediatamente precedenti il dramma 
di Serajevo, Di cambiato se mai non ci sono che i 
principali protagonisti, nel senso cioé che la posizione 
tenuta dalla Germania nel 1914 è identica a quella 
che oggi sembra essere preferita dalla Francia, 

Le giustificazioni per lo scatenamento di una guerra 
“preventiva” — senso dell'isolamento, timore delle sup- 

te invidie degli altri, convinzione della superiorità 

elle proprie forze è delle proprie risorse, intuizione 
della transitorietà di questa situazione di favore e di 
privilegio di fronte alle possibilità che il futuro po- 
trebbe riservare ai sospettati avversari — hanno for- 
mato di nuovo, ma presso un altro popolo e sia pure 
con differenti mamifestazioni, il ‘‘patos” pericolosissimo 
che conquistò l'anima germanica e trascinò il popolo 
tedezco nella folle è disgraziata avventura. 

Più di ogni altro sintomo l'esistenza di un tale 
stato d'animo e di fatto è rivelata e denunciata dalla 
ostinata resistenza francese al disarmo è dalla avver- 
sione ad ammettere ed a comprendere che le condizioni 
economiche, politiche e territoriali stabilite in Europa 
ed in Africa dal traitato di Versailles siano suscet- 
tibili di revisioni e di adattamenti consigliati dalla 
necessità di rimuovere le cause del disagio presente 
e di possibili perturbamenti della pace. 

Tornano fatalmente alla memoria le discussioni è 
le sorti di analoghe trattative corse nei primi anni 
del secolo fra il governo inglese ed il governo germa- 
nico a proposito della limitazione delle forze navali 
delle due grandi potenze, Gli inglesi offrivano allora 
al governo tedesco la possibilità di regolare l'aumento 
o solo la nza delle rispettive flotte secondo ac- 
cordi che avrebbero escluso l'eventualità di una corsa 
rovinosa e pericolosa degli armamenti, rafforzando 
nella opinione pubblica dei due paesi, ed anche nella 
opto pubblica europea, il convincimento che la 

rmania non aveva mire aggressive contro altre 

tenze vicine. 

Il fallimento della iniziativa inglese provocato dalla 
resistenza del governo imperiale germanico, non solo 
condusse ad un rapido accrescimento degli armamenti, 
ma convinse governo cd opinione pubblica britannica 
dei sentimenti poco amichevoli del popolo tedesco, 
degli scopi e delle mire della politica della Germania. 
Erano quelli i segni premonitori della guerra, ormai 
prossima, che fornirono però ùl governo inglese gli 
indici di una situazione che doveva necessariamente 
sbocceare in una politica di più stretta intesa e colla. 
borazione con la Francia e con lo schieramento del. 
l'Inghilterra a fianco degli avversari della Germania 
non appena le prime dichiarazioni di guerra segnarono 
l'inizio della grande conflagrazione europea. 

La situazione politica presente del continente porta 
a considerare la eventualità che i grandi convegni 
internazionali in corso o in preparazione non riescano 
& risolvere i problemi di ordine politico ed economico 
che tormentano la vita dei popoli e delle nazioni, e 
conduce & prospettarsi i pericoli che minacciano la 
pace del mondo per la mancata soluzione di questi 
gravi ed urgenti problemi. 

Ma il pericolo miggione consiste nella fretta e 
nella ansietà che predomina la politica francese; negli 
scopi che questa politica persegue, qualunque sia il 
pene che diriga le sorti della Repubblica, nello stato 

i sospetto e di continuo allarme nel quale è tenuto 
il popolo francese e nel radicato convincimento delle 
oligarchie politiche e militari della Francia che mai 


=— aa cx«<"N “€23 ;/ © cc n: — 


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Alberto bebe svbiilo dope la sia elezione a Prosibente della Repubblica Francese. 


come in questo periodo ed in questo momento si pre- 
senterà per loro e per la Francia una occasione più 
favorevole alla realizzazione di quel sogno di preda- 
minio e di egemonia al quale rengono ora sacrilicate le 
sorti del continente e domani forse le fortune stesse 
del popolo francese. 

Gli sviluppi della situazione che va maturando ni 
confini nord della Manciuria sono attentamente e non 
senza interesse seguiti in Francia, dove si desidere- 
rebbe vedere impegnata la Russia in un conflitto che 
spostasse i cardini del suo orientamento e delle sue 
forze verso le zone estreme del continente asiatico, 
per sollevare la seconda branchia della tenaglia che 
il sistema delle alleanze politiche è militari della 
Francia ha creato attorno all'Italia, alla Germania, 
all'Austria, all'Ungheria è alla Bulgaria, dall'incubo 
della pressione sovietica, estremo contrappeso alla 
predominante influenza francese su quasi tutti i paesi 
dell'Europa orientale. 

Lo scoppio delle ostilità russo-giapponesi in Man- 
cluria potrebbe segnare l'inizio di una oscura difficile 
ora per l'Europa. 

L'azione chiarificatrice, moderatrice e pacilicatrice 
della politica estera italiana contrasta palesemente 
con i voti, i desideri e la preparazione palio mala 
riale e spirituale della nostra vicina ccidente. 
discorso tenuto recentemente alla Camera dei Depu. 
tati dal nostro ministro degli affari esteri ha posto 
in termini chiari © precisi gli scopi che persegue la 
politica estera del gorerno fascista. Tanto nel consi- 
derare 1 problemi di più vasto carattere internazio. 
nale e mondiale, quanto nel tracciare le linee della 
politica estera dell'Italia in considerazione di problemi 
particolarmente italiani, il governo fascista si ispira 
a sentimenti ed a concetti di giustizia internazionale, 
e domanda che giustizia sia resa all'Italia ed al po- 


polo italiano, senza di che sarebbe vano ed oltrag- 

loso pensare e sperare che l'Italia possa assuelarsi 
all'idea della perpetvità o solo della conservazione di 
una situazione determinata in gran parte dalla offesa 
e dalla violenza fatte ai dimtti e agli interessi del 
popolo italiano. 

Grandi ha posto, col suo recente discorso in 
parlamento, il problema delle rivendicazioni colo. 
niali dell'Italia; rivendicazioni che risalgono ai trat- 
tati stabiliti con i due nostri ex alleati al momento di 
mettere a disposizione della causa degli stessi alleati 
le forze, le risorse e le riserve di un popolo di qua- 
ranta milioni di individui che ha fatto onore, in se- 
guito, agli impegni presi con il sacrificio di seicento 
mila combattenti e che è stato ripagato con la più 
nera delle ingratitudini e defraudato di quei benefici 
della vittoria che soli potrebbero assicurargli la possi- 
bilità di vivere, di espandersi e di prosperare. 

I beneficiati e gli arricchiti dal trattati di pace 
avevano dimenticato questo aspelto tutto italiano del 
problema della revisione; problema che non interessa 
solamente i vinti ed i sacrificati dalla pace di Versaglia, 
ma che ha precisi riferimenti alle condizioni fatte al- 
l'Italia dai trattati e al mancato adempimento da parte 
dei nostri ex alleati degli impegni solennemente presi 
quando la vittoria era e sembrava ancora lontana. 

Il Gran Consiglio del Fascismo ha richiamato l'at. 
tenzione della Lega di Ginevra sul problema ancora 
insoluto delle necessità colomali dell'Italia, perché è 
precisamente nella facoltà di questo istituto di prov- 
vedere al riesame della situnzione dei Mandati, ed 
il ministro Grandi ha avvertito il mondo che il pro- 
blema coloniale dell'Italin deve essere considerato 
come elemento predominante nell'esaminare le cause 
del disagio che rende instabile la situazione e la tran» 
quillità dell'Europa. 

LIDO CAIANI 


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PRETE ERA RIRIANEO 





La crisi a New Fork sullo sfondo dei grattacieli. Disvccapali in attesa del pasto dAianti ad un ristorante benefico, 


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Fiaccolata di giocati monarchici a Paledam. 


MONARCHICI 


Vi sono ancora dei monarchici in Germania? A 
tale domanda che tante volle è stata fatta è perlo- 
meno così facile rispondere come all'altra, se nella 
Francia di Léon Daudet vi siano dei legittimisti. Cer- 
tamente troviamo un numero maggiore di fedeli alla 
monarchia in Germania che in Francia. Certamente 
più che in qualsiasi altra nazione trasformatasi poi 
in repubblica. Oltre due terzi degli ufficiali tedeschi 
sono monarchici, l'intera nobiltà, e questo non è tutto, 
la fede monarchica o la nostalgia per la monarchia 
è nella radice più profonda del nazionalismo germa- 
nico. Ciò porta con sè che anche una parte della gio- 
wentù viene educata con questi principî. Questa fede 
è latente tranne che in alcune eccezioni. Alcuni am- 
bienti politici seguono la massima: “Sempre pensarci, 
mai parlarne” ed attendono. L'uomo che è a capo 
della Repubblica battezzata a Weimar, il feldmare- 
sciallo Hindemburg. tutti sanno e ricordano, fece atto 
di devozione al deposto imperatore nel momento stesso 
di salire l'alto scalino del potere ed egli (è la con- 
vinzione di molti legittimisti tedeschi) rimarrà sempre 
nel fondo del suo animo un monarchico pur osser: 
vando il suo giuramento alla repubblica. Falto sta 
che allo stesso indomani della rivoluzione, si pronunciò 
la resistenza di vaste categorie ai principi democratici 
rivoluzionari. Sorsero leghe ed associazioni patriot- 
tiche, "Vaterlaendischen Vereine”, “Wehrverbaende", 
sorsero gli Elmi d'acciaio, sorse la “Bismarckbund", 
che concentra per il momento ufficialmente e pubbli: 
camente le aspirazioni monarchiche residuate del po- 
polo tedesco è se ne fa di continuo banditrice. 

La rivoluzione scoppiò, questa è la giustificazione 
generale, mentre la gioventià combattente era ancora 
al fronte. Ritornata ia gioventù, vinta, esausta, morti- 
ficata, trovò il paese in preda all'anarchia e di li a poche 
settimane, dopo l'interregno breve dei consigli operai è 
degli esecutivi rivoluzionari, un'assemblea proclamava 
costituita la nuova repubblica. Il giorno dopo, subito, 
la parte conservatrice del popolo si raccoglieva per 
Organizzare una passiva resistenza alla rivoluzione. 


DI GERMANIA 


Hugenberg, il conte Wiestarp, i molti generali e 
nobili, si posero a capo delle correnti controrivalu» 
zionarie. “Sempre pensarci, mai parlarne”. Disse un 
giorno un deputato monarchico: "Non dobbiamo illu- 
derci, il problema della costituzione è perennemente 
acuto in Germania”. Un'altra personalità osservava 
che il continuo richiamo alla necessità di una ditta- 
tura in Germania {se occorresse, anche una dittatura 
rossa, come i socialisti volevano), non è che l'istintiva 
tendenza, la nostalgia per la monarchia. Mai così spesso 
come negli ultimi anni è ritornata davanti agli occhi 
del popolo tedesco la figura di Federico il Grande. 
E così in Baviera vi è una “Kunigsbund" coltivante 
una specie di commossa religione peri Wittelsbacher, 
e nel nord della Germania abbiamo le numerose as- 
sociazioni nazionali di ufficiali in congedo, depositarie 
della fede legittimista. 

Potsdam, l'antica residenza imperiale, è il centro 
del movimento. Vivono in Potsdam i figli cadetti del 
Kaiser, il principe Augusto Guglielmo, detto “Auwi" 
per brevità, capo di una coorte nazionalsocialista, il 
princi Oscar iscritto fra i tedesconazionali, il prin= 
cipe Eitel Federico, ch'è il secondo genito, mentre il 
Kronprinz dimora nel castello di Qels in Slesia ed il 
principe Adalberto, che è il quinto figlio, è ufficiale 
di marina ad Amburgo. Potsdam raccoglie, attorno a 
questi rappresentanti della Casa Hohenzollern, i mo- 
narchici di tutta la Germania, Le associazioni patriot- 
tiche, le squadre giovanili, salgono a Sanssouci nei 
giorni di sole per respirare l'aria di grandezza in cui 
visse Federico il Grande, ed in cui si trovò tanto a 
suo agio lo stesso spirito mordace di Valtaire, O si 
recano a far omaggio davanti al mausoleo di Bismark 
in Friederichsrub. Gli oratori tedesconazionali termi- 
nano ogni loro discorso, non per abitudine, ma 

rché è nelle prescrizioni di partito, con l'immanca- 
bile pistolotto hnale che è un inno all'imperatore. 

I collegamenti con Doorn sono costanti. Dal giorno 
della partenza per l'esilio sino ad oggi Guglielmo non 
ha avuto giorno in cui non gli siano giunti rapporti 





Lat sfata delle bomebere dl sere 'acdenattae di aromarebici, 


privati e conlulenziali dei suoi più fidati agenti ber- 
linesi, e telegrammi è lettere di devozione in quantità 
ed ogni compleanno porta su con la posta nell'isolato 
castello olandese avvolto dai boschi le attestazioni 
della più inconcussa fedeltà. Di tanto in tanto giun- 
gono a Doorn anche dei pellegrinaggi è l'ultimo fu 
quello capeggiato dal defunio Sieveking. della Bis- 
marckbund, che metteva tutta la sua passione nel 
rinfocolare negli onimi la speranza in on ritorno degli 
Hohenzollern al trono, Sieweking aveva questo modo 
di ragionare: é un'idea sublime pensare che tutti i 
fili dell'esistenza dello Stato si raccolgono nelle mani 
di uno solo, un'idea sublime e naturale. Lo Stato non 
è un meccanismo ma un orga= 
nigmo, non è una costruzione 
ma una personalità e nella per- 
sonalità è necessaria un'unica 
volontà. La decisione stessa, 
la capacità di decisione rap- 
presenta qualcosa di monar- 
chico, Ed èé tranquillante la 
sicurezza che vi è Uno il quale, 
come disse Hegel, "pone sem- 
pre il punto sull'i”. Sieveking 
si spinse un giorno sino.n Roma 
e volle osservare da wicino lo 

ttacolo di uno Siato disci. 
plinato è ecordinato come la 
Stato fascista. Ne ritornò en- 
tusiasta, clettrizzato è pieno di 
nuove speranze nell'avvenire 
del suo paese. 

“Von Gottes Gnaden" (per 
grazia di Dio è il motto con 


fi rmpriaz Jesleggiata per il 
sara! jo” attento ht na rapa 





cui i Re di Prussia indicavano il loro diritto naturale 
e «divino di tenere in capo la corona del domima, 
Anche il vecchio ed orgoglioso Bismarck si piegara 
davanti a questo imperativo ed egli morì dicendosi 
“servo della Dinastia". Nella democratica e repub» 
blicana Germania d'oggi tutto ciò può apparire ana- 
cronistico, ma non toglie che vi sia una corrente mo- 
narchica, non incanalata in un solo corso ma rami» 
ficata per legge naturale. 

Dicono RA il vecchio Kaiser nel suo romitaggio 
segua con la massima attenzione lo sviluppo degli av- 
venimenti politici in Germania. Egli non ha perduto 
l'abitudine di firmare sotto le cpistole e sotto gli atti 
pubblici alla antica manie- 
ra: “Guglielmo I. R.". Un 
giorno, un impiegato giudizia= 
rio prussiano, trovatasi sotto 
gli secchi una denuncia ipote- 
caria trasmessa dall'ufficio le 
gale della Casa Imperiale con 
questa firma, cancellò a matita 
blu quelle lettere “I. R." che 
significano l'orgoglio non an- 
cora deposto di un monarca, e 
si chbe da questi una causa 
che va per le lunghe da anni. 

I generali © gl ammiragli 
dell'antico Stato maaniore cone 
servano in petto l'allezione 
verso il loro sovrano: il gle- 
rioso Mackensen, che, oggi già 
quasi tanto vecchio come Hin- 
denburg, fa il fattore di cam- 
pagna presso Stettino, cavalca 


a avechi generali ira i quali 
dd Maresciallo Mackensen. 


Me "a SET 


13 





Panitit nettarna selle organizzazioni menarebiebe a Polachim, 


due ore ogni mattina ed appare in pubblico soltanto 
er assistere a cerimonie patriottiche ; il generale 
chleicher, che è ancora oggi l'eminenza grigia degli 
alti comandi militari, si fa spesso vedere a braccetto 
col Kromprinz quando questi è a Berlino, col Kroprine 
col quale divise la scuola militare. 

i quando in quando viene nella capitale l'impe- 
ratrice Hermine, che è la seconda moglie di Guglielmo, 
una Schiuneich Carolath, rimasta vedova del primo 
marito e con uno stuolo di figli, che vivono in Doorn 
assieme alla madre ed al padrigno. L'imperatrice Her- 
mine, che non ha visto lo splendore della Corte degli 
Hohenzollern, perché convolata a nozze con G uglielmo 
dopo la guerra, nell'anno 1933 
si, è assunta il compito della 
staffetta informatrice fra il 
marito ed i circoli legittimisti 
berlimesi. 

Viene, si insedia nel vece- 
chio palazzo di Guglielmo I 
di fronte all'Armeria reale, 
nel quadrilatero dei musei, 
riceve pochi intimi, uomini po- 
litici, alti ufficiali, cui offre 
ogni volta una colazione. Ed 
in tali ristrette riunioni, cui 
partecipano sempre quelle 
tette od cotta personalità più 
illustri, l'imperatrice s'informa 
delle cose tedesche per rife- 
rire poi a Guglielmo al suo 
ritorno. 

Partono per Doorn a tur- 
no, onde prestare servizio co- 


Va rità simbolico del partito: 
avonarchico la festa del sole. 





me marescialli di corte presso il deposto imperatore, 
tre o qualtro fra generali e nobili dell'antico regime, 
il generale von Donnes, che fu l'ultimo comandante 
della guardia Ulani, il conte Schwerin, il barone ron 
Granzy, ufficiale di marina, e l'ammiraglio Rebeur 
Paschwits. 

Malti tedeschi, che pur non hanno in troppa sim- 
patia la repubblica, parlandosi di un ritorno monar- 
chico, dicono, screllando le spalle: “non wi é nulla da 
fare”. come in aria di rassegnazione. 

Ve ne sono però che custadiscano gelosamente la 
famma e questi pochi in mezzo a 63 milioni di abi- 
tanti, i quali non hanno abbamdonato la speranza, 
osano sventolare i gagliardetti 
con su la scritta: "Avanti con 
Dio per il Re e perla patria", 
è non più sussurrano, ma cam 
tano ad alta voce, fattisi più 
che mai coraggio il vecchio 
rinnovato giuramento di 


Schenkendaorf: 


"br Slerne, sci mir Zeugea, 
[Pena alle Mrieer stbweigen, 


feb eil! mela War niebi 
fbrechen, 


can Malser and con Melch,... 


E con ciò la antica anima 
mezzo romantica del popolo 
tedesco s'acqueta. 


FILIPPO BOJANO 


Fuochi Imizimali riecocanti 
i mili aalfichi & dreminio. 


4 


Hpag AE Li pe RODI ‘NERE cavi 


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fate no 
ba saleane celelarzione del Natale i donne a Fari, Sopra: Aaraa Febele Miasoiai 0 SEL Siarce asse no alla 
bene zione der apuraptranevdolti. Sotto: si Segretario sel Partita panni sn sii f) dadini din pali ite sale Benito «l lirsnodini, 


Fossgralie Zoli 


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NELL ANNIVERSARIO Dt NATALE DI ROMA ®0l STARACE PARLA ALLE POMZE FASCISTE EM POMI N DELLA PROVINCHA AFDUNATI lb PIAZZA SAFFI ALLA PRESENZA DI DOSNA RACHELE MUSSOLINI 


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SE SMarace visita, acconpagratto del Prefetto di Dori, fa cara de è napo sl Duce, 
Sotto: df dinvane cel Segretario del Partito al popolo & Savigno no. 





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La Sellimana della Meccanica Agrarit a Roma. Sopra: La cisita i SAL GH Re alla Mostra, 


Sotto: SF. df Ministro Acero inauguni il Congreso di Meccanica Agraria in Campidoglio. 





Nel cimpuanterino ansivernanio della storte, £ E. Balbo celebra a Marsala le getta di Garibaldi e dei Mille. 





Pa olotone di Aianguardisti ciclisti parte per la VI Leva 


LA FONDAZIONE ASSISTENZIALE “ARNALDO MUSSOLINI" 


Quando si pensi che ingentissime masse di giova- 
netti e di bimbi appartenenti alle classi povere ac- 
corrono nelle file dell'Opera Balilla sopportando non 

hi disagi di indole materiale soltanto per avere 
Fassa di indossare la camicia nera e di servire il 
Duce, vien fatto di domandare quali sono i benefici 
che per compenso vengono largili dalla Istituzione. 

da se questa deve appunto la sua forza allo spi- 
rito di sacrificio delle famiglie e degli adolescenti, non 
è men vero che rimane obbligata a secondare questa 
nobile offerta con iniziative che la rendano più facile 
e meno gravosa. A questa categoria di provvedimenti 
appartiene l'ingentissima distribuzione di divise che i 
varii Comitati Provinciali vanno facendo nelle ricor- 
renze care al nostro spirito di credenti è di italiani. 

Ad esempio nella ricorrenza della Befana Fascista 
in tutte le città e in tutti 1 paesi i maggiorenti si 
riuniscono per la distribuzione dei doni. Ai Balilla 
ed agli Avanguardisti indigenti questi consistono sem- 
pre in divise, ed è bello vedere come i bimbi accom- 
pagnati dalle madri si partano dalle festanti adunate 
recando non vani ninnoli, ma la fiera insegna che la 
Rivoluzione dona alle generazioni venture. 

Abbiamo già detto una volta, per inciso, come a 
questo problema delle divise sia strettamente colle. 
gato quello del progressivo inquadramento di tutta la 

ioventù italiana ove si consideri che per i meno ab- 
ienti la difficoltà di procurarsi la divisa rappresenta 
lo scoglio maggiore da superare. 

E la divisa non è soltanto indispensabile dal lato 
estetico, ma occorre in perfetta regola anche dal lato 
disciplinare. Si veda infatti con quanta cura i migliori 
ufficiali di tutti gli eserciti siano “pignoli’ per quei 
particolari della uniforme che i più ritengono super- 
flui ma che formano invece un armonico assieme con 
il quale il vero soldato si distingue e si impone. 

Comunque la Rivoluzione Fascista, che non è stata 
certo partigiana nel vieto senso dei favoritismi ai suoi 
militi, farà bene ad abbondare in concessioni del ma- 
teriale occorrente alle giovani generazioni che le fa- 
miglie le affidano con orgogliosa sicurezza. 


Ma indendo dalla soluzione di questa diffi- 
coltà, l'Opera Balilla si avvia saggiamente alla coor- 
dinazione di tutte le sue attività assistenziali nella 
Cassa Mutua Assistenza Arnaldo Mussolini, 

Chi ricorda la pensosa trepidazione del Direttore 
del Popolo d'Italia per le orgamizzazioni giovanili è 
la sua costante cura perchè i problemi interessanti 
l'O.N.B. venissero vagliati, discussi e risolti con la 
necessaria sollecitudine non può che essere lieto della 
denominazione della nuova iniziativa dell'Istituzione 
che lo ebbe Maestro ed Amico. 

Altre iniziative del genere erano state sperimentate 
con buoni successi parziali ma occorreva che la Pre 
sidenza dell'Opera, appunto valendosi della non tra- 
scurabile èsperienza i para eréasse un organo pro» 
prio, perfettamente efficiente, attrezzato da competenti, 
onde assistere nella sciagura gli Avanguardisti ed i 
Balilla che, giova ricordarlo, agano regolarmente al 
loro ingresso nella organizzazione una discreta quota. 

E nella Cassa Mutua Assistenza Arnaldo Mus- 
solini lo strumento adatto ad una azione altamepte 
meritevole ed umana è stato saggiamente predisposto. 
Il fine dell'organismo è di venire in aiuto ai propri 
organizzati, muniti di tessera dell'O. N. B., qualora 
essi in seguito ad azione violenta ed accidentale, de- 
bitamente comprovata ed accertata dagli organi del- 
l'Opera, subiscano lesioni traumatiche di una certa 
gravità e che comportino temporanea o permanente, 
totale o parziale invalidità. Inoltre è di venire in aiuto 
ai propri organizzati muniti di tessera dell'O. N. B., 
quan per le loro condizioni speciali di indigenza o 

1 infermità grave, risultino in modo indiscusso biso- 
gnevoli di assistenza dell'Opera. 

Fin qui l'utilizzima iniziativa non si scosta per 
forza di cose molto dalle similari adottate da varii 
istituti d'assicurazione; solo divario a netto vantaggio 
degli iscritti all'Operà Nazionale Balilla è la tenue 
quota che questi versano, mentre agli assicurati anche 
la più modesta azienda speculativa impone la ratea: 
zione di premil di ben gior conta, 

Ma dove la originalità del provvedimento si rivela 





| Balilla giurano fedeltà al Buce 


è nella garanzia che attraverso la Cassa si assiste- 
ranno gli organizzati di comprovate ed accertate di. 
sagiate condizioni economiche che in ito ad in- 
fortunii 0 in seguito ad altre cause dolorose hanno 
subito mutilazioni o lesioni con esito funzionale per- 
manente tale da dover compromeltere in tutto, in 
parte o comunque notevolmente, la capacità lavora- 
tiva, fornendo la loro rieducazione, la protesi, il ri. 
covero in appositi Istituti è Colonie dell'Opera n 
quei mezzi che si ritengono alti 
a lenire ed a migliorare la 
loro condizione di grandi inva- 
lidi del lavoro. 

Con queste ampie disposi. 
zioni non è chi non veda quale 
azione meritoria in senso uma» 
nitario andrà svolgendo il Fa- 
scismo nel nostro popolo, per 
il quale ha realizzato la più 
sana e nobile forma di Lea 
mocrazia nazionale. 

I proventi alla Cassa Mu- 
tua sono assicurati dall'Opera 
stessa che devolverà annual- 
mente alla amministrazione 
dell'ente il venti per cento de- 
gli introiti sul tesseramento 
aggiungendovi quelle  contri- 
buzioni che i varii èsercizii 
eventualmente richiedessero. 

A queste forme di finan- 
ziamento faranno corona le 
oblazioni volontarie di Enti e 
di Privati, gli eventuali lasciti 


Euercilazioni di marinaretli 





e le manifestazioni benefiche organizzate ad hoc in 
tutte le provincie. 

Si tratta in complesso di una creazione di orga- 
nismo perfettamente vitale concepito e guidato con 
quella serietà di propositi e di metodi che da anni 
contraddistingue, stimmata di preziosa nobiltà, ogni 
iniziativa dell'Opera Balilla. 

Con opportuna esclusione che risponde ad un ele: 
vato concetto morale, pure estendendo così ampiamente 
i limiti entro i quali donerà il 
suo beneficio, la Cassa ha de- 
ciso di non corrispondere al- 
cunbà somma in caso di suici- 
dio e di tentato suicidio. 

Confrontate con le dispo. 
sizioni similari di altre orga- 
nizzazioni, le concessioni sono 
invece assai ampie ed in ogni 
caso sufficienti a confortare 
notevolmente coloro che al- 
l'alba della vita hanno l'im- 
mensa sciagura di ritrovarsi, 
per fatale incidente, minorati. 

Non passerà molto tempo 
che dalle famiglie degli infor- 
tunati, che per dolorosa forza 
di cose non mancan certo nella 
ampia nostra famiglia, salirà 
un nuovo coro di Doisdizion 
verso l'Opera Balilla è verso 
il venerato nome del Fratello 
del Duce che ha lasciato nel 
ricordo della sua bontà il pro- 
prio monumento più duraturo. 

LUIGI GRASSINI 


dell'Opera Nazionale Balilla, 


i imponente manifestazio 


GLI ALPINI 


A sinistra: domo | 
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fa bi 20 Piazza del Mar 


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NAPOLI 


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Li 


IL DOPOLAVORO MILANESE A ZARA 


In pochi anni di attività intensa e feconda, l'Opera 
Nazionale Dopolavoro è giunta senz'altro a superare 
le più ottimistiche e lusinghiere previsioni. Teatri, 
campi sportivi, autocorriere, ferrovie, piroscafi, tran- 
satlantici sono frequentemente a disposizione di filo. 
drammatiche, di società ginnastiche, di numerosissime 
gite e crociere dopolavaristiche. 

Fermiamoci a considerare solo il fatto dello spo- 
stamento rapido e ordinato di ingenti masse operaie 
e impiegatizio. La grandissima maggioranza di queste 
persone, nell'anteguerra, non si allontanava dal luogo 
d'origine. Le classi meno abbienti non avevano che 
due occasioni per viaggiare e conoscer un po'di mondo: 
il servizio militare Pai emigrazione. L'Opera MNazio- 
nale Dopolavoro ha creato varie possibilità di muo- 
versi a tali ceti necessariamente sedentari. Le gite 
dopolavoristiche si moltiplicano ogni anno, aumentano 
il loro raggio c si dirigono molto opportunamente non 
solo là dove è il richiamo del piacere immediato, ma 
dove altresi è il ricordo storico è l'elemento artistico 
o, più forte ancora, unn ragione patriottica d'inte- 
resse presente, 

Facciamo un esempio. Il parlare alle classi lavo- 
ratrici dell'italianità della Dalmazia, il dimostrar loro 
per argomento e per immagine l'entità del problema 
sdalmatico potrebbe isterilirsi in una vacua forma men- 
tale. Ma se le cognizioni astratte vengono integrate 
ila una visita ui luoghi, dre prendono corpo è wilta 
rapidamente, per intuizione, completando il sentimento 
e la fantasia ogni lacuna di pensiero. 


La mattina del 33 aprile scorso, millecinquecento 
dopolavoristi milanesi smontavano da due treni a Ve- 
nezia. Non avevano che queste indicazioni: trovarsi 
al tale ristorante per la colazione; alle diciotto, tro» 
varsi al Molo delle Zattere per l'imbarco sul Martha 
Wasbingian, diretto a Zara. 

I buoni ambrosiani, gente di terraferma, non ces 
dettero nulle lusinghe cei gondolieri, né «allero atten- 
dere il “vaporeto”: presero per calli e "campieli", 


scavalcarono ponti e ponticelli, empiendo di brusio 
nmmirativo le viurze che ll euidavano di meraviglia 
in meraviglia a quel gran “oh!” finale che fa restar 
senza fata, gli atcchi in cielo e il cuore in tumulto, 
come se l'anima si disperdesse con mille ali a traguardo 
degli ori del San Marco e delle cimase delle Brsci 
ratie, contro l'austera classicità del Palazzo Reale, 
abbagliata nella vasta iridescenza del Palazzo dei 
Dogi, tratta a spirale verso la guglia e l'angelo do- 
rato del Campanile. 

Ora si dividono le comitive: chi a Torcello e a Bu- 
rano per i pizzi; chi a Murano per la magia dei vetri 
soffiati, chi a San Francesco del Deserto per rievo- 
care una pagina del “Fuoco” di D'Annunzio o per 
ricanticchiare a fior di labbra: 


"fini da pace delle sirene 
chera falla fa giornata: 
solitudine benta 

per chi vive e per chi minore”. 

Alcuni non sanno staccarsi dal cofano dorato del 
San Marco; le pareti e le colonne inclinano al dubbio 
della verticale, è le volte e le cupole par che risen- 
tano il beccheggio dal pavimento ondeggiante. 

Uscendo, rasentano e toccano amorosamente i hei 
marmi trascolorati. I più silenziosi e meditativi imboc= 
cano la Porta della Carta, salgono lo Scalone dei 
Giganti. 

Eccoli nella Sala del Maggior Consiglio, davanti 
al gran quadro di Domenico Tiepolo: l'assedio di Zara 

Fissi: si solfermano poi al quadro del Vicentino: 
l'assalto di Zara; e nella Sala dello Serutinio, s'in- 
teressano alla vasta tela di Jacopo Tintoretto: l'as- 
sedio di Zara del 13546. Zara, nelle sue alterne vicende, 
dal Medioevo alla fine del 1700, gravita su Venezia, 
come in antico gravità su Roma. 


Salpando dal Molo delle Zattere, Venezia imma- 
linconiva dolcemente nel tramonto. Due musiche suo- 
novano n festa; ma tutte le anime erano assorte nel 





di saluto del Console Brusa al Segretario Feoerale di Faeci dilmali, Dacaali dl monumento ai Cadali, 


— — — — — —— —x —= 


————-Ò-+|Ò4, I/#R ©6@===————— - tl 





23 


ll salito delta folla è delle antorità di Pola ai crocieriati, 


silenzio lagunare; gli occhi scorrevano da un angelo 
all'altro, di vetta in vetta ai campanili che si riman- 
davano il saluto dell'Ave, sempre più fioco. Noi era- 
vaio già lontani, chè la nave filava a lutto vapore; 
la vista si sforzava nel crepuscolo: i fastigi di Venezia, 
le luci di Venezia, il bagliore sopra Venezia... 

Che cos'è questo entusiasmo, questo amore per la 
città dogale e fin per il suo nome e per il suo ricordo? 

{La storia si fa col sangue, si mescola al sangue, 
tramanda di sangue in sangue i suoi fascini, i suoi 
richiami, i suoi imperativi categorici. Ia nsiero 
incombente è la voce del sangue che dice “Patria!” 
che dice "Italia!" che dice “Dio!", mentre le prime 
stelle ci tremolan sul ciglio). 

A bordo, la solita vita da grande albergo; i turni 
regolari dei pasti abbondanti, le danze sulla tolda € 
nelle sale; poi, chi va a letto, chi va a dare un'oc- 
chiatina alla luna... 

Sulla punta dell'alba, le verande, i ponti son gre- 
miti. Tutti frugan le brume ad oriente, e domandano 
per... vedere, e si additano quel che non iscorgono. 
Avvistata la sponda, il desiderio la tocca e par la 
rischiari col nome: " Dalmazia!" 

Quando entriamo nel Canale di Zara, l'impazienza 
dell'arrivo si fa contagiosa, pervade scalette e cor- 
ridoi, bussa ai camerini e alle camerate: “ Sacglia? 
(be sb" 

Aspetta aspetta ancora, finalmente, come se la tanto 
invocata si spicensse dalla sponda per venire a rin- 
contrarci, “Eccola! eccola!" gridano mille voci; e le 
musiche squillano in note più chiare dell'aurora. Il 
comandante della nave, cap. Iviani, con manowra si- 
cura, mai prima d'ora tentata da un transatlantico, 

oppia il molo, imbocca nel piccolo poro di Zara e 
nttracca alla banchina. 

Debbo rievocare le accoglienze fraterne della cit- 
tadinanza zaratina? Furono entusiastiche, commoventi: 


mon Aggiungo altro, ché guasterebbe. Dopolavoristi e 
cittadini, autorità e rappresentanze mossero tosto in 
corteo, recando una corona d'alloro al monumento dei 
Caduti, Qui il console Erminio Brusa, segretario fe- 
derale di Milano, e il comm. Marincovich, segretario 
federale dei Fasci Dalmati, si scambiarono parole di 
saluto e di fede. Le fronti scoperte, le destre alzate 
nel saluto romano davano alla cerimonia l'austerità 
di un rito. 

Dopo ciò, i crocieristi visitarono.... ma no, presero 
d'assalto le bellezze di Zara: il Duomo, Santa Ma. 
ria delle Benedettine, San Simeone, San Francesco, 
San Donato, San Michele, ll Palazzo del Capitan 
Grande... 

Il comm. Rino Parenti, segretario del Dopolavoro 
Milanese, si era proposto di far conoscere altresi le 
industrie zaratine ai gitanti, e li accompagnò alla Ma- 
nifattura Tabacchi e alla distilleria Luxardo. 

La sera, pranzo sul Martba Fasbingien, al quale 
intervennero 5, E, il prefetto Vaccari c la sua gen- 
tile signora, il segretario Marincovich e il podestà 
comm. Salghetti. 

Nella notte, lasciammo Zara. 

In mattinata, il transatlantico stupiva il breve 
specchio quasi lagunare di Lussin Piccolo, e destava 
a ululati Îa cittadina che offre tutti i suoi figli alla 
Marina Mercantile Adriatica è alla R. Marina. 

Da Lussin Piccolo, puntammo su Pola, dove 
fummo ricevuti dalle autorità e dal popolo festan- 
te. Prima che all'Anfiteatro Romano, che al Tempio 
di Augusto, che alla Portia Aurea, movemmo in 
corteo a deporre una corona sulla tomba di Naza- 
rio Sauro. 

Al tramonto, navigavamo per la laguna. Venezia, 
nei languori vespertini, era più bella che nel nostro 
sogno: noi avevamo navigato nel suo golfo e non ave- 


vamo veduto che lei. 
DANTE DINI 





Le solenni celebrazioni farcite all'estero. Sopra: La £eca fascista allo Madio Municipale di Alencandiia d'Egillo, 
Sotto: Piero Parini parla alle nove reclute, dinanzi ad una falla di ventimila connazionali. 





———— ‘ce e e e eee mme FS A——T- > È» —— —z;H « «I;70CG;>è*5XW))_-"@Ò@AOP- "— ——e—-scs= sz 


25 





Fila è «pori è Tripoli. Corse militari all'ippocromo della Bosetta. Sopra: SE. i Governatore consegna al vincitore, 
Tenente d'Incilio, da "Coppa Badaglio”, Sotto: fl pubblico nel périge. Fato U. Pineschi. 





Una ceduta di San Franebrce verso la balia. 


ITALIANI IN 


Le pagine che non saranno mai scritte sono quelle 
che potrebbero narrare le vicende dei nostri pionieri 
californiani, elencare il loro nome o descrivere i loro 
sentimenti. 

Non si lascia la terra madre senza che un assillo 
d'avventura non punga il cuore; e questo assillo ha 
luce, forme ed impeto diverso, per ciascuno che abbia 
corso l'avventura. E" spasimo, ansia, sgomento, sete 
di prove, terrore di vecchia vita, anche se fatta di 
poc i anni; è bisogno di nuova aria, nuovo sole, nuova 
terra, come di nuova atmosfera: è volontà di cimento 

iù forte del cimento che incalza la vita d'ogni giorno, 

Inutile sfogliare le carte per trovare nomi e storie; 
nessuno scriverà mai quelle storie che i cuori porta- 
rono segrete (appena appena gli sguardi avrebbero 
potuto sciar travedere l'interna luce) nessuno saprà 
mai il nome di tutti quelli che caddero, di quelli che, 
caduti, si rialzarono con forze rinnovate ed indomite; 
di quelli che toccarono la meta e, sereni, poterono 
considerare la loro vittoria. 

Chi giunge in terra di California e si trova sor- 
preso in un cerchio di woci amiche nel ritmo della 
voce d'Italia; chi sente presente d'improvviso la gran- 
de lontana, fervida di opere e luminosa di speranze, 
nella lotta che non dà quartiere, coglie invisibile è 
potente il senso del iallardao travaglio durato, co- 
me l'ansito di un assalto appena appena composto, 
come l'irrompere di una torza che dilaga pacata 
nell'ordine, vigile a riprendersi e a tutelarm da- 
vanti all'avido ed invido nemico. Ma quali spiriti for- 
mino questa rande anima diffusa, che £ come lievito 
di popolo e di lavoro, ma quali silenziose, tacite e 
tragiche imprese raduni in a stessa, questo nessuno 
saprà mai, perché chi operò tacque, ed ha su di lui 


CALIFORNIA 


ormai l'ombra dei sonni senza risveglio, o il tripudio 
obliaso dei vincitori. 

Meglio allora guardare le opere che segnano il 
cammino paziente e possente dela nostro verso 
le terre sfuggite agli altri come troppo ardue, come 
paurose, come incapaci a remunerare lo sforzo donato, 
come ingrate verso chi confida in loro: meglio r- 
dare, (e la visione sveglia un profondo senso di or- 
goglio) meglio guardare al fervore delle opere, iniziative 
talora umili, talora superbe è superbe anche nella 
loro umiltà, quando spieghino tutta una volontà ed 
una fede di lavoro che nessuno avrebbe potuto sup- 
porre oltre la inimicizia delle cose che negano, delle 
cose che si sottraggono, delle cose che si rivoltano, 
delle cose che abbattono a morte. 

Moi cittadini di paesi dove le classiche visioni 
hanno come attutito il nostro potere visivo per le vi- 
sioni quotidiane, noi che sentiamo precise nelle le» 
rose rovine le gesta degli eroi mitici che n mitici mo» 
stri diedero assalto, tra l'urto dei cavalli e il lam- 
peggiare delle lancie, noi siamo disorientati quando 
olbia valutare lo sforzo dell'uomo contro. nas 
tura e dell'uomo contro i suoi simili nella lotta per 
la conquista del diritto giornaliero a vivere, è nella 
trasformazione del volere 1 merzi che assicurino l'e- 
sistenza per sé e per i propri figliuoli. 

Eppure essere pioniere è appunto questa forza di 
fronte a tante ignote forze, ed essere questa volontà 
di fronte a tante avverse volontà, che contendono il 
primo e più semplice diritto. 


Meglio, dunque, guardare alle opere e lasciar sor- 
gere da queste la narrazione di ciò che venne tentato 
e provato e superato, per poi compiacersi con chi 









LI LI 
fa er ATC ag ei UE 
fat fr ROOT {e ATRRALIII 
nico pratò ta Cai Aa frà 

I 







27 


BINTORMI DI 


Carta schemalica Sella California mostranie | principali raggrappantenti Gegli Aialiani. 


seppe tentare e resistere e superare e riaffermare in 
terre lontane la fede d'Italia e la tenacia dei suoi figli 
quando fiocco e appena percettibile giungeva il grido 
animatore della patria e, talora, interamente soffocato 
dalla lontananza e dall'indifferenza dei governanti. 

Basta, per accertarsi di questo, visitare le nume- 
rose “fare” o aziende agricole che gli italiani con- 
ducono da un capo all'altro della California; terri- 
torio dove sembra che le razze dei diversi paesi del 
mondo si siano adunate per misurarsi in gara di re- 
sistenza, di forza, di capacità: basta traverzare le 
lussureggianti vallate di S. Clara, di Sacramento, di 
San Joaquin, o le Contee di Contra Costa, Marin, 
Fresno, Madera per constatare quanto abbia po- 
tuto e possano le bracci italiane ed una tradizione 
di lavoro unica tra gli uomini nel mondo come unica 
é la sua storia. 


Allora come per miracolo, ciò che è essenza della 
terra nostra pare riesprimersi nell'aria, nella luce, 
nella feracità del suolo californiano: allora le stesse 
armonie di opere, che fan liete le terre nostre in riva 
al Mediterraneo, o ai piedi delle Alpi, sembrano ri- 
petersi, per prodigio, lungo le spiagge del Facifico è 
quasi richiamare gli stessi canti a persuadere le stesse 
vicende, speranze e fatiche alterne, che nella terra 
madre da secoli si sono alternate. 


Ma da quali opere cominciare l'elenco? Davanti 
allo sforzo di uomini che han tutto dato di st all'o- 

ra e portan nelle linee del volto il segno della vo- 
bontà che si è eretta indomita davanti agli ostacoli, 
quale definire più alto, quale ricordare primo? 

Nelle terre lontane, ognuno di essi era combat- 
tente, pur senza 1 segni esteriori della milizia a cui 


da 





Le grandi foreste sulle montagne di Santa Crus. 


apparteneva, se pur non era segno l'impronta del sa- 
crificio intero di sé alla meta che ognuno si era po- 
sto, Chi nella battaglia più vale, se tutti concorrono 
a resistere è a vincere? 

Guardiamo quindi le opere dei nostri pionieri nella 
terra di California, prima come organizzatrici della 
ricchezza che via via dalle più modeste sorgenti si 





andava incanalando per divenir vena vitale: guar- 
diamo poi alle altre opere dove lo spirito d'Italia si 
rivela sotto gli aspetti della tradizione e rinnova at- 
traverso lo spazio della nuova fiorente zona del mondo 
ciò che gli avi compirono nei secoli lontani. 

Ecco quindi in prima linea le Banche che ripetono 
il nome d'Italia, Una banca è il segno moderno della 
conquista; essa dice la capa- 
cità di un popolo a rispone 
dere delle intraprese iniziate 
e del valore di queste, della 
volontà di continuarle e della 
capacità di difenderle. 

Ecco la “ Bank of Italy", 
fusasi or non è molto con la 
“Banca of America", fondata 
da Amedeo Giannini che, in 
meno di un quarto di secolo, 
la portò al sesto o al settimo 
posto fra le trentamila banche 
degli Stati Uniti. Fondata nel 
1904 la “Banca of Italy" as- 
sorbi gradualmente la altre 
tre banche italiane che esi- 
stevano a S. Francisco, mon- 
ché una decina di banche ame- 
ricane sparse nelle principali 
città della California. Quelle 


be ascose cime 


del Monte Sbasta, 





La vetta di Molf Dome nella vallata dell'Yosemile. 


tre banche italiane, Banca Colombo, Banca Italo- meraviglioso sviluppo californiano. Gli italiani emi- 
Americana, Banca Popolare fanno rievocare i nomi grati accentuano i loro caratteri è, per così dire, si 
dei loro fondatori e principali esponenti: |. F. Fugazi, ritrovano meglio proprio nelle industrie che st rap- 
A. Sbarbaro, L. Scatena, F. N. Belgrano. portano alla casa, alla produzione degli alimenti, è 
Strettamente connessa con la storia della ‘ Bank sopratutto al lavoro della terra. 
of “Italy” è la “Transamerica Corporation”. Sembra in questo che uno spirito georgico li 
Le vicende della grande crisi, che ha colpito guidi è, via via, li secondi rendendo ferace il suola 
profondamente anche il Nord 
America, hanno scosso il po- 
bente organismo californiano: 
ma sembra che il ritorno di 
Giannini al posto di comando 
ne stia risollevando in pieno 
le sorti, tra la grande aspet- 
tativa degli italiani che fidano 
in questo rude condottiero, 
oriundo ligure. Dopo le ban- 
che vengono le grandi aziende 
agricole, industriali e commer- 
ciali che si trovano in ogni 
parte della California e € 
forniscono splendidi esempi 
dell'intraprendenza e della 
capacità pratica dei nostri 
connazionali, suscitando l'am- 
mirazione e la stima degli ame- 
ricani, che in essi han trovato 
i più efficaci cooperatori al 


dl Monte Tamalpais 
vito da Mi Falley. 








L'affollatissima spiaggia di Los Angeleo, 


dove prima eta arido o addirittura micidiale. Nella 
preparazione delle dimore umane — ideazione, co» 
struzione, ornamentazione — nel raccogliere, prepa- 
rare conservare gli alimenti, nel dissodare il terreno, 
nell'irrigarlo, nel recarvi sementi è trarne frutti, in 
queste attività gli italiani eccellono e si son fatti va- 
lere tra i pionieri e gli emigrati degli altri popoli. 
Sembra che essi siano indispensabili al primo avvia- 
mento alla vita di una contrada nuova, e che ad essi 
sia commesso il compito di muovere primi sulle vie 
non ancora percorse. 

Così nella lontana terra si ripetono le linee della 
patria lontana, come sì ripetono i buoni odori familiari 
che confortano dopo il lavoro, e i familiari aspetti 
che fanno men duro l'esilio e attutiscono la nostalgia, 


Sarebbe superfluo accennare agli italiani impren» 
ditori di Alberghi o di Teatri, quantunque abbiano 
il merito di aver trasportato sulle coste del Facifico 
il senso dell'ospitalità italiana fatto di cordialità e di 
generosa simpatia. Sarebbe troppo lungo & forse non 
interesserebbe i lettori per la minuzia dei particolari 
e il riferimento ‘ad eventi troppo lontani. 

Però bisogna ricordare l'importante mercato dei 
giardinieri di Stokton, ove emergono figure forti e 
perseveranti di uomini che restano tuttora saldamente 
legati all'Italia. La vita dei giardinieri di Stokton, 
tutti liguri schietti, è delle più significative e piena di 
ammaestramenti sullo spirito dei nostri emigrati. 

E si può anche ricordare che gran parte del 
carbone consumato in California deriva da fatiche 
italiane — proviene da Santa Rosa — ed è mono- 


pollo di compatrioti, uali, visto il bisogno, hanno 
saputo organizzare, ra e provvedere anche in 
questo camp 

Ma dove il segno d'Italia si dovrebbe dire ‘“sen- 
sibile", di una sensibilità ridente e festosa, é nella 
varietà dei suoi prodotti alimentari che portano nelle 
famiglie gusti, e tradizioni di gusti nostrani. 

Si direbbe che la fede nel riconoscimento della 
nostra superiorità in questo campo abbia sostenuto i 
nostri connazionali nell'organizzare un'attività che 
richiede, nello stesso tempo, prontezza e diligenza, 
intuizione del momento, conoscenza delle esigenze più 
personali e di quelle dei mercati. 

L'industria alimentare, vincolata ai capricci della 
produzione, vuole una vigilanza che sfibra e un 
coraggio capace di contrapporsi a tutte le vicende 
contrastanti con la pazienza e l'inventiva. Le im- 
prese di iniziativa italiana in California, ci rivelano 
che queste doti non sono eccezionali tra 1 nostri 
emigrati; lo sviluppo che esse hanno preso in. que- 
st'ultimo quarto di secolo, specie dopo il " Volstead 
Act", lo riconfermanò. 


E sempre, quasi per un comandamento di Dio 
che divide il suo genio tra le genti, l'Italia riappare 
nella sua potenza perenne e nella sua forza plasma. 
trice di womini, là dove la fatica rude del braccio 
italiano ha costretto la terra straniera a prendere il 
suo volto, 

E così, nel “ranch" californiano troviamo gli 
aspetti del nostro podere; i mostri agricoltori hanno 
fatto questo miracolo in cui si direbbe che alla tec» 


MI 





Una ceduta panoramica della cilla di Santa Îarbora. 


nica ed alla volontà si sposi il sentimento. Non baste- 
rebbe rammentare I"*Imperial Ranch" di Fresno!? 

Il'‘’ranch* è il luogo del tirocinio e dell'inizia» 
zione della maggior parte dei nostri emigrati. Se 
dovessimo fare dei nomi, dovremmo elencarne a cen- 
tinaia e correremmo rischio di ometterne chi sà quanti. 

E d'altra parte non si può fare un elenco di 
nomi i quali, pur rievocando le diverse regioni d'Ita- 
lia, poco ci direbbero degli sforzi e dei tentativi com- 
piuti per raggiungere la vittoria finale. 

Ma non suona ai nostri orecchi con timbro di 


sorpresa e di commozione il nome di Asti-California? 


Che vollero altro i promotori dell'" Italian Swiss 


Colony", moltiplicando i vigneti sulle colline che si 
distendono placide sotto il cielo della lontana terra 
americana, se non riprodurre per sé un lembo del 
forte, operoso Piemonte? 

«a Lungo il mare, reti italiane si stendono su di 
un molo di pescatori italiani, a S. Francisco. Mel 
cielo rombano motori che italiani congegnano ed ani- 
mano, e voci e suoni e forme d'Italia ci ridicono la 
vitalità indomita della gente nostra. Sono motivi di 
orgoglio e sono anche motivi di transizione. La tran- 
sizione è insensibile, ma determina conseguenze da non 
trascurarsi, se gli Italiani di qui dell'Atlantico hanno 


senso del loro avvenire. 1 
FRANCO CIARLANTINI 


Li: 


CE «FRATELLI KUFE” 
DI LEONIDA RÉPACI 


Répaci, cocciuto, cosciente. gagliardo e preparato, 
affronta la minaccia di un vecchio interrogativo: Può 
un romanziere scrivere la storia del proprio tempo? 

Girando la posizione, e con il conforto delle teorie 
e delle intenzioni stesse che l'autore pone in capo al 
suo nuovo volume, è facile rispondere: — Forse non 
può. Ma deve in ogni modo con l'opera sua recare 
un contributo definitivo a coloro che domani scrive» 
ranno la storia del nostro tempo. 

Prima di accingersi a scrivere fitto ed a parlarci 
meno direttamente, mà non meno appassionatamente, 
di sò stesso e della sua aspra e sfolgorante Calabria, 
Leonida Répaci dichiara: i 

"Il mio tentativo è importante e torna a mio onore. 
Non è facile impresa quella di puntare l'obbiettivo 
suuna famiglia italiana numerosa e fattiva della media 
borghesia provinciale e condurla, per vAriar di casi 
e di personaggi, attraverso le esperienze sociali, pil» 
rituali, psicologiche di questi primi trent'anni del no- 
wecento ad esprimere il travaglio del tempo. Assunto 
anzi spinoso né tentato, ch'io mi sappia, col dovuto 
impegno da alcuno. 

“Che io riesca o no a mettere a fuoco tanta ric- 
chezza di vita e di idee cadute sotto i miei occhi, è 
un altro affare. Non si tratta più di volontà ma dii 
potenza. Tuttavia L'uflime € irearo che in questo senso 
fu il mio primo saggio, © La carne inquieta che segue, 
mi dimostrano dai consensi onde pubblico e critica li 
salutarono che io posso fare il romanzo di masse, il 
romanzo di una gente, il romanzo che senza essere 
strettamente storico si muova con larghezza nella 
storia, più pensoso di renderne lo spirito che la let- 
tera. Il romanzo, infine, della società italiana che pre- 
cede la guerra europea e la segue. .", 


Romanzo di una gente, costruito senza economia 
di masse accoppiate e sovrapposte, è questo di Répaci 
che vuol figurare nel proprio tempo, e che vuol rap- 
presentare il proprio tempo, più con la solidità grave 
e incorruttibile di un valore reale che con i labili ri- 
cami di una passeggera moda ornamentale. Molto si- 
mile a quei ruvidi dolmenni, che non si sa bene se 
fossero tombe, templi ol arenghi dell'età preistorica. 
e che resistono al gelo ed al solleone sulle pianure 
desertiche parlandoci di uno sforzo umano che s'è 
impietrato superbamente è che non può scomparire, 

A questo suo tipo d'arte, ch'io reputo ormai de- 
finitivo, Répaci si accosta con altre due opere delle 
quali fa cenno nella prefazione ai Fratelli Rupe: Ul» 
timo Cireneo e Carne inquieta, 

Il Cineneo destò curiosità vivissima, e sorpresa, e 
: consensi del coraggioso debutto. Ma i bagliori del. 
l'orizzonte entrano a pena e fugacemente, per qualche 
squarcio più descrittivo che sostanziale, dunque più 
soluto che essenziale, dentro la chiusa vicenda del 
dramma psicologico veduto e patito attraverso una 
palese simpatia per certa letteratura russa. 


La Came è ancora Calabria: non è Italia. Un 
cuore batte, una passione urla, una demenza varca i 
confini del luogo per assurgere a simbolo. Ma sei 
riverberi del rogo, che brucia alto nelle ultime pagine, 
riescono a schiarare paesaggi lontani ed a creare 
sconfinate fughe d'ombre piene di mistero, la cenere 
ricade sui tizzi: e il segno della fiamma spenta sarà 
un breve tratto di terra bruciata; di quella terra che 
tiene ancorà imprigionatà il rolo e dewoto l'estro del 
suo poeta. 

Con i Mure invece il volo è già pieno, e l'estro è 
libero. Un fervore italico gonfia le pagine come vele 
spiegate: « il vento giunge finalmente da quelle sco- 
gliere battute da “un mare facinoroso, che ha sempre il 
coltello fra i denti, che non prende posa mai” e che 
è pieno di una fastosa storia mediterranea. 

Leonida Répaci fu un inquieto sempre. Sbucò an- 
sante dai fumi della guerra cercando dovunque la 
verità, tentando, perdendo, ritentanda è vincendo altre 
battaglie. Senti ancor oggi, nella sua prosa e nello 
spirito del suo tentativo coraggioso, il tribuno: il tri» 
buno asceta è guerriero, il martellatore di parole "oa 
nanti, perchè col sonito rimanga ribadita fra gli ocechi 
di chi ascolta un'idea. 

Nasce uno stile curioso: che talvolta è rauco, che 
talvolta è squillante, che ha un'andatura polemica 
sempre anche quando s'attarda in compiacenze de- 
scrittive. Ma niente è vacuo. L'esemplificazione di ogni 
asserto non si accontenta della parabola evangelica, 
attraverso la quale passano soltanto fantasmi umani. 

Répaci presenta persone vive, fatti che tendono 
con lo sforzo di ogni particolare a parer veri. E 
chiude le briglie del racconto, che scalpita e vorrebbe 
scappare da ogni lato, nel pugno fermo che è minaccia 
e che è guida, servendosi di una maestria che sa su- 
perare tutti gli ostacoli, costeggiare vittoriosamente 
batti i pericoli enon perdere mai di vista le precisa mita. 

“Assunto spinoso” dice l'autore: è la sua afferma- 
zione si riferisce anche alla tecnica. 

Il libro è densa, è vorticoso, è colmo. Abituati 
alla piccola misura lineare dei romanzetti smilzi e clo- 
rotici che oggi usano per la gioia di chi sa leggere 
soltanto quando viaggia, di fronte a questo labirinto 
nel quale è possibile sempre trovare una strada e in- 
contrare un folla che pur ci costringe a deviare; di 
fronte a questa ricchezza di figure vive, che non si 
urtano e non si eliminano, ma anzi si valorizzano a 
vicenda; di fronte a questa immensità corale che 
non è confusa, ed a questa mole di fatti, di passioni, 
di indoli contrastanti che non è greve mai, rimaniamo 
sbalorditi. 

F' nato un costruttore di romanzi in Italia: e il 
suo cantiere è ricco, e la sua fatica è ardimentosa, 
lieta e promettente. 

Qualche scoria dovrà essere buttata perchè | nuovi 
edifici risultino più armoniosi e compatti. Leonida 
Répaci lo sa; e la butterà, anche se gli sembrerà pre- 








Ieomicda Repaci, Fai 


ziosa, come è sembrato prezioso a noi questo pezzo 
di bravura incastonato, con altri, nel libro, e che tra- 
scriviamo perchè siamo convinti che è bene divellerlo 
e che è bene conservarlo: 

“Che magro carnevavale si prepara a Samura! 
Ogni salone di barbiere ha esposto le maschere sul 
davanti delle botteghe, ma il vento le frusta ci pio- 
vaschi le immollano. Si dondolano quei poveri mostri 
sull'altalena invisibile; sdiavolano, buttano occhiate 
frizzanti e cordiali a destra e a manca. Ma la gente 
neppure li degna di uno sguardo. Tutti camminano 
guardandosi la punta dei piedi come se raventassero 
gole cupe di abisso, non parlano, non sorridono nep- 


Masa alal a Porta, 


pure ni buoni ricordi. Qualche bambino si ferma da- 
vanti alle botteghe, ed allora le maschere attizzano 
le loro smorfie, le loro risate. Ma quello non ha nep- 
pure un tornese in tasca per comprare un nasone da 
ubriaco, o due musiacchi da maresciallo... Quando 
egli se nè va, le maschere si senton morire dalla pas- 
sione, lo supplicherebbero ddli restare se non parlas- 
sero un lingua remota e svanita, gli volerebbero sulla 
faccia, gli si appiccicherebbero gratis per sentire al- 
meno il iepore di un viso entusiasta. Un filo le trat- 
tiene alla loro gelida parata. Ridono allora tra le 
lacrime, questi diavolacci, approfittando degli scrosci 
del piovasco..". GINO ROCCA 


CA 
"Glamo tutti permeati di femmi» 
ez nilità — scrive Salvator Gotta mella 
prefazione al suo nuova wolume. 
IL GIOCO di gioco dei colori (Gaia editrice Bal- 


dini e Castoldi « Milamoh, > Abe 


DEI COLORI biamo tutti obbedito a una legge 
n l'amore divina in tanti capitoli. Lite 
parata là leggo fan an Fonda, abbiamo 

Pn creduto di saperla a memoria, ma 
“n tornamilo a compitarla da capo. ci è 
icmbrata impre nuda © slimeraa, 

migin tante © tanto volte. Ricordare Î'ar 


more nelle sue varie fasi lungho o 

lirevi, d'aiiimi o d'anni, è tessere la 

siuria della soglra clk; è, A quae 

rani'anni, la Bi puo più tentare"... 
Ecco dunque ansunzisie le intenzioni del nuovo interessante 
libro, composto di ire racconti nei quali campeggiano ire bgure 
di denne; tre danne, tre calari diversi: asrurro, rosso e grigio; 
che messi insieme e armonizzati. formano un quadro, Un'ari: 
siceraiica, Maria; una borghese, Assunta; una p polana, la 
dini: © l'A ci narra che apprese queste vicende dagli uomini 
che quelle donne ei: grati Sans, il giormalisia Gar 
digiani e il dottor Corio, ire amici ed ospiti di Claudio Vela 
à Vill'Avedista. Qade il romanzo ai riallaccia direitamenite al 
caelo dai "Vela"; cho i personaggi wivonò nel campo semsibile 
di Claudio; e il trittico delle loro ciperienze. nel qualo echege 
giano forti riflessi di guerra, è quasto mai ricco di varietà, 
denso di quel vigor narraiivo nel quale il Goiia è maesiro. 


Maddalena Santoro ci ollre cor 
L'inntile gloria (Cana editrice Dem- 
Ta è porad = Firenze) un nuova romanza, 
x sa ieaadito» nel quale le sue singolari qualità di 

loria: seritirice all'roniano una prora anche 
e: % più ardua cho nei precedenti. 
merpuao La vicenda affiora la tragedia: 
la maleria romaalica Locca ui Lema 
ci «he potreblee chien apro io non 
fame traltato con parsimoniosa de 
licatezza espressiva, 


Cadiliitatr dr 


PO 


Cima Vediamo un bimbo di tre anni, 
ei Bree che narà poi il protagonista, Giorgio 
Ag Beltrami, invocare tra le braccia 
b della nonna, la mamma lontana. La 


sua mamma © faggita a Parigi con 
un amante, abbandonano il focolare, Pontita, lanciato l'amanie. 
ma incapace di tornare ormai alla famiglia, ella è discesa 
sempre più in basso. Giorgio, intanto s'è fatto uomo, E di 
ventala pittore il ha anta un gran premio con dn quadra 
dal sitolo “La donna di strada”. Ma. senza saperlo. agli ha 
riiratto in quel quadro sua madre. che ha incontrato, sfaîta 
dai vizi, ia un lobaria di Marsiglia. 
Tragiei can cho provocano conteguenze funeste. Ma un 
bel sentimento di umana pietà attenua l'arpresza della vicenda 
e dà al romanzo un elevato valore poetica, 


E pariiama di aluggila al izalro, con un libro che racco 
glio ire commedie di un compianto drammaturgo. 

Ligo Falena, prima di morire, volle riunire in questo volume, 
pubblicato dalle Edizioni Contempo: 
rana (Milano), i suoi «ue primi Jas 
— sari, dl passito © di signor Principe, 
CETTE © l'ultimo. dal titolo L'aniliata. 

Fra quelli e questo cone uno spa: 
rho «li circa vent'anni. IMiverWità di 
stile, di intenzioni e di tecnica sono 
eridenti. Ma appunto per questo. 
l'interesse del raffronto è naggiore. 

Sé il Falcùà «alle ritoccare le 
duc commedie più vecchie; co le 
presentò anzi nella loro vesie ge- 
multa, sicché specialmente SP signor 
Prinziar al rilegge con curiosa, 
per gli audaci spunti satirici «li 
Una socizià sorpassata, 


L'ESILIATA 
hi Fia. it goa 





DEL MESE 


Amici allo «piede, intitola An- 
tonio Baldini i suoi sedici profili 
dli scrittori, letierati ed apliati rac 
colti oggi in volume dall'iditere 
Wallecchi di Firenze. 

E il citolo è faceto, come “il 
tomo è apraso e volentieri da burla", 
alichiara la àleiia aulore im ‘Unà 
“nota”. nella quale avverte che si 
deve badare alle daie di quegli 
ascritti: dale che vanno dal 1gaz al 
vibo, © cho in maggroranra si ag- 
pirano dira il igro e il igsi Da 
allora ad oggi, scrive TA. il mon Hil 
ilo ha favo della atrada, qualche 4 
giudizio andrebbe corretto, qualche 
lato appurato, molte delle persone ricordale sono in questi 
nanni uscite dalla acena del mondo”. E awvwerto che "sarebbe 
oecorao in molti punti mutare il tono, ma gli scritti avrebbero 
perso il loro caratiere, che è sempre d'occasione’. 

(nuni, Apgiumgiamo moi, se avesse mulalo il inno! Baldini 
von anrebbe più Baldini. E coil come ino, franche è spre- 
piudicate, calde di un impressionismo sostanziosa, è una der 
lizia leggere queste pagine. ln genere # ua suoro libro 6 una 
nuova opera che da il preicsto alla semitto, ma quasi sempre 
il critica ACCOMPagna la Éinà analista com un riiraito del» 
l'autore. Leggete quelli di Beltramelli o di Spadini, per accor 
persi di ipuania umanità sia in questo scrallore: ma leggetoli ITTICA 
da Bolfici l1 Papini, da Cisiniai a Panzini: piccoli capolavori. 


ASI BASE 


4 Mic ALLO sPIEDI 





FORD ARTI ASIA 


Anche il nicalo Eni cd pube 


stelle {Franco Campitelli, editore iL 

* Roma-Foligno). sembra burlesco. 

Ma questo nuovo libro di Pia Ki- EVa ED IL 
mini è tutt'altro che intonato al PARACADUTE 


l'ironia; e, al contrario, profonda: 
menie solferio « penosa, 

lare acerittrice tricalina la 
ha diviso in duo parti, che risponr 
dono anche ad Ridi ideale 1 
narraliva e realistica la prima, api. 
rituale e ammoalirice la steconda. giri - 
Un racconto o un diario, E il race ali Lar drerat 
conto (ii firelfo) ci mostra la se 
greta angoscia di una bambina ché 
piccola piecala al irora di fronde 
alle più grandi amarezze della vita: suo padre e sua madre 
fanno divorzio, la bimba è affidata a una sosna, è faita segno 
ai cattivi commenti delle compagne di scuola: è più tardi, già 
ilirenula ragazza, è comrelia a viver vicino all'amante di sua 
madre, finchè un bisogno prepotente e ribelle d'amore la spinge 
a dichiararsi ed odffrirsi ad un uomo maiuro. 

La seconda parie & il Marta di rsa aiade: o vi sono le 
pagine più scatanzione del libro, roche di serità e di bellezza: 
vi si dicono le parole che solo una mamma che abbia vissuto 
a pensio, può inilirizzare a vna figlia. 


La silenzioiàa è tenace spera di uno fra | più eminenti ge 
rarchi del Farciamo £ degnamente illustrata da lvanoe Fossani 
nelle pagine di una suocinia  biagralia: Giscanai Marinelli 
(Fratelli Palombi, editori - Roma) L'awiaro vi ricerca a vi 
caaminaà, inasemà all'aperà, l'unma: 
la sua giovintara movimentata nei 
partiti politici avanzatissimi. l'ade: 
sione calda e piena all'interren: 
tiamo e davbito, fin dalle prime 
battaglie, al Fascismo, la sua ma: 
grilica atiività come Segretario 
Fmminiaimalivo del Partito, la sua 
itreniià © diritiurà anche selle one 
più difcili è grige, Ma innanzi 
tutto mi è messa in luce la devoe 
eome che Marinelli «ble sempre 
per il Duaco, la cortezza nel Sua 
grande destino. che ne fece uno 
dei discepoli più ferventi è fedeli. 





Frari FERA 
= me 





= —; — — —@ — — — — — — — eu 


Il generale americano Charles 
H. Sherrill, autore ali ir iniertasanie 
stuilio su Birmanb e Alassolini, che 
Gra appare iù un ellivace traduzione 
di Celestina Gualandi (Nicola Za: 
michelli, editore - Bologna}, narra 
como incontrato spesso nel 1gai 
col Luce, restasse sorpreso nell'ape 
prenziere quante cose Egli cono: 
scese intorno al grande Tedesco. 
E allerma che fu "il comuno inte: 
resse per quesio siraniero” a in- 
durlo ad arssciare nel suò pensiero 
Bismark o Mussolini e a motare 
"le loro allinità di visione politica 
nei riguardi dell'idea nazionale, 
alella valutazione della monarchia come simbolo di forsa è di 
tradizione nazionale, di azione personale è di Stato di fronte 
ai grandi problemi della vita moderna, come pure le molteplici 
g non menò sorprendenti climiomiglianee”. 

ll volume non vuol essere un'analisi critica; ma vi si sente 
il calore ali un ammiratore entusiasta. Per quanto lo Sherrill 
premetta che non vi possonò essere vere somiglianze “ira un 
arialocralico qual fu Bismark e un uomo sorio dal popolo qual'è 
il Duce”. tatto il volume è salto a dimostrare quante furono, 
fra i due, le analogie di sviluppi programmatici, © Mussolini 
patriota — alferma lo Sherrill — è tanto grande per il iuo 
popolo quanto fu Bismark per i teutoni; e lo supera per quello 
che il penserà è lazione del Duce banao di amiveriale. 


in 
LL I ICI 


RISMARCK 
n 
MUSSOLINI 


RIGDIELI TINI 
E e SETE 





CARI BELLE iii A 
LI " 1] 


Ecco un libro che, senza essere 
imlitolata alla guerra, poria sulla 
guerra indirettamente un'ampia e 
densa documentazione, parlando ali 
ciaque uomini che Furono fra 1 noe 
stri maggiori condottieri: Clagne 
Capi nella lermenta è depe, di Al 
berto Lumbroso (Casa editrice Gia» 
como Agnelli » Milano). 

I cinque sono Cadorna, Diaz, 
il Duca d'Acava, Giardino e Thaon 
di Reveli tre morti e due vivi. E 
l'autore, senza pretendere di voler 
terivere su loro delle "rito roman: 
rate”, ma piuttosto dei “meda 
glioai”, ha inteso di fare sopratutto 
opera patriottica, mostrando, attraverso l'azione dei Capi. il 
luaga aferzo e il nobile sacrificio di totta la Nazione in guerra, 

Aneddoti, impressioni dal vero, pensieri e gesti caratteri 
fici, aconosciule pagine di storia, vere rivelazioni di documenti 
inediti, sono nel bel rolumo; perchè il Lumbrosa conobbe quei 
ciaque Capi Assi iniimamente, ehbe la seniura di csservarlì 
molto da vicino, durante la guerra è subito dopo. E i meda- 
glioni acquistano un colore anche più vivo ia quanio che i pre- 
scelti sono anche, in corto senio, fra i campioni più rappresen- 
tativi di cinque diversissimi ed eleitissimi tipi di nostra razza. 





Restando in tema ali guerra, segnaliamo volostieri anche 
il volume di Maro Caracciolo: £'italia # i asi Alleati nella 
Ciramile Cruerra (A, Mondadori, editore - Milano), apparso nella 
collezione dei " Diari, Memorie, Sugli 
e Documenti, eco.” diretta da Angelo 
Gatti, Si tratta di uno stuzlio parziale 
(perche uno siudio completo per ra: 
gioni eridenti non è ancora possibile) 
ma ascurato © interessante, nel quale 
il Caracciolo approfondisce cssenzial- 
nente questi quattro punti: come line 
lervento italiano era visto dagli Al 
deati, [a tciLa potera casberne utilizzato mM 
non lo Fu; quali furono le cause e le 
ccaseguente dell'inazione della Serbia 
nel “ui; il nostro contributo e il noe 
siru sacrificio nel ‘ip; le pressioni 
francesi nel “sf perché l'Italia attac= 
casse pel vastaggio degli altri. 


AR esc 6) ci nica 0) sei 


L'ITALLS È I Sinai 
| ALLESTI MELLA 
GRANI CIIRRA 





35 


Molti storici e giurisii si sono 
occupati, dal Jaures al Mathica, 
dall'Aulard al Belhomme, dal Fri- 
bourg al Seligman, del proccno 
di Luigi XVI, ma nessuno liaora 
lo ha mai naffato eritiramente, 
dall'istrutioria all'esecuzione, 

Mario Mazxewockelli  nicmper 
percià, col sua volume di procisse 
è ha arenle ali Laigi ATI {Ealizioni 
Corbaccio, una strana e quasi in 
concepibile lacuna. 

Seguenda inni meloda olrnielti» 
vamente espositivo, e desiderando 
awwicinate il più possibile il let 
tore alla rovente atmosfera poli» 
tica della Rivoluzione, TA. ha dato in questo volume la mas- 
sima importanza #1 documenti, e specialmente ai " Verbali della 
Convenzione”, ai “ discorsi” e ni “rapporti, alla risiampa del 
"" Maalteur® o alla "Staria Parlamentare” del Bauohes è Rara. 

Dirammaiiciazima è. dunque. l'atmosfera del libro, che rias 
aume i più salicati discorsi promunziati alla Caonwenzione. E 
dobbiamo segnalare e lodare. oltre il notevole contributo dae 
cumenlario, le intenzioni siorico-empcative: perchè il Marsue- 
chelli, mell'esamimare il processo dell'infelico Re, studia la 
Rivoluzione francese sopratuiio nei suoi sviluppi di rivoluzione 
religiona, “che considera i suòi principi nel meda più astratto 
ed assoluto, all'infuori di ogni particolare società 0 sistema 
flmiafica, imdipondentemente da agni parse è dllà fighi rpoca”, 





È libri sulla Russia sovietica fior 
ricana, Ali più recenti +#olumi in 
materia aggiungiamo ora questa 
Miateta 1993 di Rodella Mosca {Ca- 
sa editrice Giacomo Agnelli, Milano) 
che reca il coniributo di nuore ine 
dagini e di nuoro ostervazioni è de 
duzioni storico-politiche da parte di 
uno siudicio accorto ed attento. 

ll Mosca incomincia a richiamare 
la Piasana del igrp. l'anno dei fue 
nesti presagi, per venire più tardi 
nd caaminare l'apera di Lenin, pai 
quella di Stalin ed il famotò Piano 
Quinquennale, colla rivoluzione in 
dustriale ed agraria che ne furana 
csmsiariniczn DÈ fermandosi particolarmente sul Piano, LA. la 
le più ampie riserve sulla realizzazione totale della città sor 
cialista, ma riconosce poi che l'impeto di rinnovamento che 
aggi pervade la Russia, già tende ad incanalarsi in un aleeo 
più pratico e meno utopistico. 

Il primo Piano Quinquennale — conclode il Muogca — sul 
punto di esaurirsi pone già l'esigenza di un nuovo sforzo gr 
ganiesco per disincagliare il pacso dallo antiche posizioni. Dove 
la volontà della nuova Risssia ci voglia condurre, ce la dirà 
forse più chiaramente il nuoro Fiano, che già si annuncia. 





Una parentesi di poesia ci ulfre Giuseppe Bulgarelli con 
Campo vergine (Casa del Libro » Edurice in KHoma), Ed è paria 
sgorgata dal cuore d'un sugnatore lofmentato. che soltanto 
nell'abbandano pieno alla gioia del 
canto lrowa il suo conforia, 

i tratta ali liriche — come len 
allerma Guida Guida in una prefa 
zione Ficca alli calore e di sibpalia 
— che non giocano sull'improvisto 
hè preparano sorprese; si appagano 
ali ritmi consueti da sona icustruile 
amconilo i canoni più iradizionali, 
ma vi scorre deniro una semplicità, 
un intimo senso di [rescherza, una 
gioia di esistere assai notevoli. 
Talora la terzina è cesellata con 
preziona cura; e sempre il tema i 
e l'ispirazione sono chiari. canori, 
sbnamente ialiani. 


und rdi dliniib li 


CAMPO VERGINE 


Piero Gaddi ni affaccio alla veranda tenendo tra le braccia 
va gran fascio di rose. Non ai decideva a varcare la soglia. 
(Chia: "C'è Caro?" 

Gina, che sedeva, ricamando, presso una delle larghe fincatre, 
ai alzo, pallida e nervosa. 
fon bene chè è alla stvidia! Nan c'è mai, lui, porera 


Carlo! Lavora come un negro, dieci ore al giorno, Rie, un 
piccolo, stupido riso che avera l'incarico di nascondere la sua 
nccitazione, poi ni deciso a diro: "Che bello ross! Sono del va 
stro giardino? Si. Ma adesso mi ci vorrà un'ora a collocarle!"*. 
Egli. timido e golfo, depore i fiori sulla tavola, tra libri 
© giornali, 
* Posso aiuiarvi... Poiché siete sola in casa... Ho incontrato 
sulle scale la CGigia.." 
"Si, l'ho spedita per commissioni... Raccalie alcune rose, 
wi tulb la faccia, chiudendo gli occhi, 
Egli la prese tra le braccia, avido, appassionato, tenero, 
con le vene che ardevano e l'anima che gli faceva male, 
Ella ebbe un sussulto di ribellione. “No, noi" 
' {sisa, mia ailorala, mia piccina... sono tre anni che muoio 
di te... o tu lo sai... e hai compassione di me... ia lo so..." 
Ella si butto sul suo petto singhiczzando, quasi vinia, ma 
lottamilo ascora, con l'ultima forza che le restava. “E ori 
bile, Piera, quello cho facciamo; siamo dre canaglic... Ingan 
niamo quell'uomo così buona, che ci adora... E un infamia... © 
“Tu non hai colpa... iaci... io sono forse una canaglia. i 
Voglio tanto bene a Carlo lo stesso... gli darei la vita: ma 
tu sei più che la vita per me... Basta! Ho tanto lottato, mom 
ne peso più. sa dti i di me... 
solo aveva ella pietà di lui. ma di se messa. perché 
anch'ella lo amava terribilmente, e non aveva più energia per 
reslatergli Si alrinierò con amore è con dolere, perdutamente 
e le rose languirono, sulla iavola, val suolo, ai loro piedi, 
imbalsamando quella prima colpa. dalla quale si avegliarono 
feliai ali una Fellestà insaporata di malinconia... 


E li nella casa maritale o alirove, atiratta ella da lui cos noa 
mai scddiifatto amore, accorrenala agli invi con inpoaitibili con. 
sensi, le relazioni fra Gina e il migliore amico di suo marito. 
durarono alcuni meal, con ritme febbrile di passione concorde. 

Th Piero quella pasitone cora la prima della iua vita, è 





l'iniquità di CiLE gliela renderà più spasmodicamente cara. 
Aveva trent'anni, era ingegnere architetto di buon nome: agia: 
lissimo anche per fortuna paternà, solo al mondo. Era amico 
d'infanzia di Carla Kewere e tra loro erà itata sempre una 
specie di fratermità (benché diversissimi d'indole, forse amzi per 
questo} e avevano fatto la guerra l'uno accanto all'altro, rene 
dendoii icambievolmente servizi od anati indimenticabili. Carlo 
anzi soleva dire che Piero gli aveva salvato la vita esponendo 
Na propria. Appena tornate dalla guerra, Carla Rewere avena 
apario stadio di notaio e si era ammogliaio, È Piero era stato 
accolto nella giovane famiglia come un fnwiello. Non aveva la 
rocaziore del matrimonio. Vimewva in una sua bella casa con 
una vecchia governante, E come famiglia, gli bastava quella 
del suo amico. Per tre anni fu così. 


Gra adesso aspettava un bambino, Questo avvenimento lu 
accolto dai ire con diveria ma iniensa gioia 

La più espansiva cra quella di Carlo. Ammagliato da quasi 
quattro anni, felice. insamorato di sua moglie, desiderava vi 
vamente di essere padre... e la sua delusione era profonda, 
Sani l'uno e l'aliro, perfettamente normali, perchè non ave-. 
vano figli? Aveva perfino consultato uno specializia, che aveva 
parlato del mistero di certi Muidi che ai attirano ma non pro- 
ducono. Il medico, benintero, nom aveva tolta la speranza, È 
Carlo fu raggiante di gioia e di orgoglio per la sua paternità. 
Era commovente e puerile, il buon ragazzone, alto e forte, dal 
volta frico e rostro, molle cspressioni raumarase della sua fe- 
licità. Fece un bellissimo domo alla moglie. foriero di quello 
ancor più prezioso che le farebbe dopo il licia evento. Inedo 
un pranto agli amici, infiorò la casa; volle che il corredino 
che si preparava fosse principesco. Lavorava, guadagnava 
molto, la sua Cafriefà si AfGnunriava Fortumalissima. 

{rità cra immersa in uma specie «li stupore muto e geloso. 
Era felice è custodiva in sé la sua felicità che le pareva danilo 
sui per diritto divino. Cosa c'entravano gli altri ? Il tesoro che 
palpitava nel suo seno era suo e non doveva renderne conto 
a nessuno. Era una gioia fiera la sua, egoinia, ambroiàa r sceone 
india, che solfriva a malincuore le effusioni dell'ingenuo ma- 
rito, Rimorsi? La maternità orgogliosa li soffacava. Poi... cosa 
he sapeva lai ? Chi aa? suddormieniara là gi cosenza COR, 
Mia la costionza cherà i c'era di nuovo, Era tornata. Forse la 





alle avwrentura ai era imposta ù lei per quel fine. Erà arma 
creatura che voleva nascere. Adesso, il colpevole amore si era 
spento nel sua cuore e nei suoi scendi, Amava avo marita, il 
suò Carlo, solo lui, un'altra volta, unicamente lui, dell'antico 
îranquillo amore senza emozioni e senza turbamenti Come 
prima, come sempre. Anzi di più, per l'affoia che gli aveva 
fatta... e che mon gli farebbe mai più. Era stato un turbine. 
Noa aveva potuto dlifendierai Ma orà èrà tornato il ierenà, 
Mai più, mai più. 

E l'alire? L'altro era tornato l'amico. L'amico di Carla, il 
buon Fratella di lei, Nesiun rancore veriò di lui, Anzi, un sema 
oscuro di riconoscenza... e una tenera pietà. Perché ella sapeva 
che la faceva aalfrire. 


Piero era felice di quella paternità di cui si sentiva laws 
tare e desolato del mutamento di Gira versa di lui. Ella s'era 
ripresa e gli annunziava lcalmente e spietatamente che non gli 
si sarchbe data mai più. Egli iperara che foiie un capriccio 
del suo itato, E assaporava intanto la gioia di quell'avveni: 
mento che si maturava usenidolo sempre più a colei che amava 


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d'immutabile amore, Porchè egli l'amava ancora, l'amara iom- 
pre, con una passione faita di materia e di spirito, di quelle che, 
quando di imàpoiicnianò ali certi vomiai, nom li lasciano più. 

Era un sentimentale, come ce no sonò tanti ancora, come 
be né saranno sempre a questo mondo. La differenza col 
patsato è solo questa; una valta avero del sentimento era un 
vanto. Adesso è una vergogna. Ma il sentimento, sola dignità 
umana, È, per fatalità, immortale. 

Rappresentava la sua parte in casa Revere con animo 
prode. E proderzsa occorreva in werità, per non tradire né la 
sua propria gioia, nt la sua malinconia. 

Îl giorno del battesimo fu per Piero un poema di fresca 
felicità Col insbetàoe una tragedia #iasuta nel avo core, Tulti 
esultavano in quella casa, ornata a festa, piena d' invitati. di 
parenti soddisfatti, di amici congratulaati. Carlo era di una 
allegria rumorosa e spavalda, Gina, sulla sedia lunga, pallida 
e graziosa, in una nube di weli azzurri, era lamguente di ses 
mema beatitudine. Il piccina ffà una meraviglia wulle braccia 
della monumeniale nutrice friulana, Il rinfresco cera sontuoto, 
i glomi bellizzioni, la casa un giardino di fiori. 





Piero doveva nascondere ad ora ad orà la sua gicia edil 
suo tormento, Aveva fatto anche lui dani splendidi, e per lui, 
soa csava nemmeno chiedere il dono di baciare suo figlio! 

Per fariuna gli fu faita quell'elemosina dalla grossa conta- 
dina ai cui arrcchi luccicarano enormi pendenti offerti da lui; 
essa gli disse, mentre egli, tremante, non osava accostarsele, 
fingendo guardare da un'altra parte: 

"E lei, signore, non bacia il mio bambino? Guardi com'è 
bello! La baci in fronte anche lei, che è come un fratello del 
mio padrone e che è stato tanto buono per me. Lei, per il 
piccino, £ lo zia, 

Lo sio Fiero, Si, La balia avara trovato il nome. Quando 
il piccolo Gianfranco cominciò a parlare, chiamò l'amico di 
sio padre cos. E Piera se ne contento, né fia lieto ed orge 
glioso, nell'immensa tenerezza che per quella croatura sentiva, 
Dlivensero presio due intimi amici, il grande zio Piero e il 
piccola {manlraneo : un'amicizia in cui l'uno era il tiranno è 
l'altro la vittima felice. L'amico grande era il soffriedolori del 
piccole, il suo difensore presso i genitori {se qualche volta 
erano giustamente severi ni suoi innumerevoli capricci), Era il 
suo aio, e occorreva, il suò confidente, colui cho la viziava, 
diceva la madre impensierita e il padre, divertendosene. 

" Sentite, Piero" dicera qualche «alia Gia " quando Gian 
franco sarà più grande, lo tagliero alla «oitra influenza deleteria, 
Così non va. Sareste un pessimo educatore, ed io non vaglio!”, 

Carla, un po superficiale, buoabempone, fortunatissimo nella 
carriera, lavorava, guadagnava immeniamento. era diventato mono 
dano, conduceva anche la maglie in società: ricevevano, avevano 

ii la macchina è un appartamento di lusso. Trovava comoda, 
Carlo, la devozione di Piero, è se ne terviva, nel ruò egoiima 
di uomo felice, loatano da qualsiasi sospetto. Amava suo figlio 
a suo moda, cd era hero che fosse bello, sano e pemiara con 
soddisfazione che un giorno sarebbe malto ricco, E gli pareva 
naturale che il suo amico amasse quel piccina, essendo scapolo, 
icdtà parenti prossimi, alieno dal farsi una famiglia propria. 

Piero aveva delle avventure faggevoli, agni tanto, sulle quali 
Carlo si divertiva a scherzare esagerandale di numero e d'im- 
portanza. Ma custodiva sempre fedelmente è dolorosamente il 
suo amore per Giaa, di cui nom di erà parlato fra di loro mai 
più dacché Gianfranco era venuto al mando, Piero aveva avuto 
la metta comprensione che nel cuore di Gisa egli era moria, 
quando il bambino era nato, Ed erà riconcicente a Gina di 
lasciare che egli si cibasse con le briciole del bancheito fami» 
gliare... briciole che erano tutto il nutrimento della sua intima 
sita, l guai ieniimenii veris l'amico aweranò cicillatà trà bur 
rasche e bonacce nel suo cuore profondo. Raffiche di rancore, 

vasi d'odio pel bene che colui godeva per merito proprio. 

sava: "In foado io sono il suo benefattore. Gli ho dato un 
figlio. Egli ne gode tuite le soddisfazioni e le dolcezze ed io 
sono escluso dalla felicità che è mia”. 

E la prendeva, qualehe volta, la cieca brama di ivelare 
tutto, di esigere ciò che gli apparteneva, di distraggere la fe- 
lisità di colui, ch'era menzogna ed alfesa al suo proprio diritto. 
Poi le sue collere cadevano come fammate e davano luogo 
alla coscienza della colpa... di cui pel bene di suò figlio è della 
donna che amava ancora, doveva da solo portare il peso. L'af- 
Feto imodato per sua figlia lo Faceva tornare alla Feile, quasi 
alla superstizione © sperava che il suo sacrificio porterebbe 
fortuna alla creatura adorata. 

Del màrita, per uno atrano accomodamento avrenuto ifà 
la sua coscienza e la sua pasitone, egli nom era più geloso, Si 
era anzi venuta stabilendo una specie di solidarietà tra lui è 
l'altro, mei riguardi di Cisa. Egli avera la sicurerza quari 
materiale ch'essa non aveva ingannato Carla mai più. E adesso 
servegliava e voleva la fedelià coniugale di lei, Il marito era il 
cuitode legale, il responsabile ia faccia al menda, della doanà 
che lui, Piero, amara, e cherà una necessaria inconfrasata al- 
leanza ira i due uomini che già un'antica amicizia legava. 
Piero non era geloso di colui ch'essa aveva tradito per amor 
SUO € cui cesa era tornaia per dovere e per contrizione. 

Essa traitava Piero bruscamente, quasi con alfettata du- 
rezza, cone un buon fratello col quale ci si bisticcia. Ma egli 
aveva l'intuito ch’ cisa gli voleva bene, nel profonda, e cho 
riconosceva e omorava in lui il padre di suo figlio. Lo capiva, 
lo sapeva da certi sguardi, da certi silenzi, dall’ interessamento 
che aveva par lui, confessato questo, dimostrata, se egli fosse 
stato malato o avesse qualche contrarietà; approvata franca: 
mente da Carlo, che era a Piero fraternamente attaccato, loa- 
tanò sempre dal più fuggilivo scipelto. 


Gianfranco ha ora cinque anni. Fa un capriccio, Non vuole 
che papà e mamma cicano dopo desinare. Dice, tirandowi il 


ciulfetto biondo (come fa quando è prepotente e infelice): 
* Bibé soa va a manna se non lo spogliate voi!” 

Giaa vorrebbe riatare a casa, E' diventata un po' mondana 
anche lei, è una donnina elegante, è superba di essere la mo- 
glie d'uno dei più reputati professionisti della città. Sk ma è 
una madre teneriiima anzitatto, e non vuole affliggere Bebé. 

Ma Carlo non permette, Non si può mancare all’iavito 
ricevuto, in quella casa signorile di ua ambito cliente dore è 
diflicile casere ammessi Si discute un po, Bebè piange, poi si 
tomvola così: 

* Allora. sio Piero! Se sio Piero mi meite a letto, ci vado!" 

Zio Piera, che aisiiateva in silenzio, gode in fondo al cuore, 
come per un appuntamento con una donna amata. Dleve, però, 
al solito, frenare il suo slancio. Dice: 

" Perchi no? Se voi permettete, resto qui". 

" Fovero Piero! Ma non hai un invito anche iu dai Cora?" 
dice Carlo. 

" Porero Piero, volete sacrificare?" diet (Giia, 

Ma cedano e ro no vanno, soddisfatti, lasciando Piero cal 
bambino. Fiero che può finalmenie mosirare la sua gioia, adi 
linquirai illi felicità, li, aula, libero di adèrare per ian ora, inch 
non si addormenti nel suo bianco lettino... sua figlio, suo figlio, 
suo figlio! 


Passanò 1 giorni, 1 mes, gli anni, cos. Cra Gianfranco 
ha dieci anni. È un bel bambino, robusto, intelligente, viva: 
cissimo. Jima una infinità di cose, è il manda gli sembra creato 
& posta per lui, un campo di sports per la sua felicità. 

Intorno a lui è cresciuto d'anno in anno il benessere: V'a- 
giaterra è diventata quasi riccherza, quasi lusso, I suoi gonie 
tori prece il bel villino che abitano, hanno una magnifica 
macchina, il domestica in livrea che serve a tavola: (Gisa hu la 
pelliccia di visone e le perle went : sono ricevoti nella " buona 
società" e danno in casa loro pranzi e ricevimenti eleganti. 

Gisa è molto carina, corteggiata e pure di reputazione illi- 
bata. f‘hma suo marito, che le è pressa paro fedele è cho ha una 
grande fidiscia in lei. Carla è snmpre giovane, rosso, soddisfaito, 
una personalità che conta tra le più apprezzate della città. 

La posizione di Fiero in casa loro è l'animo iuò sono nia: 
tici. Non hanno mutato e non muteranno mai, Ha quarant'anni, 
come Carlo, ma ne dimostra di più. La sua carriera di inge- 
gnere-architetto, a malgrado del suo ingegno, non è stata brile 
lante. Larora come amatore, è nota alle persone di buon gusto. 
Ma passa per un originale che non ha voglia di fare. Del 
resto, è ricco e pub darsi il lusso di casere capriccio ed ine 
dipendente. Ha un giardino modello e coltiva 1 suoi fiori con 
passione, esponendo, guadagnando medaglie nelle caposizioni. 
1 fiori sono la sua passione conlessala, depo la ivà passione 
prima e ne dr Gianfranco, Quella è il suo amore ed il suo 
despota egli ne subisce i molti capricci e le rare dima- 
sirazioni di alfetto come un amanie vile con una densa car 
priccicia è halaratàa. 

E'un romantico, Piero, di quelli che hanno faito la guerra 
e l'amore sul serio. Quel figlio gli è stato dato dalla isla donna 
ch'egli abbia amato e che ama ancora... Quel bel fanciullo 
biondo è suo, egli lo sa, e contenta l'appassionato sentimento 
di paternità che domina il suo cuore. Egli è un padre nato, 
Nel figlia, prolun menta di at, trova la ragione della sua vita, 
la sua immorialità, Gianfranco è il suo “ per non morire”. 
Non potrebbe prender moglie. avere degli altei figli legittimi 
cha armarai alla luce del sole? Troppo tardi. Non vuole, Bon 
può. Vuolo amare qualla, il figlio della colpa a dell'amore. A 
lui lascerà la aua fortuna, a lui darà utta la sua tenererza 
di ndma aglitaria, acenfilia dalla +ità, aiietato d'affetto è di 
famiglia. Il focolare gli sembra la sola bellezza, la sola rie- 
chessa del mondo. È si è condannato a nen averla, a contene 
tarsi delle faville di quello altrui, 

Egli, un gierno, ha fatto ingiuria alla casa dell'amico, ma il 
genio del focolare ha traiio vendetta del iradimento. Non più 
grazie, per lui, dal colpevole amore; nemmeno il ritardo, forse, 
nel cuore di lei... 1 diseredato, l'escluso, il fedele, il disperata» 
mente memore non ha per sé che un segreto dolce e terribile; 
la sua clandestina paternità, groia © tormento della sua vita... 


E° domenica. Gianfranco freme ili vaglia del solito avago 
fentima, premia alla sua settimana ali lravò scolarò ; ana Î 
primissimi della scuola. 1 gemtori hanno un te elegante e non 
possono accompagnarlo. Piero ha la giuria di una tipoilzione 
che la intetcia. 

Gisa entra nel dicing-resm, clegantissima, con un bizzarro 
meslito di un grande sarto, seguita da Carlo inappuntabile e 
ironia. Piero caserva: 








* Siete di una mondanità veriiginona | La vostra fodealie, 
Gina 7 La trovo troppo originale e iroppo scollaia.. ‘*. 

* Brontolone, smodi! Carlo noa trova, E ilo di mariti ne 
ho uno, non due, per fortuna |". 

Carlo ride a squarciagola. ‘“ Andiamo! E' tardi!". 

“io al cine col domestico non ci vada! con Marianna (la 
cameriera) nemmeno! Andrò solo. In casa non ci sio!" afferma 
Gianfranco rosso, alleno, infeliciasimo. 

* Noa potresti telefonare ai tuoi amici di venire? Via, sli 
buono, Hai passeggiato stamane. Oggi resta in casa. Ti farò 
servire un buon te, con tante lello cosel" dice Giaa, indul» 
gente; impietoaltà, 

"No, vaglio uscire. O al cinema 0 al foot-&all Ho diritta 
di divertirmi anch'io. Se no, non studio più. E" una eredeltà". 

E' gik arrivato alle grandi parole, Catinato, commossa, 
rato, le lagrime gli tremano aull'erlo degli occhi... 

Carlo, epoiata, Lin po dura cal ragarrào dlacché È grandi» 
cella, tiene alla disciplina, e non si lascia intenerire, 


" Finiamola! Se euoi seine hai il domestico e Marianna a 


tua disposizione: oppure resti in casa con gli amici. Avrete 
una buona merenda è tanti bei giochi da fare... “. 

" Proprio oggi «io Fiera non pas! [Come seno disgraziato! 
Siarò in casà, tenza amici, senza merenda, Non voglio niente. 
Andrò a letto... 

Il pianto sceppia. Un diluria. Il ragazio ai è buttato sul 
divano, con la faccia tra i cuscini. è tira calci come un as 


per sottrarsi alla 


nello. I genitori ùi guardano, àl avviana,.. 
debolezza e al possibile pentimento. 

Piero non resiste. E più forte di lui. Il sua eware paterno 
si sirugge. Nasconde la commozione, sorride, ansume un con- 
tegno disinvolto, e dice ai due, sirizzando l'occhio : 

“ Sentite, in fondo, era una gran seccalura par me quella 
giuria. Lo accompagnerà io al fost-4all. Mi diverto più di lui". 


Va al telefono, chiama la segreteria dell'Esposizione. 

"Con chi parlo? Bene. Sono l'ingegner Gaddi, Non posso 
essere presente. Un impegno che avevo scordato. Contano su 
di me? Mi prega anche il Miaiatro? Mi doacle molto, Non 
posso. Spiagherò domani a voce, Buongiorno "'. 

Depone il ricevitore. | due sono usciti, Gianfranco è acat- 
babo im piedi. ai è asciugato le lagrime... è, folico, raggiante, BI 
butta tra le braccia dello zio Piero. 

“ Sei buono, tu” gli dice. “Mi vuoi proprio bene... lo 10°. 

#* E tu, © iu, mè ne ruoi tn poco! " ekiede Però, wirin» 
gendoselo sul prito quan violentemente... 

# Si, ma si, Lo sai. Llopo la mamma è il babbo, vaglio 
bene a te, dice Gianfranco nattranndosi alle carerze, sen- 
tenda già intiepidita la sua riconoscenza, dopo la vittoria ri 
portata, pensando solianto alla gioia dell'imminente diverti 
mento, persuaso che il manda è creato pel suo piacere e che 
zio Fiero ha avuto da Dio la missione d'essere il suo amilie 
simo schiavo. 


Così è, cos sarà, oggi, domani, sempre... 
SFINGE 





I corteo reale entra nel giorkino dello Mostra dî Firenze nel giorno dell'inanigarazione, 


VIAGGIO IDEALE NELLA CITTA DEL LIBRO 


Questa Fiera che, come sapete, si ripete per la 
quarta volta in uno spazio di anni alquanto intenso 
nella fatalità del più vasto ritmo del tempo, delle in- 

rate, oscure crisi economiche e nel faticoso volgere 
ella politica curopea e mondiale, appare come un 
atto di fede nella rinnovata promessa degli scambi 
intellettuali e morali. 

E vi appare come una straordinaria biblioteca 
gigantesca, gioiosa, luminosissima. E la impressione 
che ne ricevete così confortante, vi viene agli occhi 
non solo dal fatto di veder qui radunati i libri di 
tutto il mondo e quindi gli spiriti, le immagini, le pa- 
role e il suono delle parole che furono e sono ancora il 
verbo e la musica dell'umanità, ma dal fatto di que- 
sta architettora costruttiva “razionale” ariosa, che vi 
richiama al respiro delle altezze e delle lontananze. 

Una rinnovazione ecdileriale si, c'é, ma non certa- 
mente pari a quella architettonica e se mai è più sen- 
sibile nelle forme esteriori. Qui veramente, ossia 
nella espressione, nella sensazione che danno i carat- 
teri, le coperte, le sopracoperte, le rilegature 0 i car- 
tonaggi e i colori, sopratutto i colori con le loro com- 
binazioni senza numero, gustose quasi quanto la legge- 
rezza, la volubilità, l'ingegnosità della moda femminile, 
è confortante. E gl'italiani, per la verità, non sono da 
meno degli altri per quanto riguarda la rinnovazione 
che chiameremo tecnica per distinguerla dall'altra in- 
trinseca, più profonda che non è dato a nessuno di 
scorgere in un primo sguardo d'insieme. 


Ore, e dobbiamo confessarlo con qualche ramma- 
rico, la rinnovazione ci appare meno visibile alla stessa 
stregua della tecnica esteriorità delle forme e dei co- 
lori, dei simboli decorativi e immaginifici, nella viva- 
cità delle espressioni che lo spirito, che l'intelletto 
d'amore, che la consapevolezza dell'epoca e dei do- 
veri slorrebbero suggerire maggiormente, è nella Mostra 
del Libro per il Fanciullo. 

Interessante, badiamo, nel suo complesso, e più 
che lodevole nell'organizzazione che è dovuta costare 
molte cure e fatiche non lievi, ma avremmo desiderato 


di wedere proprio qui la maggiore rinnovazione o i 
segni decisivi che questa è in cammino con elementi 
numerosi di orientamento e di fatto, è come rivela» 
zione 0 semplicemente come indice di una consapevo- 
lezza di compiti delicati, meravigliosi, ‘“ politici" nel 
senso più squisitamente pedagogico, etico, fascista, sis- 
signori, fascista, che la rivoluzione di Mussolini e l'e- 
poca eroica della Patria reale è ideale rinata, rico= 
struita, salvata nel sangue e nell'ardore, dovevano 
ea ed imporre, 

Ma questa Mostra servirà di esperienza, di revi- 
sione, di incitamento, ed è già un grande onore per 
noi che il Partito dopo un primo esperimento fatto 
direttamente a Roma, l'abbia affidata alla competenza 
realizzatrice della Fiera. 

esta Mostra seguita dalla più alta attenzione 
del Duce, dovrà avere uno splendido avvenire ed eser- 
citare la prima funzione editoriale del Regime. 
Detto tutto cià, e a parte dunque le maggiori esi- 
genze d'indole ideale che sono e saranno del domani, 
aggiungeremo che praticamente la Mostra è riuscita. 
Sano infatti in essa circa 2000 i volumi esposti e gli 
editori partecipanti fra grandi e piccoli una trentina. 

Alla Fiera partecipano una diecina di Nazioni 
delle quali solamente la Francia ha un grande padi- 
glione per conto proprio, mentre la Germania è del 
tutto assente. L'Inghilterra ha pure una grande mostra 
e la sua sezione composta di oltre 4oco volumi con 
collezioni modernissime e di singolare interesse lette» 
rario, storico, artistico, geografico, è insieme con le 
sezioni, pure importantissime, della Svizzera, della 
Romania, del Brasile, dell'Ungheria. Questa sezione 
dell'Ungheria di particolare suggestione rappresenta- 
tiva dice il travaglio della nobile nazione tutta pro- 
tesa verso il suo superamento intellettuale, verso la 
sua liberazione spirituale e politica. 

La Danimarca con un'unica Casa ma con tanti e 
svariati elementi da dare la sensazione di un vero è 
proprio intervento nazionale e con caratteri unitari 
di espressione così rappresentativa che ritroviamo qui 
riconoscibili e inconfondibili nel libro come li ritrove- 


remmo in una mostra danese d'arte, di costume, di 
paese o di figurazione geografica. 

Una visita a queste mostre che conferiscono alla 
Fiera il vero carattere di manifesiazione internazio» 
nale, può costituire un viaggio ileale attraverso le 
patrie del mondo che solo Firenze, città eminente 
mente del libro, città dalle incomparabtili tradizioni 
tipografiche e culturali, poteva ancora una volta adu- 
nare a convegno nel Giardino delle Esposizioni. 

La Gittà del Vaticano ha pure qui la sua magni- 
fica mostra rivelatrice di una attività grandiosa, al- 
fiancata con assidua cura dalle minori Case, Società, 
Tipografie ed Istituti, taluno dei quali nonostante la 
sun religiosa umiltà di espressioni tecniche ed arti. 
stiche, può raggiungere cifre di tirature e diffusioni 
uan ri enormi. 

nostri editori sono quasi tulti in linea, una ses- 
santina nel complesso, da Mondadori che campeggia 
con la sua splendida mostra, vera casa luminosa del 
libro, dai mille riflessi coloristici, decorativi, illustra= 
tivi è invitanti, indice della massima organizzazione è 
di un'intelligente, intraprendente iniziativa esercitata 
in ogni campo, senza eguali: a Bemporad assiduo ed 
eclettico, riaffermante il suo incontrastato primato del 
libro del fanciullo; a Vallecchi sempre lineare è cos- 
rente con la sua missione essenzialmente formativa; a 
Sonzogno, Bietti, Salani, popolari; all'A/per multi- 
forme e molteplice; alle Arti Grafiche è all'Istituto 
De Agostini “ geografici", sclentifici e pittoreschi; a 
Hoepli “professionale” e ricco; a Rizzoli storico, ro- 
mantico e “naturalistico”, con edizioni grandiose (una 
sola delle quali, quella degli Pecalli d'Afalia, può for- 
mare la gloria di un'impresa); al Paravia severo; al 
Formiggini sempre arguto è gustoso; al Rinascimento 
del libro di Firenze con edizioni di una nobiltà asso- 
luta. E il Bompiani con elementi ancora numerica 
mente limitati, ma nuovi e decisi nell'espressione; la 
“ Nemi che alla bontà della scelta unisce la di. 
stinzione di un carattere e il buon mercato; la Libia 


4I 


delle Stato che figura con edizioni artistiche semplice- 
mente superbe; "Eroica" di Corzani che alla nobiltà 
letteraria ed italica continua ad unire (anzi diremo ad 
incidere perchè la fedeltà al legno è luminosa e inde- 
fettibile) la purezza dell'arte più squisita ed espres- 
siva; l'Argentieri di Spoleto ch dal raccolto ambito 
della provincia può aspirare, tanto è ormai il gusto 
e il fasto delle sue edizioni, al vanto di orizzonti ben 
più vasti; il Campitelli di Foligno, vario, molteplice 
@ coraggioso, ecc. i 

Dopo la Mostra del Libro per il Fanciullo, altre 
mostre d'interesse vivo e di grande curiosità intellet- 
tuale sano la Mostra del Cinematografo e quella della 
Tipografia, quella dell'Incisione, e quest'ultima nella 
integrazione avvincente della Fiera porta, come è fa- 
cile comprendere, clementi essenzialmente artistici 
della maggiore purezza intellettuale. 

Una rassegna di opere e di nomi non vastissima, 
questa dell'incisione, dato il suo carattere d'integra. 
zione e di affancamento, ma tale da costituire nel 
più vasto quadro della Fiera stessa un lato sostan- 
ziale e serio di orientamento è di rivelatrice sintesi 
di visione, d'esperienze, d'applicazione. E del resto 
per convincersi dell'importanza e del suscitato inte- 
resse, del solco fecondo che questa speciale mostra 
lascerà indivisibile da quello del libro, basterà ricor» 
dare fra i molti nomi degli espositori quelli di Soffici, 
Carrà, Boccioni, Viani, Bocci, Conti, Vellani Marchi, 
Carbonati, Cisari, Mantelli, Ugonia, Casorati, Barto- 
lini, Da Osimo, Bernardini, Lega, Giorgi, Llovd, Levy. 

La Mostra della Tipografia ha carattere retro. 
spettivo di eccezionale curiosità storica e tecnica; 
figuratevi che vi si ammirano, operate da Donatello 
Bianchini, le fedeli ricostruzioni della Tipografia di 
Bernardo Cennini (1400) e della Crusca {1700}. Non 
solo, ma in queste Aa è stato posto il torchio ori- 

inale della Tipograha Medicea fondata a Roma sulla 
ine del 1500 dal cardinale Ferdinando dei Medie 
per la diffusione dei sacri testi in oriente. 





I padiglione del lifro per il fanciulla, 


di 





Vr sala di atea di edilori ilaltani, 


In una sala attigua poi c'è, perché il visitatore 
abbia sotto gli cechi il ciclo completo dello storico 
sviluppo nei secoli, degli sforzi pazienti e meravigliosi, 
delle mete raggiunte nella preparazione ® costruzione 
del libro, una tipografia moderna, in azione, e di come 
pletà attrezzatura. Così che se il raccoglimento che 
accompagna necessariamente la Fiera del Libro, giac- 
chè anche gli acquirenti sono innanzi tutto dei consul- 
tatori, può essere spezzato o alterato, è giusto e lo- 
gico che ciò possa avvenire soltanto dalla vonoerità che 
produce una moderna tipografia in funzione. 

In quanto poi alla Mostra del Libro Antico e 
Raro non possiamo dir nulla di precisa, giacché si 
aprirà il 37 di questo mese. A titolo di anticipazione 
possiamo dirvi tuttavia che sarà di una importanza 
eccezionale, con esemplari il cui valore in moneta è 
calcolato in alcune centinaia di migliata di lire. 

E della Mostra del Cinematograto? Comprende 
manifestazioni di diverso carattere che permettono al 


visitatore di rendersi conto dei progressi prodigiosi 
raggiunti in tutti i campi di questa strabiliante atti- 
vità; e tali manifestazioni si suddividono in due grup- 
pi: mostra propriamente detta e proiezioni con con- 
ferenze. Del primo di questi gruppi fanno parte una 
esposizione di apparecchi, nella quale è una cabina 
modello cui il pubblico può accedere per rendersi esatto 
conto di come avviene la proiezione muta o sonora; 
una esposizione di libri, giornali, riviste di 
nere e di i paese; una esposizione relativa alle at- 
tività di enti e di istituti culborali & propagandistici 
italiani e stranieri. Îl secondo gruppo è formato da 
una serie di importanti presentazioni di pellicole di 
ogni genere e di ogni periodo di produzione raggrup» 
“E in modo da costituire uma sintesi degli sviluppi 
del cinematografo nei più disparati campi. 
E per un viaggio ideale nella internazionale città 
del libro ci pare ce ne sia abbastanza. 
FIERO DOMENICHELLI 





dat mostra del Vaticana. 


La med del Bnunile 


( Fotografia sell'ace. Acbille Balagaa)} 


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43 





Piazza Gella Bocca della Verità nella sua nuova sistemazione. 


LÀ VIA DEL MARE 


Da Piazza Venezia, che sarà la massima piazza 
dell' Urbe, al Lido di Roma si viene aprendo quella 
strada che, ricollegandosi a 5, Paolo con la Via del 
Mare, metterà in direita comunicazione il centro della 
vita cittadina con la spiaggia squisitamente romana, 
destinata a uno sviluppo che già offre le più grandi 
e le più generose promesse. 

Chi voglia considerare l'immane opera compiuta 
dal Regime per realizzare questo allacciamento del- 
l'Urbe al mare — pensiero profondo e tenace del 
Duce: pensiero che ci ricolloca immediatamente nel- 
l'atmosfera e nel clima della saggia e indefettibile po- 
litica dell'antica Roma, nucleo vitale e spirito della 
lungimirante politica Mussolimana; — chi, dico, va- 
glia rendersi conto di questa realizzazione gloriosa, 
occorre che segua idealmente un itinerario per cui, 
partendo da Finzza Venezia, percorre, con la fanta- 
sia è con la memoria delle cose vedute, quel “rettili. 
neo che dovrà essere il più largo del mondo” è che 

"porterà l'empito del Mare nostra da Ostia risorta 
sino nel cuore della città dove veglia l'Ignoto”. 

La immensa arteria, all'apertura della quale si la- 
vora oggi con indefessa alacrità, costeggiando la Rupe 
Tarpea e il Teatro di Marcello, attraversando il Foro 
Boario, sboccherà a S. Paolo, immettendosi in quella 
stupenda autostrada che, in termine di pochi minuti, 
conduce, ormai da qualche anno, innumerevoli Mussi 
della popolazione romana sino al lido azzurro e salu- 
bre di Roma, e allaccia la Città al suo mare, alla 
sua spiaggia, onde Roma ha mezzi di rapido accre- 
scimento e di naturale bellezza. 


La Via Giulio Romano, oggi aperta alle dici 
del Colle Capitolino, sotto le magnifiche terrazze della 


Rupe Tarpea ricondotta interamente, da questo lato, 
alla luce e all'ammirazione del mondo, era un tem 
— fino a un paio d'anni fa — unorribile budello an- 
gusto, il quale, oltre che nascondere le vestigia della 
storica rupe, mancava di luce è di spazio: di luce è 
quindi d'aria, con manifesto danno dell'igiene; di spa- 
zio ostruendo la viabilità necessaria e congestionando 
il transito dei veicoli che da Via Montanara o verso 
via Montanara movevano al centro della città o in 
direzione di S. Paolo e dell'Aventino. 

La Via Montanara, costipata non meno della pre- 
cedente, asilo d' ogni lerciume, costretta fra due file 
di cariate casupole i in cui s'aprivano finestre anguste 
e miserabili negozi, andava a finire in quella Piazza 
Montanara, la quale rappresentava appunto uno dei 
così detti pezzi "di colore locale”, corrispondenti, come 
il Duce ebbe a dire, all'“antigienico e all'antiestetico! 
da spazzarsi via con la maggior fretta possibile. 

Piazza Montanara — luogo di riunione di tutti i 
montanari che venivano a Roma per i lavori della 
campagna — nascondeva quel tesoro d'arte, ricco di 
memorie e di fasto, che é il Teatro di Marcello, die- 
tro una parassitaria escrescenza di edifici, l'uno più 
sudicio e più infetto dell'altro: oscuri e poveri oltre 
ogni dire, 

Tale la via che, a sun volta, conduceva da cessa 
piazza al Foro Boario (Pinzza della Bocca della Ve- 
rità) e della quale può darne idea una documenta- 
zione fotografica. 

Ebbene, Via Montanara, Piazza Montanara e Via 
della Bocca della Verità hanno assunto oggi un aspet- 
to completamente opposto. Larghe e sgombre le vie, 
sì che permettono una rapidità intensa di traffico, no- 
bilitata la Piazza, su cui sorge, apertamente e splen- 





L'imponente viale lungo il L'evere donde parte l'autostrada per il Lido. 


didamente, l'emiciclo del Teatro imperiale. À dissep- 
pellire il quale si cominciò nel 1937 celermente e fat- 
tivamente. L'Ufficio Antichità e Belle Arti del Go- 
vernatorato vigilò quei lavori con l'assistenza della 
Commissione Archeologica e d'arte antica. Il 31 di 
aprile del 1927 tutto l'isolato, tra la Via del Teatro 
di Marcello e la Piazza antistante la Chiesa di S. An: 
pen in Pescheria, era stato interamente liberato. Tutta 
A parte conservata del secondo muro circolare riap- 
parve alla luce: cd apparve anche, all'esterno dell'arca 
occupata dal teatro, una casetta medicevale, a cui si 
aggiunge una parte costruita nel Rinascimento, che 
forma con essa un interessante e pittoresco complesso. 
In direzione della Chiesa di S. Maria in Campitelli 
cominciò ad apparire inol- 
tre parte del lato destro del 
Portico di Ottavia, il cui stilo. 
bate dell'ala destra frontale 
già, dall'altra parte, emer- 
geva, dissotterrato e ricon- 
sacrato dal sole di Roma. 

Il lavoro infaticato di 
disseppellimento del Teatro 
nell'aprile del ig3o era pres- 
soché terminato. Nei quin- 
dici giorni che precedettero 
il fausto giorno del Na- 
tale di Roma furona, con 
una rapidità «xertiginosa, 
demoliti i vecchi fabbricati, 
sul fianco del Teatro, in 





corrispondenza dello sterro di Via Tor de' Specchi; è 
fu eseguito — incredibile a dirsi — il trasporio di 
circa 10.000 mec, di materiale. Contemporanceamente 
appariva liberato il fianco della Chiesa di S. Nicola 
in Carcere, con l'apertura del nuovo sbocco che, dal 
Teatro di Marcello, sul lato di Via Monte Savello, 
conduce al Tevere, 


Nello stesso giorno dell'aprile 1950, la Piazza della 
Bocca della Verità si rivelava trasformata in modo 
corrispondente alla importanza del luogo attorno a 
cui si congiungono le più antiche tradizioni di Roma. 
Il monito del Duce: "i monumenti millenari della no- 
stra Storia devono giganteggiare nella necessaria s0- 
litodine " aveva trovato 
la sua piena obbedienza. 
Quella Piazza, così grave 
di memorie, di storia e di 
leggenda, acquistava final- 
mente, dopo secoli, la sua 
congrua fisionomia. 

Solo il Regime Fasci- 
sta, alieno da vane parole 
e realizzatore silenzioso di 
grandi cose, ha saputo dare 
— superando le difficoltà più 
serie e più varie — a quel 
luogo, che parla nei tempi 
dell'origine dell' Urbe, un 
aspetto di maestà e di gra- 
zia incomparabili. 


Aspetti della sistemazione della Via del Mare. 





45 





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no dei monumentali ciadolli sopra la Via del Mare. 


Il vecchio è scomparso: l'antico è riemerso in tulta 
la sua straordinaria bellezza. Per incarico del Gover- 
natore di Roma, principe Boncompagni Ludovisi, fu 
eseguito, con arte geniale, un progetto — di poi at- 
tuato — di sistemazione della piazza, che corrisponde, 
presso a poco, a quella che essa era all'epoca impe- 
riale, fino al secolo IV d. Cr. Il Tempio di Vesta, il 
Tempio di Ercole Vincitore, il Tempio della Fortuna 
Virile, sono riapparsi — isolati e liberati dalla con- 
gerie degli edifici soffocanti — nella loro bella armo- 
nia. Sul fondo, due rampe che partono dal Tempio di 
Vesta e che uniscono il Lungotevere Pierleoni con 
Via della Salara e con Via di Bocca della Verità, 
inquadrano la nuova piazza, accogliendo in una stesso 
piano i tre templi antichi 
e la deliziosa chiesa medio: 
evale di S, Maria in Cos- Pet, 
medin — eretta sugli avanzi È : 
del Tempio di Cerere e Pro. 
serpina — nonchè la fonta- 
na del Bizzaccheri, che nel 
1716 Clemente XI, siste- 
mando la piazza, fece erl- 
gere insieme al fontamile. 
Fu tolto l'informe giardino, 
1 cui alberi occludevano la 
bella visuale, e sostituito 
con aiuole a riquadri geo- 
metrici, Il prato circoserit- 
to da mortella, le fioriture 
di oleandri, i pim ei ci- 





pressi nello sfondo vennero a comporre in suo lungo 
una pura cornice di verde. Tutte le casupole e le 
officine, inoltre, che si succedevano dal lato sud dalla 
piazza per quella lista di via compresa tra il Lungo: 
tevere Pierleoni e la Salara Vecchia, furono abbat- 
tute dal piccone risanatore. Oggi il luogo che, secondo 
la tradizione, fu forse la culla di Roma, si disvela 
all'occhio dell'osservatore in tutta la sua magnificenza, 
e parla allo spirito memore, reso, come esso è, sacro 
dall'arte e dalla religione dell'immenso passato, che 
è àpice e forza della rinnovata Italia fascista, 


Anche il tempo qui è stato vinto e soggiogato. La 
sistemazione della Bocca della Verità non ha richie» 
sto più di due anni: inclu» 

dendo in essi i lavori ese- 

guiti nella zona di S. Giorgio 

3 al Velabro, la ricostituzione 

della Piazza dei Cerchi è 
la liberazione delle pendici 
dell'Aventino dall'ignobile 
velario di costruzioni che 
l'offendevano: demolizioni 
che furono eseguite invero 
con rapidità fantastica in 
pochi giorni, nell'aprile del 
"Fo, e che permisero quella 
che oggi è una realtà stu- 
penda: la mirabile visione 
delle pendici del mitico 
colle, degno fondale della 


Vea strada normale che fiancbeggia la Kia del Mare. 


4 


piazza, in coi la storia dei Re, della Repubblica, del- 
l'Impero, del Medio Evo è della Roma papale costi- 
tuiscono un tutto inimitabile è unico, 

Nel ripido pendio del colle, verso la Salara, appa- 
iono S. Alessio, S. Sabina, e S. Maria del Priorato: 
in alto, donde si scorge una stupenda visione di Roma, 
avwolte in una selva di verde — pini, lecci, cipressi 
— queste chiese e i conventi che con esse coronano 
il colle, emergono, bianche macchie, nel pittoresco 
paesaggio: mentre, sotto, l'ampia zona risultante dalle 
effettuate demolizioni, sistemata a giardino — alberi 
ed aiuole —, si raccorda per mezzo di viali col Lun- 
gotevere Pierlceoni e con una passeggiata in piano 
sull'asse centrale orientato verso il Colle Capitolino. 


Chi, dunque, movendo da Piazza Venezia in dire- 
zione della Via del Mare, attraversa questa regione 
dell’ Urbe, si trova già in una sorta di luogo incans 
tato, dove la musica delle antiche memorie si sposa 
con armonia perfetta alla dinamicità della vita con- 
temporanea. L'ampiezza delle strade intona già a quel 
senso di magnificenza propugnato dal Duce, per cui 
Roma “deve apparire meravigliosa a tutte le genti del 
mondo: vasta, ordinata, potente, come fu nei tempi 


Faicgrafia LINCE 


A sinistra, sopra: 
Una delle numerose 


apene dell'autostrada. 


li fondo perfelto del- 
l'antosta da Ra- 
ma al Lido eda sua in 
densa iNuminarione. 



























el Lido di Roma. 


Foragrafià LALC.E, 


A destra, sopra: 
Uno dei graziosi pe 
dti di sorveglianza. 


Le costruzioni sulla 
spiaggia di Ostia col 
ponte d'accesso al 
padiglione sul mare. 


ì 






















47 


del primo impero di Augusto", e corrisponde a quel 
suo sapiente principio, secondo il quale è necessario 
“contemperare le esigenze artistiche con 1 bisogni sem- 
pre crescenti dei traffici”, L'immensa arteria, che do- 
vrà servire alla moltiplicata attività della vita ita- 
liana più fattiva, più rapida e più moderna nel senso 
assoluto della parola, si snoda pertanto lineare, at- 
traverso uno spazio, sin qui, occupato da monumenti 
che testificano l'immensa potenza di quella Roma im- 
mortale di cui proprio i tempi di Augusto videro 
l'apogeo Siem parebile. 

Si giunge in tal guisa al Testaccio. E il Testaccio, 
da gran pezza precluso al pubblico, è tornato con 
quest'anno — parco ameno, verde e salubre — a co- 
stituire uno dei benefici gratuiti che il Regime ha lar 
gito a quella popolazione industre e autentica romana, 
la quale risiede tra Marmorata e le Mura Aureliane. 
Belle piante adornano l'ampia strada che gira in- 
torno al colle per raggiungere la vetta su cui si 
eleva la croce. 

Il concetto del Duce che “bisogna preoccuparsi 
di dare alla città nuovi parchi, giardini, bagni, pa- 
lestre per far circolare ancora dentro i quartieri af- 
follati quell'aria e quella luce che già fu vanto delle 


* 





4& 


purtroppo soppresse «ille del Rinascimento", trionfa 
ancora una volta in questo popolare quartiere. 

La Centrale termoelettrica di S. Paolo, altra gran. 
de realizzazione del Regime (per la quale è garantito 
in ogni crenienza il rifornimento della energia elet- 
trica dell'Urbe), innugurata il 38 ottobre VI, una 
delle più importanti d'Italia, vanto di questa fervida 
operosità in mezzo a cui abbiamo l'onore di militare, 
testimonia, in prossimità della Via del Mare, che di- 
rettamente conduce al Lido di Roma, quella conce- 
zione fascista della vita in cui si compenetrano armo- 
nicamente le esigenze spirituali e le esigenze pratiche, 
i bisogni della vita interiore e quelli della più nobile 
vita civile cui ad um popolo zia concesso di aspirare, 


La Via del Mare — 23 Km. e 112 m. dal Cam- 
pidoglio = data in manutenzione dal Gowernatorato 
di Roma all'Azienda Autonoma Stradale, una delle 
più belle vie, rettifilo levigato che permette la mag- 
gior celerità di transito, è oggetto di meraviglia per 
chi primamente la vede, e di ammirazione e di entu- 
sinimò per chi la conosce e l'ha percorsa, riverberata 
dall'azzurro del cielo di giorno, illuminata, a sinistra 
e n destra, dai suoi fanali elettrici, di notte, quando 
dà l'impressione più che di una via, di una fantastica 
galleria scavata tra il verde profumato di innumere- 
voli alberi. 

Ben mille oleandri ne fiancheggiano già un tratto, 
lussureggianti e disposti con sapiente proporzione ili 
distanza fra di loro, svelte colonne vegetali che al- 
lietano lo sguardo e leggermente oscillano a sommo 
sotto il placido soffio del lontano vento marino. Con 
l'andar del tempo, ma sempre assai presto, tutta la 
via sarà accompagnata dall'una all'altra banda da 
questa teoria stormente e purificatrice di alberi pri. 
maverili. Tre case cantoniere sorgono lungo il tra- 
gitto e sei casotti destinati ai Militi della Strada. 
La strada, percorsa di continuo da queste beneme- 
rite Camicie nere e vigilata da un servizio inappun- 
tabile di metropolitani, dà l'immagine — a chi ne 0s- 
servi da lontano il movimento dei weicoli — d'un 
preciso gioco meccanico governato da un pensiero è 
da un comando silenzioso ed esatto. Ciò grazie a quel 
servizio, grazie alla congrua larghezza, grazie all'e- 
ducazione dei condutenti, è grazie al terreno. Alla 
perfetta efbcienza del quale provvedono, ov'esso £ 
sabbioso, dei pozzetti assorbenti disposti in modo da 
compiere ciascuno il suo uflicio senza residuo; delle 
cunette in calcestruzzo per lo scolo delle acque {cu- 
nette che, ora collocate soltanto per uno spazio della 
strada, saranno costruite in breve per tutta la lun- 
ghezza di essa) e dei cordoni rialzati, anch'essi in cal- 
cestruzzo i quali impediscono l'invasione, dai lati. è 
di sabbia o di rena, o di sostanze eterogenee che 

sa condurvi il venta. 

Allietata dall'alito salmastro, la strada raggiunge 
all'inizio del 24° chilometro il Lido di Roma: venti 
minuti, a moderata velocità d'auto, dall'Urbe; pas: 
seggiata deliziosa, che circondano distese di terreno 
erboso e a cui sorride un orizzonte di luce di ax. 
zurro e di purità incomparabile. La wecchia Roma 
d'una valta circoscritta nel suo Ambito che sembrava 
inviolabile, s'è aperta con un ansito smisurato werso 
quel mare che costitui ai tempi della sua egemonia 
il mezzo della salda potenza alla quale seppe solle- 
vari: & l'ha raggiunto (29 si direbbe, la ha condotto 
nella zona stessa del suo abitato. Lo ha avvicinato a 
st, nel modo stesso che essa ha teso ad allargarsi verso 
il Lido della sua grande fortuna di domani. Ché Roma, 


città marittima, sarà appunto la futura Roma mus- 
soliniana, la Roma creata dalla possente volontà fa. 
scista, a gloria dell’Italia e del nome latino nel mondo, 
Potrebbe essere qui detto che non soltanto il 
Lido di Roma sarà il luogo è il porto del mare ro- 
mano, ma tutto il litorale che, per la lunghezza di 
Go Km., si estende da Fregene a Nettuno: e che una 
grande strada percorrerà, attraverso Fiumicino, Ostia, 
Ardea, Anzio. Meravigliosa concezione in via di at- 
tuarsi, poiché non pure tutte queste cittadine litoranee 
saranno allacciate fra di loro, ma ognuna comunicherà 
direttamente con Roma. Di ciò, in ogni modo, dirò 
una prossima volta. Ora ci giova dare uno sguardo, 
per quanto sommaria, al Lido di Roma e riconoscere 
in esso immediatamente la xestigia ed i segni della 
inconfondibile volontà realizzatrice del Fascismo. 


Il Lido di Roma è stata trasfigurato dal Regime 
in base ai due principî che governano ogni aitività di 
questo: la bellezza e l'utilità. Bellezza ed utilità — 
vita dello spirito è vita pratica — che si conciliano 
nel superiore sentimento del decoro: decoro profon- 
damente, orgogliosamente italiano. Esso è città mo- 
dernissima per ciò che concerne l'utile e il bello; 
città che emulerà fra qualche anno quelle più rino- 
mate, più signorili e ridenti dell'Admatico e del Tir- 
reno. lo non intendo di descrivere partitamente ciò 
che esso è: ognuno può togliersi questa curiosità con- 
sultando una guida aggiornata di esso. Intendo invece 
di mettere in rilievo appena qualche elemento: quelli, 
naturalmente, in cui più vivo s'incide il segno del 
Regime rinnovatore. 

Osservate la spiaggia di levante. Voi vedrete im» 
medintamente realizzato il principio della bellezza, 
principio che è uno degli ordini del Duce. La estetica 
è la colorazione dei villini vi parla senz'altro di esso 
principio. La sistemazione della spiaggia non ammette, 
per conto suo, più dubbi: il concetto fondamentale di 
aprire il maggior numero possibile di varchi per la 
visuale del mare è stato attuato; cosiechè i casotti, 
disposti a pettine, schiudono degli ampi piazzali sulla 
spiaggia, dove domina, lussuoso e monumentale, lo 
stabilimento Mama. Né solo le visuali dirette sono 
ormai un dato di fatto, si anche quelle oblique. 

L'enorme massa di bagnanti, che di estate si reca 
quotidianamente al suo Lido, ha suggerito la necessità 
di affrontare e di risolvere il nralila ema degli stabili. 
menti minori: cosicchè si è riusciti, perfezionando l'e 
stetica del Viale della Marina, a dar la massima vi- 
suale del mare e ad un tempo a mantenere la più 
larga disponibilità di cabine, spogliatoi e tendaggi 
estivi. La sostituzione delle pareti frontali completa- 
mente chiuse con pareti discontinue e una migliore di- 
stribuzione dei servizi annessi agli stabilimenti è stato 
il criterio seguito all'uopo. 

Osservate lo stupefacente Lungomare in cui al de- 
coro corrisponde l'ampiezza, alla magnificenza la ri- 
dente meravigliosa visuale che vi colpisce di ammi- 
razione. Considerate il tempio Regina Pacis, i viali, 
la piazze, le fasce di verde che da per tutto allietano 
l'occhio; l'illuminazione ottima sotto ogni riguardo; le 
nuove zone popolari *erso Fiumicino e quelle signo- 
rili verso Castel Fusano: e tenete presente quella 
progressiva attuazione del nuovo piano regolatore 
della cittadina, il quale tende a darle la maggiore 
varietà nell'unità, la più grande ricchezza di parti. 
colari senza dispersione a coordinarne le wie e i re- 
lativi sbocchi in piazze, ciascuna delle quali aspira 
ad aprirsi in vista del mare. Considerate e osservate 








La passeggiata sul monumentale Lungonare sel Lido di Îoma. 


tutto ciò e comprenderete subito il lato bellezza del 
Lido di Roma. 

Ma, d'altra parte, essa è stata attrezzata in modo 
irreprensibile, tale da servire mirabilmente a uno scopo 
di pratica utilità. Non parlo dell'approvvigionamento 
idrico di essa, grazie alla costruzione della grandiosa 
conduttura inaugurata fin dall'aprile del ‘ay, nè del. 
l'Ospizio Marino, il quale conferma l'alta umanità 
che è a basee a cardine del Regime — il Regime che 
ha assunto a suo compito e a sacrosanto dovere la 
bonifica della stirpe — e non parlo di tutte le facili 
tazioni che i romani, anche delle più modeste condi. 
zioni, vi trovano, sia dal punto di vista dei trasporti, 
sia da quello dell'ospitalità, come bagnanti è come 
consumatori. 


Onde Ostia sembra sempre meglio destinata a un 
luminosissimo avvenire. Avvenire voluto è preconiz- 
zato dal Duce, avvenire che darà, per volere d'un 
Uomo, un nuovo volto a Roma città, come un nuovo 
valto fu dato allo spirito di tutta Italia. Volta che 
susciterà veramente meraviglia allo straniero il quale 
visiterà la prima volta questa Roma trasfgurata, dal 
cui centro si sarà in diretta comunicazione con quel 
Lido che accoglie quanto di più moderno possa im» 
maginarsi, e ad un tempo specchia gli avanzi superbi 
di un'antichità sacra che torna anch'essa, come nel- 
l'Urbe, per volontà del Regime, alla luce: l'antichità 
di Ostia, che viene tolta all'oblio, non più come un 
valore documentario, mà come organica visione d'in- 
sieme d'una città memoranda è magnifica. 

FRANCO CASETTI 





foapertara della NVUTI Biconate di Venezia, La cerintonia inangqurale ari Criandini alla presenza sei Soerani, 
Sopra: Luerie del corteo reale allo Scalo dell'Esposizione. Fata Brani, 


Sen 


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be LEA. i Re e da Rapina arcano dalla cita fatta al Padiglione della Frameta. 





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Cres veglia i dormienti. 


GESU TRÀi NOI 


Sotto gli auspici del Comitato “Pro Arte Sacra", 
nella serena e raccolta sala della Biblioteca France- 
scana alla Chiesa Nuova, in Roma, il pittore Mario 
Antonio Barberis ha esposto una sua mostra perso- 
nale di figurazioni religiose, che ha intitolata: "Gesù 
fra noi” e che ha ottenuto larga eco di consensi nel nu- 
meroso pubblico di wisitatori, artisti, religiosi ed ama- 
tori, e una assai favorevole accoglienza nella stampa 
quotidiana. 

L'autore ha eseguito questi disegni a bianco e nero 
su Fogli di legno di pioppo. avendo trovata questa ma- 
teria, più che qualsivoglia specie di carta, idonea a 
ricevere la vibrazione del suo segno. Egli ne ha escluso 
tutti gli elementi scenici giudicati superflui all'espres- 
sione del concetto, per concentrare maggiormente l'at. 
tenzione dello spettatore sul punto foc cla del quadro: 
così, per esempio, nella raffigurazione degli scherni pa- 
titi dal Redentore nella sua ultima giornata terrena, 
egli a'è limitato alla rappresentazione delle bocche dei 
carnefici, dal satanico ghigno delle quali, all'atto del- 
l'imposizione della corona di spine, risalta con suffi- 
ciente efficacia il feroce dileggio. E parimenti, in tutte 
le altre figurazioni, il disegnatore DI compiuto i di- 
versi particolari con una graduale cora, che differenzia 
eficacemente il dettaglio principale dal secondaria, 

Nelle sue quarantacinque figurazioni che costitui. 
acona, come egli stesso dice, cinque “novene” religiose, 
il Barberis ha coraggiosamente cercato di esprimere 
la presenza di Gesù nella nostra vita quotidiana. Egli 
s'è giustamente detto che Gesù non fu tra noi sol- 
tanto nel breve tempo della sua esistenza terrena 
quando, Dio figlio di Dio, peregrinava, umile profeta, 
per gli aspri sentieri della sua Galilea natia; ma è 
sempre stato, è e sarà sempre nella nostra giornata, 
in noi, con noi, tra noi, 

L'autore ha, pertanto, preso le mosse dal periodo 
evangelico della vita del Nazareno, rappresentandolo 
in due aspetti pacati e sereni della sua fisionomia di 
Maestro: Gesù che dorme nella tempesta, Gesù che 
sorride nella sorridente innocenza del bimbo. Il Fi- 
gliuolo di Dio può riposare tranquillo e sicuro nel- 





l'infuriare degli elementi ché nulla possono contro la 
fatale necessità della missione divina che gli é Gg pl 
è, quando riscosso bruscamente dal sonno per air 
mento umano de' discepoli, egli è quello che potrà dir 
loro con amara severità: "Perchè siete voi paurosi 
così? Come non avete voi fede?". E il Figlio del- 
l'Uomo che attraverso la innocente letizia de' fan- 
ciulli intravvede la semplicità, la purità e l'amore che 
menano al Regno de' Cieli, è quel che dirà ai seguaci 
confusi: “Lasciate i bambini venire a me, è nonlli 
impedite; chè di tali è il Regno di Dio. In verità 
dico a voi, chi non accetterà il Regno di Dio come 
bambino, non entrerà in esso”. 

Il Barberis è poi passato alla rappresentazione 


‘ delle scene principali, o di pr che più hanno col- 


pito il suo spirito, nella icazione, nella vita, nella 
passione, nella morte di Gesù. Così, egli ha raffigurato 
in un trittico, accanto all'i ironia, alla indifferenza, alla 
caparbietà dei "duri di cuore”, la costernazione e il 
rammarico dei "pentiti" e la serena estasi deg li ‘eletti’. 
In altro trittico ha rappresentato le “offese” alla vit- 
tima designata; la più atroce, forse: il bacio di Giuda, 
ch'é il segnale della cattura: "Ave, Maestro”; e il tra» 
dito consapevole che chiede severamente: ‘Compagno, 
a che vieni? Con un bacio il Figlivol dell'Uomo tradi. 
sci?" e poi gli scherni dei persecutori imbestiati, il divin 
volto bendato;il serto di spine ela crudele flagellazione. 

In altro trittico ancora è l'innocente crocifisso 
tra i due ladroni; e, mentre il malvagio lo vitupera: 
“Se ta sei il Cristo, salva te e nol”, il buono ri- 
batte: “Non temi Dio tu, che sei nella stessa con- 
danna? Noi, però, giustamente, chè abbiamo il merito 
di quel che operammo: ma questi nulla operò di non 
retto”. E al Redentore morente: "Rammentati di me, 
Signore, quando verrai nel tuo Regno”; al quale Gesù 
rispondendo : "In verità dico a te, i méeco sarai 
nel Paradizo". Poi, è la fine: mentre dalle orrende 
ferite il sangue prezioso goccia sulle manine imploranti 
dei bimbi e sulle tremebonde mani degli uomini, lo 
spirito ritorna all'eterno Fattore: “Padre, nelle mani 
tue olfro il mio spirito". 


È duri di core. 


Ecco, la sublime esistenza è compiuta. Consum- 
malum est. Vmai non ne restan che i segni sensibili 
alla nostra comprensione mortale: la "speranza", nella 
tomba di Lazzaro scoperchiata e vuota; il “seme”, 
nelle gocce di sangue stagnanti ai pie' della croce; 
il “nutrimento”, negli avanzi dell'ultima cena; il “ri- 
cordo" nella inspirata gratitudine di Giuseppe quando 
nasce Gesù, nell'accigliato sussulto di Pietro quando 
ode il gallo cantare per la terza volta, nella tragica 
pazzia di Giuda quando il grande spirito esce dal 
corpo martoriato. 

Ma egli è già risorto; e, prima d'avriarsi al suo 
Regno celeste, prima di ritornare al Padre, worrà 
dare ancòra questa suprema testimonianza a quei che 
dovranno, dopo di lui, diffondere il Verbo nel mondo. 
Per primo, apparirà d'improvviso alla donna di Magda» 
la disperata e piangente, a quella da lui redenta, di- 
letta, elevata isino a sè: dirà! soltanto: “Marial”"; è 





li perl TIA 


33 





Gili eletti. 


quella riconoscendo la dolee voce, il bel volto peniosa 
è il mite sguardo profondo, figgerà in lui gli occhi 
dilatati dallo ento, dalla meraviglia è falla im» 
contenibile gioia, gridando: “Maestro!". 

Or, risalito il divino spirito al trono del Padre, 
non con questo appare perfetta la sua terrena fatica. 
Resterà ancora tra l'umanità sgomenta, in mezzo alla 
quale passò, luminosa meteora; e saranno le sue mani 
ancor lacerate dai ferri che consacreranno il primo 
calice del sacerdozio. Egli stesso assisterà e veglierà 
all'eucarestia, come, ancor pargolo, gioiva e vegliava 
nel presepe, sotto la ineffabile dolcezza del bacio del 
Padre, sul sonno di Maria e di Giuseppe. Mentre la 
colpa addenta alla nuca il peccatore e lo spinge al 
male, è Gesù, pietoso e dolente, che tenta di fermarne 
la folle corsa. Ed è ancora lui che parla nel cuore 
del peccatore che il rimorso attanaglia nel sonno. 
E' lui che, amareggiato e contristato, raccoglie la 


be detta) 
2 ARI 


L) 


(resi fra 1 poveri. 


ni 


54 





Caen ar calore che dae, 


confessione della laida colpa. E' lui che sirappa il 
male dal petto dell'uomo, e là vincé è lo distrugge 
nella "fornace ardente” del proprio cuore. E" lui che 
libera l'uomo, che gli inspira la rassegnazione, che lo 
solleva sino a sé colla grazia, Ed é sul suo petio che 
il peccatore pentito troverà in fine il riposo. 

Perché è desso, questa umanità ch'egli ha illumi» 
nata colla sua parola, guidata col suo amore, redenta 
col suo sacrifizio, quella che omai reca con st la sua 
pesante croce. Ed è Gesù che soccorre e conforta i 
caduti sotto la dura soma. E'inlbi, vetta sublime è 
incrollabile, maestosa e sicura tra l'infuriare dei nembi, 
é in lui che si salvano i naufraghi della vita. 

Perchè, come inimitabilmente dice il più umano 
dei pensatori e degli scrittori cristiani de' nostri tempi, 
egli "è ancora, ogni giorno, in mezzo a noi. E sarà 
con nol per sempre. Vive tra noi, accanto a noi, sulla 
terra ch'è sua e nosira, su questa terra che lo ac- 


colse, fanciullo, tra i fanciulli e, giustiziabile, tra i 


ladri; vive coi vivi, sulla terra dei viventi che gli 
piacque e che ama, vive d'una vita non umana sulla 
terra degli uomini, forse invisibile anche a quelli che 
lo cercano, forse sotto l'aspetto d'un povero che com- 
pra il suo pane da sé e nessuno lo guarda”. 

Così il Barberis lo imagina, e ce lo rappresenta, 
confusa in un gruppo di poverelli: ed è la sua mano 
che si confonde colla mano tesa dell'accattone, cd è, 
accanto alla imperiosa richiesta dell'affamato, la sua 
dolce persuasione che induce il passante al gesto be- 
nefico. Così ce lo mostra, assistente invisibile al fru- 
gale pasto degli umili lavoratori, che spezza il loro 

ne quotidiano offrendo al Fadre la loro diuturna 
atica; oppur seduto mella wettura di tutti, invisibile 
ma vigile nella folla degli uomini stanchi che accom: 
pagna, a sera, alle loro case; od anche, vegliante cd 
orante, in mezzo ai dormienti allaticati che un ingrato 
destino apinge a cercare affannosamente in terre lon- 
tane il sostentamento negato dall'avaro suolo natio. 





I naufraghi della vita vt salvano in Cesi. 





55 





(resi spezza # pane agli nmili 


E, tuttavia, é ancora e sempre lui, Gesù, la wit- 
tima innocente d'ogni sovvertimento sociale: è ancora 
e sempre lui, contro il quale le folle impazzite gride- 
ranno l'eterno erucifige Ma egli è è rimane ugual. 
mente il consolatore, l'incitatore, la guida: quello che 
nella massa dell'umanità marciante rassegnata alla 
sua méta fatale, mostra la giusta via e incita 1 ritar- 
danti al cammino. E' e rimane quello che, giunto alla 
estrema proda col suo gregge fedele, ringrazierà il 
Fadre per la dura prova fortemente superata, per il 
lungo cammino felicemente percorso, quando già la 
infinita scia luminosa degli angeli, all'orizzonte, appa- 
rirà ni viandanti spossati come il segno certo delle 
imminenti beatitudini senza tramonto. 

E' questo di Mario Antonio Barberis, l'ho detto 
incominciando, un coraggioso tentativo: coraggioso e 
fiducioso: coraggioso, perchè non era facile cimentarsi 
con questa impresa di rappresentare insieme l'anima 
e il corpo, lo spirito e la materia, il simbolo e la 


realtà; fiducioso anche, perchè l'artista, profonda» 
mente cristiano e credente, non dubitava di potere, 
mercé la sua arte, dare ombra e luce, contorno è 
corpo, forma esteriore e tangibile alla sua fede, alla 
LI aspirazione, alla sua speranza. 

In questo tentativo potranno | critici competenti 
riscontrare i pregi e i difetti che son propri dell'ar- 
tista e della sua arte: potranno giudicare, taluni, 
ch'egli abbia troppo osato e troppo presunto di sé 
nel suo sforzo; potranno invece giudicare, altri, che 
egli sia rimasto ancor troppo ligio a certe forme tra- 
dizionali e convenzionali: nessuno potrà negargli la 
nobiltà della ispirazione e la onesta semplicità colla 
quale ha saputo tradurla nella sua opera. 

E questa opera sun è e rimarrà una incontesta- 
bile testimonianza dell'ellficacissimo contributo che an- 
cora può l'arte di questo secolo apportare alla nostra 
fede, alla religione dei nostri padri e nostra e delle 
generazioni a venire, CORRADO ZOLI 


i, 





(rern fra i viandaati. 


CI Pa x 7 


I 


n e = © de 


FRANCESCO CILEA 


E* proprio da accodare ai trionfatori del melo 
dramma she furoreggiò sul declinare del secolo scorso 
cd all'inizio di questo? Postremo, davvero, fra i cape 
giatori di quella scuola che si rese nota con l'appel- 
lativo di giovane, e fu giovane, naturalmente, per una 
sola stagione come avviene, ahimè, d'ogni cosa umana? 

Veramente, Francesco Ciléa non A radicato la 

pria fama di compositore su un vastissimo terreno 

i popolarità. Il favor pubblico lo à conosciuto e lo 
conosce piuttosto in profondità che in estensione. ll 
suo nome, in una grande moltitudine, può risvegliare 
risuonanze intense, ma non ampissime, celebrità di 
esso è legata, £ wero, al successo di una sola opera, 
ma non è sempre da un numero copioeso di lavori che si 
giunge alla conquista dei più vasti domini della gloria. 

Da soli, i Pagliscei di Leoncavallo, tanto per non 
discostarsi dal caso tipico, non anno assicurato l'uni= 
versalità della fama al proprio autore? 

Non attardiamoci su questi indici statistici. Se in 
fatto di arte teatrale il responso delle platee è una 
norma, sotto certi aspetti, inequivocabile — si può 
misconascere l'importanza cher giudizi pubblici bye non 
si pensi di limitare la finalità artistica ad un soliloquio 
o poco più? — non determina però la precisa ed as- 
soluta specihicazione ed attestazione del valori intrin» 
seci relativi al caso che l'origina. Fra l'opera d'arte 
ed il pubblico che la giudica corre la stessa relazione 
che passa tra clima e barometro, Hai da questo, in 
sintesi meccanica od automatica, la resoltante che 
deriva da causa nad effetto, non la specifica ed anali» 
tica definizione del fenomeno fisico registrato. 

Che signilica, dunque, l'arte del Ciléa al di lA del 
riconoscimento pubblico che 4 ottenuta? 

La figura dell'autore di Adnana Lecoweneae non 
si distacca dal quadro dell'attività musicale dell'epoca 
in cui visse: non fa da sé, non si differenzia, per dati 
e fatti di inconfondibile originalità, dai maestri che 
militarono con lui sotto l'egida del melodramma che 
si convenne di chiamare verista, Non wisse, quindi, 
estraniato dal proprio tempo, in opposizione Pi, caso, 
con ideali diversi è maggiori. Non andò, in altri ter» 
mini, contro corrente, alla ricerca di un mondo igno- 
rato e lontano, Mon parlò un linguaggio fuor del co- 
mune con pretese innovatrici, incomprensibile, ostico. 
Si tenne ben lontano dagli atteggiamenti intimi ed este- 
riori di chi vagheggia riforme o rivoluzioni artistiche. 

Il vocabolario ch'egli usa, in via generale, è quello 
d'adozione corrente e comune. I suoi costrutti formali 
sono, si può dire, di dominio pubblico. L'afflato poe- 
tico delle sue opere non proviene da una spiritualità 
superiore a quella dominante negli anni della sua 
creazione artistica. 

L'armonia e il contrappunto della sua tecnica mu- 
sicale s'attengono ai principî più ortodossi: non an- 
nunciano neanche lontanamente l'anarchia dei nostri 
giorni: quella dà luogo ad accordi che si spiegano 
tutti coi trattati più severi e meno moderni: quella 
ordisce modeste polifonie da cui campeggia dominante, 
come vuole il gusto del tempo, il fiore della melodia 
sità. La struttura delle sue opere si ordina da un 
regolare susseguirsi di forme rettangolari, di forme 
chiuse, come si dice, diverse, ma non molto dissimili 
una dall'altra, da brani strofici, siano romanze 6 ad- 
dirittura tempi sinfonici dalla breve lineatura. 

Il tono espressivo non giunge mai alle profondità 
delle passioni abissali, nt svaga nel nebuloso del de- 
cadentismo cerebrale: s'attiene a merr'arin: nella re- 


gione dove non dnno luogo né eroismi, né grandezze 
sublimi, e vive quello spirito drammatico che non è 
tutto piecolo borghese, come già si disse, e attinge 
invece, qualche volta, a nobili ideali e s'infiamma di 
calde vampate d'emotività popolaresca. 

Con tutto ciò, la personalità artistica del maestro 
Ciléa à una sua particolare distinzione, Certe sue 
linee fisionomiche sono facilmente riconoscibili: rive 
lano una caratteristica loro propria. Nel suo teatro 
lirico echeggia una nota sentimentale e sfuma un certo 
colore romantico che altrove non si ode e si vede. 
Saranno suoni Mebili e toni pallidi, ma la loro entità 
è indubbia e non suona a vuoto, e non riluce a freddo. 

Ern facile, per altro, dar lora vita? 

Il melodramma italiano, nel tempo in cui Francesco 
Ciléa dettava le sue opere, subiva il dominio di due 
forze prepotenti: s'improntava della genialità di due 
musicisti di diverso ingegno ma della stessa levatora 
spirituale. Le nostre platee liriche erano come per- 
meate del loro spirito artistico. Puccini, mente più 
speculativa, temperamento più equilibrato, anima più 
poetica, realizzò meglio le risorse del proprio spirito 
creativo con sagace accortezza teatrale, con sapiente 
magistero tecnico, con senso di squisita economia for- 
mal, + IN più. Identificà il proprio sentimento nel sen> 
btimento generale della sua epoca: cantò gli amori 
facili, ma toccanti, appassionati senza grandi slanci 
eroici, teneri senza eccessive morbidezza di raffinati: 
gli amori senza gelosie irriducibili, come li vedeva fio- 
rire tutti i giorni sulla scena della vita. Meglio ancora, 
trasse dalla vicenda quotidiana i suoi personaggi, 
trascurando quelli pomposi e manierati della storia è 
quelli vuoti d'ogni reale consistenza umana delle uden= 
zioni simboliche. L'amore per lui ebbe la gaiczza, 
l'ardore, la malinconia e le contraddizioni dei venti 
anni. (Ci vedéemmo rispecchiati tuiti in silimi è in 
iodolfa, in JdHaran e in De Gricua, 

ascagni, più geniale, improvvisatore, disuguale, 
perciò, intento sempre a ridirsi senza considerazioni 
è preoccupazioni di sorta, come il momento gli dettava 
dentro, donava l'estro del suo canto per gli impeti 
passionali più wigorosi, prestava la malia del suo fra- 
seggiare, l'abbandono delle sue cadenze per le effu- 
gioni d'ogni vago è più palpitante lirismo. 

Ebbene: non cercate l'originalità assoluta in Cilta, 
Non pretendete da lui parole nuove e di alta risuo- 
nanza. Egli stesso non lo consentirebbe. Ma toglietelo 
dall'oscuro ed infimo posto in cui fu confinato. Ca- 
servarlo con intelligente equità, con la simpatia che in- 
dubbiamente saprà accattivarsi, ora che un suo riterno 
fortunato sulle scene musicali — per reazione a certe 
inutili avwedutezze moderniste, 0 per giusta fatalità? — 
impone un nuovo € più attento esame dei suoi valori. 

Vedete la sapiente scorrevolezza dei suoi pensieri, 
la sun armonità quadratura formale. Ammirate il suo 
gusto armonico, un po" Francesizzante, senza ardite 
ricercaterze, ma fine, clegante. Non sono virtù d'ac- 
catto e doti comuni. 

La sua pagina & la nettezza di un dettato perfetto: 
si la mano di un cesellatore paziente, di un artista 
che si compiace di indugiarsi, da innamorato, direi, 
ad accarezzare le belle forme della sua opera, a le- 
vigarla, în perfezionarla in agni particolare. 

Spirito però incline ad immedesimarsi nell'essenza 
dell'opera d'arte più che ad ammirarne le brillanti 
esteriorità, lascerei i virtuosismi artistici al compia- 
cimento di chi non sa salire da essi a più alte quote 





37 





dl Maerdre Francesco Cilea. 


ammirative. Se non che, anche in arte la dignità e direi 
anzi il grado elevato del suo segno magistrale contano 
per qualche cosa: attestano l'aristocrazia dell'artista. 

Passiamo oltre. 

Certo, anche nell'opera del Ciléa quel che più si 
raccomanda alla migliore considerazione è la sua intima 
espressività: quello spirito, anzi, che la raccorda ad un 
particolare stato emotivo del tempo in cui fu scritta. 

Si può far grazia di buona parte della produzione 
teatrale dello squisito musicista calabrese. Si può sop- 
pesare sulle arcigne mani della critica la sua Agriana 
bGecouereur è rimanere perplessi, ma giunti al quarto 
alto ogni avversa prevenzione, ogni parzialità precon- 
cetta, ogni dura severità devono essere vinte. Qui è 
la maggior significazione dell'arte cileana e il suo 
massimo valore. 

In quest'ultimo scorcio del dramma dell'infelice 
tragica francese c'è veramente un sentor di morte che 
rattrista, un presentimento tragico desolante: un senso 
di accorata elegia, il pianto dipeso, intimo, di un 
amore perduto: la notà nuova, si è detto, il colore 
romantico che il nostro teatro lirico non aveva. 


Adriana è sola e sconsolata. Il suo orgoglio di 
donna è finccato, il suo spirito artistico non A più 
calore d'animazione. L'amore che l'à esaltata ora 
l'irride, la vince, la stronca. Il rimpianto le squassa 
il petto di singulti. Attorno a sé non è che freddo è 
disperazione. 

I toni minori della musica illividiscono le armonie 
orchestrali, trovano gli accenti patetici più discreti 
ed emozionanti. Solo all'ultimo, pur negli spasimi della 
morte, nell'inattesa rivelazione amorosa, accanto al- 
l'amato, una modulazione soavemente raggiante volge 
al maggiore, ed è come una luce di dolcezza: un tra- 
sumanare in piena beatitudine, 

Romanticismo artistico non meno che umano, E' 
vero. Qggi l'amore è un'altra cosa, Coi “matrimoni 
d'amicizia’, di recente invenzione, l'amore accetta il 
concubinaggio legale: l'ideale moderno che esclude 
dalla vita il fpitara weemente della passione, il 
dramma, epperò la poesia. Ma l'amore senza lagrime 
che #7 Senza contrasti passionali? Una rosea alba, 
potrebbe rispondere Adriana, che non avrà i bagliori 
di un meriggio di 

ALCEO TONI 


56 


SILVIO ZAMBALDI 


In pochi mesi, tre: Testoni, Falena, Zambaldi. 
Ultimo, Silvio Zambaldi, con il suo sorriso mite, con 
la sun testa bianca, con la sua tonda faccia buona, 
rapito verso quel baratro pieno d'ombra, che inghiotte 
tutti, e sul quale il Teatro italiano, curva, oggi piange. 

Volle andarsene in silenzio: avrebbe voluto an- 
darsene ali soppiatto, senza dar fastidio ad alcunà, 
senta doversi scusare per la propria infermità. 

Diceva: > C'# il sole; adesso mi alzo... 

Guardava la finestra illuminata dal sole e le prime 
gemme sui rami: pensava alla sua vita ili nomade, a 
tutte le strade percorse, ai prati, ni fiori, alla scon- 
finata gioia di certe maitinate libere e canore... 

Tentava di sollevare il braccio già inorto xerso 
quella luce, e di storcere la bocca in un sorriso. Di- 
ceva: — Sto bene. Mi sento proprio bene, gramie... 
Adesso mi alzo. 

E lo diceva per confortare coloro che soffrivano 
in ansia attorno al suo lettuccio bianco, dominando 
eroicamente uno spasimo che certo gli trapassava le 
reni come un ferro rovente. 

Era l'ultimo di una scapigliatura, che, anche con 
qualche ingenereso spregio, nel mondo delle lettere fu 
detta *“’milanese’. Perché questa lontana giovinezza 
audace non senti e non pati l'inamidata, fatalisiica © 
declamatoria tabe del dannunzianesimo, parve troppo 
trasandata nel modo di vestir le frasi e le polemiche 
alla moda del divismo imperante, o cionondimeno si 
impadroni delle fortune del ientro di allora. Parlo di 
Rovetta dallo stile pittoresco, ma facile; di Marco 
Praga che volentieri seriveva a spigoli ruvidi e stri» 
duli affrontando ed offendendo, inconsaperolmente o 
consapevole, lo scriver polito e rotondo che incantava 
le fulgide dame nei salotti letterari: e di questo caro 
nostro ultimo Silvio che andava a zonzo con le snc- 
coccie colme è con il capo scoperto, feline © orgoglioso 
della sun povertà di artigiano della penna, di bravo 
galantuoma che ha imparato il mestiere, e che bene. 
dice la «ita perché non ha lo stomaco logorato dai 
veleni dell'invidia, cd è contento che le grosse scarpe 
polverose siano li a dimostrare che i garretti sono 
solidi, che la strada non spaventa, che i polmoni non 
han respirato mai l'aria vizza del chiuso conciliabolo 
e che l'appetito non manca. 

Amb il giornalismo al quale dedicò il tempo più 
felice della sua vita e le improvvisazioni più gagliarde 
del suo estro pronto, aguzzo, terso e vivace sempre; 
amò lo sport e i suoi campioni di allora, quando na- 
sceva la prima follia della velocità commista alla fa- 
tica ed al ritmo del pedale; amò le brigate festose e 
il viver sereno. Mori sereno per questo, lodando l'a- 
micizia come il più bel dono che la provvidenza abbia 


posto in terra a disposizione degli uomini di mente 
sana, di cuore libero, di coscienza pura c ili buona 
rolontà. 

Nato alle leitere quando si trascriveva quesio 
vangelo artistico: “io artista andrà armato pressa i 
posteri come potrà; io uomo non domando altra co- 
rona che quella di due braccia muide” è Cc Mieteasche 
imperava anche in Italia per fare di ogni tignola da 
biblioteca, ali ogni botolo o staffiere da scuderia prin: 
cipesca, di ogni lestofanie capace di giustificare in 
rima le proprie ribalderie finanziarie, un superuomo ; 
passò attraverso altre deformazioni del gusto e dello 
spirito senza solfrirne mai, sorridendo sempre. Amù 
la Patria con la semplice cd ercica umiltà del soldato, 
pensando forse che possa accostarsi a questa altis- 
sima religione il voto degli umili molto più opportu- 
namente che la prosopopea dei vati; amò la fami. 
glia, quel piccolo nucleo di patria che si formara 
generato da lui, e la protesse e la dlifese con la fie- 
rezza ili un leone. 

Era profondamente, saggiamente, inimitalilmente 
buono. Un suo capolavoro ultimo, tenue, mile, sereno, 
nascosto, perfetto, fu troncato dalla morte: e non 
era La passeggiata dannunziana lungo la quale fiori. 
scono i gigli senza stelo. Era una quotidiana passeg- 
giata mattutina verso una piccola porta aperta, verso 
una piccola casa buia dentro la quale languiva soli- 
tario un collega cieco; un vecchio giornalista che non 
poteva più leggere c non sapeva più scrivere è rima- 
neva assorto, come un tempo nella cabina del tele- 
fono, con la cuffia d'acciaio e di ebanite sulle orec- 
chie, e la testa china, ad ascoltare le musiche e le 
voci e le notizie che la Radio diffonde attraverso il 
mondo. Silvio Zambaldi aveva un giornale in sac- 
coccia per quel suo povero amico: e leggeva, leggeva, 
leggeva... E pori parlava; parlava di st e degli altri, 
della vita e del teatro: contento di saper creare così 
nell'ombra, ignorata da tutti, la sua lunga e dolce è 
ultima opera buona; pensando che se il trionfo della 
Moglie del Pollore aveva abbarbagliato per un altimo 
la sua felicità, questa più sonve Misia al cisesn, che 
nessun pubblico avrebbe applaudito mai, perpetuan- 
dosi, prolungawa la felicità più vera di due persone. 

Qggi quel cieco è rimasto solo dentro l'ombra 
fredda; e aspetta di morire pensando al suo Silvio 
che non torna più. 

E' tornato l'altra serà, è tornerà ancora, attra- 
verso i rumori della Radio con una di quelle sue com. 
medioline di un atto argute e semplici, gentili e lima 
pide, che apparvero raccolte in uno dei tanti volumi 
dopo di aver affrontata vittoriosamente la prova della 
ribalta. Una di quelle commedioline che rivelano la 


59 





dilero Fanale. 


mano ferma dello scrittore scaltro e parlano il dia- 
logo umano della sua schietta sincerità d'artista. 

L'avrà ascoltata il cieco Virgilio Ramperti, questa 
strana e diversa voce del suo Zambaldi che giungeva 
d'oltre tomba in un'ora insolita, e senza farsi prece» 
dere dal rumore di quel solito passo svelto su per 
le scale e di quel festoso "buongiorno, vecchio mio!" 
che rimbombava sulla soglia? 

Non credo, Ma è certo che, se é vero che l'a» 


nima dei trapassati indugia su questa terra prima di 
spiccare il volo verso la libera beatitudine dell'infi- 
nito, l'anima di Silvio Zambaldi prolungherà l'indugio 
per poter mescolarsi con i sussurri dell'etere è per 
trovare il modo di arrivare, con la voce di un suo 
dialogo, dentro la cuffia del povero vecchio giornali. 
sta, che reclina ormai la testa stanca e che ha per- 
duto il suo unico conforto perdendo un poeta che sa- 
peva soltanto parlare. g. ri 





LA PAGINA DELLE SIGNORE 


A Londra gli usmini vagliano rendersi indipendenti dalle 
denne negli umili campi della vita pratica, ed a questo scopo 
è stata aperta una scuola dove l'aliro sesso di addeatrerà ai 
miseri delli corì domeatiche. 

Questo movimento che potremmo chiamare mascoliniata, 
nen nascita però soverchi timori nell'esercito avveriario. 

Che gli omini sappiano ricucirsi 1 bottoni disertori, è Îrig- 
gere due vava, non sarà cosa che muti la faccia della terrà, 
la quale è rimasta impassibile anche davanti alle donne elaite al 
Senato. Ammetterete, in ogni mode, che la difficoltà dere casere 
maggiore per le senatoresse. che per l'allievo della nuova 
scuola. Ma pur avendo assai più strada da percorrere per ar 
rivare al Senato che ai fornelli, le donne hanno dimostrato di 
super camminare, 

Se rillettiamo bene sul gesto di rivolta di queati pionieri 
ritardatari, viene fatio di cavere loro quasi grate, 

Ciopo tutto, qsvi dimostrano così di apprezzare tutta l'im- 
portanza nascosta dell'umile e «ostinua opera femminile, cho 
divora. tempo è intelligenza tenta imoalfare un caRpicua ri- 
sultate. Chicura e modesta com'è, risa compone. benchè pochi 
moalrimo di saperlo, la base della vita mascolina. Calma, be 
nessere, comodità, osdine, siii hanno latorno a sb perché la 
donna cammina avanti a togliere i piccoli ostacoli e le minute 
srccalure; questo permette loro di non disperdere tempo e 
Forza, ma di convergere il intale delle energie migliori verso 
il lentano ed alto soopo prefiaso. 

Questo noi dovremmo rispondere quanda gli avversari di 
ogni nuova allività femminile dicono che neisuna grande ‘Fani 
perta è dovuta alle donne, le quali dunque farebbero meglio 
a non vacire «lalla breve cerchia delle tradizioni. Dateci il 
tempo libero came lo avete voi, Îateci trovare tutto proato, e 
vedrete che risultati sapremo raggiungere. Perciò, questa in- 
novazione, che noi nda abbiamo errata, ci sarà utilissima. 

II modtro momento è venuto. Mentre gli uomini ai desireg- 
giano fra lago e le pentole, e perdono così l'unità di apinito 


necessaria alle grandi cose, noi veniamo a trovarci liberate da 
una catena di piccoli doveri è padrone perciò del nostro mas- 
simo tempo, Il loro progresto rallenierà in proporzione di 
quello che il noviro guadagneri. Ma alfretiinmoci a profitiare 
di un momento che passerà subito. Perchè gli avvernari si ac- 
corgeranno di avere mosso una sbagliatissima pedina, e faranno 
preito a dare macchina indietro, scaricando di nuove sulle 
spalle mullebri um fardello che eredevano ben più leggero. E 
le donne si sottomeiteranno, perché, in fondo, è molto più fa» 
cile fare quel che ni è sempre fatto, e specialmente per coloro 
che si amana; sopratutto quando venga debitamente apprertato, 
come sarà il caso dopo la sopraddetta esperienza. 

Fuiti ritorneranno cor dopo la breve pareatesi, al loro 
posto, nella compagine sociale e il problema demografico avrà 
cemato di preoccupare il mondo. 

Perché nen c'è scuola né per uomini né per donne, che 
possa risolrere una questione che gli uni e le altre hanno in 
comune: quella della continuità della specie. 

In tale compito non crmseremo mai di dipendere gli uni 
dagli atri, e su questo terremo, che non si può certo chiamare 
nruira. È due campi avversi dovranno pur sempre finire per 
capitolare, a mano di non volere la fine del menda, a di non 
invertire i sistemi di vita, come vorrebbe quell'attrice ameri: 
canà che ilisse ad un intervisiatore: 

“Per misero felice, iù aporerò us uno medicere, che sappia 
sorridere sempre e, sopra tutto, che sappia molto bene cucinare”, 

Proprio quello che gli uomini generalmente domandano 
alla Bdanzata dei loro sagni, olbre ad un'apparenza gradevole. 
È coi mutati ideali, la linca Femminile tornerà ad avere qualche 
curta salutare. 

Fu il cinematografo a mettere di moda quelle donne così 
bene spianate, che come diceva un tale, non ri na mai se iliano 
giungendo o siamo sul punto di andarsene, tanto i sònò Éalta 
raguaali dda iudti 1 lati 

La moda accentuò la linca efelica, è tutto fu cercato ad 


intenzione ed imitazione delle dive di Hollywood, Una po- 
vera donna di forme appena appena femminili, cra ridotta a 
non sapere più come coprirsi e love nascondersi. 

Queta pagina propose che le sartoria avessero le indos: 
satrici fornite come avevano quelle cuneiformi. affinché tutte 
le signore, d'ogni farma e peso, potessero scegliero 1 loro ve 
siti in cognizione di causa, e non fuorviale da apparenze in 
gannairici, E qui si racconto l'amara sorte di donne che wi 
erano leiteralmente lasciate morire di fame per vanità; di at- 
trici cinematografiche chbligato per contratto a non superare 
un idlato peso, è perciò sottoposte a lirannici regimi, a cure 
torturanti, a sacrifici inauzliti, Lila Lee, Rente Adorte, è 
quante altre ridotte in fin di vita, ovvero esaurite così, da 
ricorrere agli stuprlacenti, per ottenere l'apparenza di ina 
forza che il lavoro esigeva, ma che case, denuirite per anni, 
non avevano più iù 46. E dli quello morirono Alma Rubens, 
come Barbara la Marr, e Jeanne Eagela, la creatrice di ‘Rain, 
Dha quella calamità nefasta, Mary Nolan, pià chiamata limo 
gene Wilson, si è visto due volte troacare la prometientie 
sima carriera, cil è ora fallita, dissecupata, nella più crwilele 
miseria, senza probabilità di rialzare. 

Tutto questo Avriene in un pacse bttirio, che paga il fio 
dei suoi errori e a brevissima scadenza. Ma siccome putti gli 
sbagli, anche laentani, Gniscono per firerberare su noi, é leene 
domandarsi se sia lecito, per un'eleganza del momento, sacri 
ficare la nanlute, che non è solamente dell'individuo, ma ap 
partiene alla razza intera. nel suò presente, © più ancora nel 
èub avvenire, 

Il figlio che ogni donna ha la probabilita di mettere al 
mondo un giorno, ha il diritto di nascere sano. La ragazza 
non deve dimenticare quello che l'avvenire può esigere da lei, 
e se assolutamente desidera mantenersi agile e snella. perse: 
gua il suo scopa con la ginnastica è gli esercizi che, presi a 
dori giuste, faranno, non solo il bene della linea, ma quello 
della salute sua e di coloro che eventualmente da lei avranno 
la vita. 

Su quei corpi agili, muscolosi, sodi, ma non grassi, il ver 
alito sport si adatta alla perfezione, e ben a ragione i sarti 
dedicano a quel genere di abligliamento il più grande studio, 
per ottenere le maggiori e le migliori varietà pratiche e se 
duyctenti inabem:e, Farò È. in Fatti, il più adatto alla sita fato 





bl 


Wa di oggi, il più diffuso, è desiderato. Le grovinette fimans 
gono in esso efebiche è leggere; le signore meno sono appe: 
santite di fronzoli e più ringioraniscono e agli secchi degli al- 
tri. e nel proprio senfinsi. La strada diventa uno spettacolo tanto 
più gradevole agli occhi del passante, in quanto che presenta un 
ingieme di cleganza tale che la sola semplicità può attenere, 

Ritorniamo al bigio, per questi vestiti primaverili; un bigio 
che +#a talvolta noia il gialla Coll tal'altra prende riflenai foaali, 
secondo i gusti e le preferenze. Se una blusina deve accom- 
pagnare giacca © sottàana, un toccò di azzurro dara il neces 
sario contrasto, come per qualche anno, fu tutta la gamma 
ilei rosa a rischiararte il resto dell'alto. Ma bisogna bailare, 
prima di accogliere un colore, che sia proprio quello che fa 
fer voi. E non si tralla dei capelli s del colorito, 

Uno scienziato ha scoperto che una donna deve sempre 
ricercare i colem che dipendono dal segno dello rodiaco, sotto 
al quale è nata. Se non fosse così, i suoi mervi sarebbero measi 
a dura prova e non parliamo poi adi quelli della famiglia, 

Vai eredovate, per esempio, cho vostra cognata avesse un 
carallere impossibile # che la suocera, poniamo, bella vostra 
migliore amica fosso isterica? Nemmeno per sogno. La scienza 
decreta che tutto il male viene dai colori sbagliati dei quali 
si vestono, Nan c'è che da rinnovare i loro rispettivi corredì, 
per vederle insperatamente miti ed angeliche. 

Speriamo che il bianco, almeno, sta buano per tuiti i se- 
gni e per tutti i nervi, ora che trionfa talmente così di giorno 
che di serà, nelle vesti e nei cappellini. I quali si mantengono 
preferibilmente piccoli, malgrado qualche tentativo verso l'am- 
piesza. Il cappello grande non è pratico, e l'uso talvolta cone 
fessa la creazione teorica. li che prova che. per quanio si se- 
gua da moda, ai ha il diritto di esercitare il proprio buon sento, 

Questo mon appariva malto evidente quando ci siamo messe 
nel inalberare le prime paglie in gennaio. Ma ai ripara hcglesso, 
mettendo in opera il velluto per abito da sera estivo sia bianco 
che verde giada. Si tratta di un velluto speciale, naturalmente 
che non si deve confondere con quello buono per l'inverno, 

Le dense che non si sentono abbastanza sedicenti, s0nò 
andate in cerca di un'arma di più, da qualche paco di tempo, 
ma non devono poi illudersi che sia un'invenzione così recente 
come 1 loro consulenti di bellezza vorrebbero lar crcidere, Tunti 
sanno che velo dolce dia all'occhio una lunga frangia di ciglia 
arcuate, È posti le hanno cantate e non c'è eroina di romanzo 
che non possa rivaleggiare, in questo, con Greta Garbo, Adesso 
però so le procura chi wuole. Sono in senditàa scatolette con 
ciglie di ogni misura, assortite, più lunghe per il ceniro, na 
turalmente, e meno verso gli angoli. Kon cè che da passare 
sull’ orlo della palpebra un pennellinò intrivo di un certo 
liquida, È poi applicare i pelueri fra quelli chie già ci s010, 
dove se ne ceservi il bisogno brgente. 

Ci verrà naturalmente occhio pronto per afferrare misure 
e proporzioni, più acuto ancora di quella di una buona infi: 
latrice di perle: e poi il gioco è Fatto, Avrete lo sguardo più 
languido e fatale del mondo, e. poiché tulto è permesso alle 
cultrici di bellezza artificiale, non correrete nemmeno il rischio 
di quella piccola attrice che fece perdere la testa a Numa Rou- 
mesian, se non isbaglio, mel bel libro omonimo di Daudet. Da 
quelle ciglia ingenue l'uomo casenalo stato portato alla rowincsa 
abdicazione di sé, il giorno che, stanco di soffrire per questo 
amore, scopre che le ciglie erano false. la catastrofe gli sembra 
raddoppiata essendo ilovuta a qualche cosa che non csistera. 

Adesvo si tratta di sapere: si potrà lavarsi colle ciglia 
supplementari? È si potrà piangere? La questione va malta- 
tamento considerata, ma, nel fraiterapo sarà bene che la sie 
gmora si formi un sistema di filosofia magari spicciola, che la 
aiuti ad alfeoniare le difficoltà della ita, senza soverchia 
commozione 


fAMorgni «i Bepi Fabiana) MANTICA BARZINI 


bi 


PER L'ESTATE E 
PER LA CAMPAGNA 










Mladala per i pesrtei raggio sa 


seta Men a Moretti Bramedi 





In basso, da sinistra: Mlarntedio sprenra e 
fico in dana arigia. -— «filo di pome» Ri 
riggio im sélit nera con pizzo. > Vestito 23 
dtliva ia scela sn romea. - sMadelta SI 


O i I 
stano di dr] dept. 


II NN TA nn 





Da sinistra: Modelle setivo per 
silla.» Abito dA lana rustica e inper- 
medtbrle dt ceralo nana, - Cade 


per dl atta dai tela si dina. 
Fastigra ka L. Tha 


A sinistra rt Abita ai cela, a nre 


chiamo, fer le CASE 





4 , Sla Pe , 
ua RALE. 
Abito da passeggio fn tessuto a c- 


sacino grigio con degno di dircbi 
bramebi lai ielena, 


MODELLI FANTASIA 
PER RIUNIONI SPORTIVE 





SL ARG Bac Ata ie cale ce Generale HBalho 


IL DISCORSO DEL MINISTRO DELL'ARIA 


Dapo nove anni dalla sua ricostituzione l'aviazione 
italiana, che in questo frattempo e sopratutto da 
quando vi è capo l'uftuali Ministro, è passata di suc- 
cesso in successo, di primato in primato, di vittoria 
in vittoria, ha dovuto affrontare una battaglia ver- 
bale per sostenere contro i malewoli ed i retrizi non 
già il suo diritto alla vita ma il suo dovere di une 
spansione maggiore. 

E* lo stesso Capo, che da quasi sette anni la cons 
duce di lotta in lotta e di méta in méta, lo stesso 
Capo the spronà i subi piloti alle velocità maggiori, 
i suoi tecnici alle attuazioni nuove, i suoi stormi alle 
audaci più grandi, lo stesso Capo che con un file 
stando davanti a tutti, col filo tenace della sua «o- 
lontà, tutti li guida all'opera diuturna ed alle imprese 
d'eccezione. Egli stesso, il Quadrumwviro Fascista, il 
Generale di squadra aerea italo Balbo, ha raccolto 
l'eco delle querimonie è delle mormorazioni e wi ha 
dato indirettamente, in occasione della discussione 
del bilancio aeronautico al Parlamento, una appas- 
sionata e magnanima risposta. 

Felice congiuntura, quasi indiretto altissimo mò. 
nito a quanti nelle altre forze armate non fossero del 
tutto coscienti che la Regia Aeronautica esiste e pro- 
cede, sorella dell'Esercito e della Marina ma da esse 
distinta, ecco l'annunzio che S.A. FR, Amedeo di Sa» 
voia Duca D'Aosta ha avuto da & M. il Reil con- 
senso di realizzare il suo non recente e generoso pro- 
posito di vestire l'uniforme ed entrare nei ranghi del- 
l'Armata dell'Arin. Pilota da moltissimo tempo, vo- 


latore audace, peritissimo ed appassionato, decorato 


in Libia al valore aeronautico, il Principe Reale è 
accolto tra i nuovi commilitoni con un alalà di gioin 
e di omaggio all'Augusta Casa cui appartiene, 

Ed alla voce d'Italo Balbo s'é unita la voce del 
Mutilato, del Cieco Veggente, del grande cuore che 
ha saputo romanamente patire e sa italianamente pal- 
pitare per le idee più nobili, dell'On. Carlo Delerdix. 


Tutte le armi sono indispensabili alla Vittoria, ha 
detto questo oratore, “ma dobbiamo domandarci se 
l'Aeronautica abbia nell'attuale ripartizione dei mezzi, 
che il Paese può dare per le sue Forze Armate, la 
parte che le compete agli effetti della maggior nostra 
potenza d'insieme’. 

“L'esperienza contiene tutto il passato ma rac» 
chiude appena i germi dell'avvenire e la difficoltà sta 
appunto nel distinguere ed allermare le voci sommesse, 
i deboli segni che nel corso degli avvenimenti annun- 
zinno le dee ed accennoanòo le forme del domani". 

Se si debba accettare il principio nuovo solo quan. 
do avremo la prova ch'esso è giusto, tale prova non 
può essere che la guerra ed allora sarà troppo tardi 
per provvedere. 

Agli argomenti dei conservatori l'Onorevole Del. 
eroix oppose le ragioni della realtà, quali erano ap- 
parse al suo spirito di combattente dopo avere pon 
cerato gli seritti degli uomini esperti nella questione. 

Con appena la metà della spesa occorrente per 
aumentare di un quarantesimo le nostre forze terre- 
stri ossia per costituire una nuova divisione terrestre, 
sarebbe possibile costituire una nuova divisione aerca, 
ossia aumentare di un quarto le nostre forze dell'aria, 

Questo affermò Carlo Delerdix è conchiuse con 
Una perorazione commossa: 

“Noi siamo rimasti affezionati alla dura nuda terra 
che scavammo con le nostre mani e coprimmo del 
nastro tto; ma la gioventù sogna un'altra vastilà, 
un'altra felicità nei suoi ardimenti: portare la lotta 
fuori delle insidie e delle avversità del suolo, gettare 
la vita oltre il segno, avere la sensazione di ascen- 
dere è potersi credere assunta". 

Mel suo discorso S. E. Balbo enumerò anzituito, 
con la parola sobria che gli è consueta, le più recenti 
realizzazioni della sun gestione. P 

| polozzo del Alinisiora dell'Acronauiica, immagine 
plastica di una forza ideale "tutta slanciata verso 





SAR Marea dî Savoia, decorato dal Poee colla atedaglia al valere aeronautico, past in nbcsegna le Inippe. 


bi 


l'alto nella nuda tensione dei muscoli” materializza» 
zione di una volontà rettilinea "così sincrona nello 
sforzo della sua armonia risulti dalla misura stessa 
della disciplina”. Organizzazione moderna fatta di sem- 
plicità, di chiarezza, di velocità, che pone ogni uomo 
nel grado di fornire il suo massimo rendimento sotto 
li occhi stessi di chi ne coordina e comanda il lavoro. 

L'Istituto di Guerra serea, che sta in costruzione 
sopra un terreno attiguo a quello del Ministero e che 
se nel suo corso inferiore servirà a una più minuta 
cernita degli ufficiali destinati a progredire oltre il 
grado di capitano, avrà anche un corso per ufficiali 
superiori ec generali per considerare i più elevati pro- 
blemi della guerra aerca e contribuire a formare la 
dottrina della guerra futura. 

La cità ceronnulica di Monlecelio, centro di studi è 
di esperienze aviatorie, laboratorio d'ogni scienza con- 
nessa alla tecnica del volo, dall'aerodinamica alla chi: 
mica tecnologica, dalla motoristica alla radiotelefonia. 

L'istituto Medico Fegale “Benito Mussolini" inau- 
gurato nell'anno in corso e che può considerarsi il 
più completo è perfetto dl” Europa. 

La rete del campi di foriuna deplorevolmente sot- 
tratta all'obbligo finanziario delle provincie i uma 
commissione parlamentare e che il Ministero dell'Ae. 
ronnautica con grandi sacrifici finanziari ha avacato a 
sé c sta completando. 

I nuovi selivali, tra cui il Ministro citò il caccia 
C. R. So, il ricognizione Romeo 30, 1 velivoli civili 
Breda 32, Savoia Marchetti si, Caproni gr e 101. 

Poi il Ministro citò gli sforzi, la laboriosità, il va- 
lore del personale, documentati dalle medaglie al va- 


n vd — nc 
TB) Reno 
mc 






































N Palazzo del Minieero dell'Asronanlica ce 


Medico Legale “ Benito Minccolini” 


A sinistra, sopra: L'apparecchio 
Caproni dipe vor, visto di profilo. 


Va apparecchio Sacca Marchetti 
lipo pi della Soc. Aerea Medtterr, 


# 





































lena dose qua sorge Cedifisto dell'istituto 
ve sara crello l'Astitoto ci Cnerra aerea. 


A destra, sopra: // friatotore 
fireda 73, cone ai presenta di fianco. 


L'apparecchio Breda 32 a ire motori 
destinate all'aviazione cieile. 


Lora 


lore che wennero concesse; ricordò l'esperienza delle 
Grandi Manovre Aeree, citò la muova specialità del- 
l'Aviazione d'Assalto che opera a volo rasente e ne 
espone la notevole attività sperimentale finora svolta. 

Commentate poscia agli ascoltatori le cifre del ric- 
chissimo bilancio aeronautico della Francia, rialfer- 
mata l'inscindibile solidarietà che lega le Forze Ar- 
mate italiane fra loro, il Ministro dell'Aria passa ad 
argomentare sulle ipotesi per la guerra futura. 

Si esaminino i progressi che la tecnica aviatoria 
ha compiuto dal 1918 al 1933! 

Si interpretino i segni non equivoci dei progressi 
che stanno maturando! 

si consideri la situazione geografica dell'Italia per 
decidere quale arma debba e possa lanciare l’offen- 
siva! L'Aeronnutica lascerebbe volentieri agli altri la 
terribile responsabilità cui si ritiene chiamata, Ma se 
diquesta responsabilità bisogna tener conto essa chiede 
che s'aumenti il suo bilancio. 

Qui il Ministro enumera con commossa parola la 
molteplicità dei sacrifici di vite che l'Aviazione Mi- 
litare richiede, la quantità di famiglie che han dato 
dei figli aviatori in olocausto alla Patria, e termina 
con questa magnanima perorazione: 

“In nome di questi morti, in nome di tutti quelli 
che son pronti a ripetere il dono della vita per fare 
la Patria più grande, io vi ripeto il grido che fu del 
Duce allorchè risorse per sua wirtù la gloriosa do- 
minatrice dei cieli; ve lo ripeto con tutta la forza 
dell'animo affinché tutti gli italiani lo sentano: — 
Date ali, sempre più ali, innumerevoli ali all'Italia 
Fascista". ARIELE 


Il canpivae 





dopo de cloni. Piazuar Nicolari ha finite da Parga Fleri 


== —lTTÀ/‘"ÀÌ- 





CRI + 









L'amim al iragnardo di Nuvolari sn Alfa Romeo. 


VITTORIA ITALIANA ANCHE NELLA TARGA FLORIO 


La vittoria dai piloti e delle macchine italiane mell'insidicso 
circuito di Moatecarlo aveva raggiunto proporzioni tali che i 
commenti più prudenti non potevano esimersi dal concedere 
qualche vaga attenuante agli avversari sconfitti. La Targa 
Florio è venuta cora, coi suoi chiarissimi risultati, a dimo- 
strare che nel campo automobilistico la aport e l'industria del 
nostro Passe procedono con sicura baldanza all'avanguardia. 

In tre rapide tappe, Mille Miglia, Gran Premio di Mon= 
tecarlo è Targa Florio, LAI Romeo cai suoi intrepadi pilati hà 
spazzato il campo da ogni dubbia, 

Fino a ieri gi poteva anche sperare di batterla: domani forse, 
con armi nuove, ai potrà ristabilire un illusoria equilibrio; oggi 
però la prodigiosa macchina italiana non teme alcun confronto, 
quando si tratti di una gara completa, che richieda cioè doti 
di velocità e di resistenza, di elasticità e di sicurezza. 


LTTIUN 





(NLI - 





uf ll | IOME 


fl francese Chiroa sm Bugatti, ferz'arrivato. 


La Targa Flerio ha fama universale di corsa lagorante 
per le macchine, estenuante per i piloti come nessun' altra al 
mosdo. Sono migliaia di curve che ai suaseguono su un fonda 
talvolta penoso, con dislivelli bruschi o insidiosi; più efficace 
d'ogni descrizione riesce il confranto delle medie raggiunte dai 
vincitori della Targa, meno di Bo chilometri orari appena, con 
quella delle Mille Miglia su un percorso tre volte più lungo. 
che ha toccato i iiò chilometri! Ebbene Nuvolari. il viaci 
tore, e Horzacchini, il secondo arrivato, precedevano la mae 
china francese, guidata da Chiren, di un quario d'ora. 

Lapo la rittoria di Meantetarlo, dapo il trionfo della Targa 
Florio, Nuvolari ba raggiunto il vertice della fama che ne 
rende ormai popolare il nome in tutto il mando sportiva, come 
quello d'un campione che alle qualità naturali del perfetto pi- 
lota aggiunge un orgoglio sovrumana di vincere. 





Ripgeri colla Maserati al rifornimento. 


0 


» 


"i ® — rie 
Sio ia ra 


I Puce premia da «quad sei 

asentlieni Sedesohi sincilrice della 

cuafano df sparate ri da Coppia 
der Miesalini, 


IL CONCORSO IPPICO 

INTERNAZIONALE 

IN PIAZZA DI SIENA 
A ROMA 


Solta x li fenacate drive de Pai 
leria con Vermonib (Francia), 


i ; dI PAL 
vimoldare set l'rentia alal f riali 
















La «piace tedesca ba tate per 
di seconda colla la Cappa che 


«faRPET cderegtitattat cdeffimitivamente 


alla terza illoria. 


Nel centro: fi magione Belloni, 

che ba cmpnistato brillantemente 

com Novella la Coppa dei Fia 
citori nel Premio Reale. 


Fostagralia [el Papa 


Sotto: Il fesa. cof. Borsarelli cal= 
l'insiperabile sallatrice C'rispa, 


ifmerlone del Premio Pinetà. 


rc crr._& RE 


Nel perte di Napoli 


Fotografia del Dott. P. Wolf 





ne” KONZERVOVARAI 


Cm FABRICZAY POT IMEINLICAV 


Episodi del calcio. fa stadio di Wembley durante fa finale della Coppa è'lagbillerra. Sopra: Alt campo, quelle 
dell'Hangaria a Budapest, sul quale la squadra italiana ba slifana il suo prestigio contro gli Ungberesi, 





72 


I LITTORIALI 



















Dall'alto in basso: 
ha deibona delle Ailorilà 
cem dh E Alanace crnante 
la «filata dei qoliardi. 


Forsgraita Brani 


La «sfilata degli atleti. dei 
«endiser alenet slalioni dée- 
cantcall'innamenecole folla, 


Danze ritmiche femminili 
allrdinata poltandica nelle 
shirato «i Mologna. 


| BOLOGNA 



















Dall'alto in basso: 


Le spade degli univenri- 
tari d'atiaeiria e bolina in 
csnpe prima della partita. 


Fitmgradli Mira i 


L'incontro accars ana corre» 
lo è inito colla i illena ila- 
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ba storico Palio SAI. La contrade di 4 Marta Non, strertrice del Palio. Sopra: ii Carroccio «fida dnnga ti percenio, 


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73 





le accademie, el costante interno eli collegio, sala terrazza” el cortile quallencratenco, 


L'ACCADEMIA FEMMINILE DELL'OPERA NAZIONALE BALILLA 


ORVIETO E L'EDUCAZIONE FISICA FEMMINILE FASCISTA 


Non pretendiamo certamente di dir cosa nuova 
ripetendo qui, ancora una volta, che una delle mag- 
giori cure del Regime è posta nell'educazione della 
gioventù, e che l'Opera Nazionale Balilla, a mezzo 
del suo Capo, risponde ormai alle esigenze più lun- 
gimiranti del Duce. 

S, E. Renato Ricci, infatti, con una volontà di 
ferro, con una intelligenza veramente pronta, e con 
una attività Fascista nel vero senso della parola, ha 
posto il fior fiore della gioventù italiana in un tenore 
di vita e ad un livello tale, quale veramente si confà 
all'Italia nova, emula di Roma antica, maestrà im- 
mortale di civiltà. 

Era logico, quindi, che organizzata con criterio 
veramente grandioso l' Accademia di Educazione Fisica 
Maschile alla Farnesina in Roma, fin dallo scorso 
anno, il giovanissimo Sottosegretario per la Educa- 
zione Nazionale, pensasse alla creazione di un ÎIsti- 
tuto consimile per l'Educazione Fisica Femminile. 

Ma oltre all'ambiente interno dell'Accademia, 
bisognava, per questo lstiluto Femminile, trovare 
anche un ambiente esterno adalto: calmo, serio, rac- 
colto, salubre, suggestivo, e che avesse possibilmente 
anche delle grandi tradizioni di grazia, di bellezza è 
di gentilezza ad um tempo, in modo che le giovani 
fanciulle, in uno con l'armonia del corpo, sottoposto 
ad una disciplina costante di esercitazioni fisiche, 
ricevessero un impulso armonico, simmetrico nel senso 
cerebrale, non soltanto dal mezzo scuola, ma anche 
dall'ambiente ospitale esterno, suscitatore spontaneo 
di sentimenti puri ed alti; tal che l'onda di tali sen- 
timenti dalle balde Accademiste di oggi, fosse, domani, 
tramandato alle Giovani Italiane, loro future allieve, 


Questo ambiente, che ha la fortuna, fra l'altro, 
di essere proprio al centro d'Italia è ad un passo da 
Roma, con intuito veramente acuto, S. E. Ricci lo 
scopri nella vetusta, dotta e gloriosa Orvieto. 

Così oggi, Orvieto, celebre in tutto il mondo per 
il suo Duomo d'una bellezza incomparabile, ospitando 
con orgoglio ben comprensibile, in un collegio che è 
fra i più belli d'Italia, il fiore della grazia, della gio- 
vinezza e della prestanza fisica della Penisola, espresso 
dal primo gruppo delle accademiste, s'avvia verso 
un'altra ambita celebrità basata sopra il miglioramento 
fisico della nostra razza, Né esageriamo, chè per certo, 
in questa scuola, non solo si poserà sovente l'occhio 
vigile della Nazione, ma sibbene anche quello delle 
nazioni civili tutte, che guardano verso l'Italia di Mus- 
solini come alla giovine sapiente maestra da imitare. 


ORGANIZZAZIONE DELL'ACCADEMIA 


L'Accademia è situata indubbiamente in uno dei 
punti più belli della città: appartato eppure centrale, 
l'imponente edificio, sorto in parte sui ruderi dell'an- 
tica Università Orvietana, (fiorita verso il 1260, nella 
quale, fra l'altro, insegnò Tommaso d'Aquino) e in 
gran parte costruito ex novo, apre i suoi battenti 
sulla vasta piazza Roma, e guarda, invece, da tergo 
e dai fianchi, la ubertosa ed ampia vallata del Paglia, 
dominandola, dall'alto dell'acrocoro orvietano. 

Ma se l'esterno racconta della sua storia quasi 
millenaria, e il cortile d'ingresso ci mostra l'eleganza 
squisita di un portico quattrocentesco e perfino la 
rarità di una trifora medicevale, la spaziosità delle 
nule, la loro regolarità, « il loro ammobiliamento, ci 


n 





To 


portano di colpo nel più brillante novecentismo razio. 
nale. I letti dei dormitori, gli armadi a credenza, i 
tavoli da notte, i diffusori d'illuminazione, i banchi da 
scuola, i tavoli da studio e da refettorio, le cabine 
da bagno, gli impianti di cucina offrono alle accade. 
miste un comfort ultramoderno, e di una sobria ele- 
ganza squisita, 

Il pianterreno, oltre all'alloggio per il personale 
di servizio, ha la cucina, il refettorio, simpaticamente 
attrezzato a ristorante, e al quale S. E, Ricci ha 
donato un magnifico servizio di posaterie in argento, 
lo spogliatoio, i bagni e le doccie, la palestra coperta 
fornitissima dei più svariati attrezzi ginnici, l'infer- 
meria, la sala medica e un magnifico teatro capace 
di contenere oltre duemila persone, 

AI piano superiore, ben divisi, sono: gli uffici, i 
dormitori delle accademiste, l'alloggio per il persa 
nale insegnante è direttivo, il salone da studio e le 
aule scolastiche, oltre a vastissime terrazze. Annesso 
all'edificio è un ampio piazzale, quattro campi da 
tennis, un campo da pattinaggio e una piscina nata- 
toria. Ma il grandioso edificio sarà ancora ampliato 
l'anno venturo, nel periodo delle vacanze, e possiamo 
anzi affermare, fin d'ora, che sarà quasi raddoppiato 
in grandezza in modo da accogliere un considereva- 
lissimo numero di accademisve. 

Ha presieduto ai lavori di adattamento generale 
l'ingegner Pintonello, con un impegno ed una intelli- 
genza che gli fanno onore. 

Il personale direttivo è costituito da una Magni. 
fica Rettrice, una Vice Rettrice, e quattro insegnanti. 

Il personale d'ufficio, da una ragioniera, una 


fr" emer nti 
nt Ad 
e 


| 


Esercitazioni & allicce in carlume gianica-aperi 


segretaria e a una dattilografa. Il personale di ser. 
vizio da quindici donne, Tutto il personale addetto 
all'Accademia è femmimile. 

Nell'organizzazione dell'Accademia dal lato vita 
totalitaria : di insegnamento, di sussistenza, ecc. ha 
portato un contributo efficacissimo d'ideazione e di 
esperienza il Comm. Ferrauto della Direzione Cen- 
trale dell'Opera Nazionale Balilla. 


VITA DELLE ACCADEMISTE 


Le accademiste, che sono tutte fiorenti ragazze 
dai diciassette ai ventun'anni, si alzano alle ore sette; 
dopo un'ora di toletta personale è di riordinamento 
della camerata, consumano la prima colazione, quindi 
per tre ore hanno lezioni pratiche. Subito dopo una 
doccia, ristoratrice, consumano la seconda colazione; 
poi un'ora di riposo, poi due di lezioni teoriche, poi 
the e ricreazione, quindi un'ora di studio, e finalmente 
pranzo. Il giovedì è la domenica, nelle ore pomeridiane, 
passeggiata, 

Le accademiste, a seconda delle necessità, o delle 
circostanze, vestono le seguenti divise: un costume 
gionico-sportivo per la maggioranza degli esercizi; um 
costume di collegio; un costume di parata. 


{moderni ambienti dell'Accademia, Sopra: Ca salone 
da sludio, Sotto: Zar sala della Erezione. 





n 


Coloro che agli esami biennali awranno riportato 
una classifica non inferiore a otto decimi, potranno 
cssert ammesse a frequentare gratuitamente un terzo 
corso, al termine del quale sarà rilasciato un diploma 
di abilitazione di secondo grado. 

Il primo e il secondo diploma si conseguiranno 
mediante esame di Stato. 

Per quanto concerne il trattamento economico 
delle laureate, l'Opera Nazionale Balilla ha disposto 
che ad ogni insegnante assunta in ruolo verrà corri- 
sposto lo stipendio iniziale di L. g500 annue lorde, 
aumentabili sino a L. 16.000 per aumenti periodici. 

Sarà inoltre corrisposta una indennità di servizio 
attivo nella misura di L. 1200 annue lorde per le 

randi sedi risultanti tali per deliberazione della Pre- 
sidenza dell'Opera Balilla, e di L. Goo per le rima- 
nenti; salvo l'adozione delle eventuali norme sul trat- 
tamento economico, che venissero stabilite dall'Opera 
Balilla, nell'interesse del proprio personale, in funzione 
di insegnante di Educazione Fisica e Giovanile. 

Le Accademiste pagano una retta di L. S5ooa 
annue, nelle quali È compresa la divisa di parata, oltre 
a Joao lire di tasse scolastiche. 

Il trattamento che esse hanno è eccellente: vitto 
abbondantissimo e di ottima fattura. 


Anima pronta ed illuminata di tutta questa com- 
plessa vita dinamica è la Magnifica Rettrice profes. 
soressa Ismene Maria Robecchi, una intelligentissima 
milanese, coadiuvata nella bisogna dalla attivissima 
Vice-Rettrice professoressa Mecuccia Cerocchi. 

AMGELO DELLA MASSEA 





ile dell'Accademia Femetinile Fascista i Qroieto, 


SCOPI DELL'ACCADEMIA 


L'Accademia è sorta allo scopo di dare ade- 
guato sviluppo all'Educazione fisica e giovanile nelle 
Scevola Medie è nell'Organizzazione femminile fascista. 

L'Accademia è equiparata alle Università, e il 
corso, che ha la durata di un biennio, dà il diritto 
al conseguimento del titolo all'abilitazione all'inse- 
gnamento dell'Educazione Fisica e Giovanile nelle 
Scuole Medie. 

Le materie d'insegnamento sono comprese in quat- 
tro gruppi, e cioè: 

(Gruppo tecnico: Esercizi fisici formativi è corret. 
tivi, pre-sportivi e sportivi, secondo le direttive tec- 
nico-didattiche-scientifiche sull'Educazione Fisica è 


Giovanile. Teorica generale: Tirocinio di comando, | —_ DZUH:TH- 
danza, musica, canto, lavori femminili, tecnica di or- à E fior: di i 
ganizzazione. 0 


Gruppo letterario: Pedagogia generale e metodo- 
logia, storia dell'Educazione Fisica e Giovanile, legi- 
slazione e ordinamenti del Fascismo, lingue straniere. 

Gruppo scientifico: Anatomia umana è normale, 
fisiologia e igiene generale e dell'esercizio fisico, an- 
tropometria © soccorsi d'urgenza. 


L'estera semplicità e da razionale 
divposrzione mell'interno dell'ecificio. 





Fartgralia bi, Poter, 


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d'artificio, 


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Latini i 7 


L'albergo di Monte Verità «ul Lago Maggiore dee è raccolto dl Musto von ce Meyst. 


MONTE VERITA E IL SUO MUSEO 


I giovani della generazione che fiorisce in questi 
tempi ignorano il fenomeno che ha interessato trenta 
anni sono un poco tutto il mondo, durante un buon 
lustro. I nomi di Ida Hofmann e di Qedenkoven nulla 
più dicono alla fantasia di questi giovani che pur 
sentono parlare di naturismo e di vegetarismo: e ap- 
pena conoscono un monte posto all'estremo del Lago 
Maggiore {Monte Verità) ove si è raccolta una non 
indifferente colonia germanica, contro la quale strilla 
con irritazione talora feroce, Hitler. 

Eppure il primo vero apparire del naturismo si é 
compiuto in Monte Verità: e questo colle modesto di 
alterza, ma pieno di ricordi e di bellezza, ha un suo 
posto definito in tuito il tentativo di avvicinare gli 
uomini alla natura. Oggi la popolazione che 51 aggira 
attorno al monte dal nome così ricco di promessa non 
meraviglia più nessuno, anche se le barbe stonanòo 
spesso colle nostre abitudini da rasoio in atto; e più 
nessuno si meraviglia se lassù, al grande albergo, zi 
vedono recinti con vomini in costume più che succinto; 
ma trenta anni sono la piccola colonia che inaugurava 
la vita in natura {si chiamavano appunto “uomini 
della natura” “Naturmenschen') determinava le risa 
e l'attenzione di tutti. 

Conviene subito ammettere che difficilmente si sa- 
rebbe scoperto un angolo più sereno di questo colle 
presso Ascona, all'estremo del Lago, poco distante 
da Locarno, Quivi la Maggia che sbocca nel lago ha 
creato un delta ancora più vistoso di quello formato 
dal Ticino; e le montagne hanno fatto cerchio perché 
tutta la zona fosse protetta dal vento è dal Calda. 
Non senza ragione si vantano le duemila e quaranta 
ore di soleggiamento annuo di questo angolo, che è 
forse il più mite e sereno di tutta l'Europa continentale. 

La flora sfolgoreggia con un lusso che difficilmente 
la fantasia sa sognare: tutte le essenze trovano modo 
di attecchire e di vivere, e spesso in novembre si tro- 
vano camelie presso a sbocciare. 

Per queste ragioni | primi individui che desidera» 
vano per sé un ambiente adatto ad una vita semplice 


di riposo e di meditazione in cospetto alla natura, si 
solfermarono a Monte Verità, creando quivi una co- 
lonia che già trenta anni sono aveva un suo aspetto 
ed una sua ragione di esistere. 

La vicenda di questa colonia in apparenza strana 
e pur così prossima alla serena logica dell'esistenza, 
fu varia e non poco complessa. Attorno ad Ida Hof. 
mann e ad Enrico CGedenkoven già nel 1899 si era 
raccolto un gruppo di innamorati della natura, decisi 
a vivere in società collettiva una vita semplice lontana 
dai rumori e dalle beghe del mondo, Chi scrive ricorda 
attorno al 1960 la piccola colonia di questi “Naturmen- 
schen"” la quale destava tanti sospetti e tanta ironia. 

Taluno scorgeva in costoro dei falli più è meno 
puri, amanti di uno snobismo di cattivo gusto. Altri 
vedeva degli speculatori astuti pronti a trarre profitto 
della umana debolerza è della incommentora bile dab- 
benaggine del simile. Pochi cercarono di scorgere il 
significato reùle della colonia. 

Monte Verità era assai più una stazione di core 
di anime, che non di opportuna dieta per il corpo: ed 
è questa parte spirituale che ripugnava di scorgere 
nella strana romantica collettività asconese. 

Mon mancarono perfino i sospetti di natura poli- 
tica, e per poco allo scoppio della guerra Ascona è 
il suo gruppo di naturisti, non fu classificato come 
uno dei centri dello spionaggio germanico, 

Può anche darsi che un nucleo di follia (o di 
qualcosa che ai più sembrava tale) si trovasse nella 
colonia. Ma chi mai riuscirà a stabilire il confine tra 
la Saggezza è la follia? Ed i folli spesso non sono forze 
i savi della minoranza, mentre i savi sono i folli delle 
abitudinarie maggioranze? 

La guerra ridusse a mal partito la coloma. Di- 
spersi i membri zelanti, ridotte all'estremo le possibi. 
lità economiche, sottratta la corrente dei nuovi adepti, 
Monte Verità fu un luogo di silenzio senza apparenti 
possibilità per il futuro. Le modeste costruzioni ed il 
terreno ricco di bellezza erano passate per varie mani 
ed avevano perduto il primitivo significato, 










































Ma una così tipica tradizione non doveva morire 
e nel 1925 un nuovo periodo nel cielo della colonia 
naturista si Immava, quando il barone Edoardo von 
der Heydt acquistava la piccola collina e dava opera 
a nuove costruzioni. i 

Per quanto strano possa parere il fatto, il rinno- 
watore di Monte Verità è un vomo di banca: ma un 
banchiere innamorato della natura e dell'arte, un col- 
lezionista di gusto superiore ed un uomo di coltura 
nobilissima. Bisogna avere trascorso qualche ora con 
lui, lassù nella ideale casina che egli ha eretto per la 
sua pace, per comprendere la fede nella vita naturale! 

Von der Hevdt trasformò realmente Monte Ve- 
rità: e non ebbe paura di affrontare il rischio eco» 
nomico di costruzioni moderne, per coloro che pur vi- 
vendo in contatto colla natura, non amano rinunciare 
alle conquiste della civiltà, Sulla vetta del colle un 
grande albergo con costruzione a terrazze apre le sue 
porte a coloro che non vogliono troppe rimancie: ma 
attorno al colle sono gli chalets improvvisati, le case 
che ieri erano ancora vetture ferroviarie; i luoghi di 
romitaggio senza sottintezi. 

In breve giro di anni Monte Verità ha ripreso la 
sua vita con ispirazioni nuove, anche se la fede ri- 
mance sostanzialmente quella di trenta anni sono. 

Presso il lago si sono formati i piccoli recessi per 
il bagno nel costume più elementare (quello fornito 
dalla natura) è per la sabbiatura “ more Adami". 
Tutto si svolge pacificamente, senza turbamenti, sotto 
gli occhi vigili ma sereni e remissivi della Confede- 


Toda & Bosa con lraccie di colore e d'ora 
(Scultura cinese, VIF secolo a. C). 


razione. E tutto permette di credere che 
i naturisti restano i più pacilici e miti wo- 
mini del mondo anche quando sono nudisti. 
Forse la carica calorifica specifica dei ger- 
manici è diversa dalla nostra, e tutto il 
nudismo si comprende soltanto tenendo il 
debito conto di questa differenza, dirò così 
del punto di esplosione o di accendibilità. 
Fenomeno che si verifica anche per | pe- 
trolii, taluno dei quali male si accende an- 
che gettando nel suo mezzo un mazzo di 
fiammiferi infiammati, mentre altri petroli, 
più leggeri, si infiammano anche soltanto 
per ln visione di qualche cosa che brilli. 

La colonia naturista di Ascona (non si 
scordi che il nudismo è naturismo, ma non 
tutto il naturismo è nudismo) forma oggi 
un vero aggregato internazionale con pre- 
valenze nordiche, che imprime al Monte 
Verità ed al Comune che si adagia ai piedi 
del colle, un significato di eccezione. Molti 
degli ospiti cercano semplicemente la pace 
in questo angolo di silenzio verde e di mite 
soleggiamento. Altri cerca forse un po' di 
salute: e l'illusione completa l'opera della 
natura. Qualche Eruppò pensà borse di in- 
trecciare un nuovo rito naturistico attra- 
verso ad un ritornò alla natura, di spore 
rosseauniano, con macchiature medico pro- 
filattiche. Non un disordine è non un incon- 
veniente grave turba la vita di questa co- 
lonia cosmopolita. Quando appena gli ac- 
cenni al pericolo si presentano, quando la 
serena indifferenza germanica minaccia di 
compromettere nelle interpretazioni nudi- 
stiche la infiammabilità latina, sono pronti 


Scaltnra cinese: Dettaglio di lapide voliva in porfido rasre 


del I secolo a. €. 


Arte inotiama: Gruppo del dio Verna in pietra 


atta ara FAN scalo), 


i gendarmi del Cantone a ristabilire l'or- 
dine e l'equilibrio. 

Monte Verità ha però altri segreti oltre 
quelli naturistici (che dopo tutto sono messi 
in piena mostra al pubblico), ed ha prima 
di tutto un segreto di arte. Von der Heydt 
ha portato a Monte Verità tutta una col- 
lezione di arte e prevalentemente di arte 
orientale, che fa della casa nascosta tra il 
verde, un inntteso considerevolissimo museo. 

Già gli abitatori del nuovo albergo hanno 
innanzi agli occhi alcuni segni rivelatori di 
questo mistero. 

Alcune statue o frammenti di statua in- 
docinese o bali sparse per le scale e per i 
saloni, alcuni quadri e alcuni tessuti e di- 
pinti orientali di antica data e di alto pregio, 
obbligano a pensare al mistero che si cela 
sotto la inconsueta decorazione alberghiera. 

Quando si visita la casina naturista di 
Van der Hevdt il mistero si rivela. A Monte 
Verità é una ricca collezione di oggetti di 
arte, collezione di un gusto e di una si- 
gnorilità che incantano e che attirano. 

Dopo la visita, i nomi della “Wallace 
collection’ o del Poldi Pezzoli tornano istin- 
tivamente alle labbra ed al pensiero. 

Una serie completa di perzi di interesse 
superbo si nasconde presso questo centro 
naturista. Von der Heydt vi ha raccolto 
quadri, arazzi, statue di una ricchezza inim- 
maginnbile. Accanto a Canaletto, a Van 
Gog. a Matisse sono saggi mirabili di arazzi 
francesi o fiamminghi: presso documenti et- 
nografici dell'arte primitiva delle Ebridi o 
della Nuown Caledonia sono perzi di alto 


Plastica giapponese: Statua di divinità in legno laccato 
e dorato ENI ecolo). 










































ni 








valore della Indocina, di Giava, dell'isola Bali. Buona 
parte di quella che tu la raccolia Yi Yuan (che a suo 
tempo sollevò l'interesse degli amatori e degli studiosi) 
è finita tra il verde di Monte Verità. Vasi cinesi del 
periodo Ming si alternano a statue di creta ed a peszi 
indiani di considerevole interesse. La collezione plastica 
è davvero di eccezione è potrebbe determinare l'in- 
vidia dei più celebrati musei d'Europa e d'America. 

I pochi saggi che si pongono sotto cechio in queste 
pagine danno una idea assai pallida della bellezza di 
questa inattesa raccolta, confinata nel regno del natu- 
riùmo per intelligente mentalità del raccoglitore. E forse 
Monte Verità assumerebbe per il torismo altro signi- 
lcato, se fosse notò a tutti il tesoro che lassù si cela. 

Monte Verità ha oggi wita larga. Studiosi pensa- 
tori artisti accorrono al piccolo centro in cospetto al 
nostro più bel lago. Il naturismo è fenomeno che passa, 
ma questo amore per l'incantevole angolo di mondo, 
è fenomeno che resta. Al naturismo spetta almeno il 
merito di avere rivelato un cantuécio verde, che un 
giorno era conosciuto soltanto per la fabbricazione di 
cattivi sigari destinati al contrabbando e che oggi è 
invece lu di ritrovo internazionale tra i più noti 
è più celebrati. Angolo mite che ha saputo conservare 
Il pregio della semplicità. della più assoluta libertà 
di abitudini e di cortesia impeccabile. 

Coloro che vi si recano per scoprire i nudisti pos- 
sono restare disillusi: ma quanti cercano le bellezze 
della natura e il mistico senso della pace, compren- 
dono il valore della minuscola terra. 

E. BERTARELLI 





Gif sviluppi dell'imturtria e del Ivavo nelle colonie. Nuovi impianti di saline salle corte della Somalia staltana. 


Bb 





ba villa fra i pini nelle «sue armoniche linee. 


VILLA “PISTORETTI”" 


Susa, una piccola città provinciale ignorata dal 
mondo, sconosciuta quasi nella stessa Tunisia... Il tu- 
rista frettoloso passa rare volte tra le téoé mura € 
qusai sempre senza comprenderla. Fovera Susa, ove 

quotidiano sforzo del cattivo gusto borghese distende 
a poco a poco, ovunque, una patina di moderna mo- 
motoria |... 

Eppure colui che sappia guardare il cielo e il mare 
di Susa, può avere improvvisamente la rivelazione di 
un mistero, può ricevere cioé quella che Nietzche 
avrebbe definito l' “iniziazione mediterranea". 

Susa, che vuol dire “salvata” (da Belisario contro 
le orde devastatrici), Susa, l'antica fiorentissima Ha- 
drumétum romana, ove poi si si raccolsero nelle cata- 
combe del “Buon Fastore' i primi cristiani d'Africa; 
Susa, la Giustinianopoli della Bizacena, ove giunsero 
più tardi per rifarsi una muova vita i Carbonari ita» 
iani perseguitati dalle polizie reazionarie, ove giunsero 
infine i puri pescatori e i forti contadini siciliani co- 
lonizzatori; Susa, ove ancor oggi si raccolgono nel 
reggimento della Legione Straniera anime tormentate, 
desiderose di espiazione e di salvazione... 

Susa: vi è nel cielo Incredibilmente cristallino è 
nell'aria limpida un fluido mistico che non sfugge al- 
l'artista e all'uomo puro: ed il verde delicato degli 
ulivi contro l'azzurro richiamano ad ogni istante, come 
una carezza conosciuta dall'infanzia dello spirito, il 
dolce bisbiglio del tuo nome.. 

Una curiosità per il turistà italiano a Susa di 
Tunisia, indubbiamente è la villa che Giacomo Pisto- 
retti, patriota veneziano transfuga della Marina au- 
striaca, costruì verso la metà del secolo scorso sui 
ruderi di una vila romana. Questa villa era caduta 
nel più assoluto abbandono: non più collegata alla 
città dalla vecchia strada che percorrevano le dili- 
pr ze, impiegando tre giorni per compiere il percorso 

sa-Tunisi, poichè la strada attuale passa ad oltre 


A SUSA DI TUNISIA 


un chilometro dalla villa; non più abitata, ma ridotta 
ad una stalla di contadini arabi; non più neppure 
conosciuta dalle nuove generazioni che ne ignoravano 
perfino l'esistenza. 

Le vecchie mura sì sbriciolavano a poco a poco 
seppellendosi tra le sabbie, menire le gramigne inva- 
devano i crepacci, asilo di tartarughe; i cornicioni si 
abbaitevano sotto il vento marino che faceva sbattere 
qualche vecchia imposta nelle stanze deserte, ove fa. 
cevano il nido le civette ed i pipistrelli... Eppure Villa 
Pistoretti aveva conosciuto tempi di splendore ed era 
stata un centro importante per i patrioti italiani in 
Tunisia !... 

A Villa Pistoretti era siato ospite Garibaldi, da 
Villa Pistoretti erano partiti soccorsi d'armi e di de» 
naro per i Mille direiti a Marsala... 


Siamo verso il 1833, a Venezia. Giacomo Pistoretti, 
brillante ufficiale della Marina austriaca, ha vent'anni. 
La sua passione per la vita marinara lo ha costretto 
a vestire la divisa degli usurpatori della Libera Re- 
pubblica; ma egli veste quella divisa solamente per 
potere, un giorno, dare più facilmente la libertà 
Venezia, unirla a Milano, a Torino, a Roma, a Pa- 
lermo e creare finalmente l'Italia Umta. I patrioti 
italiani vengono perseguitati, arrestati, processati, mt 
cisi. Giacomo Pistoretti non teme il pericolo, non teme 
di rischiare tutto il suo avvenire; egli è trà le file 
dei congiurati! 

Ma la congiura viene scoperta e l'ufficiale condan- 
nato a morte. Giacomo Fistoretti deve abbandonare 
la sua città adorata per salvare almeno la vita che 
gli consentirà di lottare ancora. 

E trova rifugio i in Tunisia; si stabilisce dapprima 
a Tunisi ove comincia, per campare, col dare lezioni; 
poi si occupa di agricoltura e di commercio, recandosi 
spesso a Susa come “fattore” di case commerciali per 

























df cipraneo datilfato a onere Halice Muissolini, 


trattare con gli arabi. Intine vi si stabilisce, impian- 
tando i primi mulini a vapore e creandosi una cospicua 
fortuna. Egli ama questo cielo radioso, questo mante, 
questi pini piegati dal vento, questi ulivi sereni, questi 
rossi fori Hi melograno. Ama i tramonti di fuoco di 
questa terra di passione, il golfo che va da Hammamet 
a Monastir, il profilo lontano della montagna di Za- 
uàn, la Kasba di Susa, che si drizza come una rocca 
tra i villaggi bianchissimi della campagna. E scoperti 
tra le sabbie i ruderi di una villa romana, vi costruisce 
sopra, con fatica ed infinita pazienza, una bella villa 
italiana, facendone a poco a poco una vera opera 
di poesin. 

Qui egli vivrà con gli amici migliori, qui egli pac- 
coglierà preziose collezioni di libri, di oggetti d'arte, 
di frammenti romani. 

Lapo venti secoli da Roma, a Susa, ove le colonne 
dei templi hanno servito di base alle moschee, dove 
sono scavate nella terra le più grandi catacombe cri» 
stiane del Nord Africa, un italiano ritorna e rico» 
mincia a creare in nome della Kuova Italia! 

Mare, cielo, pini, ulivi e la villa bianca, con gli 
archi moreschi, con le terrazze fiorentine... E' una 
deliziosa armonia di luce e di colori, é un angolo di 
pace, di serenità, di semplicità veramente mistica c 
pura, ové *i funiscono èpess0 intorno al Piatoretti i 
numerosi esuli italiani in Tunisia: Fedriani, Morpurgo, 
Hottini, Mangano, Gioia, Paladini e molti altri. 


E finalmente l'Italia intera si accende di sacra ri- 
bellione. Ma Pistoretti è già vecchio, purtroppo! Egli 
non potrà più combattere, ma manderà armi, muni- 
zioni e denaro. Nei grandi magazzini che sorgono in- 
torno alla villa si ammucchiano, infatti, le armi per 
Garibaldi. 

Nella delusione del 1859, così Pistoretti scriverà 
a Garibaldi, con moderno spirito di realista: 

“General Garibaldi! Per l'amor di Dio! per l'a- 
move e per la salute della Patria! non vi fidate della 
Diplomazia, perpetua ingannatrice delle speranze dei 


Dall'alto: 1 Palio della Villa Pialarelii, 


Uma sala di rinaione 


popoli. Non sperate nulla 
dalle conferenze e dai con- 
gressi. Non fate calcolo sulle 
promesse: ahi, troppo dura è 
troppo recente esperienza | 
Persuadete gli Italiani a la- 
sciar le feste e le votazioni 
di monumenti per quando VI 
talia sarà libera davvero. La 
Patria nostra ha ora bisogno 
di molte Legiom d'Italiani. 
Ha bisogno di essere consi- 
derata, e mai lo sarà, se non 
con la più positiva e più si- 
cura di tutte le vie: quella 
delle armi. Che gli Italiani 
ascoltino da voi una sola pa- 
rola “ Armatevi". Salute è 
forza”, 

E più tardi, il 10 agosto 
18650, con vero spirito di pre» 
cCursone i: 


"Signor Generale Ditta. 
tore... riprendo la penna per 
sottoporvi una mia patriottica 
idea, o desiderio dell'anima. 

“Appena che alla testa dei 
vostri prodi e veri soldati della 
Patria, porrete il piede sul 
continente italiano, ornate, Ge- 
neral Dittatore, gli stendardi 
delle vostre legioni, colla gla- 
riosa insegna degli avi nostri: 
l'Aquila Romana. 

"“ Accusando recezione al- 
l'amico Gr, Eedriani, d'un no- 
stro invio di fucili, vi compia- 
ceste qualibcarmi di "tuo in- 
cagnito”. Titolo per me ono- 
ratissimo sino al momento 
in cui verrò, con tuita vene- 
razione, n baciar quella mano 
Immortale, che Sola avrà sa- 
puto infrangere le straniere 


8) 



























I) pini dala alla “Cara dei Cale 


catene della nostra amatissima Italia. Salute e forza". 

Nel 186,4, anno di rivoluzione di una grande parte 
del Sahel contro il Bey Sadok, il Pistoretti, che si 
sapeva amato & rispettato dn tutti gli indigeni del 
luogo, continuava ad andare sovente alla sua villa. 
Ma un giorno s'imbattèé in alcuni nomadi a cavallo, 
che lo minacciarono: egli, che era montato sulla sua 
cavalla favorita, buona galoppatrice, stuggi loro fa- 
cilmente; però nell’ entrare sotto la porta della 
città, lastricata da grosse pietre liscie, la cavalla 
scivolò ed egli cadde sul petto, riportando serie 
contusioni. 

Alla sua morte, che ebbe luogo improvvisamente 
la notte del 14 ottobre 1875 in seguito ad uno sbocco 
di sangue, i dottori emisero il parere che fosse dovota 
alla conseguenza della caduta da cavalla. 


Sei anni dopo la morte di Giacomo Pistoretti, la 
Tunisia era occupata dalle truppe francesi. La villa, 
senza lo spirito animatore del Pistoretti, cadeva in 
piena decadenza; la località veniva denominata nelle 
carte topografiche “illa des Pins” è l'edificio si sep 
pelliva a poco a poco tra le macerie. 

Ma la giovinezza italiana di Susa ha scoperto gli 
antichi ruderi; sotto la guida del console Alberto Pe- 
rego la villa & stata faticosamente e pazientemente 
restaurata ed il tricolore sventola oggi sulla nuova 
“Casa dei Giovani". Piscina, campi di tennis, di golf, 
di foot-ball, sono sorti come per incanto attorno alla 
willa, mzorta a nuova vita. 

E il culto per la memoria del Pistoretti anima la 
passione dei giovani italiani di Susa che vedono in 
lui il patriota, il precursore, il lavoratore italiano, che 
in qualunque parte del mondo vada, crea, nel nome 
della Patria immortale. 

Vicino al luogo ove sarà presto trasportata la 
tomba di Giacomo Pistoretti tra i pini enormi curvati 
dal vento, già sorge un cipresso che porta un nome 
sacro a tutta la gioventù d'Italia: il nome di Sandro 
Italico Mussolini, 


Dall'alto: Lat piscina carteila pred da 
ent. = Un gruppo di Giovani Hlaltane. 


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Dove vivono gli abitanti nel centro stella Mesopotamia... 


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che oltre a costituire un completo trattamento di previdenza, perfettamente rispondente ai bisogni 
individuali e famigliari degli impiegati è degli operai di qualsiasi azienda, provvedono anche a 
garantire il conseguimento delle indennità di quiescenza, di licenziamento e di premorienza, che 
1 datori di lavora sono tenuti a corrispondere ai loro dipendenti. 


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Nalevali ridozioni di tariife, minor coso delle spese di polizza, abolizione dei dirilii di quietanza. 

Una maggior larghezza nell'assunzione dei risebi. 

Nei cavi di licenziamento 0 di dimissioni, il contratto assicurativo potrà essere risalto fin 
dal primo anno del suo decorso: il relativo valore può corrispondere all'ammontare dell'inden- 
nità dovuta all'impiegato. ' 

Qualera l'impiegato cenare posto in aspellaliva senza stipendio è forse diroccupato, l'Istituto conce- 
derà condizionatamente la sospensione del pagamento dei premi, pur restando il contratto in 
vigore per tutti 1 suoi effetti. 

li capitale garcalito nei carl di premorienza dell'impiegalo copre e spesso supera anche l'inden- 
nità di preaveiso. 

lasnsicurato, divenende invalida al facere, potrà percepire dall'Istituto una pensione, vovpendendo 
conlemporaneamenie il versamento cei premi. Inoltre la sua polizza rimarrà in pieno vigore come 
se 1 premi dovuti fossero regolarmente versati. 


Rivolgersi alla Direzione Generale 0 alle Agenzie Generali dell'Istituto per informazioni, studi e proposte. 





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PRESIDENTE: On. Sem. (n UÎÉ. Are. Carlo Bonardi 
DIBETT, GENERALE: Ge UM, Dos. Giulio Calamani 


La Cassa Nazionale Infortuni, fondata nel 1883 
attoalmente ordinata e dirciplinata secondo le dispo: 
sizioni del R. Decreto Legge 16 maggio 1936, n. 858, 
convertito in legge il a& grugna 1936, n. 1363, £ lutituto 
di diritto pubblica, posto sotto la vigilamza del Mini 
stero delle Corporazioni ed autorizzato per legge ad 
eiercitare, a prrsvio foro, l'assicurazione obbligatoria 
contro gli infortuni degli operai sul lavora 

E' amministrata da rappresentanti dei datori di 
lavoro e dei prestatori d'opera, designati dalle rispet- 
tive organizzazioni sindacali e da rappresentanii dei 
Ministeri delle Corporazioni e delle Finanze, tutti di 
nomina governativa. L'istituto, dotato di un'organie- 
azione Afiminialraltza © iménica dii alecentrata n 
sella, non ha scopo di lucro, ma devolve tutti gli utili 
di esercizio ad re di assistenza a favore degli iafor= 
tornati © delle lora famiglia ed ha creato e gestisce sei 
ospedali traumatologici specialisrati; oltre cento ame 
bulatori, ventli: cinque gabinetti radiolegici dotati di 
tati gli impianti per cure fisiche ed elettriche. 

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tatti i capoluoghi di provincia ed anche in altre loca» 
lità del Regno che siano centri industriali, nelle Co- 
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